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Una verità universalmente riconosciuta – Scrittrici per Jane Austen, a cura di Liliana Rampello

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“Non è difficile immaginare quanto si sarebbe divertita Jane Austen all’idea che tutto il mondo, in questo 2017, avrebbe festeggiato il bicentenario della sua morte.
Sembra di sentire il suono allegro della sua risata, deliziata dallo scoprire che la sua dipartita, il 18 luglio del 1817, a Winchester, nella cui cattedrale ora è sepolta, avrebbe segnato sì la fine della sua esistenza mortale, ma l’inizio, decisamente sorprendente anche per lei, di una fama che l’ha resa immortale. Fama non immediata, è vero, un avvio lento e poi, in questi due secoli, una fortuna alter­na, ma, ormai da moltissimi anni, un crescendo apparentemente inarrestabile. (…)
Con questo piccolo libro, noi tutte, editrice, autrici e curatrice, abbiamo scelto di immetterci nel grande fiume degli omaggi alla magnifica Jane, da tutte letta con somma ammirazione, dandole qualcosa in cambio, che la trasportasse, in un lampo, dal suo secolo al nostro.”
dall’Introduzione di Liliana Rampello

Sei le scrittrici coinvolte nel progetto,  sei gli omaggi a Jane Austen: Le citazioni incorniciate dai romanzi di Jane Austen sono tratte da: “L’abbazia di Northanger”, “Emma”, “Ragione e sentimento”, “Orgoglio e pregiudizio”, “Mansfield Park”, “Persuasione”.

I titoli sono i seguenti:

Capitolo 22, di Stefania Bertola

Zitelle, di Ginevra Bompiani

Mimosa, di Beatrice Masini

Minuteria, di Rossella Milone

Figlie d’anima, di Bianca Pitzorno

Un fatto nuovo, di Lidia Ravera

Ciascuna scrittrice ha rielaborato Jane Austen e lo spunto assegnato, qualcuna discostandosene parecchio, qualcuna rimanendo fedele al testo originale. Innegabile è che Jane Austen faccia parte del DNA delle autrici coinvolte ma alcuni esperimenti si sono avventurati su sentieri alquanto impervi, secondo me.

Ne è risultata un’antologia eterogenea di racconti il cui fil rouge è l’affettività al femminile di cui Jane Austen è stata eletta unanime interprete, pur essendo una verità universalmente riconosciuta che è la meno sentimentale.

Trattandosi di un omaggio nato per il bicentenario della morte, in alcune rielaborazioni i duecento anni si fanno sentire o piuttosto si traducono in una maggiore personalizzazione del verbo austeniano di cui preferisco in ogni caso l’aderenza.

Molto simpatico il pezzo di Stefania Bertola che cavalca la fervida immaginazione di Catherine Morland spingendosi anche più oltre, visti i tempi attuali. Il più interessante è stato per me lo spunto di Ginevra Bompiani che ha esaminato il testo, lavorando sull’originale per mostrare il rapporto tra Jane Austen e le sue eroine. Contributo che ho senza dubbio preferito.

In Emma, erroneamente considerato il più leggero dei romanzi di Jane Austen, la condizione femminile viene presentata in modo molto realistico stabilendo sin da subito una grande e fondamentale distinzione tra coloro che godono di un’indipendenza economica che costituisce la loro salvezza e tutte le altre che rimangono in bilico:

Il precipizio in cui rischiano di cadere è quello di restare zitelle (non è un caso che i personaggi ricchi del romanzo continuino a ricordarsi a vicenda di non trascurare Miss Bates, che la loro benevolenza mantiene sull’orlo dell’abisso. Questo pericolo è il perno intorno a cui ruotano il destino dei personaggi femminili e la trama del romanzo se non di tutti i romanzi di Jane Austen. La quale, come si sa, rimase zitella.

E’ stato spesso osservato che c’è un po’ di Jane Austen in ciascuna delle sue eroine. Più nel dettaglio, sarebbe interessante vedere come il giudizio e quindi il buonsenso dell’autrice rimane sotto controllo attraverso le eroine più virtuose mentre il suo temperamento le sfugge di mano trovando espressione nei personaggi femminili più interessanti e più vivi.

Nel corso di ciascuno dei suoi romanzi giudizio e temperamento trovano modo di giocare insieme, recitando ciascuno la sua parte e affrontando ognuno il suo destino.

O meglio evitando, per quanto è possibile, il destino che toccò all’autrice, il destino di una donna libera e dipendente: una zitella.

 

 

 

Miss Austen di Gill Hornby

Neri Pozza Editore | Miss Austen

 

Una baldanzosa Cassandra, ormai alle soglie dei settant’anni, parte alla ricerca delle lettere inviate da sua sorella Jane alla famiglia Fowle, legata agli Austen per diversi motivi.

Il titolo avrebbe dovuto farmi pensare subito che non di una biografia seppure romanzata di Jane Austen si trattava, bensì della sua sorella maggiore, colei che del resto aveva diritto a tale appellativo.

I tentativi maldestri di recuperare quello che per Cassandra è un bottino prelevandolo da cassapanche altrui ci dicono poco in realtà su Jane Austen, o almeno inizialmente. Poi la storia entra nel vivo, o meglio, attraverso una serie continua di flash back, inizia la spola tra gli anni della giovinezza delle due sorelle Austen e il presente (1840). Il legame tra Cassandra e Jane viene mostrato nella sua indissolubilità e riservatezza e come tale assolutamente da preservare.

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La loro giovinezza non è stata delle più spensierate sia per gli eventi che l’hanno segnata sia per il continuo senso di minaccia incombente sul loro futuro: Cassandra ritorna spesso sulla fase più critica della loro vita insieme, quella delle speranze appena nate e subito deluse, delle incertezze, della precarietà e dei momenti più bui, ma ciò nonostante, le brevi incursioni che compie Jane con il suo spirito e la sua brillantezza regalano una boccata d’aria fresca al racconto. Le lettere recuperate, ricostruite dall’autrice, sono molto verosimili e sembrano proprio avere il suo stile.

