Archivio | ottobre 2020

Il Gothic Novel

Il romanzo gotico è un genere che si afferma nella seconda metà del Settecento in Inghilterra e diversi sono stati gli autori che si sono cimentati in esso.

Horace Walpole ne è stato il pioniere coniugando il gusto per il pittoresco e il Sublime (categorie chiave della sensibilità preromantica) con una forte predilezione per il mistero e l’irrazionalità,[1] la Radcliffe ha contribuito alla definizione del genere dettando le regole circa gli aspetti che non dovevano mancare, nel gothic novel.

Se il genere si è diffuso a metà del Settecento, l’applicazione della definizione di gotico è presa a prestito dal campo dell’Arte.

Per essere più precisi, l’etichetta di gotico fu coniata in senso spregiativo da Giorgio Vasari nel XVI secolo come sinonimo di “barbarico”e usata a posteriori per indicare l’architettura medievale.

Strawberry Hill, The creation of Horace Walpole - Twickenham Museum

La narrativa gotica ha avuto un forte legame iniziale con la architettura perché l’ambientazione prediletta dai primi romanzi era costituita proprio da fortezze costruite in posti inaccessibili, luoghi cupi e misteriosi su cui aleggiavano presenze soprannaturali e un’atmosfera di terrore. Walpole ordinò la costruzione della Villa di Strawberry Hill nei pressi di Londra in stile neogotico e a essa guardò per trarre ispirazione.

Castello di Otranto di Horace Walpole, analisi del romanzo

Singolare è come la scelta delle location in cui ambientare i propri romanzi cadeva su nobili e vecchie dimore, castelli, abbazie e conventi della profondissima Italia in epoca storica precedente: vedi Il Castello di Otranto nel caso di Walpole il cui testo è presentato come la traduzione di un antico racconto italiano ambientato nella Puglia medievale nel Regno di Sicilia del re Manfredi. Ne I misteri di Udolpho, la zia di Emily si sposa presto con l’italiano Montoni, che le conduce nel castello di Udolpho sugli Appennini per rinchiuderle e separarle dal resto del mondo; ne L’Italiano, Ellena è rinchiusa in un convento in un’Italia immaginaria.

Regency History: A Regency History guide to The Mysteries of Udolpho by Ann  Radcliffe

Nell’immaginario inglese l’Italia rappresentava la patria del Cattolicesimo che nei paesi protestanti come l’Inghilterra incarnava il potere repressivo e terrificante, e allo stesso tempo la culla del Medioevo sinonimo di periodo di oscurantismo e violenza. Basti dire che la Radcliffe non l’aveva mai visitata e la descriveva solo in base a delle visioni stereotipate.

Un altro degli elementi ricorrenti nel romanzo gotico era il plot della storia d’amore contrastata e l’eroina spesso e volentieri era una giovane ragazza in balia delle subdole mire di un bieco seduttore: questa figura che abbiamo incontrato in Clarissa di Richardson la quale viene rapita dallo spietato Lovelace, verrà sviluppata successivamente da Walpole e Radcliffe.

Louisa May Alcott che era stata un’avida divoratrice di romanzi della letteratura europea, costruisce il suo Un lungo fatale inseguimento d’amore su questa falsariga. Già l’incipit immette nelle atmosfere alla Radcliffe, con una giovane eroina inseguita per l’Europa da un temerario mascalzone.

A Long Fatal Love Chase is definitely a “guilty pleasure” | Louisa May  Alcott is My Passion

“Vi dico che non lo sopporto! Farò un gesto disperato se questa vita non cambia presto. Non fa che peggiorare, e spesso sento che sarei disposta a vendere l’anima al Demonio in cambio di un anno di libertà!” Era stata una giovane voce impetuosa a parlare, un intenso desiderio infondeva forza a quelle parole appassionate, mentre la ragazza si guardava intorno angosciata in quella stanza tetra, come una creatura in gabbia sul punto di liberarsi. Le pareti erano coperte di libri, libri s’ammucchiavano sui tavoli e tutt’intorno al suo unico compagno, un vecchio incartapecorito e inquietante. Questi sedeva su una sedia a rotelle dalla quale gli arti paralizzati non gli permettevano d’alzarsi senza aiuto.

In questo romanzo che raccoglie un po’ tutti i cliché della narrativa gotica (la bella, il bruto, la fuga) troviamo la caratterizzazione tipica degli europei in base alle loro peculiarità nazionali e una considerazione forse troppo semplicistica di distanze ed estensioni del Vecchio Continente. Intatto rimane il fascino esercitato dai paesaggi europei, in questo caso rappresentati da una cittadina della Costa Azzurra che all’epoca in cui fu scritto il romanzo, era annessa al territorio dello Stato italiano.

Alcott non faceva che rimandare quello che era il generale entusiasmo con cui il romanzo gotico era stato accolto in America dove fin dal 1797 sia la lattaia che i suoi garzoni si dilettavano con il piacevole terrore di case frequentate da fantasmi e con io folletti di Miss Radcliffe e lei stessa poteva attingere alle prodigiose macchinazioni di Walpole, ai fantasmi della Radcliffe, gli orrori di Monk Lewis[2].

Alcott è anche quella che ci permette di stabilire quel collegamento tra il Gotico e il Romancismo passando per Goethe e il suo Faust che immortala per sempre la titanica lotta tra il bene e il male, tra l’uomo e Satana, tra il dottor Faust e Mefistofele.

Con l’innesto del romanzo storico e del Romanticismo, il Gotico ha vissuto una seconda stagione di riscoperta e ritorno. I temi romantici del misterioso, dell’esotico, delle rovine abbandonate e la riscoperta dell’epoca medievale e la valorizzazione della storia, hanno trovato nella dimensione gotica la loro naturale collocazione favorendo il proliferare di quel tipo di letteratura venendo declinata secondo la particolare sensibilità dei singoli autori.

Mary Shelley ne cavalca la paura per l’irrazionale per giungere a una riflessione metascientifica e filosofica, Edgard Allan Poe e Arthur Conan Doyle conieranno nuovi specifici filoni sui quali non posso addentrarmi.

