Archivio | maggio 2015

Preghiera

Unknown

Salgono al cielo
accorate preghiere
di cui queste mura millenarie
sono intrise,
e depongono ai piedi della Madre Celeste,
profumate suppliche
intrecciate a canti di lode
che sostengono le nostre speranze
con le travi lignee della fede
e il nostro incerto cammino
di anime sole nell’universo
popolato di fantasmi
aggredito dalle prove del tempo
di cui rimangono inestimabili brandelli.

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Ogni giorno è diverso

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Sia che levo al cielo

pezzato di nubi

montate a neve

uno sguardo colmo

di oro liquido,

abbaglio scintillante;

sia che il grigiore

avviluppa il mio cuore

e il paesaggio circostante

in una bolla lanuginosa

e sospesa,

groviglio indistinto;

rinnovo i gesti di ogni giorno e

vivo.

Diario del mio pellegrinaggio

foto

Giovedì 3 luglio 2014. Lasciamo la rissa asfissiante di una Londra accelerata e frenetica per dirigerci verso Alton, nel cuore della campagna inglese, premessa da distese di pascoli e prati. Piccoli sobborghi tranquilli e ordinati spezzano la monotonia del verde smeraldo della natura. Una modesta stazione ferroviaria ci accoglie senza clamore e senza troppe difficoltà siamo convogliati in direzione di Chawton lungo High Street che attraversa tutta Alton. Oltrepassato il centro abitato che si estende ai lati della strada principale giungiamo ad uno slargo occupato triangolarmente da un rasatissimo parco.

Da qui, superata la doppia rotonda e sbucati dal ponte, imbocchiamo (al secondo tentativo) Winchester Road. Il quartiere è silenzioso, i cottages sono curatissimi e razionalmente rifiniti, gli unici sprazzi di estro e fantasia sono traditi dalla disposizione dei fiori e delle piante nei giardini ricavati in ogni anfratto.

Un vero trionfo di composizioni floreali multicolori e armoniche. Guardo gli alberi secolari che si stagliano contro il cielo azzurro dell’Inghilterra e penso che quelle fronde odorose hanno ombreggiato anche la passeggiata di Jane e della sua abituale compagna Cassandra e/o Martha Lloyd. Ma il vero tuffo nel passato lo compio appena avvisto il sottopassaggio pedonale che conduce nel borgo di Chawton, un ristretto caseggiato che si riversa sulla strada. Già quando intravvedo la tenuta dei Prowtings (amici di famiglia, nominati più volte nelle lettere, di cui un dipinto è affisso nella stanza d’entrata della Jane Austen’s House Museum), avverto l’imminenza di un cottage ben più importante. Sulla sinistra si succedono un pub, The Greyfair e una tea room, Cassandra Cup. La vista di quest’ultima mi avverte che siamo arrivati all’incrocio della via delimitata proprio all’angolo di destra dal cottage di Chawton.

Sono qui, sono davvero qui, non ci credo ma voglio rendermene conto per godermi questo momento, la mia mente mi incita a registrare e annotare ogni particolare. Foto su foto cercano di immortalare per me questa esperienza per fissarla per sempre nella mia memoria e farla rivivere ogni volta che ne avrò voglia.

Mi attardo un po’ prima di entrare, costeggio e accarezzo le mura esterne, scruto le targhe commemorative che dichiarano con marmorea chiarezza che sono davanti alla casa dove visse le sue due vite di donna e di scrittrice, Jane Austen, perché qui trovò il suo ambiente ideale e la sistemazione congeniale al fluire del suo genio creativo che le fece perfezionare i romanzi già scritti e produrne di nuovi e magnifici, a ritmi sorprendenti.

Infine mi decido, pregustando un itinerario che conosco solo per sentito dire. L’ingresso prevede il passaggio nello shop dove una frenesia di accaparamento coglie mio marito –a cui devo tutto questo- che ghermisce oggetti su oggetti (anche doppioni) mentre l’indecisione mi blocca la mano, incredula e mi conduce verso ciò che mi è più familiare in genere, i libri, i saggi, le biografie in inglese. Oh potessi leggere tutto quel materiale prezioso!