Miss Austen: Amazon.it: Hornby, Gill: Libri in altre lingue

La fotografia della famiglia Austen naturalmente perde appena quella patina di perfezione che i pronipoti vittoriani le avevano voluto conferire ma la stessa Jane non avrebbe gradito simili ritratti, poco credibili. Cassandra da parte sua esce un poco dall’ombra ingombrante della sorella famosa e reclama sentimenti, emozioni, desideri repressi, una vocazione al sacrificio e al dovere a lungo repressi.

Tutto sommato, una biografia romanzata ben scritta.

 

Sinossi:

Nel marzo del 1840, Cassandra Austen decide di recarsi nel vicariato di Kintbury, nel Berkshire, in visita a Isabella Fowle figlia del reverendo Fulwar Craven Fowle e di Eliza Lloyd, amica di vecchia data di lei e di sua sorella Jane. Il viaggio in carrozza dalla sua casa di Chawton a Kintbury è scomodo e alquanto dispendioso, ma è quanto mai opportuno. Isabella Fowle si trova nella triste condizione, già nota a Cassandra, di dover abbandonare la casa in cui è vissuta fin dall’infanzia. Con la morte del vicario padre, la donna è rimasta infatti orfana di entrambi i genitori e, dal momento che non si è maritata, priva com’è di eredi maschi, dovrà lasciare il vicariato nelle mani di un certo Mr Dundas. Recare una parola di conforto in simili circostanze è, per Cassandra, doveroso. Non è, tuttavia, la sola ragione che la spinge a Kintbury. Vi è un altro, fondamentale compito che la sorella di Jane Austen deve assolvere. Un tempo, lei e Jane avevano inviato diverse missive personali a Eliza, lettere che ora possono trovarsi ancora in qualche dimenticato cassetto a Kintbury, col rischio di cadere in mani sbagliate. Cassandra è l’esecutrice letteraria della sorella, la protettrice del suo lascito. Nel tempo che le rimane, farà tutto quanto in suo potere per cercare e distruggere qualsiasi prova possa compromettere la reputazione di Jane. Quello che, tuttavia, Miss Austen non ha previsto giungendo a Kintbury, è l’ondata di nostalgia che la travolge non appena varca la soglia della canonica. La prima volta che vi ha messo piede era infatti una giovane gentildonna con indosso il suo abito più bello. Promessa sposa di Tom Fowle, fratello di Fulwar, era stata accolta dalla famiglia al completo e dall’intera servitù schierata in solenne ammirazione… Basato sulla corrispondenza privata tra Jane e Cassandra Austen, Miss Austen non soltanto rivela il rapporto di profondo affetto che ha legato la più amata delle scrittrici inglesi alla sorella maggiore, ma, attraverso lo sguardo inedito di Cassandra, getta una luce nuova sulla vita dell’autrice di Orgoglio e pregiudizio.

Angelica Catalani, soprano marchigiano al Covent Garden!

Una vita di applausi e di tormenti per la diva Angelica Catalani

 

Le rappresentazioni teatrali nelle loro varie forme sono state per tutto il ’700, ’800 ed inizi del ’900 quello che successivamente avrebbero chiamato “spettacoli di massa”, intrattenimenti cioè per il grande pubblico.

Il teatro, sia come attività sia come edificio, è divenuto un bene percepito come appartenente alla comunità soprattutto nell’800, quando non era più limitato alla frequentazione di una élite culturale e sociale, ma sede di intrattenimento anche per le classi della media e piccola borghesia.

 

Angelica Catalani (Senigallia, 10 Maggio 1780 – Parigi, 12 Giugno 1849) divenne una famosa cantante lirica italiana, nella specie un soprano, tra le più rinomate del XIX secolo.

Nata a Senigallia nel 1780, in una famiglia di umili origini, il padre era un orefice, Angelica Catalani mostra, sin dalla tenera età, un interesse e una passione per la musica e per il canto e successivamente inizia i suoi studi presso il Convento di Santa Lucia di Gubbio, dove riceve una prima educazione musicale, per poi proseguire a Firenze sotto la guida del celebre sopranista Luigi Marchesi.

Rientrata a Senigallia, nel 1795 viene scoperta e ingaggiata dall’impresario veneziano Alberto Cavos, che la fa esordire al teatro La Fenice di Venezia. Da questo momento inizia la sua carriera operistica esibendosi nei maggiori teatri italiani (tra i quali Livorno, la Pergola di Firenze, la Scala di Milano, Trieste, il Teatro Argentina di Roma, Napoli) ed europei come l‘Opera Italiana di Lisbona, il Drury Lane, il King’s Theatre e il Covent Garden di Londra, Madrid, Parigi, e diverse tournées in Germania, Danimarca, Svezia, Polonia, Belgio e Olanda, divenendo la principale interprete dei melodrammi dei più celebri operisti dell’Ottocento.

Angelica Catalani - Cantante d'opera lirica

 

Napoleone in persona le promise lauti compensi se fosse rimasta in Francia. Lei, però, a Lisbona si era già legata con un altro contratto ancor più vantaggioso tramite l’ambasciatore di Inghilterra, paese che raggiunse dopo aver lasciato di nascosto e avventurosamente la Francia.

In Inghilterra i suoi successi furono enormi quanto i compensi ricevuti, che le consentirono una vita principesca e permisero a suo marito di perdere grandi somme al gioco. Dopo l’abdicazione di Napoleone nel 1814 la Catalani rientrò a Parigi; se ne allontanò per un tour nell’Europa del nord durante i 100 giorni napoleonici.

Angelica Catalani - Wikipedia

Una delle più agguerrite manifestazioni concernenti il teatro ebbe luogo a Londra nel 1809 con la cosiddetta “rivolta per i vecchi prezzi”. L’anno prima il Covent Garden era stato distrutto da un incendio; il piano di ricostruzione prevedeva un maggior numero di palchi privati ed un aumento generale del costo dei biglietti. Si scatenò una sollevazione contro la decisione presa in maniera autocratica e contro gli eccessivi costi di ingaggio della Catalani, che per di più (siamo in pieno anti-bonapartismo) era sposata ad un francese. E questo nonostante che la cantante fosse ammirata anche in Inghilterra, dove cantava da tre anni e dove la stampa non le lesinava complimenti: “la sua voce lanciata al massimo ha un volume e una forza sorprendenti”, ha “un intero nido di rondini in gola”, la regina Carolina, moglie di Giorgio IV, agli acuti del soprano “deve mettersi i tappi di cotone alle orecchie”.

