Archivio | giugno 2014

Dignità

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Nascosto tra le foglie

l’intermittente picchiettio

martella una dignità

soffocata da nubi addensate

su mistificate verità. 

Tardano

ma giungono infine

i prepotenti raggi

di un seppur timido sole,

e con essi il chiarore.

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Una coppa gustosa

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Mi tuffo 

entro la coppa

di gusti scintillanti

che il naturale declivio dei colli

incrocia sul mare

decorata da soffici nuvole

di schiuma

in ciuffi arricciate

La casa sfitta di Charles Dickens – ed. Jo March

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Non di un autore poco noto si parla ed è un’opera minore quella pubblicata in terza battuta dalle Edizioni Jo March: “La casa sfittadi Charles Dickens non è certo il suo romanzo più conosciuto ma forse quello più moderno. Scritto a quattro mani insieme a tre suoi stimati collaboratori (Elizabeth Gaskell, Wilkie Collins, Adelaide Anne Procter), La casa sfitta ha un taglio fortemente giornalistico nel modo in cui ciascuno dei quattro ha cercato di dare a suo modo e con gli strumenti della propria arte padroneggiata una declinazione del tema lanciato loro dall’editor Charles Dickens: comporre un racconto attorno al vero o presunto mistero della House to let per il numero natalizio della sua rivista “Household Words” del 1858.

Come Dickens commissiona ai suoi fidati colleghi un lavoro corale e concentrico (tre racconti e un poema), così la ricca ma non più giovane signora Sophonisba incarica il fedele servitore Trottle e l’antico spasimante Jarber di svolgere le indagini atte a svelare il mistero che avvolge l’antistante casa rimasta da sempre sfitta. Si collegano così, uniti dall’unico filo conduttore, Il matrimonio di Manchester, L’ingresso in società, Tre sere nella casa, Il rapporto di Trottle, scritti rispettivamente, nell’ordine, dalla Gaskell, lo stesso Dickens, la Procter in forma di poema, e infine Wilkie Collins, tutti autori pubblicati dal giornale da lui diretto.

L’esperimento andrà talmente bene da essere ripetuto l’anno successivo, sempre in occasione dell’uscita di Natale, con un altro collage “The Haunted House” (La casa stregata) di storie di fantasmi.

Siamo lontani dalle ampie atmosfere di Grandi Speranze, la cifra stilistica è quella dei racconti a puntate, conditi con ingredienti tipici del codice giornalistico: suspense e mistero per catturare e tenere desta l’attenzione del pubblico lettore. Il tema di fondo è però sempre la storia commovente di un’infanzia negata, di adulti senza scrupoli e malvagi che con la denuncia comporta la riflessione. E’ il lavoro in cui si coglie meglio la vena giornalistica di Dickens, le sue qualità di editore e caporedattore, capace di indirizzare e convogliare l’energia creativa degli scrittori in prodotti riusciti, risultati sinfonici. E questa intuizione esprime risvolti inaspettatamente moderni fruibili sia da un pubblico giovane amante del giallo, sia di quello appassionato di letteratura al quale era sfuggito questo piccolo gioiello, nascosto dagli splendori delle opere più famose del grande scrittore.

Wilkie Collins (1824 – 1889) è considerato il padre del romanzo poliziesco inventore della formula di intrattenimento programmatico per la classe media: “make’em laugh, make’em cry; make’em wait” (falli ridere, falli piangere, falli aspettare). Amico e collaboratore di Dickens, scrive per lui nella rivista Household Words per dieci anni e dopo aver pubblicato alcuni romanzi si dedica ai racconti del mistero che hanno trovato trasposizione cinematografica. “La pietra di luna” è uno di questi cui si aggiungono gli altri romanzi gialli La donna in bianco, La legge e la signora, La follia dei Monkton.

