Archivio | gennaio 2018

Virginia Woolf

Risultati immagini per le onde virginia woolfSono la schiuma che invade e riempie di bianco gli orli più alti delle rocce.

Ondeggio. Mi increspo. Galleggio come una pianta nel fiume, scorro pur restando radicata.

La mente superficialmente scivola via come un corso d’acqua grigio pallido che riflette ciò che incontra.

Ma io sono consapevole del nostro effimero passaggio.

E vero, d’altronde, che non posso neppure negare il sentimento di una vita che per me si è ora misteriosamente dilatata. Forse perché posso avere dei figli, perché posso lanciare più in là la mia manciata di semi, oltre questa generazione, questo popolo assediato dalla morte, che pigia e si spinge per strada in una competizione senza fine?

Io dico che c’è un inganno, c’è un ghigno sinistro. Alle nostre spalle c’è chi si beffa di noi.

Com’è strano remare in mezzo alla folla vedendo la vita attraverso occhi vuoti, occhi che bruciano

Guardate il movimento del cielo, come rotolano in esso le grandi rotonde nuvole bianche.

Ho visto i miei figli, maschi e femmine, ravvolti come frutti nei loro lettini, rompere le maglie e venire a passeggio con me, gettano le loro ombre via via più lunghe sull’erba.

…quel plumbeo immenso deserto di acque

Immagine correlataOnde azzurre, onde verdi a ventaglio si aprivano a riva, accerchiando il cardo marino, cospargendo la spiaggia di pozze di luce poco profonde… Strisce d’ombra affilate striavano l’erba, e la rugiada posando leggera in cime ai fiori e alle foglie trasformò il giardino in un mosaico di scintille distinte, non ancora fuse in un tutto.

… Il sole distese lame più larghe sulla casa. La luce toccò qualcosa di verde all’angolo della finestra e lo trasformò in un grumo di smeraldo, una caverna di verde puro, simile a un frutto senza nocciolo. Affilò il profilo delle sedie e imbastì di fili d’oro sottili le tovaglie.

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Citazioni tratte dal suo romanzo più poetico, Le onde, (Ed. Einaudi), a cura di Nadia Fusini

Suggestioni italiane nel Grand Tour

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Non è una scoperta dei giorni nostri: gli inglesi o angloamericani sono sempre stati sensibili al fascino del nostro Paese. Ad attrarli la Toscana in particolare, forse perché con le sue verdi e sinuose colline, assomiglia molto alla campagna inglese, ma anche più diffusamente per il richiamo esercitato dai tesori di questa Terra. Se oggi i giornali non mancano di segnalare l’illustre acquisto di qualche villa nobiliare da parte di artisti famosi, alle cronache dei secoli scorsi passava inosservato il continuo arrivo di turisti inglesi o americani che poi sarebbero diventati, grazie anche a questo itinerario educativo,  scrittori celebri.

Nell’Ottocento non poteva mancare nel curriculum formativo di ogni rampollo di buona famiglia un viaggio culturale in Italia, paria dell’arte e della storia, scrigno della Bellezza. Tale forma di educazione intellettuale era prevista non solo nei romanzi (vedi Il pellegrinaggio del giovane Aroldo di G. Byron), ma ancora prima nella vita stessa degli scrittori era una tappa fondamentale. E. M. Forster vi trovò la propria vocazione letteraria e impresse in Camera con vista l’indefinibile incanto offertogli dalla finestra della pensione Bertolini che lo ospitò la prima volta durante la sua permanenza a Firenze.

A Firenze, più precisamente a Villa MerendaDavid Herbert Lawrence scrisse  e fece stampare, nel 1928, in forma privata, dal tipografo Pino Orioli, L’Amante di Lady Chatterley, bandito in Inghilterra con l’accusa di oscenità.