Madame Angelica Catalani (1779–1849)

Nel 1804 Angelica Catalani aveva sposato un ufficiale francese, Paul Valabrègue, conosciuto a Lisbona, che diviene anche il suo amministratore ed agente e con il quale si trasferisce a Parigi, dove nel 1814 le viene affidata direzione del Théâtre Italien. Ma le scelte del marito si rivelano sbagliate e la gestione del teatro fallisce in breve tempo.

 

Angelica Catalani - Wikiwand

 

Nel 1832 Angelica Catalani si esibisce per l’ultima volta al  teatro alla Scala di Milano e successivamente si ritira dalle scene. Trascorre gli ultimi anni della sua vita presso la sua villa a Firenze dove si dedica all’insegnamento. Muore a Parigi (dove si era rifugiata per sfuggire al colera) il 12 Giugno del 1849. Nel 1850 i tre figli chiesero di seppellirne la salma nel Camposanto Monumentale di Pisa, dove le fecero erigere un complesso scultoreo.

La vera storia di mr Darcy - Prime impressioni: Primo volume eBook ...

Curiosità: L’ho conosciuta grazie a Georgia Faldo, nel suo La vera storia di Mr. Darcy (Darcy Edizioni): pare infatti che anche Mr Darcy desiderasse fare la sua conoscenza e Bingley per sdebitarsi delle continue gentilezze dell’amico, gliene procurasse l’occasione.

http://www.ecomarchenews.com/una-vita-di-applausi-e-di-tormenti-per-angelica-catalani/

 

Angelica Catalani

 

Lettere d’amore

Persuasione

 

 

Non posso più ascoltare in silenzio. Devo parlarvi con i mezzi che ho a disposizione. Mi straziate l’anima. Sono metà in agonia e metà pieno di speranza. Ditemi che non è troppo tardi, che quei preziosi sentimenti non sono svaniti per sempre. Mi offro di nuovo a voi con un cuore ancora più vostro di quando lo avete quasi spezzato la prima volta otto anni e mezzo fa. Non osate dire che un uomo dimentica più presto di una donna, che il suo amore ha una fine più prematura. Non ho amato altri che voi. Posso essere stato ingiusto, debole e pieno di risentimento, ma mai incostante. Solo per voi sono venuto a Bath. Solo per voi penso e faccio progetti. Non l’avete visto? Potete forse non aver compreso i miei desideri? Non avrei certo aspettato questi dieci giorni, se avessi potuto leggere nei vostri sentimenti come credo voi abbiate decifrato i miei. Riesco a malapena a scrivere. Ogni istante ascolto qualcosa che mi annienta. Voi abbassate la voce, ma io riesco a distinguere il suono di quella voce anche quando ad altri sfuggirebbe. Creatura troppo buona, troppo eccellente! Ci rendete davvero giustizia. Sapete che esiste il vero affetto e la vera costanza tra gli uomini. Sappiate che tali sentimenti sono i più fervidi, i più immutabili, in

F. W.

Devo andare, incerto sul mio fato; ma tornerò, o raggiungerò voi e gli altri non appena possibile. Una parola, uno sguardo, saranno sufficienti per decidere se venire a casa di vostro padre stasera o mai più.

 

Orgoglio e Pregiudizio

Non abbiate timore, Signora, nel ricevere questa lettera, che contenga una qualche ripetizione di quei sentimenti, o un rinnovo di quelle proposte che ieri sera vi sono state così sgradite. Scrivo senza nessuna intenzione di affliggere voi o di umiliare me stesso, insistendo su desideri che, per la felicità di entrambi, non saranno mai troppo in fretta dimenticati; e lo sforzo richiesto per concepire e per leggere questa lettera avrebbe potuto essere risparmiato, se non fosse la mia reputazione a esigere che essa sia scritta e letta. Dovete quindi perdonare la libertà con la quale chiedo la vostra attenzione; i vostri sentimenti, lo so bene, la concederanno a malincuore, ma lo chiedo al vostro senso di giustizia.

 

Ragione e sentimento

 

Che cosa devo pensare, Willoughby, del vostro comportamento di ieri sera? Vi chiedo di nuovo spiegazioni in proposito. Naturalmente mi ero preparata a incontravi con il piacere alimentato dalla nostra separazione, con la familiarità che mi sembrava potesse essere giustificata dalla nostra intimità a Barton. In realtà sono stata respinta! Ho passato una notte orribile sforzandomi di giustificare una condotta che può a stento essere definita meno che oltraggiosa; ma anche se ancora non sono stata in grado di trovare una scusa ragionevole per il vostro comportamento, sono assolutamente pronta ad ascoltare le vostre giustificazioni. Forse siete stato male informato, o volutamente ingannato, in qualcosa che mi riguarda, che può aver fatto scadere la vostra stima verso di me. Ditemi che cosa è successo, spiegatemi che cosa c’è dietro ciò che avete fatto, e sarò soddisfatta, quando sarò in grado di soddisfare voi. Sarei davvero addolorata se fossi costretta a pensare male di voi; ma se dovessi farlo, se dovessi venire a sapere che non siete ciò che finora avevo creduto, che la vostra stima per noi tutte era insincera, che il vostro comportamento verso di me mirava solo a ingannarmi, fate che ciò venga detto il più presto possibile. In questo momento sono in uno stato di terribile indecisione. Vorrei assolvervi, ma qualunque certezza di segno diverso sarebbe un sollievo in confronto a ciò che sto soffrendo ora. Se i vostri sentimenti non sono più quelli che erano, rimandatemi i miei biglietti, e la ciocca di capelli che è in vostro possesso.”

M.D.