Elizabeth Gaskell (1810 – 1865), nota soprattutto per aver scritto la biografia della sua amica Charlotte Bronte (The life of Charlotte Bronte di prossima -per ora solo preannunciata- (ri)pubblicazione, in italiano dalla Casa Editrice Baldini & Castoldi) è stata di recente rivalutata per il quadro dettagliato e realistico che fornisce dei primordi della città industriale e della condizione femminile; moglie di un ministro di culto unitario, impegnata in attività umanistiche e filantropiche, conosce molto bene la vita grama di una classe lavoratrice povera e sfruttata fedelmente trasposta nei suoi romanzi, che invoca giustizia e umana comprensione. Mary Barton, North and South sono ambientati a Manchester, la città industriale del Nord dove la scrittrice vive e può osservare da vicino le terribili condizioni degli operai. In Ruth narra la storia di una donna caduta che riesce a riscattarsi con la penitenza e l’annullamento mentre il delicato affresco di Cranford, un piccolo villaggio dove il tempo sembra essersi fermato, apre lo sguardo su uno sparuto gruppetto di comari ridicole e tenere che si oppone in tutti i modi a qualsiasi cambiamento. Anche Wives and Daughters (Mogli e Figlie) riproduce la vita di provincia, fatta di pettegolezzi e distinzioni di classe, con i quali devono misurarsi due sorellastre frutto di un infelice secondo matrimonio.

 

Adelaide Anne Procter (1825 – 1864) iniziò presto la sua carriera letteraria come poetessa vedendo i suoi versi pubblicati da Dickens sulla sua rivista Household Words con lo pseudonimo Mary Berwick. In seguito fu impegnata attivamente in gruppi femministi e dopo la conversione al cattolicesimo, in attività filantropiche a favore dei poveri senzatetto e donne disoccupate. Morì di tubercolosi i a 38 an senza essere mai stata sposata. Proveniente da una famiglia con stretti legami letterari (lo stesso Dickens, Gaskell, Charles Lambe, Wordsworth, Thackeray), dopo una preparazione da autodidatta si iscrisse al Queen’s College in Harley Street nel 1850. Editore a sua volta di una rivista vittoriana di stampo espressamente femminista “Victoria Regia” e successivamente nel 1858 ha contribuito a fondare la English Women Journal e nel 1859 la Società per la promozione del lavoro delle donne. I primi due volumi di poesie furono intitolati Legends and Lyrics e il terzo Una coroncina di versi pubblicato a beneficio di un ospizio cattolico per donne e bambini.

Jane Austen e l’onomastica

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Nella vita di Jane Austen, durante lunghe giornate “straordinariamente” occupate da visite occasionali e tazze di tè nel salotto comune, dove c’era abbastanza tempo per commentare due o tre volte al giorno, rallegrandosene, che tempo delizioso avesse trovato Cassandra per il suo viaggio (“Da quando sei andata via siamo state straordinariamente indaffarate. In primo luogo abbiamo dovuto gioire due o tre volte al giorno per il tempo delizioso che c’è stato per tutta la durata del tuo viaggio…”: L. 23 del 25-27.10.1800), l’onomastica reclamava uno spazio significativo nella conversazione o poteva diventare soggetto e spunto di componimenti.

A volte l’avvio prendeva da allitterazioni curiose notate sugli annunci matrimoniali del giornale: un certo Mr. Gell sposa Miss Gill e i loro nomi uniti suggerivano versi che accostavano gli occhi dell’una al benessere dell’altro (eyes a ease: cfr. jausten.it, sez. poesie).

Sul possibile nome di una Madrina (dell’ultimogenito di Edward, Brook-John) c’era parecchio da fantasticare per ingannare il tempo: “…io sono molto felice di scoprire chi sarà la madrina. La Mamma ha passato un po’ di tempo a cercare di indovinarne il nome…” (Cfr. L 56 – 1808), più che sui nomi dei nipoti, perché quelli erano in un certo senso predestinati: “Mio carissimo Frank, con te gioisco/per Mary in salute con un figlio maschio…D’ingegno e di natura ben fornito/ Col tuo sangue e il tuo nome avito/in lui, e nei modi che avrà/un altro Francis William si vedrà” (Cfr. n. 69 del 26.7.1809 a Francis Austen).

