Archivio | agosto 2014

Prime catastrofiche impressioni di Cinzia Giorgio

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Ebbene sì Cinzia Giorgio ha dato vita, e voce, alla nuova Bridget Jones italiana: Isabella Boschi, dal nome poco romantico, dalla professione improbabile (house-sitter), zitella (non per scelta), non particolarmente appariscente. Una somma di negazioni che ne fanno un personaggio veramente accattivante: imbranata ma anche sensuale, goffa e insicura che si rivela al momento giusto efficiente ed affidabile.

Non solo la trasposizione dell’intreccio di Orgoglio e Pregiudizio –cui l’autrice si rifà espressamente- è perfettamente adattata a situazioni, contesti e tipologie caratteriali moderne, ma l’incessante parlottare di Isabella tra sé e sé, con le sue visioni, ce la rende irresistibilmente simpatica. Divertenti sono le sue battute, i commenti pensati e quelli pronunciati effettivamente corrono di pari passo secondo un doppio registro davvero spassoso. Ho trovato gradevoli anche le contaminazioni esterne (che sono un po’ anche il risultato di una regia attenta a non rovinare per nessun motivo l’adattamento dell’originale) come ad esempio l’inserimento del ballo in maschera nei pressi di Venezia e l’aver individuato il corrispettivo italiano della dimora di Pemberley nella Villa veneta palladiana.

Devo confessare che anch’io ho dovuto superare le “prime catastrofiche impressioni” poiché da purista janeite non apprezzo –tranne rarissime eccezioni- i derivati, inspired vari, ma in questo caso sono stata felicissima di ricredermi conquistata dall’idea intelligente, dallo stile spigliato, dalla prosa scorrevole e appropriata (che non cercava di scimmiottare quella del XIX secolo per poi risultare un fastidiosissimo ibrido). Il romanzo potrebbe fare benissimo a meno di queste visioni fugaci che appaiono qua e là e instaurano fittizi dialoghi tra la protagonista e i suoi alter-ego del momento, tutti immedesimati in personaggi di Orgoglio e Pregiudizio: la stessa Lizzie, Jane Bennet. Mrs Bennet e Darcy eletto a giudice insindacabile dell’appropriatezza o meno di ogni candidato-fidanzato. L’essere ricorsa a loro lo considero un vezzo dell’autrice o un modo di rendere omaggio al suo romanzo preferito sottolineandone il carattere ossessivo e immanente nella sua vita.

La narrazione è godibilissima e scorre tutta d’un fiato. Anche se si è consapevoli che ci attende un lieto fine, l’attenzione è comunque tenuta viva dall’interesse per gli espedienti usati per raggiungerlo e comunque ci dispiacerà congedarci da Isabella alla quale ci siamo inevitabilmente affezionati.

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La sera

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Dardeggia il tramonto

Gli ultimi raggi

Si accendono i colori

della sera:

sobbolle il fuoco arancio

dalla coltre ovattata

il rosa imperla i tetti

delle case e delle chiese

le montagne profondono

inchini violacei

Timida è la sera

E senza vento

Contiene l’esplosione del giorno

In un abbraccio

Soffuso di azzurra felicità.

Un incantevole meriggio*

La luce piena del meriggio

Restituisce colori brillanti

Ad un quadro opaco.

Il limpido vento di Maestrale

Ha spazzato lo sfondo di vuoto azzurro

su cui alberi e case

in forme geometriche si incastrano

Nel seno della valle.

Nel giardino fiammeggiante

la tamerice si accende di rosa,

il riverbero del sole

Filtra dai cespugli odorosi

Attraverso ombre che accarezzano il prato.

Al fruscio delle foglie

Risponde il canto dei grilli e delle cicale

sottofondo musicale

che con un dolce cullare

Al sonno induce.

Laggiù in lontananza riposa il mare

E riversa sulle colline

I suoi placidi riflessi turchini.

 

*omaggio ad Elizabeth von Arnim, Un incantevole aprile.

Indovinelli

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Hai mai giocato ad immaginare
Le forme degli alberi
Come si faceva da bambini
Con le nuvole in viaggio?
Eccole scorrere veloci:
quella di un cavaliere con il suo destriero
questa di una scarpa con il tacco
una di un cigno elegante
l’altra di un drago lanciafiamme.
Lassù sul dorso del monte sdraiato
C’è un gatto di fianco
che muove la coda annoiato.
Dalla sommità le conifere sguainano
Le loro spade acuminate
E tante braccia salutano festanti
Il mio passaggio.
Intanto la luna assiste benigna
All’illusorio indovinello:
La faccia paffuta e lo sguardo pensoso
Rivolge il profilo migliore
E arricciando il naso aquilino
Abbozza un complice sorriso.

S. Lorenzo al Castello di Montalto (Cessapalombo – MC)

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Tace il campanile della pieve
mentre la sera si popola di ombre.
Sul castello abbandonato
si leva la luna nel vespro
irrora di luce lattea le pietre diroccate
tra i cespugli di ginestra.
E’ la notte della stelle.
Un frammento si stacca dal cielo
per spegnersi nel buio della montagna addormentata.
Domani sboccerà un desiderio
sulle ali di una farfalla.

Musica in collina

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Il tintinnio adamantino del pianoforte
Accende i riflettori
A lato della scena:
mi rivedo bambina
giocare intorno a quella panchina
spensierata ed erosa dal tempo.
Poi silenzio nell’aria sospesa.
Intermezzo tra l’adagio e l’allegro
Ma non troppo
Abissale vuoto
tra me e quella che ero
quando beata tra chiacchiere e balocchi
nella vita e nel futuro confidavo
ancora
e nella bontà e nel disinteresse
protetta da affetti burberi e puri
avvolta in pensieri semplici e sicuri.
Ma la corsa su scale musicali
Accarezzate come un arcobaleno incantato
Improvvisamente s’arresta e
Dispiega il sipario
su un passato già rappresentato,
il calore di quella tenerezza si disperde.
Cupe note riecheggiano come rintocchi
serrano lo spiraglio
entro cui filtravano i ricordi.
E spettatore ritorno.

Giovinezza

Oscillano
gli esili giunchi
dei giovani pioppi
disposti in filari ordinati
tentennanti lungo la strada.
Non sanno che
il vento strapazzerà le loro chiome
il sole ne seccherà le nutrienti radici
l’acqua eroderà l’argine che li sostiene
finché un’avida falce
reciderà le loro speranze
invano protese al cielo.