L’Italia non è solo luogo di estatiche contemplazioni, perché rimane un suolo straniero e come tale incomprensibile e insidioso non appena si dimentica il Baedeker: può diventare anche insensibile e cieca dinanzi alle tragedie che sul suo sfondo si consumano, come la Venezia cupa ed impassibile che assiste all’immolarsi dell’ereditiera ingannata ne Le ali della colomba di Henry James, oppure è complice della prigione dorata in cui è reclusa la Signora del suo romanzo più famoso (Ritratto di signora), vittima di un matrimonio infelice.

downloadSicuramente sensibili al fascino del Bel Paese, dai paesaggi al clima, dall’arte alla storia, dalle grandi città ai piccoli borghi incontaminati, questi autori stranieri hanno concetti piuttosto stereotipati dell’Italia e dell’italiano, come dimostra la Alcott (quella di Piccole Donne), quando abbandona il genere didascalico per il sentimentale, in Un lungo fatale inseguimento d’amore con cui il cattivo Phillip Tempest insegue la bella Rose in Europa e dovunque ella si nasconda –Francia, Italia, Germania- è puntualmente scovata da lui, come se il Vecchio Continente fosse, guardato da un cittadino americano che si capisce abituato alle grandi dimensioni  del Proprio, un grande paesone dove tutti si conoscono e sono riconoscibili, gli spazi sono, tutto sommato, esigui e praticabili e gli appartenenti ai vari popoli hanno le caratteristiche riconducibili a dei cliché predefiniti: in questa visione globalizzante, se i francesi sono galanti per antonomasia, agli italiani tocca la definizione di bruni e passionali, e delle nostre città è stato colto forse l’aspetto meno elegante quando si osserva, a proposito del cattivo odore, “quale si può trovare solo in una città italiana”, riferendosi nel quale caso –se può essere di qualche consolazione- a Nizza, che all’epoca apparteneva al Regno di Sardegna. Ma anche Louisa May sognava un viaggio in Europa con tappa d’obbligo in Italia –e se lo regalò con i successi di Piccole donne-, così come l’aveva fatto tanto desiderare a Jo March.

A interessare gli scrittori stranieri non solo le città a loro contemporanee, ma anche aspetti meno scontati e appariscenti di esse; ed eccone più d’uno cimentarsi nel cosiddetto romanzo storico sullo sfondo dell’Italia di varie epoche. George Eliot scelse quella del Savonarola, tornando più volte a Firenze per documentarsi dettagliatamente e reperire tutto il materiale possibile. Compose lì tutto il Romola che uscì in due puntate nel 1862 e nel 1863. 71OroCBkMCLEdith Wharton ambientò La Valle della decisione (1902) in un’Italia padana settecentesca, durante gli anni della rivoluzione francese, affrontando il conflitto generazionale tra vecchio e nuovo, tra reazionari e rivoluzionari. Il giovane Oscar Wilde a 24 anni componeva il poemetto intitolato Ravenna e vinceva il premio di poesia riservato a uno studente di Oxford. Più tardi (1883) l’attrice americana Mary Anderson gli avrebbe commissionato la tragedia La duchessa di Padova, ambientata nella seconda metà del Cinquecento nella cittadina veneta  di fantasia e che ricalca il drammatico epilogo di Romeo e Giulietta con la morte dei due amanti.

Il nostro Paese ha rappresentato nell’immaginario straniero la cura per ogni male, sia che fosse di natura fisica, sia di natura spirituale. imagesKatherine Mansfield, nata in Nuova Zelanda nel 1888 ma trasferitasi presto a Londra, venne a cercare sulla riviera italiana un po’ di sollievo al male che l’affliggeva e che le impediva di vivere quella vita vera che avrebbe voluto: “una vita piena, adulta, viva, completa, in stretto contatto con tutto ciò che amo: la terra e le sue meraviglie, il mare, il sole…” di cui l’Italia risplendeva.  Anche David Herbert Lawrence, affetto dalla tubercolosi, ricevette un po’ di giovamento dal clima più caldo dell’Italia meridionale, soggiornando a Napoli e a Taormina. Un curioso aneddoto che gli capitò di ascoltare o che gli fu narrato nel paese siciliano di una serpe venuta alla fonte ad abbeverarsi gli dettò la poesia La serpe che ripropone ancora una volta lo scontro tra istinto e razionalità, natura e uomo. L’Italia gli ispirò anche il suo quinto romanzo, La ragazza perduta: Alina segue il giovane italiano di cui è perdutamente innamorata nel suo paese d’origine, Picinisco (in provincia di Frosinone, ribattezzato Pescocalascio), povero e rozzo, dove però le è possibile esprimere senza conformismi la sua passione.