Diverse quindi sono state le contaminazioni tra il genere gotico e altri generi letterari come il giallo, il poliziesco, o lo stesso romanzo storico, l’horror, come non è mancata la parodia di esso. È il caso di Jane Austen che ha fatto di Northanger Abbey il controcanto de I Misteri di Udolpho: non solo è continuamente menzionato come lettura in corso delle due ragazze che si scambiano giudizi e opinioni a riguardo, ma insiste dietro le quinte dell’intera storia come paradigma letterario che viene puntualmente smentito e parodiato:

Northanger Abbey - Wikipedia

Ma, mia carissima Catherine, che cosa hai fatto per tutta la mattinata? Sei andata avanti con Udolpho?”

“Sì, l’ho letto da quando mi sono svegliata, e sono arrivata al velo nero”.

“Davvero? Che bello! Oh! Per nulla al mondo ti direi che cosa c’è dietro il velo nero! Non muori dalla voglia di saperlo?”

“Oh! sì, eccome; che cosa può esserci? Ma non dirmelo, non voglio sapere nulla. So che dev’essere uno scheletro, sono sicura che è lo scheletro di Laurentina. Oh! Il libro mi piace tantissimo! Passerei la vita a leggerlo. Ti assicuro che se non fosse stato per incontrare te, non me ne sarei staccata per tutto l’oro del mondo.”

“Tesoro mio! Quanto ti sono riconoscente; e quando avrai finito Udolpho, leggeremo insieme l’Italiano; e ho buttato giù per te una lista di dieci o dodici titoli dello stesso genere”.

“Davvero! Come sono contenta! Quali sono?”

“Ti leggerò subito i titoli; eccoli qui, nel mio taccuino. Il castello di Wolfenbach, Clermont, Misteriosi presagi, Il negromante della Foresta Nera, La campana di mezzanotte, L’orfana del Reno, e Orridi misteri. Ci dureranno per un po’.”

“Sì, benissimo; ma sono tutti romanzi dell’orrore, sei sicura che siano tutti dell’orrore?”

“Sì, sicurissima, perché una mia cara amica, una certa Miss Andrews, una ragazza così dolce, una delle più dolci creature al mondo, li ha letti tutti[3].

Jane Austen figlia dell’Età dei Lumi, non poteva che guardare con un sorriso a tutto il campionario di situazioni inquietanti, ambientazioni lugubri, presenze sinistre, atmosfere di disfacimento e allarmanti, nonché di tipologie umane dal prototipo dell’arcigno e complottista Montoni, ai brutti ceffi di cui si contorna, i nobili decaduti nella scala sociale e nella dignità, alle rappresentanti del gentil sesso, in preda ai capricci e al volere del padrone di casa, occupate prevalentemente a svenire di continuo.

Se certi eccessi la facevano sorridere, altrettanto irresistibile era il desiderio di parodiarli, anche perché il romanzo gotico stava lentamente passando di moda nell’epoca che lei stava vivendo. Anzi, proprio questo le costò la chiusura in un cassetto della sua Abbazia di Northanger da parte dell’editore che l’aveva inizialmente acquistata, forse per timore che questo tipo di romanzo non fosse abbastanza apprezzato dal pubblico, abituato a tutt’altro.

Molti altri autori successivi ne hanno avvertito l’influsso e si sono cimentati nel genere subendone il fascino, ora per mere finalità sperimentali o perché ben si conciliava con la vocazione narrativa.

Lois la strega - Elizabeth Gaskell - Libro - Elliot - Raggi | IBS

Elizabeth Gaskell amava ammaliare i suoi ascoltatori con delle storie suggestive, commoventi o alcune volte, misteriose come con La strega Lois o Il racconto della vecchia balia. Il racconto di Gaskell però non è mai fine a se stesso e si coniuga sempre con l’intento morale di dimostrare come la volontà tenace o il fermo carattere di donne rese dure da una vita difficile e dolorosa potesse assumere agli occhi della comunità la manifestazione esteriore di un tratto inquietante di diversità, ribellione alle regole, mistero, tanto da essere considerate delle streghe.

Il racconto della vecchia balia (The Old Nurse's Story)

George Eliot invece non resiste a sfruttare tutto il bagaglio del romanzo gotico interiorizzato e rimaneggiato, per costruire le basi del dramma interiore. I fantasmi di Walpole e della Radcliffe vengono spazzati via con tutta la loro pittoresca chincaglieria di catene, passaggi segreti e apparizioni notturne: non hanno più alcun bisogno di terrorizzare i vivi perché, molto più semplicemente e inquietantemente, diventano i vivi, riflettendo come uno specchio oscuro la negatività dell’Inghilterra vittoriana[4].

Il suo è il trampolino di lancio verso il romanzo del Novecento con l’interiorizzazione del dramma umano e l’approfondimento psicologico e introspettivo dei sentimenti della paura, angoscia, dell’uomo moderno. Temi che verranno poi ripresi da autori come Henry James ed Edith Wharton.

Storie di fantasmi by Daniel Defoe

Atmosfere gotiche permeano la vita e le opere delle sorelle Bronte che siamo abituati a pensare nella landa desolata del Nord d’Inghilterra, chiuse nell’angusto spazio di una canonica situata accanto al cimitero le cui esalazioni potrebbero aver avvelenato l’aria respirata dai suoi abitanti. Inevitabile quindi che Jane Eyre, capitata nel lugubre maniero di Rochester e oggetto delle rudi maniere di lui e soprattutto delle moleste attenzioni di Bertha, la moglie pazza rinchiusa nella soffitta, e ancor più tutto il romanzo di Emily, Cime Tempestose, riportino tutto quel corredo di situazioni, luoghi, caratterizzazioni misteriosi, che nascondono terribili segreti e pericoli, amori contrastati, passioni violente che sopravvivono anche dopo la morte.

Le Nove Muse: Cime Tempestose di Emily Brontë (1818- 1848)

Sulla tradizione e impalcatura del romanzo gotico arriva la particolare reinterpretazione che ne fa Charles Dickens.

