Archivio | luglio 2020

Le amiche di Jane. Sopravvivere all’innamoramento con Orgoglio e Pregiudizio di Annalisa De Simone

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No, non vi immaginate il solito manuale di consigli di pseudo-amore, di taglio americano per intenderci (del tipo, Come sposare un milionario o Cosa farebbe Jane[1]), ma un simpatico memoir autobiografico che dosa riferimenti alle opere di Jane Austen (e in particolare del suo romanzo più famoso) e considerazioni attualissime, legate alla vita e alle relazioni interpersonali della stessa autrice.

Il progetto editoriale della collana a cui questo libro appartiene si chiama PassaParola e si prefigge lo scopo di parlare: Da una lettura a una vita: gli scrittori italiani raccontano del mondo e di sé partendo da un libro.

Ed è esattamente quello che ha fatto Annalisa De Simone, riuscendovi brillantemente. Partiva assai avvantaggiata, va detto, perché avendo scelto di parlare di sé attraverso un libro di Jane Austen, la mia attenzione ne è stata subito catturata.

L’ho iniziato con molto scetticismo, devo ammetterlo, ma mi ha convinto subito invece per lo stile dinamico e referenziato che lo caratterizza e lo rende estremamente interessante. Non solo ho ritrovato opportuni i passi e le situazioni citati, ma anche le osservazioni e le relazioni stabilite in base a essi. Divertenti e acute le svelate debolezze e le aspirazioni della natura umana, oggi come allora, alla luce degli insegnamenti immortali di Orgoglio e Pregiudizio.

La vita moderna e i rapporti tra le persone sono assai complicati ma per dirimere dubbi e incertezze perché non fare ricorso a chi ha scandagliato l’animo umano con acume e ironia da più di duecento anni in modo estremamente attuale?

 

Fateci caso. Ieri come oggi, nella vita di ognuno i fatti sono meno numerosi delle interpretazioni. Questa è quella che definiamo realtà… ma questa è un’indicazione sempre troppo vaga. Come chiunque. Elizabeth si trova sospesa fra due poli che si intersecano. Vivere la realtà e, insieme, interpretarla.

È qui la sua parabola.

Ed è qui che risiede la sua universalità.

 

Lizzie è poi così lontana dalle speranze e aspettative di una ragazza oggi?

 

Dalla prima all’ultima pagina, Elizabeth si muove dietro alla convinzione che il suo intuito sia frutto di una buona perspicacia. Pensa di sapere tutto di tutti e puntualmente sbaglia. In questo, è la parodia dell’eroina perfetta. Invece di innamorarsi a prima vista del principe, lei lo detesta, invece di detestare il cinico avventuriero, lei gli corre dietro. Si fida ciecamente di sé e dei suoi giudizi. E tuttavia, a dispetto di quanto si dica, le prime impressioni non sono sempre le più attendibili.

Nei romanzi, come nella vita.

 

Leggere questo libro è stata l’occasione per guardare le opere di Jane Austen da un altro punto di vista, che non è solo la prospettiva dell’autrice, ma diventa uno sguardo generale sugli insegnamenti desumibili dalla sua scrittura realista e disincantata.

Tutte le storie di Jane Austen sono delle fiabe, eppure nulla è così lontano dall’afflato romantico di un romanzo d’amore. È qui che le cose si complicano, nell’ombra di un realismo che ha a che fare più con il senso pratico che con il cuore. A guardare ogni storia in profondità, non c’è illusione che regga. Semmai è di casa il disinganno, o addirittura un lieve cinismo.

 

 

 

 

Sinossi:
Come ci si trasforma in persone adatte al mondo, capaci di capire se stesse, di capire gli altri, capaci di amare qualcuno e di essere amate? Come si sopravvive a un abbandono? E come si governa una perdita? Soprattutto, cosa significa essere liberi? Le risposte che Annalisa De Simone immagina attraverso i romanzi di Jane Austen e le sue eroine – Lizzy Bennet, Fanny Price, Anne o Emma –, attraverso gli eroi delle sue storie e gli antieroi – come Mr Darcy e George Wickham –, hanno a che fare con la misura dell’essere adulti: inciampare per poi ricredersi dei propri errori, subire lo sguardo impietoso degli altri, che sempre precede uno stato di coscienza, e imparare a cavarsela fra i pieni e i vuoti della vita. Se pure non si può ambire al “vissero felici e contenti”, che si trovi almeno un piccolo – anche fugace – rimedio al tran tran malinconico in cui vanno a immergersi i nostri giorni, perché è fra il sempre e il mai che scorre la vita di ognuno di noi. Con uno sguardo profondo, una scrittura agile e aneddoti esilaranti, Annalisa De Simone, giovane scrittrice, racconta la sua passione vecchissima per Jane Austen.