Oscar Wilde non cercava un clima più congeniale, per lui l’Italia era un paese straniero dove poter vivere ‘liberamente’ la sua relazione omosessuale con Alfred Douglas che in Patria gli era costata due anni di carcere ai lavori forzati. Il suo arrivo a Villa Giudice di Posillipo il 20 settembre 1897, non manca di essere oggetto di pettegolezzi anche da parte delle cronache italiane: il 7 ottobre Matilde Serao lo registrò su ‘Il mattino’. Wilde in verità non si mostrò tanto ammaliato dai luoghi, dalla costa amalfitana, da Capri, dalla Sicilia che poi visitò, essendo più sensibile al fascino mascolino dei giovanotti indigeni.

Se in alcuni le suggestioni derivate dalla nostra Terra hanno avuto immediata trasposizione scritta in innumerevoli appunti di viaggio, in altri l’influenza ha preso viali secondari, interiori, ma con esiti ugualmente profondi e irresistibili. Immancabilmente questi scrittori tornavano in Italia più volte, periodicamente, come Virginia Woolf con la sorella e poi con il marito, prediligendo proprio la Sicilia.

Dickens ha trentadue anni ed è reduce dal successo del Circolo Pickwick quando si stabilisce per due anni (1844-1845) a Genova e dalle lettere inviate agli amici in Inghilterra con il resoconto delle sue escursioni italiane, trasse Pictures from Italy che però non riscosse molto successo, e una serie di articoli pubblicati nel 1846 sul Daily News. Fecero altrettanto Lawrence, che trasfuse le sue impressioni di viaggio in saggi come Crepuscolo in Italia, Luoghi Etruschi e Mare e Sardegna, e la cosmopolita Edith Wharton, la quale fissò per iscritto gli appunti dettati da tante gite ed esplorazioni in Italian backgrounds (1905), manifestando però anche uno speciale interesse per l’aspetto architettonico e urbanistico delle città e delle loro ville che espresse, con acutezza, competenza gusto estetico e amore per l’eleganza, ne Italian villas and their gardens.

Venezia ha occupato sempre un posto particolare nelle preferenze di tali illustri turisti: Dickens l’ammira estasiato: “A vederla ti commuovi fino alle lacrime…”; “Le più sfrenate Mille e una notte sono nulla a confronto di San Marco e della prima impressione della chiesa…”. Byron vi rimase tre anni (1816-1819) e vi compose i primi due canti del Don Giovanni prima di stabilirsi a Pisa dove fondò con Shelley e Leigh Hunt la rivista The liberal uscita in un unico numero.

Ecco dunque rintracciato un denominatore comune a tanti scrittori così distinti e lontani tra loro, che hanno considerato una visita in Italia un fondamentale e propedeutico contributo alla loro carriera. Non è certo il singolo aneddoto a dover far riflettere, semmai il complessivo effetto catalizzante di un Paese su anime e intelletti diversi e di tutte le epoche. Oggi come allora si viene in Italia per ammirarne la ricchezza inestimabile in opere d’arte dell’uomo e della natura e questo bisogno è connaturato nell’animo umano sì come la sua sete di conoscenza e il suo anelito all’infinito.

Raccolta delle lettere di Lord Brabourne, pronipote di Jane Austen

Il recente lavoro di Giuseppe Ierolli mette insieme il materiale epistolare di cui il pronipote di Jane Austen, figlio dell’amatissima Fanny è venuto in possesso proprio grazie alla tenera corrispondenza scambiata tra zia e nipote unitamente alla trascrizione di quella intercorsa con altri membri della famiglia.

Lord Edward Brabourne (Edward Hugessen Knatchbull-Hugessen, 1829-1893) era figlio di Sir Edward Knatchbull, nono baronetto, e di Fanny Knight (fino al 1812 Austen), la figlia di Edward Austen, fratello di Jane Austen. Fu un uomo politico liberale e scrittore. Nel 1884 pubblicò la prima antologia di lettere della prozia Jane, con una parte biografica molto corposa, che permette di inserirla a pieno titolo tra i cosiddetti “memoir familiari”: così ce lo presenta Giuseppe Ierolli.