Dickens lo ha declinato secondo le sue corde e ne ha tratto uno stile narrativo che soddisfacesse anche le sue esigenze di sensazionalismo e il suo amore per le ghost stories.

Dopo Canto di Natale il suo divenne un appunto fisso con i lettori che a ogni ricorrenza natalizia dovevano aspettarsi l’uscita di un suo racconto, puntualmente condito di buoni sentimenti e apparizioni soprannaturali, nella migliore tradizione dickensiana.

Altro che Canto di Natale: ecco gli altri romanzi natalizi scritti da  Dickens - Linkiesta.it

Anch’egli subì il fascino misterioso dell’Italia quando si stabilì, durante il soggiorno a Genova, presso Villa delle Peschiere che aveva la reputazione di essere “davvero assai infestata”, rimanendone profondamente “impressionato” mentre era a caccia di ispirazione per l’ennesima ghost story. Egli infatti raccontò di aver avuto un’esperienza non spettrale bensì definita da egli stesso come un sogno: quasi subito dopo il trasferimento ebbe la visione di Mary Hogarth, l’amata cognata morta giovanissima, che tornava ad apparirgli in sogno, nelle vesti di uno spirito drappeggiato d’azzurro come una Madonna di Raffaello.  Naturalmente questo sogno non fu senza conseguenze, poiché una figura incappucciata comparve nelle sue opere successive, e in particolare, nel libro di Natale in preparazione, intitolato Le campane che tratta di spiriti, fantasmi e apparizioni.

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Il consueto racconto di Natale a cui Dickens aveva abituato i suoi lettori fu dunque composto in Italia dove l’ispirazione in realtà faticava ad arrivare all’inizio, mal conciliandosi il tema natalizio con l’atmosfera chiassosa e poco raccolta delle strade di Genova, poi furono proprio le sue campane a dargli il via, e le sue lunghe passeggiate notturne a fare il resto.

“Abbiamo sentito Le campane di mezzanotte, messer Shallow!” inviò ai suoi editori, Bradbury ed Evans.

CriticaLetteraria: La casa sfitta: quattro maestri della letteratura  vittoriana e un mistero da svelare

La casa sfitta, l’ultima storia a essere pubblicata nell’edizione natalizia di “Household Words”  ruota attorno a storie misteriose che devono trovare una ragionevole spiegazione prima di cessare di essere inquietanti e destabilizzanti, ma per Dickens-editore sono un ottimo espediente per soddisfare il pubblico e per Dickens-scrittore dilettarsi in sempre nuove forme narrative, questa volta ad incastro con i suoi colleghi-collaboratori Elizabeth Gaskell, Wilkie Collins e la giovanissima poetessa Adelaide Anne Procter, e soprattutto sensazionali -in cui è maestro Collins- in quanto fondamentali per catturare e mantenere viva l’attenzione dei lettori di una rivista, in special modo. Lettori, in funzione dei quali, al soprannaturale del romanzo gotico si sostituisce il pathos della cronaca nera, degli intrighi, e dei casi polizieschi: misteri più adatti alla moderna società borghese[5].

In un’altra raccolta, pubblicata qualche anno più tardi e intitolata Mugby Junction, Dickens si conferma amante dei racconti di fantasmi. Lo vediamo nella storia de Il Segnalatore, l’uomo addetto ai segnali nelle linee ferroviarie, perseguitato da ripetute apparizioni di un fantasma. Ogni apparizione spettrale precede, ed è foriera di un tragico evento sulla tratta ferroviaria dove lavora l’uomo. Il lavoro del segnalatore si svolge nelle vicinanze di una profonda galleria che sbocca su una linea isolata, da dove egli controlla il passaggio dei vari treni. Quando si verifica un pericolo, il suo collega lo avverte via telegrafo per dare l’allarme. Per tre volte, egli riceve l’avvertimento da parte dello spettro di un pericolo imminente attraverso il suono di una campana che solo lui può udire. Ogni avvertimento è seguito dall’apparizione del fantasma, e infine da un terribile incidente.

The Signal-Man by Charles Dickens – Travellin' Penguin

In questo racconto, in cui in particolare si avverte maggiormente l’influenza del terribile incidente ferroviario che gli era occorso nel maggio 1865 e da cui rimase fortemente provato psicologicamente, i segni premonitori e l’incombenza inquietante della morte, oltretutto in circostanze drammatiche, accentuano il senso di precarietà umana e la paura per le tenebre che avvolgono il futuro.

Le atmosfere gotiche perdono il loro fascino legato al mistero e all’ignoto per diventare foriere di angosce ed estremamente bisognose di rassicurazioni. Ricerca che per Dickens è durata per tutto il tempo della sua vita e della sua scrittura. 


[1] Paolo Bertinetti, Il romanzo inglese, Editori Laterza, Bari, 2017, p. 36.

[2] Madeleine B. Stern, Introduzione a La donna nell’ombra, Racconti di Louisa May Alcott, Milano, 1996, p. 14.

[3] Jane Austen, L’Abbazia di Northanger, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, sez. “romanzi canonici”, cap. 6.

[4] Riccardo Reim, Introduzione a Il Velo dissolto, Edizione N&C, Roma, 1993, p. 11.

[5] Camilla Caporicci, Un minuetto con Jarber, introduzione a La casa sfitta di Charles Dickens, Edizioni Jo March, Città di Castello, 2013, p. 21.

La donna nell’ombra di Louisa May Alcott

Per chi fosse interessato, il volume comprende i seguenti racconti:

Passione e tormento: ha al centro una donna, Pauline Valary respinta dal proprio innamorato che si abbandona all’ira e alla brama di vendetta. Ella incarna il tipo della femme fatale che riesce a fronteggiare l’uomo con atteggiamento di sfida senza farsene intimorire.