Mansfield Park

Non posso rinunciare a lei, Fanny. È la sola donna la mondo a cui potrei pensare come a una moglie. Se non credessi alla sua stima per me, naturalmente non direi queste cose, ma ci credo. Sono convinto che non sia priva di una decisa preferenza. Non sono geloso di nessuno in particolare. È l’influenza della società alla moda nel suo complesso, la cosa di cui sono geloso. È l’abitudine alla ricchezza che temo. Le sue aspirazioni non sono più elevate di quanto possa garantirle il suo patrimonio, ma vanno al di là di quanto possa permettere la somma delle nostre rendite. Anche in questo, comunque, c’è una qualche consolazione. Potrei sopportare meglio di perderla perché non sono abbastanza ricco, piuttosto che per la mia professione. Ciò proverebbe solo che il suo affetto non vale un sacrificio, cosa che, in effetti, non sono certo autorizzato a chiederle; e se sarò rifiutato, questo, credo, sarà il motivo vero. I suoi pregiudizi, spero, non sono così forti come prima. Ti confido esattamente i miei pensieri così come vengono, mia cara Fanny; forse talvolta sono contraddittori, ma non sono uno specchio meno fedele della mia mente. Una volta cominciato, per me è un piacere dirti tutto ciò che provo. Non posso rinunciare a lei. Legati come già siamo, e, spero, come saremo, rinunciare a Mary Crawford vorrebbe dire rinunciare alla compagnia di alcune delle persone che mi sono più care, bandirmi proprio dalle case e dagli amici a cui, in qualsiasi altro momento negativo, mi rivolgerei per avere conforto. La perdita di Mary comprenderebbe la perdita di Crawford e di Fanny. Se fosse una cosa decisa, un effettivo rifiuto, credo che saprei come sopportarlo, e come cercare di indebolire la sua presa sul mio cuore, e nel giro di qualche anno… ma sto scrivendo delle sciocchezze… se fossi rifiutato, dovrò sopportarlo, e fino a quando non lo sarò, non smetterò di tentare. È questa la verità.

(Edmund)

 

Northanger Abbey

 

Cara Catherine,

Anche se solo Dio sa quanta poca voglia ho di scrivere, credo sia mio dovere informarti che tra me e Miss Thorpe è finito tutto. Ieri ho lasciato lei e Bath, per non rivedere mai più tutte e due. Non entrerò in particolari; per te sarebbero solo più dolorosi. Ne saprai presto abbastanza da qualche altra fonte per capire dov’è la colpa; e spero che assolverai tuo fratello da tutto a parte la follia di aver creduto troppo facilmente che il suo affetto fosse corrisposto. Grazie a Dio, sono stato disingannato in tempo! Ma è un duro colpo! Dopo il consenso che mio padre aveva concesso con tanta bontà… ma non parliamone più. Mi ha reso infelice per sempre! Fatti sentire presto, cara Catherine; sei la mia sola amica; sul tuo affetto posso contarci. Mi auguro che la tua visita a Northanger possa finire prima che il capitano Tilney renda noto il suo fidanzamento, altrimenti ti troveresti in una situazione imbarazzante. Il povero Thorpe è a Londra; ho paura di incontrarlo; il suo cuore onesto ne soffrirebbe molto. Ho scritto a lui e a mio padre. Quello che mi ferisce di più è la doppiezza di Isabella; fino all’ultimo, a sentir lei, affermava di amarmi come sempre, e rideva delle mie paure. Mi vergogno al pensiero di quanto tempo ho sopportato; ma se c’era un uomo che aveva motivo di credere di sentirsi amato, quello ero io. Ancora adesso non riesco a capire a che cosa mirasse, perché non c’era nessun bisogno di prendere in giro me per essere sicura di Tilney. Ci siamo lasciati di comune accordo; meglio per me sarebbe stato non averla mai incontrata! Non potrò mai sperare di conoscere un’altra donna del genere! Carissima Catherine, stai attenta a chi concedi il tuo cuore.

Credimi, ecc.

(Isabella)

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E voi quale stile preferite? 😉

Tutti i brani sono tradotti da Giuseppe Ierolli e provengono dal sito da lui curato jausten.it

Jack and Jill

Jack and Jill” ( “Jack and Gill“, nelle versioni più antiche) è una tradizionale filastrocca in rima in uso nelle scuole materne inglesi. La filastrocca risale almeno al XVIII secolo e esiste con diversi numeri di versi ciascuno con una variante. 
«Jack and Jill went up the hill
To fetch a pail of water.
Jack fell down and broke his crown,
And Jill came tumbling after.»
«Jack e Jill sono saliti sulla montagna
per prendere un secchio d’ acqua
Jack è caduto e la sua corona si è spezzata
e Jill gli è seguito incespicando»
Jack and Jill (filastrocca) - Wikipedia
Il testo  è stato tradizionalmente considerato come un gioco senza senso, in particolare se si considera che  la coppia saliva su una collina per trovare l’acqua, che invece si trova in basso. 
La frase “Jack e Jill” era in uso in Inghilterra già nel XVI secolo per indicare un ragazzo e una ragazza. Alla corte di Elisabetta nel 1567-68 fu rappresentata una commedia dal titolo “Jack and Jill” e la frase è stata utilizzata due volte da Shakespeare in Sogno di una notte di mezza estate e in Pene d’amor perdute: 
«l nostro corteggiamento non finisce come un vecchio gioco: Jack non ha Jill»
(William Shakespeare, Pene d’amor perdute)
Questi versi suggeriscono che si trattava di una frase che indicava una coppia romantica, come nel proverbio “un buon Jack fa una buona Jill”
Diverse teorie sono state avanzate per spiegare le sue origini.

Secondo Sabine Baring-Gould nel XIX secolo  Hjúki e Bil sarebbero stati fratello e sorella nella mitologia norvegese, rapiti dalla terra da parte della luna (personificata nel dio Máni) poiché stavano prelevando acqua da un pozzo.

Intorno al 1835, John Bellenden Ker suggerì che Jack e Jill potevano essere due sacerdoti e successivamente, nel 1930,  Katherine Elwes ipotizzò che fossero Jack, il cardinale Thomas Wolsey (c.1471-1530) e Jill, il vescovo di Tarbes, che aveva negoziato il matrimonio di Mary Tudor con il re di Francia nel 1514.

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In un’altra spiegazione la filastrocca registrerebbe il tentativo di re Carlo I di riformare le tasse sulle misure liquide. Il re infatti aveva ordinato di ridurre il volume della bevanda alcolica di un Jack (1/2 pinta), mentre la tassa da pagare rimaneva  la stessa. Questo spiegherebbe un paio di versi in particolare: “Jack è caduto ed ha rotto la sua corona” (trad. “Jack fell down and broke his crown“) (molti bicchieri di una pinta nel Regno Unito hanno ancora una linea che contrassegna il livello di 1/2 pinta con una corona sopra di esso) “e Jill è venuto a cadere dopo” (trad. “and Jill came tumbling after“). Si dice che il riferimento a “Jill” (in realtà un “gill” o 1/4 pinta) riflette che il gill è caduto in volume come conseguenza.