La raccolta di Lord Brabourne si apre con la dedica del volume a Sua Maestà La Regina:

Signora,

È stata la consapevolezza di come vostra Maestà apprezzi così tanto le opere di Jane Austen a incoraggiarmi a chiedere il permesso di dedicare a vostra Maestà questi volumi, contenenti numerose lettere di quell’autrice, delle quali, come suo pronipote, sono recentemente venuto in possesso. Le lettere sono pubblicate, con l’eccezione di pochissime omissioni che sono sembrate sicuramente opportune, proprio come furono scritte, e se in esse, o nei capitoli che le accompagnano, si dovesse trovare qualcosa che possa interessare o divertire vostra Maestà, mi riterrei doppiamente fortunato per essere stato il tramite per portarle all’attenzione di vostra Maestà.
Sono, Signora,
L’umilissimo e obbediente
suddito di vostra Maestà,

Brabourne

 

Come spiega il traduttore, Giuseppe Ierolli: “Lord Brabourne era un uomo politico che all’epoca della pubblicazione del volume aveva partecipato a diversi governi, era diventato pari del regno nel 1880, e quindi si presume che la dedica fosse un omaggio come tanti altri alla sovrana”.

Sicuramente la regina Vittoria leggeva Jane Austen visto che nelle pagine di diario del periodo in cui stava leggendo Jane Eyre (1858) si legge anche:“March 7. Began reading Jane Eyre to my dear Albert, having finished Northanger Abbey, one of Miss Austen’s admirable novels.”

La nota singolare di questa raccolta e che la rende gradevolissima sono i commenti e le spiegazioni inseriti da Lord Brabourne davanti a ciascun gruppo di lettere divise per anno, inserendo ogni tanto, a ulteriore riprova o approfondimento i riferimenti alle note del taccuino della propria madre che il più delle volte confermano, ma talora aggiungono anche qualche episodio meritevole di considerazione.

Lord Brabourne è moderatamente simpatico e sicuramente avrà ereditato dalla zia l’ironia che trapela nei commenti che si lascia sfuggire tra le righe o quando si perde a narrare qualche aneddoto che non c’entra molto con la vita di Jane Austen, ma è più inerente al contesto sociale del curatore.

Ho trascorso delle ore veramente piacevoli in compagnia di Jane Austen, ho percepito il suo entusiasmo tangibile della giovane ventunenne che flirta a un ballo con il bell’irlandese, la malinconica sorella che, stanca di stare sola a casa, reclama la compagnia di Cassandra spesso richiesta in visita presso il fratello Edward, l’indaffarata donna di lettere che in città deve sbrigare mille commissioni e si deve districare tra diversi impegni mondani e non.

È sempre un piacere ritrovare lo stile delle lettere di Jane Austen, quel modo di conversare per iscritto che rende tutto così vivido attraverso la sua penna e le sue espressioni sintetiche e argute, estremamente significative. Ho potuto gioire con la beata ospite a Godmersham padrona di tutto ciò che vede, circondata di comodità mentre gusta gelato e vino a volontà, o preoccuparmi da zia premurosa di far divagare i nipoti rimasti orfani della madre Elizabeth Bridges, moglie del fratello Edward. La particolarità di questa raccolta è quella di aver relegato in una corposa appendice tutta la corrispondenza intercorsa tra Fanny, la madre di Lord Brabourne e l’amata zia: la scelta può essere spiegata con quel puritanesimo tutto vittoriano di lasciare immacolata la reputazione della nobildonna che era sua madre, impegnata invece a dirimere l’incertezza del suo stato sentimentale con una tenera ma schietta confidente quale si rivela la zia Jane.

Non c’è niente di meglio che lavorare sulle fonti e sebbene questa collezione curata da Lord Brabourne non apporti materiale nuovo al precedente e complessivo epistolario già noto (già tradotto per intero dallo stesso G. Ierolli) toccare con mano gli originali, essere così vicini ai pensieri e ai sentimenti o anche alle battute della donna Jane Austen è qualcosa di puro ed emozionante.

L’elemento di maggior pregio di questo lavoro secondo me è l’introduzione che prepara alla lettura delle lettere scritte da Jane Austen e indirizzate per la maggior parte alla sorella Cassandra. Essa consiste di alcuni paragrafi esplicativi biografici, illustra le casate, i luoghi maggiormente frequentati da Jane Austen o interessati dai suoi riferimenti e i romanzi con l’analisi dei loro personaggi rispetto ai quali Lord Brabourne non resiste a mostrarci le sue personalissime preferenze. Affascinato da Darcy, convinto da Edmund Bertram, non sopporta Mr Knightley: forse perché perdutamente innamorato di Emma?!

