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Scrittrici morte di malattia

Amore e morte. Emily Brontë e la forza travolgente di Wuthering ...

 

Le nostre scrittrici preferite purtroppo non sono morte di vecchiaia. La maggior parte di loro è venuta a mancare prematuramente e dolorosamente.

Penso alle sorelle Brontë, alla loro straordinaria forza di carattere minata dalla subdola tubercolosi che inesorabile ha decimato tutta la famiglia portandosi via uno a uno i figli del coriaceo Rev. Brontë.

L’epidemia di tubercolosi in Europa, che probabilmente iniziò nel diciassettesimo secolo e che durò duecento anni, era nota come la Grande Peste Bianca. Nel 1650 la tubercolosi era la principale causa di morte e morire di tubercolosi era considerato inevitabile. L’alta densità della popolazione e le condizioni sanitarie indigenti che caratterizzavano molte città dell’Europa (e del Nord America) crearono un ambiente idoneo alla diffusione del morbo.

In pieno Ottocento era vista come una “malattia romantica”. Si pensava che soffrire di tubercolosi concedesse al malato una sensibilità nascosta e la malattia cominciò a rappresentare la purezza spirituale. Lord Byron arrivò a scrivere nel 1828,”mi piacerebbe morire di tubercolosi”, aiutando a far divenire popolare questa malattia come la malattia degli artisti. George Sand amava ciecamente il suo “tisico” amante, Fryderyk Chopin, lo chiamò il suo “povero melanconico angelo”, ma queste sono solo alcune degenerazioni.

Non credo che i diretti interessati lo considerassero romantico e tanto meno purificante. Nel caso delle nostre eroine ciascuna affrontò la malattia secondo il loro carattere: Anne con pazienza e rassegnazione, Emily con fierezza, Charlotte penso ormai alla fine fosse sfinita da tutto il dolore e le perdite che le erano stati inferti.

Promo Jane Austen – Editorial Barenhaus

 

Ma c’erano anche malattie sconosciute, penso al caso di Jane Austen e a quei mali oscuri che la medicina non riusciva a inquadrare e quindi a curare.

A proposito della sua scomparsa, mi hanno sempre colpito le analogie nel modo in cui si sono svolti gli ultimi giorni di vita di Jane Austen e Anne Brontë.

Jane Austen morì a Winchester, il 18 luglio 1817, dove l’aveva accompagnata sua sorella Cassandra,  Anne Brontë morì a Scarborough (il 28 maggio 1849) dove si recò insieme alla sorella Charlotte (e a Ellen Nussey) e morì consunta dalla tisi. Anne aveva cercato nell’aria di mare un sollievo ai suoi gravi problemi respiratori mentre per Jane si pensava che l’illustre medico, Dr. Lyford, residente nella località citata, avrebbe potuto trovare una cura miracolosa per gli strani disturbi che la affliggevano.

Sebbene colpite da malattie molto differenti, ma entrambe gravissime, provarono a resistere, ricorrendo magari a piccoli espedienti che non le facessero rinunciare del tutto alle loro amate abitudini. Ed è qui che sono rimasta quanto mai colpita dalla singolarità del comune mezzo usato per prendere aria e farsi condurre ad una passeggiata: tutte e due attraverso un calesse trainato da un asinello.

Agnes Grey, di Anne Brontë

“Forte e solitaria come Emily, (Anne) tacitava le loro ansie, tentando in ogni modo di preservare l’autonomia; sino all’ultima mattina quando, dopo essersi vestita, in cima alle scale che la portavano in salotto ebbe paura e turbata chiese aiuto. Alle undici volle vedere un medico per sapere se partendo subito poteva arrivare a casa viva. Le rispose di no. Quando fu troppo debole per rimaner seduta a guardare il mare, la misero sul divano dove, alle due del pomeriggio di quel lunedì 28 maggio, morì, esortando Charlotte a farsi coraggio. A Scarborough, dove volle essere sepolta, rimane la sua lapide”.[1]

Toccante brano che riporta alla mente le stesse circostanze in cui è avvenuta la morte di Jane Austen, a Winchester, nella cui cattedrale è stata sepolta, lontana da casa, così come Anne, la cui tomba si trova al Saint Mary’s Churchyard.

Loro uniche infermiere e compagne fino all’ultimo furono le sorelle maggiori: Cassandra per Jane e Charlotte per Anne. Ellen Nussey, che accompagnava le sorelle Brontë, ci racconta che fu Anne a fare coraggio a Charlotte[2] poco prima di passare, “senza un sospiro, …dal tempo all’eternità” mentre il ricordo che ci consegna Cassandra è struggente perché attinge direttamente al suo vivo dolore:

Ho perso un tesoro, una Sorella, un’amica che non potrà mai essere superata. – Era la luce della mia vita, rendeva preziosa ogni piccola gioia, alleviava ogni pena, mai le ho nascosto un mio pensiero, ed è come se avessi perduto una parte di me stessa. L’ho solo amata troppo, non più di quanto meritasse […]”.[3]

Per Charlotte credo che la fine sia giunta come l’ennesima beffa del destino che arrivò a strapparle quel miraggio di felicità che sembrava aver raggiunto: affetta da tubercolosi in fase terminale, Charlotte muore a Haworth il 31 marzo 1855, incinta del primo figlio, dopo nemmeno un anno di matrimonio con il rev. Nicholls.

A inizio d’anno aveva cominciato ad accusare una sensazione di perpetua nausea e ricorrenti svenimenti. Dopo che questa condizione di salute l’ebbe afflitta per un certo tempo, cedette alle insistenze di Mr Nicholls che desiderava farla visitare da un dottore. Lo mandarono a chiamare e questi dichiarò che le condizioni della paziente dipendevano  da una causa naturale. Charlotte tentò con tutte le sue forze di sopportare e di tirare avanti ma la terribile nausea andava peggiorando di giorno in giorno. Finì per non lasciare più il letto tanto si sentiva debole. Scrisse alla sua carissima Nell:

Debbo scriverti una riga da questo mio squallido letto… Non ti parlerò delle mie sofferenze – sarebbe inutile e penoso. Voglio darti un’assicurazione che, lo so, ti conforterà – eccola: trovo in mio marito il più tenero degli infermieri, il più affettuoso sostegno, il migliore conforto terreno che una donna abbia mai avuto. La sua pazienza non viene mai meno, pur essendo messa alla prova da giornate tristi e notti dal riposo interrotto”. Furono le ultime lettere.

Verso la terza settimana di marzo si produsse un cambiamento; la dominò un lento vaneggiante delirio nel quale chiedeva costantemente cibo e perfino stimolanti. Ora inghiottiva avidamente, ma era troppo tardi. Al marito distrutto dal dolore che implorava Dio di risparmiarla, sussurrò: “Non sto per morire, vero? Non ci vorrà separare, siamo stati così felici…”.

Il 31 marzo, di prima mattina, i solenni rintocchi della campana a morto della piccola chiesa annunciarono agli abitanti del villaggio che l’avevano conosciuta quando era una bimbetta che essa non c’era più e i loro cuori si strinsero al pensiero dei due uomini che sedevano soli e desolati nella vecchia Canonica grigia[4].

Non so pensare a peggiore desolazione.