La chiave misteriosa e il segreto svelato: il protagonista deve svelare i segreti sepolti in una tomba di famiglia prima di poter conquistare il vero amore, con una particolarità: tra le altre cose si scopre che il giovane Paul è stato un eroe del Risorgimento dal nome Paolo che costituisce una marcata allusione all’ardente patriota italiano Mazzini, incontrato e conosciuto personalmente da Louisa.

Il fantasma dell’abate o La tentazione di Maurice Treherne: la trama si dipana attorno all’improvvisa guarigione del paralitico Maurice Treherne e narra di una storia d’amore su uno sfondo fortemente gotico di una donna forte e ardente che domina i propri impulsi malvagi grazie a una nobiltà d’animo innata.

Dietro la maschera: offre lo straordinario ritratto di una donna frustrata in amore che fingendosi diversa da quello che è, vuole rovinare la famiglia Coventry in base a un premeditato piano di vendetta. Jean Muir è apparentemente un’insignificante istitutrice, dal passato misterioso e da una doppia personalità che nasconde sotto a un abile travestimento, che ricorrerà a tutti i mezzi per ottenere il suo scopo.

Le tinte fosche, le trame avvolte nel mistero, i personaggi inquietanti, mostrano un lato molto insolito della Alcott, diverso da come siamo abituati a conoscerla. Ci richiamano alla mente i primi esperimenti letterari di Jo quando, pur di far pubblicare i suoi racconti a New York, scrive racconti di paura che il pubblico in cerca di emozioni forti e gli editori inseguono. Louisa inizia la collaborazione con Frank Leslie,[2] dell’omonimo “Illustrated Newspaper”, che nel suo diario definisce “insaziabile”, perché le richiede continuamente degli altri racconti. Dalle pagine del 1862: Ho scritto due racconti per L. Mi diverto a inventare romanzi per compiacere me stessa; e sebbene i miei racconti siano sciocchi, non sono male; e i miei peccatori hanno sempre un lato buono da qualche parte. Spero che ciò possa costituire un buon esercizio per la fantasia e l’uso appropriato del linguaggio, infatti riesco a scrivere con rapidità; Mr. L. dice che le mie storie sono così “drammatiche, vivaci, ricche di trame” che sono proprio ciò che gli occorre.

Ovviamente non firmava i suoi lavori con il suo vero nome ma li pubblicava anonimi (nel caso di Passione e Tormento con cui vinse il premio di cento dollari messi in palio dal giornale) oppure con lo pseudonimo di A. M. Barnard.


[2] Pseudonimo a sua volta di Henry Carter, emigrato dall’Inghilterra in America dove aveva fatto fortuna diventando una potenza fra gli editori newyorkesi e imponendosi con un settimanale illustrato basato su articoli a sensazione, su assassini e omicidi, incontri di pugilato e incendi.

Dietro la maschera di Louisa

Può sembrare strano vedere coesistere le due scrittrici: quella di libri per ragazzi e quella che inventa racconti a forti tinte ma Louisa si leva la maschera e si scopre anche un tantino dissacrante:

Penso di essere naturalmente portata verso le storie lugubri. Mi addentro in sfrenate fantasticherie che vorrei poter inserire nelle mie pagine per metterle in scena davanti al pubblico… Come potrei osare interferire con il rispettabile grigiore della vecchia Concord? La cara vecchia città non ha più provato un fremito di paura da quando sono venute le giubbe rosse. Lungi da me iniettare un colore così stonato nella sua opaca neutralità. E i miei personaggi preferiti! Supponiamo che si siano scatenati in piena libertà per la profondissima indignazione del caro Emerson, il quale non avrebbe mai potuto immaginare che un cittadino di Concord potesse camminare su un tubo di piombo teso fra due nubi perlacee dell’empireo. Aver considerato per tutta la vita Mr. Emerson il modello insuperabile del dotto intellettuale significa essere rivestiti di una corazza di decoro… E che cosa potrebbe pensare mio padre… se istigassi la gente a fare quello che mi diletto a far fare ai miei personaggi? No, mia cara, resterò per sempre la vittima disgraziata delle rispettabili tradizioni di Concord.

Il Velo Dissolto

Amazon.it: Il velo dissolto-La storia della vecchia nutrice - Eliot,  George, Gaskell, Elizabeth, Reim, R. - Libri

Il Velo dissolto è un’opera insolita e per molti versi unica nel corpus eliotiano, memore del lungo soggiorno a Ginevra e dei numerosi altri viaggi in Europa. Racconto assai complesso, di raffinata indagine psicologica e ricco di stregate atmosfere, dove ogni effetto viene raggiunto “per omissione” cioè attraverso parole sconnesse, frasi mozzate, allusioni misteriose, The Lifted Veil dimostra quanto George Eliot, pur mantenendo intatto il suo realismo pessimistico sempre orientato verso una gelida e sorvegliatissima ironia, conoscesse e fosse disponibile a trattare il genere “nero”.

Il racconto si apre con un’angosciosa sequenza di morte. Latimer, protagonista e voce narrante del romanzo, è dotato di facoltà mentali fuori del comune: può vedere il futuro e leggere le menti degli altri. Grazie alla sua eccezionale chiaroveggenza ha previsto che morirà di lì a un mese, il 20 settembre 1850. Non gli rimane che usare il tempo che lo separa dal giorno fatale per raccontare le strane vicende della sua esistenza, nella speranza di trovare quella solidarietà che non è mai stato capace di suscitare durante tutta la sua vita.

Nel destino che si rivela anticipatamente agli occhi del giovane Latimer in ogni più piccolo dettaglio, tutte le tessere, misteriosamente, vanno a comporre il mosaico che consentirà di decifrare il senso reale delle cose. Tutte, meno una; e attorno a quell’unica tessera mancante acquista un senso reale ciò che invece è soltanto illusorio. Quando il velo sembra dissolversi ecco che insieme a lui sembra dissolversi il mondo intero:

Tenebre – tenebre – nessun dolore – null’altro che tenebre… Passo e ripasso nelle tenebre: i miei pensieri diventano tutt’uno con quell’oscurità, con la sensazione di sprofondarvi sempre più.