Il testo tradotto è disponibile sul sito jausten.it curato da Giuseppe Ierolli -che si ringrazia-, in formato pdf, pubblicato da ilmiolibro; ne lascio il link: http://www.jausten.it/jamfbrabourne.html

Mary, a Fiction: l’occasione per chiedersi Mary Wollstonecraft e Jane Austen cos’hanno in comune?

35969129Una prosa disadorna e uno stile asciutto raccontano la storia di una fanciulla desiderosa di affetto e di compiacere gli altri. Mary Wollstonecraft dà il suo nome alla protagonista del suo romanzo, una giovane donna che paga lo scotto di un’educazione familiare sbagliata e piena di pregiudizi, condotta al matrimonio sulla base di un ricatto morale esercitato sulla sua natura emotiva e legata per sempre e suo malgrado a un uomo che non conosce e non ama.

Una storia scarna, che non indugia morbosamente nell’analisi dei sentimenti ma non disdegna l’impiego dei tipici topoi sentimentali (la malattia, l’amore sfortunato, l’amicizia come legame alternativo, il viaggio catartico) e a volte strizza l’occhio a qualche considerazione etica dell’autrice.

Tale è la natura umana, le cui leggi non possono certamente essere invertite per compiacere la nostra eroina, e arrestare lo svolgimento dei suoi pensieri: la felicità fiorisce soltanto in paradiso, non possiamo goderne nella vita (p. 25).

Oltre al fatto che i due romanzi di Mary Wollstonecraft sono intitolati Mary e Maria, si può rilevare che entrambi criticano il matrimonio, considerato un’istituzione patriarcale che ha deleteri effetti sulle donne. In Mary: A Fiction, la protagonista è costretta a un matrimonio di convenienza, senza amore, e deve così cercare di realizzare i propri desideri d’amore e di affetto fuori di esso in due amicizie romantiche a appassionate con una donna e con un uomo. Ma la sua integrità morale e il suo sentimento religioso non permetteranno di essere scalfita dalla tentazione.

La vita di Mary Wollstonecraft fu breve ma intensa e la protagonista la rispecchia nella sua generosità di slanci ma anche nel suo essere volitiva cogliendone al contempo quegli aspetti di ingenuità iniziali che qui sono portati a esempio e ammonimento educativo per le inesperte esponenti del cd. sesso debole.

Fu lasciata sola con i propri sentimenti: l’abitudine a riflettere su di essi li rafforzò, tanto che il suo carattere rapidamente si fece deciso e singolare. La sua mente era chiara e forte, quando non fosse oscurata dai moti del cuore; ma troppo era creatura d’impulso, e schiava della compassione (p. 12).

Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 27 aprile 175910 settembre 1797) filosofa e scrittrice britannica, è conosciuta per essere la madre della più famosa Mary, moglie del poeta Percy Shelley, autrice di Frankestein.

51jzkirTw+L._SX331_BO1,204,203,200_Ebbe una vita relativamente breve e avventurosa: dopo un’adolescenza passata in una famiglia condizionata dalla povertà e dall’alcolismo del padre, si rese indipendente con il proprio lavoro e un’istruzione formata attraverso i suoi studi personali. Visse amicizie di grandi dedizioni ed ebbe relazioni tempestose fino al matrimonio con il filosofo William Godwin, precursore dell’anarchismo, dal quale ebbe la figlia Mary, preconcepita.

Un’audacia enorme ci volle per sostenere nel suo libro A Vindication of the Rights of Woman, contro la prevalente opinione del tempo, che le donne non sono inferiori per natura agli uomini, anche se la diversa educazione a loro riservata nella società le pone, per colpa degli uomini, in una condizione di inferiorità e di subordinazione. Mary Wollstonecraft prendeva così apertamente posizione contro il tradizionale sistema educativo maschilista che voleva la donna qualcosa simile a un soprammobile, una compagnia docile per l’uomo, allevata solo per il matrimonio.

La Mary del libro non compie atti eroici o imprese straordinarie ma ricerca nell’amicizia di Ann un affetto sostitutivo di quello coniugale che le è precluso. Durante un lungo viaggio nel continente, per recare sollievo all’amica malata che necessita di un clima mite, conosce Henry, un gentiluomo discreto e riservato che riconosce come uno spirito affine con il quale, consapevole di non essere una donna libera, può accettare di avere solo un legame amicale casto e puro.