Frequenti erano i casi di omonimia e la prolifica famiglia Austen non faceva eccezione offrendo più di un esempio di nomi tramandati da padre/madre in figlio/figlia. I James, le Elizabeth erano nomi assai diffusi in quell’epoca e in quell’ambiente, e nella numerosa progenie di Edward e della sfortunata moglie Elizabeth   c’erano un Edward jr. e la piccola omonima della madre. L’albero genealogico degli Austen riproponeva ciclicamente gli stessi nomi con un George (il nonno) e un Henry ognuno ad esempio tra i discendenti di Edward, Francis e Charles mentre i nomi femminili più gettonati sicuramente Cassandra (la nonna ma anche la zia) e Jane, anche combinati tra loro (Cassandra Jane, figlia di Edward e Elisabeth Bridges, nata il 1806).

Omaggio alle nipoti dovrebbero essere considerate Fanny Price e Anne Elliot? Difficile poterlo stabilire, ma certo la scrittrice doveva avere una particolare predilezione per il nome “Emma” tanto da appellarne due protagoniste, prima Emma Watson, poi Emma Woodhouse, come dimostrano alcuni versi: “Sono in un dilemma/in mancanza di una Emma/sfuggita dalle labbra/a Henry Gipps:” (cfr. jausten.it, sez. poesie), e sintomatiche sono anche esclamazioni spontanee del tipo: “le signorine Lance (anche una di loro si chiama Emma!)…” (Cfr. L. 62 del 1808); ma forse ancora di più aveva un debole per “Charlotte”: ce n’è una quasi in ogni romanzo: Charlotte Lucas, Charlotte Smith, Charlotte Heywood. Quest’ultima almeno succede ad una precisa dichiarazione d’intenti in tal senso: “Ammiro la perspicacia e il buongusto di Charlotte Williams. Quegli occhioni scuri giudicano sempre bene. – Le farò omaggio, dando il suo nome ad un’Eroina” (L. 91 del 1813).

Nella scelta o ripetizione dei nomi, non può ravvedersi una precisa intenzionalità: non ci sono Cassandre né Marthe tra i personaggi dei romanzi, diversamente dagli Henry (assegnato al baldanzoso e incostante Henry Crawford ma anche al saggio Henry Tilney), Edward, James, Frank, Charles (i fratelli). Di certo era consapevole che allo stesso nome potessero corrispondere disuguali regali dalla sorte: “Mr. W. ha più o meno 25 o 26 anni, non si presenta male e non è simpatico. -Di certo non è un’aggiunta. Modi freddi, da gentiluomo, ma molto silenzioso. Dicono che si chiama Henry. Una prova di quanto siano disuguali i regali concessi dalla sorte. Ho conosciuto diversi John e Thomas molto più simpatici” (L. 92 del 1813).

Irrintracciabile rimane –se c’è mai stato- il motivo per cui il proprio Jane Austen lo cede alle co-protagoniste: Jane Bennet (rispetto a Elisabeth), Jane Fairfax (rispetto ad Emma). C’era veramente una Fanny Price citata in un poema di George Crabbe, The Parish Register (Il registro parrocchiale, 1807), una fanciulla “amabile e casta” che rifiuta l’offerta di matrimonio del ricco pretendente perché è già innamorata di un altro (cfr. jausten.it, sez. Mansfiel Park) o è un discreto omaggio alla sua autrice preferita Francis Burney? Certo è che molte signorine di sua conoscenza si candidavano per averla ispirata: “Abbiamo fatto visita a Miss Dusautoy… Miss. D. è convinta di essere Fanny Price, lei insieme alla sorella minore, che si chiama Fanny” (L. 102 del 23.6.1814).