Un’altra ipotesi sarebbe che Jack e Jill rappresentano Luigi XVI di Francia, che fu deposto e decapitato nel 1793 (perse la sua corona) e la sua regina Marie Antonietta (che è venuto a cadere successivamente), ma è molto fantasiosa perché la filastrocca è precedente a tali eventi.

 

Louisa May Alcott ha probabilmente seguito la pista affettiva perché ha intitolato il suo romanzo Jack e Jill è un romanzo per ragazzi scritto da Louisa May Alcott nel 1880. Inizialmente comparso a puntate sul St. Nicholas Magazine di Mary Mapes Dodge, venne poi pubblicato da Roberts Brothers.
Jack and Jill (Illustrated): Alcott, Louisa May, Richards, Harriet ...
Quando la signora Pecq e sua figlia Janey si trasferiscono ad Harmony Village dal Canada, la bambina stringe una forte amicizia con il figlio minore della vicina di casa, Jack Minot. I due diventano presto inseparabili, tanto che gli altri ragazzi cominciano a chiamarli “Jack e Jill”, ossia come i protagonisti dell’omonima filastrocca inglese per bambini. La storia si apre con tutti i ragazzi che, in un pomeriggio di dicembre, dopo la prima abbondante nevicata della stagione, si divertono a salire e a scendere dalla collina armati di slittino. La serenità di tutti viene interrotta quando, per via di un azzardo, i due ragazzi hanno un terribile incidente. Seguono mesi durante i quali, mentre recuperano dall’infortunio, i due ragazzi, e i loro tanti amici, imparano come diventare uomini e donne di valore, sotto l’occhio vigile ed amorevole delle loro madri.
Segnalazione: “Solo David” di Eleanor Hodgman Porter – Dalla mia ...
Un esempio di citazione occasionale lo troviamo in Solo David, un racconto di Eleanor H. Porter, il cui protagonista omonimo è un bambino di dieci anni che ha il grande talento di saper suonare divinamente il violino ma  la storia è piena di bellissime coppie  di altri personaggi tra cui  Jack e Jill, o  la principessa e il povero, reminiscenze di racconti infantili che sbocciano in preziosi amici: la Dama delle Rose e il suo fascino malinconico, il piccolo Joe che vuole imparare a suonare il violino, Perry Larson e il suo sincero attaccamento, Jill e il suo gattino e Mr Jack con i suoi consigli. 
La debuttante dell'Essex - Romina Angelici - Libro - PubMe - | IBS
Non ultima e meno illustre citazione la coppia di bai che Lord Clerke fa arrivare in regalo a Graystone Manor nel mio La debuttante dell’Essex.
High perch phaeton | Georgette heyer, Regency, Regency era
Sono quelli che Alex e sua zia Cyd (cioè Miss Gray e Lady Celandine) si sono divertite a guidare per Hyde Park senza cappellino!!!
Jack & Jill [Edizione: Stati Uniti]: Amazon.it: Jack & Jill: Film e TV

Una curiosità:Jack e Jill (Jack and Jill) è un film del 2011 diretto da Dennis Dugan, con Adam Sandler, Katie Holmes e Al Pacino.

Il film è stato stroncato dalla critica, venendo considerato uno dei peggiori film mai realizzati. È noto per essere stato il film più premiato ai Razzie Awards nella storia del cinema, vincendo in tutte e dieci le categorie, tra cui per il peggior film, peggior attore protagonista e peggior attrice protagonista.

Le amiche di Jane. Sopravvivere all’innamoramento con Orgoglio e Pregiudizio di Annalisa De Simone

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No, non vi immaginate il solito manuale di consigli di pseudo-amore, di taglio americano per intenderci (del tipo, Come sposare un milionario o Cosa farebbe Jane[1]), ma un simpatico memoir autobiografico che dosa riferimenti alle opere di Jane Austen (e in particolare del suo romanzo più famoso) e considerazioni attualissime, legate alla vita e alle relazioni interpersonali della stessa autrice.

Il progetto editoriale della collana a cui questo libro appartiene si chiama PassaParola e si prefigge lo scopo di parlare: Da una lettura a una vita: gli scrittori italiani raccontano del mondo e di sé partendo da un libro.

Ed è esattamente quello che ha fatto Annalisa De Simone, riuscendovi brillantemente. Partiva assai avvantaggiata, va detto, perché avendo scelto di parlare di sé attraverso un libro di Jane Austen, la mia attenzione ne è stata subito catturata.

L’ho iniziato con molto scetticismo, devo ammetterlo, ma mi ha convinto subito invece per lo stile dinamico e referenziato che lo caratterizza e lo rende estremamente interessante. Non solo ho ritrovato opportuni i passi e le situazioni citati, ma anche le osservazioni e le relazioni stabilite in base a essi. Divertenti e acute le svelate debolezze e le aspirazioni della natura umana, oggi come allora, alla luce degli insegnamenti immortali di Orgoglio e Pregiudizio.

La vita moderna e i rapporti tra le persone sono assai complicati ma per dirimere dubbi e incertezze perché non fare ricorso a chi ha scandagliato l’animo umano con acume e ironia da più di duecento anni in modo estremamente attuale?

 

Fateci caso. Ieri come oggi, nella vita di ognuno i fatti sono meno numerosi delle interpretazioni. Questa è quella che definiamo realtà… ma questa è un’indicazione sempre troppo vaga. Come chiunque. Elizabeth si trova sospesa fra due poli che si intersecano. Vivere la realtà e, insieme, interpretarla.

È qui la sua parabola.

Ed è qui che risiede la sua universalità.

 

Lizzie è poi così lontana dalle speranze e aspettative di una ragazza oggi?

 

Dalla prima all’ultima pagina, Elizabeth si muove dietro alla convinzione che il suo intuito sia frutto di una buona perspicacia. Pensa di sapere tutto di tutti e puntualmente sbaglia. In questo, è la parodia dell’eroina perfetta. Invece di innamorarsi a prima vista del principe, lei lo detesta, invece di detestare il cinico avventuriero, lei gli corre dietro. Si fida ciecamente di sé e dei suoi giudizi. E tuttavia, a dispetto di quanto si dica, le prime impressioni non sono sempre le più attendibili.