[1] What would Jane do, il mantra del film Jane Austen Book Club

 

Sophie Dawes, la tremenda!

giovane donna del periodo Regency in corpetto bianco e capelli scuri

Mi sono imbattuta per caso in questa delicata miniatura il cui ritratto mi ispirava l’impressione di una giovane fanciulla che ho poi scoperto essere tutt’altro che angelica!

Sophie Dawes nacque intorno al 1792 a St Helens, una povera comunità di pescatori sull’isola di Wight. Non ebbe un’infanzia facile. Alcuni dei suoi fratelli sono morti prima di raggiungere l’età adulta e il padre era violento. Fece la cameriera nella città di Portsmouth prima del suo viaggio a Londra dove andò  a lavorare in un -non meglio specificato-  istituto di alta classe al servizio delle esigenze di ricchi signori – tra i quali c’erano alcuni dei nobili emigrati dalla Francia in fuga dalla Rivoluzione. Fu qui che incontrò Louis Henri, duc de Condé, un membro anziano della linea reale borbonica e uno degli uomini più ricchi d’Europa. Divennero amanti e Sophie e sua madre furono installate in una parte costosa della capitale, dove lei per prima insistette per ricevere una buona istruzione che la facesse diventare una vera signora: lingue classiche e moderne, le arti e l’etichetta.

The Secrets of Sophie Dawes - Victorian Supersleuth

 

Quando, con la caduta di Napoleone, il Duc de Condé, poté fare ritorno in Francia e riprendere possesso delle sue proprietà, la più famosa residenza di Chantilly. Poco più tardi fu raggiunto da Sophie. Avendo il Duca la moglie separata e era ancora in vita, e oltretutto di fede cattolica, era impossibile prendere  in considerazione il divorzio, così Sophie fu  spacciata in società come sua figlia naturale. 

Per assicurarsi che Sophie  vivesse nelle immediate vicinanze del suo amante, tuttavia, organizzarono  un piano in base al quale la giovane donna avrebbe sposato qualcuno vicino al Duca come il suo aiutante di campo personale. Lo scopo fu raggiunto quando  Sophie venne data in sposa ad Adrien Victor de Feuchères, un giovane ufficiale delle Guardie Reali. Sia Sophie che il suo nuovo marito furono elevati al rango di nobili tanto che assunse il titolo di Sophia Baronne de Feuchères, nome con il quale sarà conosciuta d’ora in avanti e venne  accolta con tutti gli onori alla corte di Luigi XVIII. 

La tresca fu presto scoperta e vi fu uno scandalo che portò al bando di Sophie dalla società per un po’. Ricomparve a Chantilly tanto da esserne soprannominata la Regina quando il Duca, alla morte del padre, divenne Principe.

Sophie Dawes, Baronne de Feuchères - Wikipedia

Il Principe di Condé invecchiava e si interessava sempre più alle attività di caccia e carte da gioco, allora Sophie pensò bene di ingannare il tempo immergendosi nel turbolento e pericoloso mondo della politica francese. Divenne strettamente alleata di coloro che alla fine sarebbero arrivati ​​al potere in quella che divenne la Rivoluzione di luglio del 1830. Il più influente di questi fu il famigerato nobile Charles Maurice de Talleyrand. La loro alleanza sarebbe stata cementata da un matrimonio tra i rispettivi nipoti. 

Alzò di molto il tiro quando strinse un forte rapporto di amicizia con la famiglia di uno dei parenti nobili del principe, il futuro re dei francesi, Luigi Filippo d ‘ Orléans. 

A questo punto si verificò un episodio poco chiaro.

Sophie cercò di persuadere il principe. di Condè, che era senza erede legittimo, a lasciare in eredità la maggior parte delle sue vaste ricchezze e proprietà, non solo a lei, ma a uno dei figli di Luigi Filippo, il duca d’Aumale. Il principe, sebbene avesse accettato sulle prime, non ne era però del tutto convinto. Nel 1830 era piuttosto anziano e fragile, e si vocifera che stesse considerando di fuggire in Inghilterra e forse di cambiare la sua volontà. Louis Philippe e la sua famiglia erano, come prevedibile, più che allarmati da questa prospettiva.