Tutto il bagaglio del romanzo gotico viene utilizzato, interiorizzato e rimaneggiato, per costruire le basi del dramma interiore. I fantasmi di Walpole e della Radcliffe vengono spazzati via con tutta la loro pittoresca chincaglieria di catene, passaggi segreti e apparizioni notturne: non hanno più alcun bisogno di terrorizzare i vivi perché, molto più semplicemente e inquietantemente, diventano i vivi, riflettendo come uno specchio oscuro la negatività dell’Inghilterra vittoriana[1].


[1] Riccardo Reim, Introduzione a Il Velo dissolto, Edizione N&C, Roma, 1993, p. 11.

Brano tratto dalla biografia di George Eliot:

Equinozio d’autunno – Incipit

Godmersham, 24 agosto 1805

Caro diario,

Ho tantissimo tempo libero in questo periodo, non avendo incombenze domestiche da dover sbrigare e perciò mi sono risolta a scriverti, inserendoti tra uno e l’altro dei miei corrispondenti. Mi trovo infatti ospite in casa di Edward ed Elizabeth, circondata da bella gente e buona conversazione, vino e gelati a volontà, e quando sono stanca, una fornitissima quanto inaccessibile, biblioteca, splendido rifugio per cuori solitari come il mio.

Cassandra è a Goodnestone, presso i parenti di Elizabeth così dividiamo le nostre sororali attenzioni e preferenze in parti uguali mentre la mamma e Martha sono già a Worthing dove con tiepida trepidazione ci stanno aspettando. Anzi, se devo dirla tutta credo che quelle due, senza di noi, se la intendano alla perfezione, senza cioè me che strimpello tutto il giorno e senza Cassandra che tiene le chiavi della dispensa. Se tutto va secondo i nostri progetti e le carrozze riusciranno a incontrarsi a metà strada da Goodmersham e Goodnestone, presto potremo raggiungerle.

Dovrebbero venire con noi anche mio fratello e famiglia, infreddature e malanni vari permettendo. Non sono i bagni di mare ad interessarmi, anche se confesso di essere curiosa di provarne, quanto le lunghe camminate che potrò fare sulla spiaggia e verso la modisteria del centro: ho urgente necessità di parasole e cappellini nuovi, e di un po’ di grana nel borsellino.

Alla fine la nostra scelta è caduta su Worthing. In realtà io non ho deciso nulla, né Edward si è sforzato di più, dato che c’è chi l’ha fatto per noi. È stata la mamma quest’anno a dichiarare di necessitare del mare per curare i suoi frequenti raffreddori.  E come al solito ha avuto la meglio su tutte le altre soluzioni alternative che avevamo prospettato.

Devo riconoscere comunque che l’idea non mi dispiace e che, difficilmente sulla costa, nel Sussex, potremmo trovare di meglio. Non sarà alla moda come Brighton ma almeno non correremo il rischio di fare brutti incontri e soprattutto non sarà affollatissima in questo periodo!

Tra breve Edward si recherà per affari a Londra ed Elizabeth andrà con lui approfittando di fare alcune commissioni, così al loro ritorno saremo pronti a salpare con armi e bagagli. Nessuno me lo chiedeva e allora ho rotto gli indugi autoinvitandomi a restare offrendomi come aiuto per tenere a bada i bambini. Dovremmo essere a Worthing per metà settembre.

Sanditon

Sanditon-Lady Susan-I Watson - Jane Austen Libro - Libraccio.it

Per ricambiare. la cortesia degli Heywood che l’hanno soccorso dopo l’incidente della carrozza, Mr. Parker con l’inseparabile signora Parker, invita la signorina Charlotte Heywood a beneficiare della corroborante aria marina di Sanditon. Allo sviluppo di questa cittadina balneare il sig. Parker, insieme alla socie Lady Denham sta dedicando tutte le sue risorse finanziarie e mentali.

Charlotte fa presto la conoscenza dell’arcigna Lady Denham e di tutto il suo seguito: la nipote Clara, entrata nelle sue grazie, priva di mezzi ma ricca di fascino, e gli sfavoriti sir. Edward e sorella in cerca di menzione testamentaria o matrimonio vantaggioso.

Lady Susan, I Watson, Sanditon: arriva l'edizione Newton Compton | Un tè  con Jane Austen

Mr. Parker vorrebbe vedere tutte le case di Sanditon affittate per la stagione estiva e grazie al prezioso aiuto dell’ipocondriaca e iperattiva sorella Diana riescono ad arrivare a Sanditon non tre comitive di personwe, ma soltanto Mrs Griffith e tre ragazze affidate alle sue cure:l’ereditiera e malatticcia signorina Lambe e le insignificanti signorine Beaufort in cerca di marito.

Anche la famiglia Parker è al completo dopo l’arrivo dell’affascinante Sidney che si unisce a Miss Diana, Miss Susan e Arthur, intenditore sopraffino di cioccolata calda.

Mentre si reca con Mrs Parker a far visita a Lady Denham (che per una volta prende il tè in casa propria e non si invita a casa d’altri), Charlotte intravede Clara e sir. Edward in un posto appartato intenti a conversare furtivamente e pensa di scoprire la tresca fra de innamorati clandestini.

Ma in Jane Austen non sempre tutto è quel che sembra.

Il romanzo era appena agli inizi.

The Reading Corner: Commento ergo sum: Sanditon

E’ una trovata geniale aver incentrato il romanzo su un luogo geografico anziché sulla solita eroina in cerca di marito – e che in realtà compie un’entrata laterale- e aver messo a motore dell’azione lo sviluppo di questo posto di mare, Sanditon, invece del classico matrimonio: rende tutta la narrazione più briosa e offre nuove caratterizzazioni dei personaggi che escono dai soliti schemi fissi dei gentiluomini di campagna.

In contrasto con il carattere brioso e scintillante della narrazione, ogni tanto la non più giovane età dell’autrice (si fa per dire) fa capolino in certe affermazioni paternalistiche da “vecchia zia”, ma questo potrebbe significare anche che, essendo cambiata l’ottica da cui Jane Austen guardava il mondo, senz’altro sarebbe cambiato anche il finale con il quale concludere questo romanzo. Oppure l’inizio era stato architettato appositamente per confondere le acque e deviare l’attenzione su argomenti secondari mentre la storia d’amore e di corteggiamento si sarebbe comunque svolta nel sotterraneo.