Emily Bronte, secondo Virginia Woolf | I piaceri della lettura

Tutte e tre le figlie della brughiera temprarono il loro carattere al gelido ambiente che le circondava, ma Emily è quella che appare la più forte e tenera allo stesso tempo, quella che si distingue dalle altre perché Emily bastava a se stessa: vagava da sola per la brughiera, amava la compagnia del suo cane Keeper e parlava il minimo indispensabile. Non la spaventava né la notte né la solitudine. La vita e la morte non le apparivano irriducibili.

Mi sembra di vederla, attraverso i racconti di Charlotte, mentre si oppone strenuamente a qualsiasi invasione del suo spazio e limitazione della sua libertà anche da parte dei familiari e da chi più l’amava, scrivere soltanto per sé e per il piacere di comporre e fantasticare, ferma e irremovibile come sempre nelle sue decisioni.

La seguiamo fino alla fine: protestare e rifiutare le cure del medico e poi crollare sotto il peso schiacciante di quel male incurabile quando ormai è troppo tardi.

«Se vuoi far venire un dottore, ora lo riceverei». Era troppo tardi. Verso le due del 2 dicembre morì. Il giorno dopo Charlotte scrisse: «Emily non soffre più di dolore. Non soffrirà mai più in questo mondo. È morta. Non c’è più Emily nel tempo, sulla terra, ormai. Ieri abbiamo deposto quietamente la sua povera spoglia terrena sotto il pavimento della chiesa. Siamo molto calmi. Perché dovrebbe essere altrimenti? L’angoscia di vederla soffrire è passata; lo spettacolo della morte è finito; il giorno del funerale è alle nostre spalle. Sento che è in pace». Il cane di Emily, Keeper, accompagnò il funerale, rimanendo quieto per tutto il tempo del servizio funebre: poi andò ad accucciarsi davanti alla porta della camera della sua padrona. Per anni, Charlotte non si stancò di parlare di Emily: era diventata, per lei, «un’idea fissa, più cupa, più ostinata che mai».

Biografia di Emily Dickinson

Altro personaggio misterioso rimane Emily Dickinson, ancor più della consorella poetessa Emily Brontë, le cui insondabili analogie non sfuggivano per prima a lei.

Enigmatica, vestale della Poesia e del focolare domestico, lei che sin dall’inizio si oppose al destino “domestico” previsto per il suo sesso.

Aver cosparso il cammino della sua vita di questi adamantini foglietti bianchi cui erano affidati i suoi versi, è stato come lasciare innumerevoli attestazioni di sé accampando sul mondo terreno il suo fermo desiderio di Eternità. Da sempre il suo rapporto con la Morte è stato di fascino irresistibile:

 

Poiché non potevo fermarmi per la Morte –
Lei gentilmente si fermò per me –
La Carrozza non portava che Noi Due –
E l’Immortalità –

 

Emily soffriva di una grave forma di nefrite che le venne diagnosticata dal dott. Fish, in seguito a un improvviso svenimento che ebbe il 14 giugno 1884 mentre era in cucina a preparare una torta. Da quel momento in poi le sue condizioni di salute peggiorarono: gli svenimenti, accompagnati da emicranie, nausea, vomito e convulsioni, non le diedero tregua. Relegata nel letto della sua stanza, Emily continuava a leggere e a scrivere, accettando con obbedienza le prescrizioni mediche. Aveva sempre ammirato la tenacia e il coraggio dimostrati da Emily Bronte, soprattutto verso la fine, quando, ammalata di tubercolosi rifiutò ogni visita e cura medica. Ora l’altra Emily rivendicava per sé quella libertà di morire. Presagiva la sua fine, diede indicazioni precise alla sorella Vinnie per il suo funerale. Il 13 maggio 1886 cadde in coma dal quale non si risvegliò più.[5]

Spesso i farmaci prescritti, proprio a causa della loro composizione chimica altamente tossica, acceleravano, la fine del paziente, come avvenuto per Emily Dickinson o per la sua conterranea, Louisa May Alcott.

VITE CHE NON SONO LA TUA - Louisa May Alcott - Rai Radio 3 ...

Mentre era infermiera volontaria all’ospedale militare di Georgetown vicino a Washington, durante la guerra di secessione, Louisa dovette essere ricondotta a casa perché ammalata di tifo.

 

Dolore acuto a un lato, tosse, febbre e vertigini: una prospettiva piacevole per un’anima solitaria a cinquecento miglia da casa!… mi chiedo se devo morire qui.

 

Fu curata con dosi massicce di calomelano, che i medici somministravano all’epoca per debellare il tifo ma i cui effetti deleteri e nocivi erano distruttivi per il corpo sia nell’immediato che nel lungo periodo. L’intento era infatti quello di indurre abbastanza vomito e diarrea per liberare il corpo del paziente da tutte le malattie ma trattandosi di farmaci a base di mercurio queste pratiche non andavano esenti da effetti collaterali permanenti e fatali, fino ad arrivare all’avvelenamento precoce.

Anche Louisa dunque assunse il calomelano e anche per lei il resto della vita sarebbe stato rovinato dagli effetti dell’avvelenamento da mercurio. La malattia fu grave e la convalescenza dolorosa: senza forze, incapace di camminare da sola, le erano caduti i capelli e le risultava difficile mangiare a causa delle ulcere in bocca.

Alla fine del 1885, Louisa era tormentata da vertigini e reumatismi, nel gennaio del 1887, si trasferì in una casa di cura a Roxbury, nel Massachusetts, appena fuori Boston. Mangiava e dormiva male; erano entrambi effetti del mercurio. Durante questo periodo, che lei stessa definisce di forzato isolamento, dovrebbe aver composto altri racconti appartenenti alla raccolta A garland for girls. Una ghirlanda per ragazze[6]. Louisa scrisse le sette storie che la compongono durante la convalescenza dalla malattia, ispirandosi per ciascuna a un fiore diverso per tratteggiare il carattere delle protagoniste.

Il 1° marzo 1888, sapendo che la fine del padre era vicina, Louisa si recò a Boston per fargli visita. Lo trova: “Molto dolce e debole, mi ha baciato e ha detto: vieni presto. Ha annusato i miei fiori e mi ha chiesto di scrivergli una lettera”.

Il giorno seguente, Louisa scriveva la sua ultima pagina di diario:

Va bene, va meglio con la testa ma con il cibo qualche difficoltà … Scrivo lettere …. Cucio. 

 

Il 6 marzo 1888, alle 3,30 del mattino, all’età di 55 anni, Louisa May Alcott si spegneva nel sonno, senza sapere di stare seguendo la dipartita del genitore di soli due giorni. Riposano entrambi nel cimitero di Concord, Sleepy Hollow. Fu la sorella Anna a curare le annotazioni finali sul suo diario comprese le osservazioni su come si era svolto il funerale.

Quello che colpisce è la straordinaria dignità di queste donne anche nella prova durissima della malattia e poi nel momento estremo del passaggio finale su questa terra, e il ricordo che di loro sono riuscite a consegnare di altissimo significato esemplare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Marisa Sestito, Introduzione a Anne Brontë, Agnes Grey, Editori Riuniti Albatros, Roma, 1989, p. XVI.

[2] Elizabeth Gaskell, La vita di Charlotte Brontë, Castelvecchi edizioni, Roma, 2015, p. 311.

[3] Jane Austen, Lettere, trad. Giuseppe Ierolli, edizioni ilmiolibro.it, Roma, 2011, L. n. CEA/1. [App.1] 20 lug. 1817, da Cassandra a Fanny Knight, da Winchester a Godmersham, p. 513.