Accadde che  poco dopo che il principe fu trovato morto una mattina nella sua camera, un cappio improvvisato di fazzoletti al collo attaccato alle chiusure di una finestra. Sophie fu dapprima sospettata di omicidio e poi scagionata; il caso fu chiuso con un verdetto di suicidio, ma in Francia la morte del principe fece scalpore.

Memorials and Monuments on the Isle of Wight - St Helens Village ...

 

 Sophie pensò bene di fare ritorno alla natia  St Helens e di finire lì i suoi giorni godendosi l’eredità del suo principe.Si assicurò che la sua famiglia fosse ben sistemata; acquistò proprietà a Londra e nel Dorset e mandò la sua anziana madre, che l’aveva sempre seguita, in un convento. Successivamente, ha donato gran parte della sua vasta ricchezza a cause caritatevoli e nel 1840 è morta improvvisamente per una malattia al cuore.

 

Discover 28 Beautiful Castles in France | Grand staircase ...

 

La storia del Castello di Chantilly continua…

 

://sophiedawestrail.com/sophie-dawes-history.html

Henry James e l’Italia

Henry James e l'Italia - Edizioni di Storia e Letteratura

 

Tra gli innamorati fedeli e sovente sconcertati del Vecchio Continente, è anche Henry James, il quale tuttavia occupa una posizione particolare di “pellegrino appassionato”, come il protagonista del racconto omonimo, più di ogni altro, per usare una sua frase, egli si permeò d’Europa tanto che, facendo propria la squisita raffinatezza delle forme artistiche europee vi eserciterà una influenza che dura ancora oggi.

Si apre così il saggio di Cristina Giorcelli, dedicato a Henry James e l’Italia, che cerca di spiegare come è stato il complesso rapporto dello scrittore anglo-americano e il nostro Paese.

Egli fu un pellegrino appassionato perché ha fatto del viaggiare un’arte: non era il suo l’inconcludente errare di un animo inquieto né l’insensibile smania di affastellare impressioni, ma il modo più legittimo di conoscere, approfondire, risalire dagli oggetti conosciuti all’anima che li ha prodotti.

È vero che James si stabilì per lunghi periodi anche in Inghilterra e in Francia, ma è l’Italia quella che ricorderà con maggiore nostalgia fino alla fine dei suoi giorni e che rimarrà sempre legata all’idea di bellezza e giovinezza. Amò appassionatamente l’Italia che rappresentava per lui la bellezza, l’arte, la tradizione, tutto ciò che rende la vita splendida e piacevole e la visitò più volte, ben 14, dal 1869 al 1907, arrivando a conoscere bene alcune delle nostre città principali e il nostro patrimonio artistico che riteneva a esse indissolubilmente legato. Firenze, Roma e Venezia furono elette subito a sue preferite.

Questo studio si basa principalmente su Italian Hours, la raccolta di saggi che James dedicò espressamente all’Italia e scrisse in diversi momenti della sua vita e abbracciano un periodo che va dal 1872 al 1909. Destinati a un pubblico americano, essi illustrano fedelmente il suo modo di intendere il nostro paese: i suoi giudizi, le minuziose descrizioni di monumenti e opere d’arte, le caratterizzazioni del paesaggio, secondo la più riconosciuta tradizione del viaggiatore-scrittore, nel suo inconfondibile stile elegante e simbolico.

Le vere signore non viaggiano

 

Perché mai una donna rispettabile e appagata dalle gioie familiari e domestiche dovrebbe fare qualcosa di così disdicevole, sconvolgente e inadatto    a una signora come viaggiare all’estero?

Le vere signore non viaggiano.

O così perlomeno si diceva tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.

Le testimonianze delle autrici dei testi raccolti in questa antologia ci dimostrano invece sino a che punto i limiti imposti dalle convenzioni dell’epoca potessero essere superati con una buona dose di coraggio, di intraprendenza e soprattutto, di ironia.

Ne risulta una serie di quadretti   davvero spassosi che disegnano una mappa “femminile” del mondo e della condizione della donna – viaggiatrice nel corso dei secoli.

 

Si tratta di ben 35 autrici di racconti di viaggio provenienti da tutte le parti del mondo, qualcuna famosa come la Regina Vittoria in persona, qualcuna meno, qualcuna scrittrice affermata, qualcuna improvvisata.  Emily Eden, Frances Elliot, Mary Shelley, Amelia Edwards sono solo alcuni dei nomi che ho riconosciuto e di cui conoscevo la passione per i viaggi.