Verso il nome Robert una leggera preferenza (Cfr. L. 61 – 1808 e la nota del Traduttore n. 3) che svela Fanny Knight nella lettera ad un’amica quando, a proposito di nomi adatti ad un neonato, scrive che le sue due Zie amano molto sia Robert che Susan (quest’ultimo era il nome dato inizialmente alla protagonista della Abbazia di Northanger, primo romanzo scritto: cfr. L. 68(D) del 5.4.1809 a Crosby e Co), mentre traspare una leggera nota di biasimo verso il Cap. Foote avversario di tutti i nomi femminili che non siano comuni: “gli piacciono solo Mary, Elizabeth, Anne, ecc. La nostra possibilità migliore è “Caroline” che in onore di una sorella sembra essere la sola eccezione possibile” (Cfr. L. 49 del 7-8.1.1807).

Diversamente, il nome Riccardo non riscuoteva simpatie: anche se Richard si chiamavano il servitore di Henry a Londra e il valletto a Godmersham Park -immortalato quest’ultimo in alcuni versi mentre siede a cassetta in un’altra carrozza e viene superato dagli sposi festanti Frank e Mary (Cfr. Ecco che arrivano, v. 3, sez poesie, jausten.it)-, in un’altra poesia Richard dispensava pillole miracolose (Cfr. la poesia: Oh Mr. Best, jausten.it, sez. poesie), e comunque poteva prestarsi alla personificazione della neve: “Mr Richard Snow si è tremendamente affezionato a noi” (Cfr. L. 98 del 5-8 marzo 1814). Dato che sul nome Richard si ritorna spesso e sempre con accenni di scarso gradimento si è ipotizzato che in famiglia circolasse proprio questa sorta di scherzo a riguardo, sia per un riferimento esplicito nella lettera n. 6 a Cassandra: “Le nozze di Mr. Richard Harvey sono rimandate, fin quando non avrà un nome di Battesimo Migliore, cosa su cui fonda grandi Speranze” (15-16.9.1796), sia per il fatto che nel primo capitolo di Northanger Abbey il secondo affondo parodico è rivolto, appena alla sesta riga, contro questo sfortunato nome: “Il padre (di Catherine che già di suo aveva tutto contro per essere un’eroina) era un pastore né disprezzato né povero, anzi era un uomo assai rispettabile nonostante il suo nome fosse Richard non era mai stato bello” (N.A., cap. I, pag. 22, ed. Newton & Compton, BEN).

Non dovremmo supporre che ci fosse una gerarchia sociale anche nei nomi, ma piuttosto che nell’esperienza personale la citazione di un nome potesse rievocare le caratteristiche negative o positive della persona così appellata: “Nei giornali è annunciato il Matrimonio del Rev. Edward Bather, rettore da qualche parte nello Shropshire con una certa Miss Emma Halifax –una Sventurata!- non si meriterebbe nemmeno una Betty domestica di Emma Halifax” (Cfr. L. 44 del 1805).

Di fatto il Progetto di romanzo, scritto per gioco (forse per proseguire le indicazioni non richieste del bibliotecario del Principe Reggente), reca tra parentesi i nomi di coloro che tra familiari e conoscenti presumibilmente hanno dettato direttamente o indirettamente quella parte di trama o quelle caratteristiche dei personaggi: l’eroina estremamente istruita (Fanny K.), l’ecclesiastico (Mr. Gifford). Anche sul titolo erano accetti suggerimenti: “Il titolo dell’opera non sarà (Mrs. Craven) Emma –ma qualcosa di simile a (Mr. Sanford) S&S e P&P” (Plan of Novel, jausten.it).

Come casuale non era in quella società così legata alle tradizioni e alla casata, l’apposizione ad un figlio di questo o quel nome, in onore di questo o quell’ascendente (nonni, zie, genitori), così casuale per noi non è pensare a Lizzie come ad una cara amica, valorizzare la costanza di Anne a discapito della volubilità della giovane Louisa, gustarci tutti gli equivoci creati da Emma, trepidare per il viaggio solitario di ritorno a casa di Catherine sana e salva, fare il tifo per Elinor contro l’antipaticona di Lucy Steele.

 

 

Nota: Per i rimandi alle Lettere di Jane Austen, l’edizione è quella curata e tradotta da Giuseppe Ierolli, ilmiolibro.it.