 

[4] Elizabeth Gaskell, La vita di Charlotte Brontë, Castelvecchi edizioni, Roma, 2015, pp. 457-458

[5] Sara Staffolani, Le colline, il tramonto e un cane. Vita e poesia di Emily Dickinson, Flower-ed, Roma, 2019, pp. 160-161

[6] Louisa May Alcott, Una ghirlanda per ragazze, trad. R. Mainetti, Flower-ed, Roma, 2017.

Louisa: l’infermiera e la paziente.

Hospital Sketches - Louisa May Alcott - Libro in lingua inglese ...

 

La guerra di secessione interrompe bruscamente la nascente carriera letteraria[1] di Louisa, che si offre come infermiera volontaria all’ospedale militare di Georgetown vicino a Washington[2]. L’orrore e la tragedia della guerra non potevano rimanere una sterile esperienza per la giovane donna che deve fermare sulla carta tutto quel bagaglio di incontri ed emozioni forti attraverso delle commoventi e tenere lettere che scrive a casa.

 

Ho dato inizio al mio viaggio piena di speranza e di tristezza, di coraggio e di progetti… nuove avventure e un crescente senso del grande dovere che mi sono assunta… Una solenne ora, e io sono felice di viverla e sono sicura che sarà per me una stagione bellissima. Ne uscirò viva o morta.

Racconti d'amore e di guerra

Il padre le raccoglie e le conserva tutte e ne manda alcuni brani[3] all’amico Frank Sanborn, editore del giornale “Commonwelth”: i suoi bozzetti furono pubblicati con il titolo Hospital Sketches[4] ed ebbero immediato successo[5]. 

Questo il diario di quelle giornate. All’ospedale di Washington Louisa cominciava la sua giornata alle sei del mattino, ora in cui percorreva l’intero reparto dove erano ricoverati dieci uomini, per andare. a spalancare le finestre. Assecondava i lamenti dei pazienti rendendosi conto che l’aria in ospedale era viziata e malsana, “fredda, umida, sudicia, piena di odori nauseanti esalati dalle ferite, dalle cucine, dalle lavanderie e dalle scuderie”. Dopo una pessima colazione a base di caffè annacquato, Louisa faceva ritorno in reparto dove imboccava i malati che non riuscivano a mangiare da soli, medicava loro le ferite, lavava e cuciva bende. Per tutta la mattina Louisa correva avanti e indietro per portare ai ricoverati biancheria, acqua, spugne, cuscini e ogni genere di necessità. Dopo pranzo la situazione si tranquillizzava e Louisa poteva dedicarsi a scrivere lettere per conto dei soldati. I medici facevano un giro di ispezione dopo cena e alle nove si spegnevano tutte le luci a gas.

Tra i ricoverati ce ne fu uno che più di altri incontrò la simpatia di Louisa, era John Sulie, un uomo semplice e devoto alla madre, gravemente ferito,  per il quale lei rappresentò un grande conforto negli ultimi giorni di vita. Tra le corsie fece amicizia con il dottor John Winslow un mite e dolce quacchero che lei descrisse come un tipo all’antica co il quale faceva lunghe passeggiate al crepuscolo: “Cita Browning a profusione, si abbandona a un tono confidenziale al crepuscolo e, nell’insieme, è simpatico e amabile, ma forse troppo simpatico e troppo giovane per me”.

 

Dopo tre settimane di servizio, la sensibile infermiera dovette essere ricondotta a casa perché ammalata di tifo.

Dolore acuto a un lato, tosse, febbre e vertigini: una prospettiva piacevole per un’anima solitaria a cinquecento miglia da casa!… mi chiedo se devo morire qui.

Hospital Sketches

Cinque anni prima di sfondare con Piccole donne, tra il 1862 e il 1863 la trentenne Louisa May Alcott prestò servizio allo Union Hospital di Georgetown. Dalle lettere inviate alla famiglia durante le sei settimane da volontaria trasse le tragicomiche avventure dell’infermiera militare Tribulation Periwinkle, pubblicate con il titolo Hospital Sketches nel 1863.
La traduzione, con il testo inglese a fronte, è a cura di Sara Grosoli, con una prefazione di Daniela Matronola.

 

– Voglio qualcosa da fare.
– Scrivi un libro – proferì l’autore della mia esistenza.
– Non ne so abbastanza, signore. Prima bisogna vivere, poi scrivere.
– Vai a curare i soldati – disse il mio giovane fratello, Tom, che smaniava per il campo attendato.
– Lo farò!
Fin qui, molto bene. C’era il desiderio, ora bisognava trovare il modo.

 

A quei tempi, i medici somministravano ai pazienti il calomelano in dosi massicce. L’intento era quello di indurre abbastanza vomito e diarrea per liberare il corpo del paziente da tutte le malattie, ma trattandosi di farmaci a base di mercurio non andavano esenti da effetti collaterali fino all’avvelenamento precoce. Anche Louisa fu curata con il calomelano e anche per lei, il resto della sua vita sarebbe stato rovinato dagli effetti dell’avvelenamento da mercurio.

 

Quando ho avuto la gioventù non avevo soldi; ora ho i soldi e non ho tempo; e quando avrò il tempo, se mai ne avrò, non avrò salute per godermi la vita.

 

La malattia fu grave e la convalescenza lenta e dolorosa: senza forze, incapace di camminare da sola, i capelli le erano caduti e mangiare le risultava difficile a causa delle ulcere alla bocca.Dopo essersi rimessa, Louisa comincia a pubblicare romanzi noir o storie sensazionali che le procurano facili guadagni ma che decide di firmare utilizzando uno pseudonimo, A.M. Barnard.

 

[1] Ma solo per rilanciarla con maggiore vigore, vedremo.

[2] Per approfondire l’esperienza di Louisa nella guerra civile americana: http://digilander.libero.it/biblioego/alcasta.htm

[3] Un racconto tratto da Hospital Sketches, in cui Louisa parla in prima persona come l’infermiera Pervinca, contenuto in “Louisa salva l’esercito unionista”, articolo di Storie Magazine n. 41/2001 a cura di Daniela Daniele, consultabile qui: http://www.storie.it/numero/salvatori-e-salvatrici-2/louisa-may-alcott-salva-lesercito-unionista/#X

[4] In italiano Racconti d’amore e di guerra, a cura di Sara Antonelli, Donzelli, 2008.

[5] Agli Sketches seguirono altri racconti di guerra A hospital Christmas, Love and loyalty, My contraband.

Fonti di questo articolo sono:

Martha Saxton, Louisa May Alcott, una biografia di gruppo, a cura di Daniela Daniele, Edizioni Jo March, Città di Castello, 2019

Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo - Martha Saxton - Libro ...

Romina Angelici, Non ho paura delle tempeste, Flower-ed, Roma, 2018

 

Non ho paura delle tempeste. Vita e opere di Louisa May Alcott ...

 

Un libro al giorno: Non ho paura delle tempeste.

L'immagine può contenere: fiore

Maggio 1871.

Louisa decide di fare rientro a casa dal viaggio in Europa-Italia:

“un anno molto piacevole nonostante il dolore costante, la morte di John e le ansie di casa, sono molto contenta di essere venuta, per amore di May, è stato un anno molto utile per lei”.