 

A Roma Mary Berry viene affascinata dalla sontuosità dei drappi di velluto rosso di cui è ornata la basilica di San Pietro durante le celebrazioni del Natale, Mary Shelley lamenta le enormi difficoltà con cui riescono in Svizzera a provvedere alle più elementari necessità materiali come cucinare e riscaldarsi.

Non meno preziosi sono i consigli di Agnes Smith che ci raccomanda di imparare bene le lingue straniere prima di intraprendere un viaggio all’estero e di dividersi bene i compiti tra chi organizza gli itinerari, chi amministra le spese  e chi gestisce l’organizzazione del gruppo.

Naturalmente una signora che intraprenda un viaggio sulle Alpi dovrà indossare un cappello a tesa larga, per evitare l’impaccio di un parasole. Dovrebbe inoltre portare un vestito di lana leggera che, in caso di cattivo tempo, dopo essersi inzuppato e asciugato, non sia in condizioni pietose

Quando si sta all’estero bisogna abbandonare molte buone abitudini e comodità, perciò in Islanda ci si dovrà adattare a cavalcare su una sella maschile, fare buon viso a cattivo gioco durante la corrida in Spagna o una visita alla cripta degli orrori in Austria, avvicinarsi ai monasteri del Monte Athos in Grecia quel tanto per scoprire perché la presenza femminile ne è così severamente bandita, fare amicizia con un cammello che ti odia sin dall’inizio in Egitto, esaminare gli abiti e le acconciature della donne turche, le tediose abitudini delle donne persiane, osservare i modi per sconfiggere i quaranta gradi di Delhi e le rigide temperature dell’Himalaya durante una battuta di caccia.

Tutto questo e molto di più viene raccontato nel piccolo scrigno che dischiude per noi tante interessanti finestre sul mondo.

Perché, se le vere signore non viaggiano, le vere signore poi raccontano!.

 

 

 

 

 

Natale a Thompson Hall e altri racconti di Anthony Trollope

Natale a Thompson Hall di Anthony Trollope - Sellerio

 

Anthony Trollope

Natale a Thompson Hall

Traduzione dall’inglese di Chiara Rizzuto

Titolo originale: Christmas at Thompson Hall and other Christmas Stories

 

Il vischio e gli enormi tacchini, giganteschi budini e gelidi castelli. Il tradizionale Natale inglese ottocentesco in 5 racconti di un grande della letteratura vittoriana.

 

«Non preciserò l’anno esatto per evitare che i più curiosi indaghino sulle circostanze di questa storia, venendo così a conoscenza di dettagli che non desidero siano divulgati». Ecco come Anthony Trollope, uno dei grandi vittoriani assieme a Dickens e Thackeray, introduce i lettori nel suo piacevole, riposante conversare. L’immagine che offre è quella di un arguto signore che riferisce intricati fatti altrui come se non fosse lui ad inventarseli, ma ne venisse informato solo grazie a precisi rapporti, anche un po’ pettegoli. E la nascosta perfidia, che insinua dentro la tolleranza verso i difetti di tutti, è forse più percepibile a noi posteri che non ai suoi contemporanei.
In questi racconti la lente dell’analisi sociale si concentra di più sulle classi dei piccoli possidenti. Specialmente sulle donne, che erano le sue grandi lettrici. La signora Brown (Thompson da nubile) è entrata per errore nella stanza di un estraneo mentre dorme, applicandogli in viso un unguento destinato al marito: da qui un catastrofico sviluppo di complicazioni. Il giovane Maurice ha detto, per leggerezza, che il Natale è una noia e questo, la pia Isabel, che lo ama alla follia, non potrebbe accettarlo. Elizabeth è convinta che una brava ragazza non può essere felice, per questo rifiuta il suo adorato Godfrey. E altri quadretti, tutti ambientati nel Natale, che rappresentano senza ammetterlo com’era inutilmente arzigogolato essere donna e per bene in età vittoriana.

La scheda della Casa Editrice accenna l’argomento dei cinque racconti, scritti evidentemente con un registro molto diverso fra loro ma accomunati dall’unico tema natalizio e dall’inconfondibile tocco umoristico di Anthony Trollope. Ecco i loro titoli:

Natale a Thompson Hall

 Natale a Kirby Cottage

Il ramo di vischio

I due generali

Neanche per sogno 

A parte “I due generali” -racconto ambientato durante la guerra di Secessione in America- gli altri sono quadretti di piacevolezza unica. Sottotitolato Una storia di Natale della guerra in Kentucky,   il quarto racconto narra di due fratelli che sono divisi dalle loro opposte idee politiche e dopo essersi contesi la donna da sposare, nominati entrambi generali si trovano sul campo uno contro l’altro.