C’è da essere sicuri che Jane Austen sarebbe ritornata più volte sulla sua opera limando e cesellando fino alla perfezione il suo pezzettino d’avorio largo due pollici; il cocchiere della carrozza di Mr. Parker sparisce inspiegabilmente dopo l’incidente senza più dare notizie di sè e Mr Parker, ancora convalescente, viene mandato subito dopo il suo arrivo a Trafalgar House, a passeggio sul Terrace.

James Edward Leigh, nipote della Austen, nel suo Ricordo di Jane Austen, esclude categoricamente che la zia traesse spunto da veri conoscenti per la caratterizzazione dei suoi personaggi: è così difficile credergli perché personaggi come Mr Parker o le sue sorelle sembrano talmente veri che ti aspetteresti di vederli invitare anche te a prendere in affitto una casa a Sanditon e contribuire così a questa nobile causa!

Sanditon - Newton Compton Editori

Jane Austen e gli incanti del cuore di Pietro Citati

Amazon.it: Ritratti di donne - Pietro Citati - Libri

Come quasi tutti i libri della Austen, Sanditon comincia in modo deliziosamente casuale: nient’altro che un incidente di carrozza; e quando si interrompe, a metà del capitolo 12, siamo appena informati attorno a una storia di eredità e al lancio di una nuova stazione balneare, che vorrebbe contendere i clienti di Eastbourne.

“Permettetemi dunque di dirvi chi sono. Il mio nome è Parker, signor Parker di Sanditon, la signora è mia moglie, signora Parker. Veniamo da Londra e siamo diretti a casa. Il mio nome, forse, – anche se non sono certo il primo della mia famiglia che possegga beni fondiari nel comune di Sanditon – può esservi sconosciuto, a questa distanza dalla costa, ma di Sanditon tutti hanno sentito parlare di Sanditon, – la preferita (per essere una nuova stazione balneare in sviluppo, proprio la preferita) fra tutte quelle che si possono trovare lungo la costa del Sussex: favorita dalla natura, promette di essere anche la favorita dagli uomini…”.

Ecco la piccola stazione balneare ancora vuota: con i negozi deserti, e i cappelli di paglia dai nastri pendenti, che sembrano abbandonati al loro destino. Ma a poco a poco arrivano gli ospiti, persino dalle lontanissime Indie occidentali. Le case inalberano i cartelli con su Camera in affitto, e portano alle finestre le tendine bianche: le signore vestite di bianco suonano l’arpa; e le scarpe blu e gli stivali di nanchino – spettacolo mai visto, che rallegra il cuore del signor Parker e di noi che leggiamo – riempiono le vetrine del vecchio calzolaio di Sanditon.

Dopo James e Proust e Joyce e Gadda, crediamo di saper tutto sull’arte della conversazione nella letteratura, e guardiamo con una strana superiorità ai “vecchi romanzi”. Ma se osassi dare un consiglio a un giovane narratore, gli direi di leggere Sanditon, per capire quali capolavori di suono e di ritmo e di musica e di futilità leggerissima si possono comporre con le nostre mediocri voci umane. Qui tutti parlano: parla voluttuosamente il signor Parker e parla Lady Denham, che detesta i medici ed adora il latte d’asina: parla Diana Parker, sommersa dalle sue instancabili malattie immaginarie, e Sir Edward Denham, che vuole diventare un tenebrosissimo seduttore, e Arthur Parker, che non può abbandonare la propria nevrosi. Queste parole si compiacciono di sé, giocano attorno a se stesse, si commentano: ma non dicono quasi nulla – puri esercizi di voce, che la Austen ascolta e registra con arte squisita.

Mentre scriveva Sanditon, Jane Austen stava morendo. Si estingueva lentamente, come un albero dalle radici sfinite. Il 18 marzo 1817, quattro mesi prima della morte, la sua mano cessò di riempire di segni la carta. Ma, fino a quella mattina o a quel pomeriggio, continuò a raccontare piena di gioia, con eroico stoicismo, la lieve rappresentazione che viviamo ogni giorno. In Sanditon non c’è alcuna traccia delle passioni del cuore. Ci sono soltanto le superfici -solo ciò che si vede e si ascolta: le futili, incantevoli e insensate superfici, come se null’altro esistesse o potesse esistere. Forse non aveva mai conosciuto tanta felicità nel vedere, ascoltare, capire, raccontare, evocare personaggi, interrompere a fine capitolo la fluidità del racconto; e la sua musica leggera e scintillante contagia la mente e il corpo di noi che stiamo leggendo.

Perché era così lieta? Perché si divertiva tanto allo spettacolo delle cose? Perché non avvertiva mai la noia e l’angoscia della ripetizione? Perché non desiderava altro? Un suo personaggio risponde per noi; e noi non possiamo che accettare quella risposta inesplicabile: “Una mente vivace e tranquilla può soddisfarsi senza vedere nulla, e non vede nulla che non le piaccia”.

Aphra Behn o la divina Astrea – first lady della letteratura.

Aphra Behn - Wikipedia

Aphra Behn (1640-1689) – notare l’epoca di cui parliamo – ha un nome strano, origini incerte e dubbia moralità, ma è considerata la prima donna della letteratura inglese.

Virginia Woolf che nel saggio Una stanza tutta per sé ne isola la figura per darle il giusto e meritato riconoscimento come la precorritrice del romanzo.

La signora Behn era una donna della classe media, dotata di tutte le virtù plebee di umorismo, vitalità e coraggio; una donna costretta dalla morte del marito e da certe sue disavventure ad ingegnarsi per guadagnarsi la vita. Dovette lavorare sullo stesso piano degli uomini. Con un lavoro durissimo riuscì a guadagnare abbastanza per tirare avanti[1].