Infanzia Regency di Jane Austen

Jane nasce il 16 dicembre nella rettoria di Steventon, nello Hampshire settentrionale, settima tra i figli del rev. George Austen (1731-1805) e di sua moglie Cassandra Leigh (1739-1827), il cui matrimonio era stato celebrato il 26 aprile 1764.
Il reverendo Austen si era trasferito a Steventon, un piccolo villaggio a poche miglia dalla cittadina di Basingstoke, diventando parroco della chiesa locale, con la moglie e gli altri figli ai quali, quattro anni dopo, era andata ad aggiungersi la settima, Jane che vivrà qui fino all’età di 25 anni.
Nella piccola chiesa di Steventon si trova oggi una targa che recita: “Jane Austen / Born December 16th 1775 / Died July 18th 1817 / Worshipped Here / This tablet was erected to her memory by her great grandniece Emma Austen Leigh 1936”. La canonica dove viveva la famiglia, invece, è stata demolita intorno al 1824.
Quello del 1775-76 fu un inverno particolarmente freddo, forse fu per questo che Jane venne battezzata quasi 4 mesi più tardi, il 5 aprile con una cerimonia pubblica.
Dall’annotazione sul registro dei battesimi si apprende
che la cerimonia privata si era invece svolta subito, all’indomani, in casa:
“Jane Daughter of the Revd Mr George Austen Rector of this Parish, & Cassandra his wife was Privately Baptizd Decr 17th 1775 Rec’d into the Church April 5th 1776”
Jane Figlia del Rev. Mr. George Austen, Pastore di questa Parrocchia, e di sua moglie Cassandra, è stata battezzata privatamente il 17 dicembre 1775, registrata in Chiesa il 5 aprile 1776]
Il 17 dicembre il rev. Austen annunciava la sua nascita alla cognata:
Cara Cognata,
Senza dubbio stavi aspettando da qualche tempo notizie dall’Hampshire, e forse ti sei un po’ meravigliata che alla nostra età fossimo diventati così incapaci di contare, ma è stato così, perché Cassy. si aspettava di partorire un mese fa: comunque ieri sera il momento è arrivato, e senza molti preamboli, tutto si è concluso felicemente.
Ora abbiamo un’altra bambina, per il momento un giocattolo per la sorella Cassy e in futuro una compagna. Si chiamerà Jenny, mi sembra somigli a Henry, così come Cassy somiglia a Neddy.
Jane infatti era nata con un mese di ritardo rispetto ai calcoli fatti dai suoi genitori che in verità avrebbero dovuto essere ormai esperti in materia, per questo il rev. Austen ci scherza su.
Fortunatamente era andato tutto bene, il reverendo tira un sospiro di sollievo perché all’epoca non era poi cosa da poco sostenere un parto e uscirne illesi, sia per la madre che per il neonato. Mrs Austen dove avere una fibra molto forte!
Non si conoscono le ore del travaglio che ha dovuto sopportare ma è difficilmente credibile che abbia partorito sul letto per pericolo di sporcare il prezioso materasso di piume. E’ più probabile che si usassero sedie inclinate o sgabelli che per la loro conformazione facilitassero l’espulsione del feto. Non c’erano medici ad assistere al parto ma solo parenti e amiche esperte di loro, semmai si chiamava l’ostetrica ma la notte in cui nacque Jane doveva essere difficile farla venire da Basingstoke, distante 7 miglia dalla canonica.
A Guide to Jane Austen and Children | Lapham's Quarterly
Il neonato poi veniva lavato, vestito e messo accanto a sua madre nel letto o all’interno della sua culla, avvolto in un lungo abito e in calde coperte.
Era ancora raccomandata la fasciatura che lasciava liberi solo braccia e gambe e serviva anche a sostenere la schiena. Se le condizioni igienico-sanitarie relative al cambio della fasciatura lasciavano a desiderare perché si riteneva che l’urina avesse potere disinfettante, si osservava però la cautela di preservare il delicato capo del bambino sin da subito con dei minuscoli cappellini ad hoc.
Dopo il puerperio che per alcune donne durava in mese, per altre, che si sentivano più in forze, poche settimane, cominciavano a ricevere visite di rallegramenti per la nascita di amici e conoscenti.
Gli Austen seguivano l’usanza del periodo regency di affidare i loro figli appena tre mesi dopo la loro nascita a una balia, nel caso specifico “una brava donna a Deane”, un villaggio vicino a Steventon, di ceto sociale inferiore agli Austen. Da lei fu allevata anche Jane. I genitori non abbandonavano il figlio presso la balia senza più rivederlo, il nipote Edward nel suo Memoir ricorda cheIl bambino veniva quotidianamente visitato da uno o entrambi i suoi genitori e veniva portato spesso da loro nella canonica, “anche se il cottage [a Deane] era la sua casa”. Anche se lì la vita era meno lussuosa, era però sana e corroborante visto che tutti i bambini Austen sono cresciuti bene e forti (a parte George). 
Il bambino faceva quindi definitivo ritorno presso la famiglia naturale una volta che cominciava a muovere i primi passi oppure anche più tardi.
I bambini di Austen rimasero con i Littleworth fino a quando non iniziarono a camminare e parlare, fino a quando cioè potevano “essere considerati esseri razionali”. Henry tornò a Steventon Rectory a quattordici mesi e Cassy e Jane furono restituite quando raggiunsero i due anni.
La madre sostituì allora le loro vesti lunghe “da neonati” in abiti più corti che consentissero loro maggiore libertà di movimento. I bambini indossavano anche cappellini imbottiti “paraurti”.
Da questo momento iniziò l’infanzia di Jane a Steventon, nella canonica che non era affatto un’austera e grigia dimora ma una casa allietata dal carattere aperto dei genitori, la presenza dinumerosi figli e allievi che il rev. Austen prendeva a pensione per istruirli, un ambiente insomma molto vivace per le frequentazioni e le conversazioni. uno degli svaghi preferiti dagli Austen era proprio di organizzare recite familiari alle quali partecipavano tutti.
An Elegant Society: Adam Buck, artist in the age of Jane Austen ...
La descrizione della giovane Catherine Morland bambina mi sembra molto calzante:
Una famiglia con dieci figli sarà sempre chiamata una bella famiglia, purché ci siano teste, braccia e gambe nella giusta proporzione; ma i Morland avevano poco altro per essere degni di quell’aggettivo, poiché erano in generale molto brutti, e Catherine, per molti anni della sua vita, brutta come tutti. Aveva una figura esile e goffa, una pelle giallastra e scolorita, capelli scuri e lisci e lineamenti marcati; questo come aspetto fisico; ma non meno sfavorevole all’eroismo sembrava la sua mente. Amava tutti i giochi da maschi, e preferiva di gran lunga il cricket non solo alle bambole, ma ai più eroici divertimenti dell’infanzia, come accudire un ghiro, nutrire un canarino, o annaffiare un roseto.
..a dieci anni non era né cattiva di cuore né cattiva di carattere; di rado era testarda, quasi mai litigiosa, ed era molto buona con i più piccoli, con qualche intervallo di tirannia; oltre a ciò, era rumorosa e scatenata, odiava stare rinchiusa e lavarsi, e al mondo non c’era nulla che le piacesse quanto rotolarsi nel pendio erboso dietro la casa.
L’Abbazia di Northanger, jausten.it
Giuseppe Ierolli, Jane Austen si racconta, Utelibri, Bergamo, 2012.
L’illustrazione di apertura è di Katie Wilson ed è tratta dal libro Jane Austen, Little People, Big Dreams.

Un paio di calze di seta di Kate Chopin

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Sono racconti spiazzanti, di immediata espressività e diretta franchezza.