Il primo che ritengo il più spassoso si basa su uno scambio di persona. La signora Brown si trova in un albergo e per curare il raffreddore del marito che minaccia di non farle raggiungere i parenti Thompson, si avventura di notte nella sala del ristorante in cerca di senape per fargli un’applicazione espettorante, ma perde la strada ed entra in camera di un altro   signore. Da qui inizia una spiacevole -per noi divertente- serie di complicazioni che ci accompagnerà fino alla fine del racconto ansiosi di scoprire come si risolverà!

Da quando si era sposata, ormai quasi otto anni prima, la signora Brown non aveva mai trascorso un Natale in Inghilterra. Ne aveva spesso ventilato la possibilità, nel profondo agognava quelle festività fatte di agrifoglio  e tortine natalizie.A Thompson Hall si erano sempre tenute riunioni di famiglia, sebbene non così rilevanti, non così importanti come quella che stava per avere luogo. Più di una volta lei aveva espresso il desiderio di rivivere il Natale di un tempo nella vecchia casa tra le vecchie facce. Ma il marito, per rimanere tra le delizie di Pau, aveva sempre addotto come pretesto una certa cagionevolezza della gola e del cuore. Anno dopo anno lei aveva ceduto, e adesso era giunta questa solenne convocazione.

A Kirkby Cottage l’uscita infelice di Maurice Archer, ospite presso i Lownd, che definisce il Natale una noia, rischia di mandare in fumo i suoi sogni romantici con Isabel la loro figlia maggiore.

Per lei il Natale era una faccenda molto importante: una festa in cui l’arrosto di manzo e il plumpudding avevano senza dubbio una grande rilevanza, ma che non potevano certo esserne considerati l’essenza, come invece aveva detto lui. Il Natale, una noia! No, un uomo che considerava il Natale una noia     non avrebbe mai dovuto essere più che un conoscente per lei ascoltò la sua spiegazione, poi lasciò la stanza, sdegnata.         

 

Elizabeth Garrow è votata alla pericolosa del sacrificio e decisa a negarsi ogni più piccola gioia, anche se dovesse andarne della sua vita. Per fortuna è circondata da persone più ragionevoli che raggirandola riescono a farle accettare la proposta di nozze che desidera sopra ogni cosa proprio sotto al ramo di vischio che all’inizio aveva considerato un’offesa al suo decoro puritano.

Elizabeth Garrow era una brava ragazza, ma verrebbe da chiedersi se non fosse troppo una brava ragazza. Aveva imparato, o credeva di aver imparato che la maggior parte delle ragazze sono insulse, sciocche e inutili, dedite principalmente a rincorrere il piacere e a desiderare di avere degli innamorati e aveva deciso che non sarebbe stata come loro.      

Con umoristica ciclicità la risposta “Neanche per sogno!” apre e chiude il racconto omonimo: è quella che viene pronunciata all’inizio da uno dei due cognati ingenerando tra loro uno spiacevole dissapore. E poi tornerà alla fine per chiudere il cerchio sull’episodio.

Spuntano qua e là i riferimenti alla precisa ritualità del Natale, il menù consolidato, la partecipazione alla funzione, gli addobbi della casa e della chiesa, tutto condito da un generale e aleggiante spirito natalizio benefico di concordia e pace, condito da un po’ di ironia.

Per rivivere le atmosfere del Natale anche fuori stagione e per sorridere in ogni caso.

 

Accessori della moda Regency

Handkerchief
Portare un fazzoletto, un quadrato di tessuto a volte riccamente ricamato e colorato, era comune per le donne durante l’Era della Reggenza anche se non è un’esclusiva di quel periodo perché la regina Elisabetta I portava fazzoletti riccamente decorati. A parte quindi il loro scopo originale in gran parte utilitaristico, il fazzoletto divenne un simbolo sociale attraverso il quale mandare un messaggio agli altri.
Peigne d'Or, Fichu, Costume Parisiene
Fichu

Un fichu è un tipo di foulard di tessuto leggero, solitamente di chiffon, piegato a metà per creare una forma triangolare, prima di indossarlo. Veniva portato sopra le spalle e legato in un nodo sul davanti, o tenuto chiuso con una spilla.

Il termine “fichu” deriva dal participio passato della parola francese “ficher,” che significa “da risolvere”, da non confondere con il termine francese “fichu”, che significa “maledetto”.