Nei romanzi, come nella vita.

 

Leggere questo libro è stata l’occasione per guardare le opere di Jane Austen da un altro punto di vista, che non è solo la prospettiva dell’autrice, ma diventa uno sguardo generale sugli insegnamenti desumibili dalla sua scrittura realista e disincantata.

Tutte le storie di Jane Austen sono delle fiabe, eppure nulla è così lontano dall’afflato romantico di un romanzo d’amore. È qui che le cose si complicano, nell’ombra di un realismo che ha a che fare più con il senso pratico che con il cuore. A guardare ogni storia in profondità, non c’è illusione che regga. Semmai è di casa il disinganno, o addirittura un lieve cinismo.

 

 

 

 

Sinossi:
Come ci si trasforma in persone adatte al mondo, capaci di capire se stesse, di capire gli altri, capaci di amare qualcuno e di essere amate? Come si sopravvive a un abbandono? E come si governa una perdita? Soprattutto, cosa significa essere liberi? Le risposte che Annalisa De Simone immagina attraverso i romanzi di Jane Austen e le sue eroine – Lizzy Bennet, Fanny Price, Anne o Emma –, attraverso gli eroi delle sue storie e gli antieroi – come Mr Darcy e George Wickham –, hanno a che fare con la misura dell’essere adulti: inciampare per poi ricredersi dei propri errori, subire lo sguardo impietoso degli altri, che sempre precede uno stato di coscienza, e imparare a cavarsela fra i pieni e i vuoti della vita. Se pure non si può ambire al “vissero felici e contenti”, che si trovi almeno un piccolo – anche fugace – rimedio al tran tran malinconico in cui vanno a immergersi i nostri giorni, perché è fra il sempre e il mai che scorre la vita di ognuno di noi. Con uno sguardo profondo, una scrittura agile e aneddoti esilaranti, Annalisa De Simone, giovane scrittrice, racconta la sua passione vecchissima per Jane Austen.

[1] What would Jane do, il mantra del film Jane Austen Book Club

 

Sophie Dawes, la tremenda!

giovane donna del periodo Regency in corpetto bianco e capelli scuri

Mi sono imbattuta per caso in questa delicata miniatura il cui ritratto mi ispirava l’impressione di una giovane fanciulla che ho poi scoperto essere tutt’altro che angelica!

Sophie Dawes nacque intorno al 1792 a St Helens, una povera comunità di pescatori sull’isola di Wight. Non ebbe un’infanzia facile. Alcuni dei suoi fratelli sono morti prima di raggiungere l’età adulta e il padre era violento. Fece la cameriera nella città di Portsmouth prima del suo viaggio a Londra dove andò  a lavorare in un -non meglio specificato-  istituto di alta classe al servizio delle esigenze di ricchi signori – tra i quali c’erano alcuni dei nobili emigrati dalla Francia in fuga dalla Rivoluzione. Fu qui che incontrò Louis Henri, duc de Condé, un membro anziano della linea reale borbonica e uno degli uomini più ricchi d’Europa. Divennero amanti e Sophie e sua madre furono installate in una parte costosa della capitale, dove lei per prima insistette per ricevere una buona istruzione che la facesse diventare una vera signora: lingue classiche e moderne, le arti e l’etichetta.

The Secrets of Sophie Dawes - Victorian Supersleuth

 

Quando, con la caduta di Napoleone, il Duc de Condé, poté fare ritorno in Francia e riprendere possesso delle sue proprietà, la più famosa residenza di Chantilly. Poco più tardi fu raggiunto da Sophie. Avendo il Duca la moglie separata e era ancora in vita, e oltretutto di fede cattolica, era impossibile prendere  in considerazione il divorzio, così Sophie fu  spacciata in società come sua figlia naturale. 

Per assicurarsi che Sophie  vivesse nelle immediate vicinanze del suo amante, tuttavia, organizzarono  un piano in base al quale la giovane donna avrebbe sposato qualcuno vicino al Duca come il suo aiutante di campo personale. Lo scopo fu raggiunto quando  Sophie venne data in sposa ad Adrien Victor de Feuchères, un giovane ufficiale delle Guardie Reali. Sia Sophie che il suo nuovo marito furono elevati al rango di nobili tanto che assunse il titolo di Sophia Baronne de Feuchères, nome con il quale sarà conosciuta d’ora in avanti e venne  accolta con tutti gli onori alla corte di Luigi XVIII. 

La tresca fu presto scoperta e vi fu uno scandalo che portò al bando di Sophie dalla società per un po’. Ricomparve a Chantilly tanto da esserne soprannominata la Regina quando il Duca, alla morte del padre, divenne Principe.

Sophie Dawes, Baronne de Feuchères - Wikipedia

Il Principe di Condé invecchiava e si interessava sempre più alle attività di caccia e carte da gioco, allora Sophie pensò bene di ingannare il tempo immergendosi nel turbolento e pericoloso mondo della politica francese. Divenne strettamente alleata di coloro che alla fine sarebbero arrivati ​​al potere in quella che divenne la Rivoluzione di luglio del 1830. Il più influente di questi fu il famigerato nobile Charles Maurice de Talleyrand. La loro alleanza sarebbe stata cementata da un matrimonio tra i rispettivi nipoti. 

Alzò di molto il tiro quando strinse un forte rapporto di amicizia con la famiglia di uno dei parenti nobili del principe, il futuro re dei francesi, Luigi Filippo d ‘ Orléans. 

A questo punto si verificò un episodio poco chiaro.

Sophie cercò di persuadere il principe. di Condè, che era senza erede legittimo, a lasciare in eredità la maggior parte delle sue vaste ricchezze e proprietà, non solo a lei, ma a uno dei figli di Luigi Filippo, il duca d’Aumale. Il principe, sebbene avesse accettato sulle prime, non ne era però del tutto convinto. Nel 1830 era piuttosto anziano e fragile, e si vocifera che stesse considerando di fuggire in Inghilterra e forse di cambiare la sua volontà. Louis Philippe e la sua famiglia erano, come prevedibile, più che allarmati da questa prospettiva.