Istantanee di una consapevolezza, di una presa di coscienza che arriva all’improvviso e sbaraglia tutte le carte in tavola di situazioni e certezze precedenti.

Con tutta l’evidenza di un’immagine fotografica, catturano un momento per immortalarlo nello spazio e nel tempo con un flash tenace che arriva a illuminare anche le zone oscure dell’animo umano. Quel coacervo di sentimenti e pulsioni spesso celate nel profondo di ciascuno di noi e volutamente ignorate.

Nella scrittura di questi racconti c’è una modernità e una sensibilità nel cogliere proprio le esigenze più intime, e spesso inconfessabili, dell’individuo che per primo sovverte l’immagine sociale che lo ammanta e decide di appropriarsi della propria vita.

Dall’introduzione di Anna Maria Farabbi:

Questo piccolo ventaglio di racconti si apre ventilando una scrittura di cento anni fa, ancora viva nella sua laminare leggerezza ironica e precisa nella sua mira: ritrae con pochi segni incisivi, una donna alla luce di una sua fase esistenziale decisiva in cui si compie drammaticamente la coscienza della propria identità femminile. Kate Chopin torna a stupirci. Vicina e toccante, superba nei suoi tessuti narrativi. Tra il centinaio di racconti che la scrittrice americana scrisse, questi inediti proposti sono, secondo me, carte preziose. In ciascuno pulsa una microscopica anima autobiografica, il cui battito, tuttavia, espande una risonanza forte e universale.”

Kate Chopin, nata Katherine O’Flaherty (Saint Louis, 8 febbraio 1851 – Saint Louis, 22 agosto 1904), è stata una scrittrice statunitense, di racconti e romanzi, principalmente sullo sfondo della Louisiana creola.

È considerata oggi una delle “progenitrici” delle autrici femministe del XX secolo.

Kate Chopin è nota per il suo romanzo The Awakening (Il risveglio), opera incentrata sulla liberazione (interiore) di una donna nell’America del primo novecento ma è autrice anche di tantissimi racconti.

Dopo un’infanzia vissuta in una famiglia tutta al femminile, avendo perso il padre da piccola, Kate si distingue subito per essere una brillante narratrice, una studentessa lodevole e un’abile pianista. Conseguito il diploma si sposa ma purtroppo il marito la lascia piena di debiti e di figli a soli 32 anni! Lei deve rimboccarsi le maniche e mandare avanti la famiglia.

Le sue amiche ne ricordavano i modi silenziosi e la sua arguzia irlandese. Una compagnia gentile e alla mano, le piacevano le risate, la musica e la danza, ma soprattutto i discorsi intellettuali, e sapeva esprimere le sue opinioni ponderate con sorprendente immediatezza.

Il racconto che dà il nome alla raccolta, Un paio di calze di seta, narra proprio di una donna che ha speso la sua vita a dedicarsi alla famiglia, a fare economie su economie per poter accontentare i figli privandosi di tutto e che trovandosi una piccola disponibilità di denaro, assapora l’ebbrezza di dedicarne un po’ a sé, di volersi un po’ bene, coccolarsi, come diremmo oggi. Il fatto scatenante è il contatto tattile con la seta di un paio di calze che, sfiorate per caso, accendono questa malia togliendo ogni freno a quella abnegazione autoimposta e frustrante.

Kate Chopin - Wikipedia

Gli ambienti sono diversi, dalla città alla prateria della Louisiana, e anche il ceto sociale dei protagonisti, ma quello che accomuna tutte le storie è il desiderio profondo di essere liberamente se stessi.

Le descrizioni poi sono superbe, le parole usate, senza troppi giri di frasi o abbellimenti retorici, rappresentano nitidamente i concetti con un’evidenza sconcertante.

Camminavo immersa in una specie di sogno, trasformando e intrecciando cose nella mia testa proprio come vedevo spesso fare alle vecchie signore con le pezze della trapunta per comporre un disegno.

Questa è Kate Chopin, questa è una donna che non ha paura di impugnare la sua penna e di scrivere ciò che altri magari abbellirebbero per renderlo più presentabile e moralmente accettabile. Non c’è alcun pregiudizio che trattenga la sua mano, né un’incertezza che orienti la scelta verso certe parole invece di altre, c’è una onestà intellettuale che fa scrivere a Kate Chopin esattamente cosa pensa e cosa vede, senza interpretazione o filtri, ma semmai svelandolo.

L’età che ha fretta di cercare le proprie soddisfazioni, le trova spesso in luoghi insospettabili. 

Esiste un sottile filo rosso che percorre la raccolta e che sembra unire le giovani donne protagoniste di alcune delle storie, ed è la loro scelta alternativa al matrimonio, la loro realizzazione in altro che non sia la vita accanto a un uomo. Alcune di loro decidono di seguire la propria strada, il proprio destino, la propria realizzazione, e chi sposa senza essere convinta o senza amare, commetterà un errore di cui pentirsi per sempre.

La sorte lo condusse a lei quel giorno primaverile sotto la fioritura, in un momento in cui la natura lavorava dentro di lei per indebolire e sciogliere la risolutezza di tuta la sua vita. Distolse da lui lo sguardo, lontano, attraverso le colline verdi che il sole aveva toccato e ravvivato, e oltre nella nebbia impenetrabile. Il suo volto stanco mostrava l’aspetto della preda che aveva sostenuto una lotta coraggiosa e desiderava riposo.

 

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Questo dipinto di Marcus Stone, si intitola The Old Letters: sarebbe perfetto per il racconto: Le sue lettere di Kate Chopin!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un pomeriggio al n. 26 di Piazza di Spagna con John Keats

di Margherita Valery e Romina Angelici

John Keats nacque a Londra il 31 ottobre 1795. Il padre Thomas, nativo delle regioni dell’ovest, lavorava come garzone di scuderia presso John Jennings, proprietario della Swan and Hoop Inn (la Taverna del Cigno e del Cerchio), a Moorgate di cui sposò la figlia Frances, e prese il posto negli affari.

John fu il primo di cinque figli: suoi fratelli erano George (1797–1841), Thomas (1799–1818), Frances Mary “Fanny” (1803–1889), e un quarto del quale non si conosce l’identità, poiché morto giovanissimo.

Di lui si disse in seguito che avesse ereditato dalla madre il bel viso, e dal padre la bassa statura, gli occhi castani e l’onestà.

 

Quando i genitori (che, essendo d’estrazione piuttosto modesta, non avevano le finanze per educarlo nei prestigiosi college di Eton o Harrow) nell’estate del 1803 lo mandarono alla scuola privata del reverendo John Clarke,  John iniziò una salda e duratura amicizia  con il figlio di questi, Charles Cowden Clarke, un giovane di buona cultura e dal contagioso entusiasmo per la poesia. 

La tranquillità di questi anni, tuttavia, iniziò ad incrinarsi, allorché Keats fu colpito da una serie di gravi disgrazie. Il 16 aprile 1804, quando Keats non aveva ancora nove anni, gli morì il padre per via d’un trauma cranico a seguito di una caduta da cavallo, e nel marzo del 1810 perse anche la madre, malata di tubercolosi. I giovani fratelli Keats vennero affidati alla nonna materna, la quale, però, non potendosene prendere cura, fece nominare due tutori: Richard Abbey e John Sandell per volontà dei quali, nell’autunno 1810, John dovette lasciare la scuola del reverendo Clarke per andare a studiare e lavorare come apprendista presso Thomas Hammond, farmacista e chirurgo di Edmonton, nel nord di Londra, nonché vicino di casa e medico della famiglia Jennings.