Prima del 1700, il fichu era generalmente indossato da servitori e signore anziane, poi gradatamente divenne sempre più popolare anche tra le classi più ricche.

 

Pasley Shawl

Paisley Shawls in the Regency

 

Al Paragon abbiamo incontrato Mrs Foley e Mrs Dowdeswell con il suo scialle giallo svolazzante (Jane Austen a Cassandra, il 17 maggio 1799)

Dal 1800 al 1850 circa, i tessitori della città di Paisley nel Renfrewshire, in Scozia, divennero i principali produttori di questi scialli a cinque colori.  Nel XIX secolo la produzione europea di Paisley aumentò, in particolare nella città scozzese da cui il modello prende il suo nome moderno. I soldati di ritorno dalle colonie portarono a casa scialli di lana cashmere dall’India e la East India Company ne importò di più. Il design è stato copiato dai costosi scialli di seta e lana del Kashmir e adattato. 

 

 

Buffon

E’ un dettaglio ornamentale degli abiti da sera.

“Abito tondo di raso in celeste; rifinito attorno al bordo con un ampio ornamento Buffon pieno di tessuto increspato bianco elegantemente intervallato da un nuovo tipo di rifinitura in seta del colore del vestito”

 

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Mob Cap

Da quando sono tornato a casa mi sono fatto due o tre cappellini da indossare la sera…

Si tratta di un berretto di stoffa rotondo, arricciato o pieghettato (di solito di lino) costituito da un cappuccio per coprire i capelli, un bordo arricciato e (spesso) una fascia di nastro, indossata da donne sposate. Era un articolo che si indossa in casa e spesso veniva indossato sotto al cappello per le uscite. 

Durante la Rivoluzione francese, il nome “Mob Cap” era indossato dalle donne più povere coinvolte nei disordini poi l’uso si diffuse nella classe media e persino per l’aristocrazia dall’inizio del secolo.

 

Regency Fashion: The Bandeau Hair Accessory | Jane Austen's World

 

Bandeau

Il nome deriva dalla parola francese per “striscia” e implicava avvolgimento di un nastro, ornato, ad avvolgere la pettinatura  intorno alla testa (a volte anche sulla fronte), la cui acconciatura veniva  definita “à la Grecque”. 

 

Fonte: janeausten.co.uk

Un’artista di primissimo ordine. Jane Austen.

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Ella sarebbe divenuta la predecessora di Henry James e di Proust […], la più perfetta artista fra le donne, la scrittrice, i cui libri sono tutti immortali, morì proprio quando cominciava a sentire fiducia nel successo.

Il 18 luglio 1817 moriva Jane Austen e e con lei tutte le certezze che quanto asserito sopra da Virginia Woolf si sarebbe avverato se solo ella avesse avuto dal destino il dono di una vita più longeva.

Per quasi mezzo secolo l’Inghilterra ha ospitato un’artista di primissimo ordine, le cui opere sono circolate in lungo e in largo, i cui meriti sono stati vivamente apprezzati e il cui nome ancora non trova posto sulla bocca della gente.

G. H. Lewes lo attribuisce alla scarsità delle informazioni circolanti su di lei ma semplicemente credo sia da attribuirsi al fatto che i suoi romanzi erano scritti da una Signora e i colleghi uomini non la avrebbero mai accolta nel loro Olimpo.

Poco dopo la pubblicazione di Emma comparvero i sintomi di un declino inevitabile. Nel maggio 1817 fu trasferita a Winchester, così che potesse ricevere visite mediche costanti. Si dice che abbia sofferto tanto, ma con rassegnazione. Pronunciò le sue ultime parole, “non desidero altro che morire”, il 18 luglio 1817, un venerdì; poco dopo morì tra le braccia della sorella. Il suo corpo riposa nella Cattedrale di Winchester.

 

Jane Austen - Tour and Tea - Winchester Cathedral

 

I nipoti misero a disposizione i loro ricordi  perché il nome di Jane Austen sopravvivesse a tutti loro:  Caroline  Austen aveva appena dodici anni quando lei morì, ma il ritratto che formula è lucido e affettuoso allo stesso tempo, con uno scopo precipuo:

Dalla sua morte, il pubblico l’ha inserita in prima fila tra i romanzieri del suo tempo, assegnandole, posso dirlo, il primo posto tra di loro; e non può che essere giusto che almeno qualche ricordo resti tra noi della sua vita e del suo carattere, e che lei stessa non sia dimenticata dai suoi discendenti più prossimi, mentre le sue opere ancora vivono, e ancora diffondono la sua fama ovunque siano letti libri inglesi.