Accadde che  poco dopo che il principe fu trovato morto una mattina nella sua camera, un cappio improvvisato di fazzoletti al collo attaccato alle chiusure di una finestra. Sophie fu dapprima sospettata di omicidio e poi scagionata; il caso fu chiuso con un verdetto di suicidio, ma in Francia la morte del principe fece scalpore.

Memorials and Monuments on the Isle of Wight - St Helens Village ...

 

 Sophie pensò bene di fare ritorno alla natia  St Helens e di finire lì i suoi giorni godendosi l’eredità del suo principe.Si assicurò che la sua famiglia fosse ben sistemata; acquistò proprietà a Londra e nel Dorset e mandò la sua anziana madre, che l’aveva sempre seguita, in un convento. Successivamente, ha donato gran parte della sua vasta ricchezza a cause caritatevoli e nel 1840 è morta improvvisamente per una malattia al cuore.

 

Discover 28 Beautiful Castles in France | Grand staircase ...

 

La storia del Castello di Chantilly continua…

 

://sophiedawestrail.com/sophie-dawes-history.html

Henry James e l’Italia

Henry James e l'Italia - Edizioni di Storia e Letteratura

 

Tra gli innamorati fedeli e sovente sconcertati del Vecchio Continente, è anche Henry James, il quale tuttavia occupa una posizione particolare di “pellegrino appassionato”, come il protagonista del racconto omonimo, più di ogni altro, per usare una sua frase, egli si permeò d’Europa tanto che, facendo propria la squisita raffinatezza delle forme artistiche europee vi eserciterà una influenza che dura ancora oggi.

Si apre così il saggio di Cristina Giorcelli, dedicato a Henry James e l’Italia, che cerca di spiegare come è stato il complesso rapporto dello scrittore anglo-americano e il nostro Paese.

Egli fu un pellegrino appassionato perché ha fatto del viaggiare un’arte: non era il suo l’inconcludente errare di un animo inquieto né l’insensibile smania di affastellare impressioni, ma il modo più legittimo di conoscere, approfondire, risalire dagli oggetti conosciuti all’anima che li ha prodotti.

È vero che James si stabilì per lunghi periodi anche in Inghilterra e in Francia, ma è l’Italia quella che ricorderà con maggiore nostalgia fino alla fine dei suoi giorni e che rimarrà sempre legata all’idea di bellezza e giovinezza. Amò appassionatamente l’Italia che rappresentava per lui la bellezza, l’arte, la tradizione, tutto ciò che rende la vita splendida e piacevole e la visitò più volte, ben 14, dal 1869 al 1907, arrivando a conoscere bene alcune delle nostre città principali e il nostro patrimonio artistico che riteneva a esse indissolubilmente legato. Firenze, Roma e Venezia furono elette subito a sue preferite.

Questo studio si basa principalmente su Italian Hours, la raccolta di saggi che James dedicò espressamente all’Italia e scrisse in diversi momenti della sua vita e abbracciano un periodo che va dal 1872 al 1909. Destinati a un pubblico americano, essi illustrano fedelmente il suo modo di intendere il nostro paese: i suoi giudizi, le minuziose descrizioni di monumenti e opere d’arte, le caratterizzazioni del paesaggio, secondo la più riconosciuta tradizione del viaggiatore-scrittore, nel suo inconfondibile stile elegante e simbolico.

Le vere signore non viaggiano

 

Perché mai una donna rispettabile e appagata dalle gioie familiari e domestiche dovrebbe fare qualcosa di così disdicevole, sconvolgente e inadatto    a una signora come viaggiare all’estero?

Le vere signore non viaggiano.

O così perlomeno si diceva tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.

Le testimonianze delle autrici dei testi raccolti in questa antologia ci dimostrano invece sino a che punto i limiti imposti dalle convenzioni dell’epoca potessero essere superati con una buona dose di coraggio, di intraprendenza e soprattutto, di ironia.

Ne risulta una serie di quadretti   davvero spassosi che disegnano una mappa “femminile” del mondo e della condizione della donna – viaggiatrice nel corso dei secoli.

 

Si tratta di ben 35 autrici di racconti di viaggio provenienti da tutte le parti del mondo, qualcuna famosa come la Regina Vittoria in persona, qualcuna meno, qualcuna scrittrice affermata, qualcuna improvvisata.  Emily Eden, Frances Elliot, Mary Shelley, Amelia Edwards sono solo alcuni dei nomi che ho riconosciuto e di cui conoscevo la passione per i viaggi.

 

A Roma Mary Berry viene affascinata dalla sontuosità dei drappi di velluto rosso di cui è ornata la basilica di San Pietro durante le celebrazioni del Natale, Mary Shelley lamenta le enormi difficoltà con cui riescono in Svizzera a provvedere alle più elementari necessità materiali come cucinare e riscaldarsi.

Non meno preziosi sono i consigli di Agnes Smith che ci raccomanda di imparare bene le lingue straniere prima di intraprendere un viaggio all’estero e di dividersi bene i compiti tra chi organizza gli itinerari, chi amministra le spese  e chi gestisce l’organizzazione del gruppo.

Naturalmente una signora che intraprenda un viaggio sulle Alpi dovrà indossare un cappello a tesa larga, per evitare l’impaccio di un parasole. Dovrebbe inoltre portare un vestito di lana leggera che, in caso di cattivo tempo, dopo essersi inzuppato e asciugato, non sia in condizioni pietose

Quando si sta all’estero bisogna abbandonare molte buone abitudini e comodità, perciò in Islanda ci si dovrà adattare a cavalcare su una sella maschile, fare buon viso a cattivo gioco durante la corrida in Spagna o una visita alla cripta degli orrori in Austria, avvicinarsi ai monasteri del Monte Athos in Grecia quel tanto per scoprire perché la presenza femminile ne è così severamente bandita, fare amicizia con un cammello che ti odia sin dall’inizio in Egitto, esaminare gli abiti e le acconciature della donne turche, le tediose abitudini delle donne persiane, osservare i modi per sconfiggere i quaranta gradi di Delhi e le rigide temperature dell’Himalaya durante una battuta di caccia.

Tutto questo e molto di più viene raccontato nel piccolo scrigno che dischiude per noi tante interessanti finestre sul mondo.