John aveva un carattere emotivo e rissoso da piccolo, e malinconico da grande: non si fa fatica a spiegarselo guardando le prove e i lutti che ha dovuto superare; anche il fratello Tom, a cui era molto affezionato da piccolo, si ammalò e morì di tubercolosi. 

Alla morte del fratello Tom, avvenuta il 1º dicembre 1818, Keats si trasferì dall’amico Charles Armitage Brown in un appartato e silenzioso angolo di Londra, a Wentworth Place, Hampstead

.Opere di John Keats - Wikipedia

 

L’inverno 1818–19 fu assai prolifico, in quanto produsse a ritmo incalzante gran parte dei suoi componimenti più significativi: anzitutto il suo primo libro di poesie, dal titolo Poems, del quale il componimento Sleep and Poetry rappresenta il contributo più notevole; poi, il poema Endymion, scritto nel 1817 e pubblicato l’anno successivo, dove sotto l’allegoria della vicenda ellenica di Endimione, viene dimostrata l’unicità della bellezza che si rivela in tutte le attività umane.

A Wentworth Place Keats conobbe, tra il settembre e l’ottobre del 1818, Fanny Brawne, che era ospitata insieme alla madre dai Brown: la simpatia si trasformò ben presto in intimità. Ciò nonostante i due non si unirono in matrimonio, a causa delle condizioni economiche poco agiate del poeta e delle sue condizioni di salute assai precarie.

Il fidanzamento venne alla luce solo nel 1878, dopo la pubblicazione di alcune lettere di Fanny a sua sorella. 

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Sin dagli inizi del 1818, infatti, Keats era travagliato da una lenta consunzione, che lo spinse – su suggerimento dei medici – a trasferirsi a Roma col suo amico Joseph Severn, sperando che un clima più caldo potesse giovargli: non farà mai più ritorno in Inghilterra.

Fu però fermato al porto di Napoli e sottoposto a quarantena per una sospetta epidemia di colera scoppiata a Londra e arrivò a Roma solo a novembre.

Qui si stabilì al n. 26 di Piazza di Spagna dove divise bollette e amore tebano con Shelley.

Quella lettera di Keats - Artwave

Un giorno, mentre stava discorrendo di alcuni amici in biblioteca, durante una serata tranquilla, iniziò a tossire sangue e anche se le sue competenze non erano mediche ma di farmacista, capì che non sarebbe  più tornato in Inghilterra.

Infatti riposa al cimitero acattolico di Roma

.File:9058 - Roma - Cimitero acattolico - Tomba John Keats (1795 ...

Quattro stagioni fanno intero l’anno,

quattro stagioni ha l’animo dell’uomo.

Egli ha la sua robusta Primavera

quando coglie l’ingenua fantasia

ad aprire di mano ogni bellezza;

 

ha la sua Estate quando ruminare

il boccone di miel primaverile

del giovine pensiero ama perduto

di voluttà, e così fantasticando,

quanto gli è dato approssimarsi al cielo;

 

e calmi ormeggi in rada ha nel suo Autunno

quando ripiega strettamente le ali

pago di star così a contemplare

oziando le nebbie, di lasciare

le cose belle inavvertite lungi

passare come sulla soglia un rivo.

 

Anche ha il suo Inverno di sfiguramento

pallido, sennò forza gli sarebbe

rinunciare alla sua mortal natura.

Jane Austen e il teatro

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In casa Austen, vuoi per la numerosità, vuoi per gli interessi letterari, si coltivava la passione drammaturgica. Potrebbero essere stati i fratelli maggiori, James e Henry, i più intraprendenti in questo campo, dato che figurano come redattori al college di Oxford della rivista The Loiterer, pronti a coinvolgere la precoce sorella minore in un vivace scambio di battute per la protesta di tale Sophie Sentiment sugli argomenti adatti a interessare e coinvolgere anche un pubblico femminile. Costei è la protagonista di una commedia – The Mausoleum – di William Hayley del 1785, che secondo Paula Byrne potrebbe essere stata tra quelle considerate dagli Austen alla ricerca di materiale per una rappresentazione teatrale[1].

Come per la forma epistolare, Jane si cimentò nella riduzione teatrale di grandi opere, ora cambiandone natura – come Sir Charles Grandison, diventato da romanzo epistolare di sette volumi, una pièce teatrale[2]– ora inserendole in blocco come controcanto all’interno della narrazione principale (nel caso già visto di Lovers Vows di Elizabeth Inchbald in Mansfield Park).

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Nei quaderni di lavori giovanili diversi sono i tentativi abbozzati e concentrati di commedie parodiche: La Visita dedicata a James Austen, a soggetto culinario, Il Mistero dedicato al padre su un presunto segreto da non rivelare e pertanto rimasto tale, e il primo atto di una commedia appena accennato, con intermezzi canori, a sfondo matrimoniale.

Il teatro rimase comunque una grande passione, a coltivare la quale Jane si dedicava quando era in città ospite di Henry, diventando sempre più esigente in fatto di recitazione:

 

Stasera siamo tutti a Teatro, a vedere Miss O’Neal in Isabella. Ritengo che non sia stata del tutto pari alle mie aspettative. Immagino che io desideri qualcosa di più di quanto possa fare. La recitazione mi soddisfa di rado. Mi ero portata due fazzoletti da Tasca, ma ho avuto pochissime occasioni per usarli[4].

 

Alla fine sabato a teatro ci siamo andati, siamo stati al Lyceum, e abbiamo visto Hypocrite, un vecchio lavoro tratto dal Tartuffe di Moliere e ci siamo divertiti molto[…] Non ho nessuna possibilità di vedere Mrs. Siddons[…] Mi sarebbe particolarmente piaciuto vederla in Constance[5] [Re Giovanni] e non ho avuto remore a prendermela con lei per la delusione[6].

 

Schiva riguardo alle rappresentazioni sfarzose orientaleggianti:

 

Eravamo troppo stanchi per restare a vedere per intero Illusione (Nourjahad) che è in 3 atti; c’era una gran quantità di sfarzo e danze, ma credo ben poco valore[7].

 

Amante dei classici e desiderosa di farvi appassionare anche Fanny, condivideva il successo raggiunto da Edmund Kean come il più famoso attore shakespeariano dell’epoca e annuncia entusiasta alla sorella:

 

Ci siamo assicurati i posti al Drury Lane per sabato ma la smania di vedere Mr. Kean è così grande che abbiamo potuto prendere solo una terza e una quarta fila. – Shylock – Una bella commedia per Fanny. Non credo ne sia rimasta molto colpita[8].

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Non disdegna però di accompagnare anche le nipoti più piccole a leggere rappresentazioni musicali al Covent Garden:

 

Fanny e le due bambine [Lizzie e Marianne] sono andate a prenotare i posti per stasera al Covent Garden; Clandestine Marriage e Midas. Il secondo sarà un eccellente spettacolo per L. e M. – ieri sera si sono godute il Don Juan che abbiamo lasciato all’Inferno alle 11 e mezza. – C’erano Scaramuccia e un Fantasma – e ci siamo divertiti; – parlo di loro, il mio divertimento è stato molto contenuto e gli altri erano molto composti. Don Juan è stato l’ultimo di 3 spettacoli musicali; – Five hours at Brighton, in tre atti –dei quali uno era finito prima del nostro arrivo, nulla di male –e The Beehive, un po’ meno stupido e scadente[9].