Lei che era stata una camminatrice instancabile, ridotta a compiere le sue passeggiate su un carretto trainato da un asinello e in casa stava spesso sdraiata su delle sedie accostate per non occupare il divano. Alla nipote potevano sembrare atteggiamenti curiosi della zia ma nascondevano i segni di un progressivo peggioramento delle sue condizioni di salute:

Nelle mie visite successive al Chawton Cottage, ricordo che zia Jane era solita stare spesso sdraiata dopo il pranzo. Anche mia nonna si metteva di frequente sul divano, a volte di pomeriggio, a volte di sera, non in un momento preciso della giornata. Per la sua età era in buona salute, e spesso lavorava per ore in giardino, e naturalmente dopo aveva voglia di riposare. C’era un solo divano nella stanza, e zia Jane si sdraiava su tre sedie che sistemava per sé. Credo che avesse un cuscino, ma non sembrava una sistemazione comoda. Lo chiamava il suo divano, e persino quando l’altro era libero non lo occupava mai. Sembrava voler far credere di preferire le sedie.

Mi meravigliavo continuamente, poiché il vero divano era di frequente libero, eppure lei si sdraiava in quel modo così scomodo. Spesso le chiedevo come potevano piacerle di più le sedie, e immagino che la infastidii fino a farmi dire il motivo di quella scelta, ovvero che se avesse mai usato il divano, la nonna l’avrebbe lasciato libero per lei, e non ci si sarebbe sdraiata, come era solita fare, anche quando ne avesse avuto voglia.

Dopo un inizio d’anno ingannevole in cui la zia le scriveva illusoriamente di sentirsi più in forze, la visita della nipote Caroline in aprile mette di fronte alla dura realtà di una malattia che sta degenerando:

Era rinchiusa in camera sua ma disse che ci avrebbe visto volentieri, e andammo da lei. Era in vestaglia ed era seduta in poltrona proprio come un’invalida, ma si alzò e ci salutò con molta gentilezza, e poi, indicando le sedie che erano state sistemate per noi accanto al fuoco, disse, “C’è una sedia per la signora sposata, e uno sgabellino per te, Caroline.” È strano, ma queste parole scherzose sono le ultime che ricordo di lei, perché non ho serbato memoria di nulla di ciò che fu detto nella conversazione che naturalmente seguì.

Ero rimasta colpita dal cambiamento che c’era stato in lei. Era molto pallida, la voce era debole e bassa, e sembrava debilitata e sofferente; ma mi è stato detto che non ebbe mai dei veri dolori.

Non era in grado di fare lo sforzo di chiacchierare con noi, e la nostra visita nella stanza della malata fu molto breve. La zia Cassandra ci fece presto andar via. Credo che non restammo per più di un quarto d’ora, e non rividi più la zia Jane.

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Il trasferimento a Winchester di Jane e Cassandra per consultare un altro medico non dà le speranze accarezzate:

Mr. Lyford era ritenuto molto bravo, tanto da essere generalmente chiamato anche da molto lontano, per fornire la sua opinione in caso di gravi malattie.

Nelle fasi iniziali della sua malattia, mia zia si era avvalsa della consulenza, a Londra, di uno dei più eminenti medici dell’epoca.

Zia Cassandra, naturalmente, accompagnò la sorella e presero alloggio a College Street. Le loro grandi amiche Mrs. Heathcote e Miss Bigg, che allora vivevano vicino alla cattedrale, avevano preso gli accordi per conto loro, e fecero tutto ciò era in loro potere per favorirne le comodità durante il triste soggiorno a Winchester.

Mr. Lyford non poté dare speranze di guarigione.

 

La diagnosi purtroppo si avvera anche prima del previsto:

Ma presto, e all’improvviso, ci fu un grande cambiamento; senza apparentemente molte sofferenze, declinò rapidamente. Mr. Lyford, quando la vide, non poté dare ulteriori speranze, e lei deve aver percepito il suo stato, poiché quando lui le chiese se volesse qualcosa, lei rispose, “Nulla se non la morte.” Queste furono le sue ultime parole.

La vegliarono tutta la notte, e tranquilla e in pace esalò l’ultimo respiro la mattina del 18 luglio 1817.

Non ho certo bisogno di dire quanto fosse teneramente amata dalla sua famiglia. I fratelli erano molto fieri di lei. La sua fama letteraria, alla fine della sua vita, si stava appena diffondendo, ma erano fieri del suo talento, che essi persino allora stimavano molto, fieri delle sue virtù domestiche, del suo spirito allegro, del suo bell’aspetto, e tutti amavano in seguito immaginare una somiglianza in qualcuna delle loro figlie con la cara “zia Jane”, della quale comunque non si aspettavano di trovare l’eguale.