Non senza, però, lotta o un notevole sforzo interiore:

La tempesta del suo animo rendeva tutte le altre trascurabili: non gli elementi avversi temeva, ma se stessa! (p. 51).

La storia è pervasa da una triste atmosfera di rassegnazione che fa intravedere a Mary, rimasta ormai sola, un’unica via di uscita:

Pensava che si stava affrettando verso quel mondo ‘dove non si è sposate, né date in sposa’ (p. 93).

FANKNCASSebbene coeve, non ci sono prove della conoscenza diretta di Mary Wollstonecraft da parte di Jane Austen. Quanto alla conoscenza scritta, essa è molto probabile dato che Jane Austen leggeva di tutto. Se dovessimo affidarci alla rete familiare, secondo Clare Tomalin, Austen doveva conoscerla essendo stato un certo sir William, allievo del padre e amico dello zio Leigh Perrot, il benefattore di Mary Wollstonecraft che la seguì nel corso della convalescenza dopo il tentato suicidio.

Se dovessimo invece basarci sulle amicizie comuni, Maria Edgeworth mise alla berlina la Wollstonecraft, la cui reputazione fu rovinata dalla pubblicazione delle Memorie di Godwin, che ne svelano la condotta inaccettabile per i conformisti della buona società; la Edgeworth prese a modello la sua figura rappresentandola nel personaggio «bizzarro» di Harriet Freke del suo romanzo Belinda del 1801.

Altre scrittrici lette e citate da Jane Austen, come Mary Hays, Charlotte Turner Smith, Fanny Burney e Jane West misero in scena personaggi analoghi per impartire «una lezione di morale» alle loro lettrici. Fu così che le opere di Mary furono poco lette per tutto l’Ottocento perché «le sue critiche lasciano intendere o dichiarano che nessuna donna che abbia rispetto di sé leggerebbe i suoi scritti» grazie alle detrattrici, sue stesse colleghe.

Figlie dello stesso fine secolo dei lumi, Mary Wollstonecraft prese apertamente posizione sia nei fatti che nelle parole, Jane Austen preferì contenersi con più misura. Alcuni concetti di base come la affermazione del libero raziocinio della donna, la critica del mercato matrimoniale, la rivendicazione dell’autonomia femminile, sono trattati da entrambe anche se in modo diverso: Mary li affronta direttamente, Jane li aggira fingendo di conformarsi alla mentalità tradizionale.

Rivelatrice di questo punto di contatto tra le due scrittrici potrebbe essere la lettera del cap. Wentworth le cui parole appassionate ed emozionanti hanno fatto parlare di sensibility e romanticismo anche per l’algida Jane Austen. Bisogna riconoscere che quegli stessi accenti romantici vibravano già nella prosa di Wollstonecraft in cui si legge infatti:

L’amore è un bisogno del mio cuore. Negli ultimi tempi mi sono esaminata più attentamente di prima, e ho constatato che rendere inservibile la mente non basta a dare la calma. Cercando la pace, ho quasi distrutto tutta l’energia della mia anima – ho quasi sradicato quel che la rende degna di stima […] Diecimila sentimenti complessi e aggrovigliati mi urgono dentro, in questo momento, mi pesano sul cuore e mi oscurano la vista. Potremo mai ritrovarci di nuovo?

Il tono accorato con cui il cap. Wentworth si gioca l’ultima carta con Anne è molto simile:

Non posso più ascoltare in silenzio. Devo parlarvi, usando i mezzi che mi sono concessi. Voi ferite l’anima mia. Io sono per metà speranza e metà agonia. Non ditemi che è troppo tardi, che sentimenti così preziosi sono spariti per sempre. Mi offro a voi di nuovo, con un cuore che è vostro più ancora di quando, otto anni e mezzo fa, quasi lo spezzaste. Non osate dire che un uomo dimentica più in fretta di una donna, che il suo amore muore più presto. Non ho amato nessun’altra che voi. Posso essere stato ingiusto, sono stato debole e permaloso, ma mai incostante…

Il cap. Wentworth ritorna sulla dibattuta questione della differenza di genere uomo/donna e dell’attribuzione del primato della costanza in amore, e Anne Elliot, in risposta alle pretese del cap. Harville, la rivendica:

«Vi prego. Non parlate di esempi nei libri. Gli uomini hanno avuto, molto più di noi, la possibilità di narrare la loro storia. La penna è in mani maschili… Apprezzo tutti i sentimenti provati da uomini come voi. Credo voi uomini pronti ad ogni azione grande e buona nelle vostre vite coniugali; pronti ad affrontare ogni ardua prova, ogni difficoltà domestica, fino a che – se mi permette l’espressione – fino a che vi resta uno scopo, cioè finché vive la donna che amate, e vive per voi. Tutto il privilegio che rivendico al mio sesso… è quello di amare più a lungo, anche quando la vita e la speranza sono finite».