 

L’attività teatrale di questo periodo è dominata dalla messa in scena dei drammi di Shakespeare a si producono anche drammi “eroici”, tragedie neoclassiche sul modello francese alla Racine o tragedie domestiche incentrate su vicende di persone qualunque ispirate dalla cronaca nera. Anche la commedia subisce l’influsso della nuova morale dominante per cui alla brillante, spregiudicata e licenziosa commedia della Restaurazione si preferisce la commedia sentimentale, ispirata al decoro e alle virtù borghesi. Da poco ha preso piede un nuovo genere, la ballad opera, antesignano del moderno musical, introdotta da John Gay e consistente nella parodia dell’opera lirica italiana. Un tono diverso, scanzonato e comico, divertente e spiritoso è portato dalle commedie degli equivoci di Goldsmith e Sheridan.

 

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Quando a Mansfield Park il gruppo di giovani annoiati pensa a quale opera drammaturgica mettere in scena, si passano in rassegna diversi titoli evidentemente tutti ben noti all’autrice e a parte i primi tre classici, di autori contemporanei:

 

Né Amleto, né Macbeth, né Otello, né Douglas, né Il giocatore d’azzardo, avevano requisiti che potessero soddisfare anche solo i fautori della tragedia; e I rivali, La scuola dello scandalo, La ruota della fortuna, L’erede legittimo, e un lungo eccetera, furono di volta in volta scartati con sempre più accalorate obiezioni.[10]

 

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È stata più volte colta la versatilità dei romanzi stessi di Jane Austen a essere sceneggiati. Essi infatti posseggono una serie di caratteristiche a livello linguistico e narrativo, tali da indurre registi e sceneggiatori a pensare di essere di fronte a sceneggiature quasi pronte. Un robusto plot, personaggi caratterizzati, dialoghi ben costruiti, un buon passo narrativo  con i necessari colpi di scena e punti climatici, disvelamenti, risoluzioni finali[11].

 

Questo è quanto il cinema richiede e ritrova in abundantiam in questa letteratura in particolare, e in quella ottocentesca in generale. Se si analizzano i dialoghi che fanno avanzare l’azione, personaggi che maturano durante l’intreccio e i temi trattati sempre attuali. e lo dimostrano i numerosi adattamenti televisivi e cinematografici, di poco inferiori a quelli letterari.

[1] Paula Byrne, Jane Austen and the theatre, Hambledon, London, 2002, p. 17.

[2] Anche se rimane controverso se sia stata scritta a due mani con la nipote Anna)

[3] Jane Austen, Lettere, cit., L. 104 di mercoledì 10-giovedì 18 agosto 1814, p. 395.

[4] Jane Austen, Lettere, cit., L. 112 di martedì 29 novembre 1814, p. 416.

[5] Personaggio di Re Giovanni di Shakespeare.

[6] Jane Austen, Lettere, cit., L. 71 di giovedì 25 aprile 1811, p. 268.

[7] Jane Austen, Lettere, cit., L. 98 di sabato 5-martedì 8 marzo 1814, p. 377.

[8] Jane Austen, Lettere, cit., L. 97 di mercoledì 2-giovedì 3 marzo 1814, p. 373.

[9] Jane Austen, Lettere, cit., L. 87 di mercoledì 15-giovedì 16 settembre 1813, p. 323.

[10] Jane Austen, Mansfield Park, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, sez. “romanzi canonici”, cap. 14.

[11] G. E. Elisa Bussi, “Jane Austen dalla pagina allo schermo”, in Jane Austen, Oggi e ieri, cit., p. 48.

Fonte:

Charles Dickens di Peter Ackroyd

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Ci sembra lecito affermare che Dickens abbia colto l’anima del popolo inglese nella sua malinconia meditabonda come nel suo diffuso umorismo

 

 

Interessantissima biografia intrecciata alla bibliografia di Charles Dickens, il grande romanziere vittoriano. Nel ripercorrere entrambe, il risultato più urgente è quello che mostra che la sua vita è stata intimamente e indissolubilmente legata alla produzione dei suoi romanzi.

 

La vita è un insieme di inezie: le parole di David Copperfield si adattano a questa biografia perché è senza dubbio che nelle “inezie” della vita di Dickens che abbiamo trovato la fonte e la misura delle opere che lo hanno reso indimenticabile.

 

 

Dickens uomo e lo scrittore erano soltanto due delle facce di questo funambolico genio, attore mancato, artista di strada, improvvisatore, sommo interprete della sua gente e del suo tempo.

 

La neppure lunga vita di Dickens si presenta come un vasto canovaccio da cui egli ha tratto ispirazione per le sue visioni e in base al quale noi oggi possiamo imparare a conoscerlo più da vicino.

Solo considerando l’Opera si può giustificare l’Uomo che travagliato da continua inquietudine e insoddisfazione, ha modellato nelle sue storie i limiti e le storture di tutto il genere umano, forse cercando consolazione o assolvimento alle proprie.

 

Quanti eventi, incontri o emozioni sono stati riversati nelle sue storie alla ricerca di una sublimazione o dell’immortalità.

Gli oltre duemila personaggi, non solo sono usciti dalla sua inesauribile fantasia, ma continuavano a vivere nel suo studio o per le stesse vie di Londra, rimanendo a disposizione di colui che li aveva generati.

 

Le camminate, l’ossessione per i traslochi, il gusto per i viaggi, sono caratteristiche che lo contraddistinguevano ma a distinguerlo dagli altri gentiluomini vittoriani erano la sua teatralità, il suo infantilismo, la sua curiosità morbosa, la sua natura camaleontica pronta ad adattarsi alle più impervie circostanze. E più di tutti lo caratterizza l’irrequietezza, la continua e spasmodica ricerca di qualcosa di più, di oltre, di nuovo, di diverso.

 

Fu uno dei primi vittoriani, anzi forse un pre-vittoriano: nella sua predisposizione all’entusiasmo e all’euforia nel suo radicalismo e nel suo ardente desiderio di una riforma sociale, fu una delle figure che emersero nei primi tre decenni del secolo.

 

Questo dal punto di vista sociale. Dal punto di vista personale credo che presto abbia avvertito una profonda discrepanza tra l’essere e l’apparire, tra l’uomo pubblico e quello privato, lo scrittore modello di virtù, e quell’insopprimibile esigenza di vivere, di non accontentarsi, di seguire la sua passione.

 

Nelle opere di Dickens, come nella sua vita, c’è la stessa inconfondibile urgenza di contenere, comprendere e controllare tutto. … La complessità, l’impeto, l’evoluzione, la lunghezza stessa della sua narrativa ne sono una dimostrazione: una narrativa così piena di umorismo (e non vi fu mai periodo propenso a ridere di se stesso) di un profondo interesse per l’imprescindibile progresso dell’uomo nel mondo, ma anche di un forte desiderio di trascendenza.

 

Conoscere più da vicino Dickens, negli aspetti più intimi e personali, può ispirare sentimenti di umana simpatia o antipatia verso l’uomo, ma verso lo scrittore insopprimibile è un moto di incondizionata  ammirazione.