 

Per i brani

Romina Angelici, Jane Austen. Donna e scrittrice, flowered, Roma, 2017;

Caroline Austen, Mia zia Jane Austen. Ricordi,  tradotto da Giuseppe Ierolli e disponibile sul sito: jausten.it

Fiori d’arancio nell’Essex

Pin su Literary Romance - collana editoriale

 

Questo libro è stato composto durante il periodo di isolamento dovuto alla pandemia da Coronavirus, quando ho pensato di far vivere una nuova avventura alla debuttante dell’Essex che i miei lettori hanno saputo amare nei romanzi precedenti.

 

Non c’è mai un momento di pace a Graystone Manor quando l’esuberante Alex è nei paraggi. Ancora una volta, tra incomprensioni e supposizioni errate, la giovane saprà creare scompiglio e l’arrivo di Henry Scott, fratello del suo promesso sposo Frank, mescolerà le carte in tavola…

Oltre alla coppia di Lady Celandine e Lord Clerke che già conosciamo, arriveranno infatti nuovi personaggi con i quali Alex si divertirà a movimentare le sue giornate mai scontate, come gli sviluppi finali che li attendono.

Fiori d'arancio nell'Essex di Romina Angelici – SEGNALAZIONE ...

 

Nell’augurarvi buona lettura spero di fare cosa gradita riportando alcuni giudizi di chi lo ha già letto:

 

Valentina Fontan

Come anche i due volumi precedenti, ho amato le storie, i personaggi, gli intrighi e le descrizioni degli ambienti. L’autrice ha una buona capacità di coinvolgimento che fa entrare la lettrice nello spirito dei romanzi.

 

Piera

Seconda avventura per la nostra ex debuttante che nemmeno l’essere riuscita a fidanzarsi con il giovane di cui è innamorata, riesce ad avere quella tranquillità che potrebbe servirle per non gettare al vento tutto ciò che ha ottenuto. Sì, perché la nostra Alex non si ferma a pensare ma agisce e basta. Anche questa volta coinvolge la zia Cyd e Lord Clerke, nonché il fratello Andy. Ma tutto è bene quel che finisce bene e in più abbiamo la possibilità di conoscere due nuovi personaggi con caratteri e mire diverse. Non dico altro per non togliere, a chi leggerà il nuovo romanzo di Romina Angelici, la possibilità di scoprire ciò che di strano avviene in “Fiori d’arancio nell’Essex”. Come sempre è un piacere leggere l’autrice perchè ogni suo romanzo è un’immersione in un mondo apparentemente tranquillo ma con le sue regole e i suoi tempi ben precisi. La descrizione dei caratteri e delle ambientazioni sono un punto di forza del romanzo e sono talmente ben fatte che sembra di vivere e di partecipare alla quotidianità dei vari personaggi. Da lettrice non mi dispiacerebbe ritrovare tutti in un’altra avventura!

Cassandra

Io ormai sono un’affezionata fan della serie dell’Essex nata dalla penna di Romina Angelici. Dopo “La debuttante dell’Essex” e l’intermezzo natalizio “Natale a Graystone Manor” non potevo non leggere anche “Fiori d’arancio nell’Essex” di cui sono rimasta pienamente soddisfatta come del resto era già accaduto per i volumi precedenti. Oltre ai Gray, ai Clerke e a Frank Scott che abbiamo conosciuto nei due romanzi prima citati, in questo terzo capitolo della serie ci vengono presentati un paio di personaggi nuovi: Eliza Fitzroy e Henry Scott … (continua)

Simona

Leggo sempre con piacere i romanzi di Romina Angelici e aspettavo con ansia il seguito de La debuttante dell’Essex.
Alex ci farà sorridere anche questa volta, imprevedibile come sempre!
Atmosfere ben descritte sullo sfondo di una storia che sa emozionare e coinvolgere.
Da leggere se avete amato e, perché no, simpatizzato con la nostra Alex!

 

Eleonora

La storia de “La debuttante dell’Essex” trova una degna e lieta conclusione con questo volume, la cui trama mostra un’ulteriore (ma piacevole) complessità rispetto ai precedenti, e promette di far trascorrere diverse ore in allegria immersi in un’autentica atmosfera Regency. Tutti i nostalgici di Jane Austen troveranno in Alex una degna erede di Emma!