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E le sue opere non mancarono di far discutere sia perché erano scritte da una donna sia per i loro contenuti.

Poeta, scrittrice, drammaturga, traduttrice di lavori letterari e scientifici (conosceva il francese, l’italiano e lo spagnolo), Aphra Behn è una voce assolutamente singolare nel panorama letterario dell’epoca in cui visse, nonché l’autrice più prolifica e famosa del suo tempo. La “divina Astrea”, così veniva chiamata dai suoi ammiratori, era arnica di Dryden, Congreve, Etherege, di tutti i maggiori drammaturghi di quell’epoca.

Astrea era la dea vergine della giustizia, dell’innocenza, della purezza e della precisione, ambasciatrice della futura Età dell’Oro.

Aphra è la prima donna inglese che scrive per denaro, guadagnandosi l’appellativo di “poetessa prostituta” proprio perché vende il suo ingegno anziché il suo corpo.

Ella stessa dirà di scrivere “per il pane” ma anche per la gloria, “per la mia parte mascolina, per il poeta che c’è in me”.

Come autrice di teatro, ella non agì diversamente da come aveva agito Shakespeare, riesumando intrecci e storie già esistenti e manipolandoli con il proprio genio sino a trarne degli ottimi lavori teatrali; come scrittrice, indagò in modo originale e spregiudicato le classi sociali, la politica, i rapporti tra i sessi e tra le razze.

Una menzione speciale va fatta per Oroonoko, or the royal slave, basato sulla sua permanenza nella colonia olandese del Suriname.

Si tratta infatti del primo romanzo “abolizionista” e traccia uno dei primi esempi della figura del “nobile selvaggio” in letteratura. Aphra scrive questo testo in tono colloquiale, dialogando di continuo con il lettore, assicurandolo di essere stata presente ai fatti e fornendogli una quantità impressionante di dettagli su tutto ciò che cade sotto il suo sguardo, dal paesaggio agli ornamenti che i personaggi indossano.

Il principe schiavo parla attraverso l’io narrante femminile: la schiavitù non è criticata in modo diretto, ma la figura di Oroonoko è ritratta in modo così positivo rispetto alle figure dei colonizzatori da non lasciare adito a dubbi[2].

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Delle origini si hanno poche notizie, forse occultate da lei stesse: nata a Wye, Kent, nel 1640, figlia di un barbiere Johnson. Passò la sua adolescenza nelle Indie Occidentali; al suo ritorno nel 1658 sposò il Behn, un olandese, che la presentò e introdusse alla corte di Carlo II.

Aphra era bella, intelligente, arguta e maestra dell’arte più apprezzata a quei tempi, quella del conversare. Si racconta che intrattenne spesso il re ed i nobili di corte con i suoi racconti delle esperienze vissute nel Surinam. Non abbiamo quasi nessuna notizia di suo marito, si pensa quindi che sia morto molto presto, forse vittima della catastrofica peste di Londra del 1666. Aphra non parlò mai di lui nei suoi scritti, possiamo quindi immaginare che, appena tornata dal Surinam, allora ancora molto giovane, fosse stata obbligata a questo matrimonio dai parenti e che non fu un’unione felice. A confermare questa supposizione sta il fatto che, quando scrivendo divenne famosa, in tutte le sue commedie condannò con insistenza i matrimoni fatti per interesse e stipulati dietro la pressione dei parenti[3].

Nel 1666, durante le guerre con l’Olanda, essendo già vedova, fu mandata ad Anversa come spia del governo; ma i suoi servizi erano pagati miseramente e pare che fosse anche incarcerata per debiti. Da qui la decisione di scrivere per sostentarsi.

Nel 1670 venne rappresentata la sua prima commedia The forced marriage (Il matrimonio forzato). Le sue opere teatrali venivano replicate anche per cinque o sei giorni, e questo era un grande successo in quell’epoca, anche perché l’autore riceveva compensi solo a partire dalla terza replica (!) e quelle di Dryden non venivano rappresentate mai più a lungo di una settimana.

Scrisse veramente di tutto dimostrando una vivace facoltà inventiva e costruttiva: commedie, romanzi, poesie, e alcune traduzioni, ma la sua fama riposa sulle sue opere teatrali, che comprendono tragedie, commedie e farse, ricche di dialoghi arguti e di perpetuo buon umore.

L’accusa di oscenità era dovuta ai temi trattati nelle sue commedie dove parlava esplicitamente di relazioni sessuali e prostituzione. Argomenti del resto trattati anche dai suoi colleghi uomini ai quali era invece consentito e guardato con simpatia.

Aphra se ne infischiava e nelle sue opere continuava a parlare di omosessualità e del ruolo marginale e subalterno della donna nella società, di cui era emblema il matrimonio forzato. L’omosessualità è una presenza costante nelle sue opere, coerente con la sua vita in cui, dopo la morte del marito, ebbe amanti di entrambi i sessi. Divenne oggetto di insulti feroci da parte dei critici e censurata per tutta la sua vita, piuttosto complicata e avventurosa[4].

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Nella prefazione alla commedia Sir Patient Fancy (1678) così Aphra risponde alle critiche che in questo senso le erano venute proprio da altre donne:

Ho stampato questo lavoro con tutta la fretta e l’impazienza che deve avere chi vuole giustificarsi di fronte alle sciocche ed ingiuste calunnie che una donna può inventare per gettarle su un’altra, e che mi sono state procurate solo dal mio essere donna.

Hanno detto che questo lavoro è licenzioso – la manchevolezza minore e maggiormente scusabile negli scrittori maschi, ai cui lavori esse accorrono, come se ci andassero per nient’altro se non per udire ciò che condannano nel mio – e che provenendo da una donna ciò sarebbe innaturale. Ma come una così cruda offesa sia nata nelle loro menti io non ho neppure modo di immaginarlo.

Fuori dalla norma fu la vita che condusse, la produzione letteraria, l’intelligenza vivace e il genio che riversò nelle sue opere e non ultima,  la strada che aprì a tutte le donne che desideravano prendere una penna in mano e vivere semmai di quella.