 

Sinossi:

La vita di Charles Dickens è una storia di miseria e povertà, di bancarotta, prigione e lavoro minorile forzato, prima di giungere alla fama e alla gloria, proprio come accade nei suoi più celebri romanzi. Charles Dickens nacque nel 1812 a Portsmouth, dove suo padre lavorava come impiegato della Marina Britannica. Nel 1823 i Dickens si trasferirono in uno squallido sobborgo di Londra, ma dopo un anno il padre dello scrittore finì in prigione per debiti e Dickens, a soli dodici anni, fu costretto a lavorare in una fabbrica di lucido per scarpe. Qualche anno più tardi trovò lavoro in un ufficio legale, imparò a stenografare da autodidatta e diventò giornalista. Nello stesso anno cominciò a pubblicare a puntate Il Circolo Pickwick. Nei successivi vent’anni, Charles Dickens pubblicò molti romanzi in forma seriale su famose riviste del tempo come Oliver Twist (1838), David Copperfield (1849) e La Piccola Dorrit (1857), i cui protagonisti divennero il simbolo dell’infanzia sfruttata, uno dei più gravi problemi sociali del tempo. Peter Ackroyd offre una nuova visione della straordinaria vita di Dickens, ricercandone sempre l’eco nell’opera: i romanzi di Dickens sono infatti pieni di riferimenti sui luoghi in cui ha abitato, popolati di personaggi che conosceva personalmente e intrisi delle preoccupazioni che lo tormentavano. Ackroyd, tuttavia, non si limita a raccontare la vita del più famoso scrittore londinese, ma traccia un quadro impeccabile della Londra vittoriana in cui Dickens si muoveva: i sobborghi e le periferie, l’arrivo delle ferrovie, gli effetti della rivoluzione industriale e l’espansione dell’impero britannico. «Un trionfo biografico» (Kirkus Review)

 

 

Le colline, il tramonto e un cane. Vita e poesia di Emily Dickinson di Sara Staffolani

 

 

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L’ispirazione è una cara e volubile amica. 

Mi hanno colpito subito queste parole che introiettano immediatamente nel mondo incantato di Emily Dickinson in cui Sara Staffolani ci conduce delicatamente per mano.

Raramente mi è capitato di leggere una biografia così partecipata e sentita. L’affinità tra l’autrice e il soggetto del suo racconto è immediata e palpabile.

Sara Staffolani ci fa entrare nella dimensione più esclusiva e privata di Emily e ci svela i tanti mondi a cui si apre la sua complessa. Una persona anticonvenzionale, particolare, speciale, ma che comunque sfugge a qualsiasi etichetta che la possa definire e comprendere tutta.

Una vita tutto sommato ordinaria, ma vissuta intensamente e analizzandone ogni impercettibile moto sia dell’animo che del mondo esterno. Il volo di un’ape e l’anima che si chiude come una pietra sono registrati con la stessa precisione tachigrafica.

La Mia Vita era stata – Un Fucile Carico

Si parla sempre della solitudine di Emily Dickinson ma in verità essa è costellata di tante figure familiari e amiche che hanno intessuto attorni a lei legami forti, rapporti totalizzanti, affetti tanto teneri quanto soggetti a repentini capovolgimenti, dolorosi lutti e lacerazioni.

Ognuno che perdiamo prende una parte di noi; 

Uno spicchio alla fine rimane

Che come la luna, una torbida notte, 

E’ chiamato dalle maree

Un personaggio misterioso rimane Emily la poetessa, ancor più della consorella Emily Bronte, le cui insondabili analogie non sfuggivano per prima a lei.

L’uso della parola, magnetico, plastico, simbolico e volutamente criptico, ha assolto perfettamente ai suoi piani e scopi.

Enigmatica, vestale della Poesia e del focolare domestico, lei che sin dall’inizio si oppose al destino “domestico” previsto per il suo sesso.

Aver cosparso il cammino della sua vita di questi adamantini foglietti bianchi cui erano affidati i suoi versi, è stato come lasciare innumerevoli attestazioni di sé accampando sul mondo terreno il suo fermo desiderio di Eternità.

La mia Ruota è nell’oscurità!

Non riesco a vederne i raggi

Eppure so che i suoi stillanti passi

Girano sempre in tondo

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Anne Brontë. La vita e le opere. di Will T. Hale, a cura di Maddalena De Leo

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In occasione del bicentenario della nascita di Anne, la minore delle sorelle Brontë, viene proposta questa biografia che costituisce il primo studio che è stato fatto sulla sua vita e le sue opere. L’autore è Will T. Hale, un professore dell’Università dell’Indiana e a reperire il testo e a curarne la traduzione per noi è stata la prof. ssa Maddalena De Leo, docente di Inglese e socia della Bronte Society sin dal 1975, rappresentante della Sezione Italiana della Bronte Society.

Il libro offre in forma abbastanza concisa il ritratto di Anne Bronte che nei suoi brevi 29 anni di vita non poteva colmare altre pagine ma ha lasciato due forti e intense testimonianze di sé con le sue opere che sembrano tanto diverse tra loro ma in realtà riflettono i due aspetti del suo carattere.

 “Naturale che Anne sia stata trascurata”, si legge nella biografia, “perché è una delle autrici più impercettibili e stringate dell’età vittoriana. Delicata e fragile per l’intera vita, distrutta dalla tubercolosi proprio all’inizio della carriera, non fece che una labile impressione nella letteratura dell’epoca e non ne lasciò alcuna in quella seguente. … E ciò nonostante c’è qualcosa di molto interessante in questa dolce e gentile ragazza che solo una volta si allontanò dal suo nativo Yorkshire e la cui opaca, misera esistenza fu così carica di fatica e di tragedia, il cui tenere e gradevole aspetto fu prematuramente strappato alla ruota della vita”.

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La natura gentile e mite di Anne, che viene citata e ricordata da tutti come la sua nota distintiva, è riversata in Agnes Grey che è un pacato diario della vita di un’istitutrice. Se paragonato alle passioni che agitano Cime Tempestose, questo libro può apparire tremendamente piatto ma in realtà esso denuncia in modo realistico e meticoloso il trattamento riservato alle giovani donne che devono lavorare per mantenersi.

L’ideale per lei, ma anche per le sue sorelle, era aprire una scuola tutta loro, quello era il loro progetto dichiarato mentre quello inconfessato era di trovare l’amore.

Non avrebbero potuto confessarselo nemmeno a vicenda ma i rispettivi libri le tradiscono e rivelano a tutti quanto ciascuna desiderasse per sé qualcuno da amare e da cui essere amate.

Ultima di sei figli, era la preferita di tutti, il suo carattere non era di quelli che si impongono ma proprio per questo con lei era facile andare d’accordo e tutti di fatto con lei andavano d’accordo. D’altro canto lei non si risparmiò mai per nessuno, salute permettendo.

È Anne, quella che credevamo essere la più debole, che alla fine invece si prenderà cura del fratello Branwell estraniato da sé dall’oppio e dall’alcool.

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La signora di Wildfell Hall racconta il viaggio agli inferi in cui lo ha accompagnato e con audacia descrive scene di dissolutezza per denunciare il potere distruttivo del bere e insinuarsi nella delicata questione del perdono divino promesso dagli evangelici.

La fede la sorresse sempre e le diede la forza e la serenità di superare il momento decisivo:

 

Speravo che fra i coraggiosi e i forti

Potesse compiersi il compito assegnatomi

Dandomi da fare fra la gente operosa

Con uno scopo vivo e intenso

Ma Dio aveva deciso altrimenti…

 

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