Non potendo sapere con certezza se Jane Austen avesse letto i testi di Wollstonecraft, possiamo però sapere che era venuta in contatto con quelle tesi poiché aveva una copia di Hermsprong di Robert Bage, del 1796, un romanzo filosofico che riprendeva le idee protofemministe di Mary.

Per una ragazza di buona famiglia che non firmava nemmeno i suoi romanzi scritti per passatempo o più precisamente usava la generica formula “by a lady”, dietro cui poteva nascondersi, sarebbe stato oltremodo compromettente ammettere identità di vedute con la compromessa autrice di A Vindication apostrofata come “P” prostituta per aver concepito due figli fuori dal matrimonio.

Ancora una volta è questione di stile: una scrittrice come Mary Wollstonecraft ha un ruolo dirompente nel panorama letterario, uno sguardo creatore che ha fatto della parola un momento di presa di coscienza e di realizzazione, mentre Jane Austen in qualche modo prova a riequilibrare la realtà vissuta e quella idealizzata ma non conferisce alle sue eroine la forza ideologica di quelle della Wollstonecraft.

Leggendo di tutto senza scandalizzarsi di niente, già negli Juvenilia Jane Austen critica quel tipo di educazione bigotta che si vuole impartire alle giovani donne, soffocandone financo l’arguzia o l’amore per la lettura che potrebbe aprire loro la mente.

Nelle lettere si trova un riferimento poco entusiasta al Coelebs di Hanna More:

Non hai affatto accresciuto la mia curiosità circa Caleb; – Prima la mia avversione era fittizia, ma ora è reale; non mi piacciono gli Evangelici. – Naturalmente quando lo leggerò ne sarò deliziata, come altra gente, ma fino ad allora mi starà antipatico[1]

il solo merito che poteva avere era il nome di Caleb, che ha un suono onesto e non pretenzioso; ma in Coelebs, c’è pedanteria e affettazione. – È stato scritto solo per gli Studiosi dei Classici?[2]

Pertanto, se dovessimo operare un sillogismo aristotelico, dato che Hanna More, detta “il Vescovo in gonnella” fu una delle più convinte oppositrici di Mary Wollstonecraft dichiarandosi “irrevocabilmente decisa” a non leggere mai Vindication perché personalmente era favorevole alla “subordinazione” femminile, dal giudizio poco convinto di Austen su Coelebs della More appunto può forse dedursi una posizione quantomeno più distaccata circa la necessità di correggere le idee pericolose in circolazione (vedi anche Corinne di Madame de Staël) sulla donna di genio.

Oggi possiamo dire che si trattava di sfumature, di donne che cercavano di farsi strada, ciascuna a suo modo e con strumenti diversi, nel mondo della prosa e del romanzo, fino ad allora, monopolio assoluto dei colleghi uomini.

 

 

Fonti:

http://www.jasit.it/connessioni-femministe-jane-austen-e-mary-wollstonecraft/

http://www.unteconjaneausten.com/tutto-il-privilegio-che-reclamo-dialogo-su-differenza-di-genere/

http://www.corriere.it/cultura/11_settembre_05/citati-jane-austen-restitui-scrittura-donne_69075ad0-d7a0-11e0-af53-ed2d7e3d9e5d.shtml

https://it.wikipedia.org/wiki/Mary_Wollstonecraft

Paola Partenza, Sguardo e narrazione. Quattro esempi di scrittura femminile (Wollstonecraft, Hays, Austen, Gaskell), Ed. Carocci, Roma, 2008

Ellen Moers, Grandi scrittrici, grandi letterate, Edizioni di Comunità, Milano, 1979

[1] Jane Austen, Lettere, trad. Giuseppe Ierolli, edizioni ilmiolibro.it, Roma, 2011, L. 66 di martedì 24 gennaio 1809, p. 250.

[2] Jane Austen, Lettere, cit., L. 67 di lunedì 30 gennaio 1809, p. 253.