Morì nel 1689 e fu sepolta, non senza polemiche, nell’angolo dei poeti all’interno dell’Abbazia di Westminster.

Tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, che si trova assai scandalosamente ma direi giustamente, nell’abbazia di Westminster, perché fu lei a guadagnare loro il diritto di dar voce alla loro mente. È lei – quella donna ombrosa e amorosa…[5]
Aphra Behn, anticonformista e fustigatrice dei costumi del tempo | Sentieri  Sterrati A.P.S.

[1] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, N&C, 1993, Roma p. 62.

[2] Articolo di Maria G. Di Rienzo: https://digilander.libero.it/dirienzo/storia/behn/behn.html

[3] http://efferivistafemminista.it/2014/11/la-donna-manda-al-diavolo-il-poeta/

[4] Articolo di Elettra Pellegrini: http://www.sentieristerrati.org/2020/07/18/aphra-behn-anticonformista-e-fustigatrice-dei-costumi-del-tempo/

[5] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, N&C, 1993, Roma p. 63.

La biografia di George Eliot

China sui libri, una giovane donna studia le lingue antiche e moderne, la religione e la filosofia. Mentre si interroga con fervido interesse sulle questioni sociali e morali, i capelli dorati le incorniciano il volto sgraziato e lo sguardo penetrante. Possiede un’intelligenza fuori dal comune e un profondo senso di empatia umana: è Mary Ann Evans, meglio nota con lo pseudonimo di George Eliot, la più colta, indipendente e raffinata delle scrittrici vittoriane. Il destino le riserverà una storia personale drammatica e complessa come la trama di un suo romanzo, ma proprio sperimentando e scandagliando a fondo emozioni, dilemmi interiori e conflittualità, riuscirà a scriverne e a restituirne una fedele rappresentazione nelle sue opere. In occasione del Bicentenario della nascita di George Eliot (Arbury, 22 novembre 1819-Londra, 22 dicembre 1880), Romina Angelici ha realizzato un ritratto della scrittrice interessante, profondo e ricco di sfumature, in cui raccontare non solo le sue vicissitudini personali, ma anche il modo in cui ella seppe esplorare la complessità umana, giungendo a creare alcuni dei più grandi capolavori della letteratura.
Indice degli argomenti:
I. I primi anni
II. La giovinezza
III. A Londra
IV. George Henry Lewes
V. George Eliot e la Regina
VI. Redattrice alla “Westminster Review”
VII. Un esperimento letterario
VIII. Mr. Gilfil’s Love-Story
IX. Janet’s Repentance
X. Il primo romanzo
XI. Il Velo dissolto
XII. Il Mulino sulla Floss
XIII. Echi gaskelliani
XIV. La bella storia di Silas Marner
XV. Viaggi in Italia
XVI. Romola
XVII. Jacob e suo fratello
XVIII. Felix Holt, The Radical
XIX. Un poema spagnolo
XX. Il capolavoro. Middlemarch
XXI. Uno studio di vita provinciale
XXII. Daniel Deronda
XXIII. Mrs. John W. Cross
XXIV. La grande tradizione
XXV. Pessimista o meliorista?
XXVI. George Eliot e gli altri
XXVII. Influenze francesi
XXVIII. George Eliot va in America

L’equivoco in cui cadde Diana Parker a Sanditon

Sanditon: arriva l'adattamento TV del romanzo incompiuto di Jane Austen

Vi ricordate l’equivoco in cui cade la troppo solerte Diana Parker che per lo smodato desiderio di rendersi utile al fratello Tom e procurare sempre nuovi villeggianti per la nascente località balneare di Sanditon, crede di aver invitato tramite un fitto quanto intricato scambio epistolare con le sue conoscenze, due comitive numerose mentre in realtà arriverà a Sanditon una sola carrozza che trasporta una sola signora e tre signorine affidate alle sue cure: Miss Griffith, Miss Lamb e le signorine Beaufort?

Ebbene pare che un episodio simile sia accaduto veramente alle sorelle Austen diventate per un giorno “le signorine Alford – esperte di cucito”, e preziosissimo aneddoto discusso nel salottino di Southampton, da raccontare subito a Cassandra:

Ieri Mrs. Hill ha fatto visita alla Mamma mentre noi eravamo andate a Chiswell – e nel corso della visita le ha chiesto se sapeva qualcosa di una famiglia di Ecclesiastici di nome Alford che avevano abitato dalle nostre parti nell’Hampshire.

Mrs. Hill era stata coinvolta, in quanto forse in grado di fornire informazioni su di loro, in ragione di una probabile vicinanza con la parrocchia del Dr. Hill – da una Signora o per conto di una Signora, che aveva conosciuto la signora e le signorine Alford a Bath, dove sembra che si fossero trasferite dall’Hampshire – e che ora desiderava far avere alle signorine Alford un qualche lavoro di cucito, o guarnizione, che aveva fatto fare per loro – ma la Madre e le Figlie avevano lasciato Bath, e la signora non era riuscita a sapere dove fossero andate. – Mentre la Mamma ce lo raccontava, sospettammo che si trattasse proprio di noi e la cosa è venuta in mente anche a lei […]

Non riesco ad immaginare di che Signora si tratti – ma mi sento di dire che il lavoro di cucito non ci piacerebbe[1].

Miss Austen Regrets - Caro Bleue Violette

Gli Austen avevano infatti lasciato Steventon e si erano trasferiti a Bath e poi, successivamente alla morte del rev. Austen, nel luglio 1806, madre e figlie si erano stabilite a Southampton.

Questo a dimostrazione che in Jane Austen l’interscambio è reciproco tra ispirazione e realtà, il flusso è ininterrotto tra due vasi comunicanti di cui si fatica a riconoscere l’originario: se le persone reali entrano nei romanzi, i personaggi dei libri entrano nella vita reale, in una serata in salotto.

ILMIOLIBRO - Lettere - Libro di Jane Austen

[1] Jane Austen, Lettere, cit., L. 62 di venerdì 9 dicembre 1808, p. 235.