Perché, se le vere signore non viaggiano, le vere signore poi raccontano!.

 

 

 

 

 

Natale a Thompson Hall e altri racconti di Anthony Trollope

Natale a Thompson Hall di Anthony Trollope - Sellerio

 

Anthony Trollope

Natale a Thompson Hall

Traduzione dall’inglese di Chiara Rizzuto

Titolo originale: Christmas at Thompson Hall and other Christmas Stories

 

Il vischio e gli enormi tacchini, giganteschi budini e gelidi castelli. Il tradizionale Natale inglese ottocentesco in 5 racconti di un grande della letteratura vittoriana.

 

«Non preciserò l’anno esatto per evitare che i più curiosi indaghino sulle circostanze di questa storia, venendo così a conoscenza di dettagli che non desidero siano divulgati». Ecco come Anthony Trollope, uno dei grandi vittoriani assieme a Dickens e Thackeray, introduce i lettori nel suo piacevole, riposante conversare. L’immagine che offre è quella di un arguto signore che riferisce intricati fatti altrui come se non fosse lui ad inventarseli, ma ne venisse informato solo grazie a precisi rapporti, anche un po’ pettegoli. E la nascosta perfidia, che insinua dentro la tolleranza verso i difetti di tutti, è forse più percepibile a noi posteri che non ai suoi contemporanei.
In questi racconti la lente dell’analisi sociale si concentra di più sulle classi dei piccoli possidenti. Specialmente sulle donne, che erano le sue grandi lettrici. La signora Brown (Thompson da nubile) è entrata per errore nella stanza di un estraneo mentre dorme, applicandogli in viso un unguento destinato al marito: da qui un catastrofico sviluppo di complicazioni. Il giovane Maurice ha detto, per leggerezza, che il Natale è una noia e questo, la pia Isabel, che lo ama alla follia, non potrebbe accettarlo. Elizabeth è convinta che una brava ragazza non può essere felice, per questo rifiuta il suo adorato Godfrey. E altri quadretti, tutti ambientati nel Natale, che rappresentano senza ammetterlo com’era inutilmente arzigogolato essere donna e per bene in età vittoriana.

La scheda della Casa Editrice accenna l’argomento dei cinque racconti, scritti evidentemente con un registro molto diverso fra loro ma accomunati dall’unico tema natalizio e dall’inconfondibile tocco umoristico di Anthony Trollope. Ecco i loro titoli:

Natale a Thompson Hall

 Natale a Kirby Cottage

Il ramo di vischio

I due generali

Neanche per sogno 

A parte “I due generali” -racconto ambientato durante la guerra di Secessione in America- gli altri sono quadretti di piacevolezza unica. Sottotitolato Una storia di Natale della guerra in Kentucky,   il quarto racconto narra di due fratelli che sono divisi dalle loro opposte idee politiche e dopo essersi contesi la donna da sposare, nominati entrambi generali si trovano sul campo uno contro l’altro.

Il primo che ritengo il più spassoso si basa su uno scambio di persona. La signora Brown si trova in un albergo e per curare il raffreddore del marito che minaccia di non farle raggiungere i parenti Thompson, si avventura di notte nella sala del ristorante in cerca di senape per fargli un’applicazione espettorante, ma perde la strada ed entra in camera di un altro   signore. Da qui inizia una spiacevole -per noi divertente- serie di complicazioni che ci accompagnerà fino alla fine del racconto ansiosi di scoprire come si risolverà!

Da quando si era sposata, ormai quasi otto anni prima, la signora Brown non aveva mai trascorso un Natale in Inghilterra. Ne aveva spesso ventilato la possibilità, nel profondo agognava quelle festività fatte di agrifoglio  e tortine natalizie.A Thompson Hall si erano sempre tenute riunioni di famiglia, sebbene non così rilevanti, non così importanti come quella che stava per avere luogo. Più di una volta lei aveva espresso il desiderio di rivivere il Natale di un tempo nella vecchia casa tra le vecchie facce. Ma il marito, per rimanere tra le delizie di Pau, aveva sempre addotto come pretesto una certa cagionevolezza della gola e del cuore. Anno dopo anno lei aveva ceduto, e adesso era giunta questa solenne convocazione.

A Kirkby Cottage l’uscita infelice di Maurice Archer, ospite presso i Lownd, che definisce il Natale una noia, rischia di mandare in fumo i suoi sogni romantici con Isabel la loro figlia maggiore.

Per lei il Natale era una faccenda molto importante: una festa in cui l’arrosto di manzo e il plumpudding avevano senza dubbio una grande rilevanza, ma che non potevano certo esserne considerati l’essenza, come invece aveva detto lui. Il Natale, una noia! No, un uomo che considerava il Natale una noia     non avrebbe mai dovuto essere più che un conoscente per lei ascoltò la sua spiegazione, poi lasciò la stanza, sdegnata.         

 

Elizabeth Garrow è votata alla pericolosa del sacrificio e decisa a negarsi ogni più piccola gioia, anche se dovesse andarne della sua vita. Per fortuna è circondata da persone più ragionevoli che raggirandola riescono a farle accettare la proposta di nozze che desidera sopra ogni cosa proprio sotto al ramo di vischio che all’inizio aveva considerato un’offesa al suo decoro puritano.

Elizabeth Garrow era una brava ragazza, ma verrebbe da chiedersi se non fosse troppo una brava ragazza. Aveva imparato, o credeva di aver imparato che la maggior parte delle ragazze sono insulse, sciocche e inutili, dedite principalmente a rincorrere il piacere e a desiderare di avere degli innamorati e aveva deciso che non sarebbe stata come loro.      

Con umoristica ciclicità la risposta “Neanche per sogno!” apre e chiude il racconto omonimo: è quella che viene pronunciata all’inizio da uno dei due cognati ingenerando tra loro uno spiacevole dissapore. E poi tornerà alla fine per chiudere il cerchio sull’episodio.

Spuntano qua e là i riferimenti alla precisa ritualità del Natale, il menù consolidato, la partecipazione alla funzione, gli addobbi della casa e della chiesa, tutto condito da un generale e aleggiante spirito natalizio benefico di concordia e pace, condito da un po’ di ironia.

Per rivivere le atmosfere del Natale anche fuori stagione e per sorridere in ogni caso.