Segnalibri, tappetino per mouse, tazze, magliette, cartoline, poster, fermacarte, blocchi appunti, penne, matite, stampe, persino un ombrello: è tropppo vasta la scelta per poter selezionare souvenirs senza pentirsi di aver lasciato indietro qualcosa…

Ora però la mia scrivania è completa: ha acquisito quel che le mancava, ovunque io posi il mio sguardo, esso può indugiare appagato sulla tazza portapenne con il suo profilo, il fermacarta con il ritratto in vetro colorato, il quadretto con l’acquerello del cottage, il tappetino per il mouse con i dorsi dei suoi romanzi. Le maxi cartoline illustrate a fumetti, ciascuna ispirata a uno dei sei romanzi, sono ancora da comporre in un quadro, il poster da incorniciare con gli eventi della vita di Jane Austen e due stampe sempre aventi come soggetto il cottage. Quando sarà tutto rifinito, il mio angoletto sarà perfetto.

Ma riprendiamo la visita della casa.

L’ingresso laterale immette direttamente nella Drawing Room, la stanza più grande della casa –sembra- dove ricevevano visite e Jane suonava il piano esercitandosi ogni mattina prima di colazione. Le quattro donne di casa Austen, la madre, Jane, Cassandra e Martha Lloyd, si ritiravano qui ogni sera, dopocena, per cucire o dipingere mentre una di loro leggeva uno dei romanzi presi in prestito dalla biblioteca circolante. Ora ho il cruccio di non aver pensato, nel mio stato inebetito, a sbirciare i titoli dei libri contenuti nella credenza-scrittoio e non saprò mai se lì c’erano le letture tanto care a Jane…

Nella sala da pranzo, accanto al tavolo apparecchiato per il tè, Jane trascorreva la mattina, scrivendo vicino alla finestra rivolta verso la strada di passaggio, raccolta su un minuscolo tavolino rotondo con un pennino fine e sottile, come la sua ironia, sempre intinto nell’inchiostro.

Ora esposto in tavola si compone il servizio di porcellana Wedgwood che Jane accompagnò il fratello Edward e la nipote Fanny ad acquistare e a scegliere a Londra.

Le due stanze della zona giorno sono comunicanti per mezzo del vestibolo che prende luce da una grande finestra che si apre direttamente sulla facciata antistrada. Qui sono custoditi i tesori terreni –in fatto di gioielli- posseduti da Jane: accanto alla tanto famosa e citata croce di topazio, che vive il suo momento di celebrità in Mansfield Park, regalata da Charles alle sue due sorelle, brilla un anellino turchese, della cui provenienza è mistero, e un braccialetto di perline, bianco e celeste, che forse lasciò alla nipote Fanny. Quando Cassandra le scrive, subito dopo la perdita della cara zia Jane, le domanda quale oggetto vuole ricevere in memoria di lei: “Sii così buona da dirmi se preferisci una spilla o un anello”.

Salendo al primo piano, le scale immettono direttamente nella camera di Jane e Cassandra che dormivano insieme in un unico letto a due piazze. Quello che troviamo nella stanza ora è una replica dell’originale, che comunque si trova in un’altra stanza della casa, protetto da una teca di vetro e avvolto dalla trapunta patchwork tanto volte associata all’arte del rammendo di Jane Austen. In un dente ricavato in fondo alla stanza, lateralmente, è incastonato un modestissimo catino con il lavabo e la brocca, per le abluzioni mattutine, permesse dal pozzo in cortile. Vicino alla finestra, accanto al letto, che si affaccia sull’amato giardino, un tavolino e una sedia. Non mancano mai, anzi costellano tutto questo magico cammino nella casa di Jane, mazzetti di lavanda: poggiati delicatamente sul sofà o sulla sua sedia, quasi a volerne testimoniare la sua impronta soave.

La stanza denominata “dell’ammiraglio” (e destinata ad ospitare i familiari in visita al cottage) e la camera di Mrs Austen non trasmettono emozioni particolari se non attraverso gli oggetti che raccolgono ed espongono, da cui emana quel fascino malinconico di aver in passato circondato la vita quotidiana di Jane, di aver ricevuto il tocco e lo sguardo di lei. Infine nell’ala che volge verso il giardino interno, accanto alla camera –chiusa ai visitatori – di Martha Lloyd- mi aspetta il letto originale a baldacchino dove Jane si è coricata con i suoi sogni e le sue delusioni, con le gioie e la sofferenza, e il manichino che indossa il suo cappotto blu navy, allacciato doppiopetto con bottoni dorati, dal colletto a punta e soprispalla sovrapposto della stessa stoffa pesante, fa materializzare per un attimo la sua figura, magra e alta, accanto alla quale mi posiziono, tremando nello sfiorare la manica che termina senza mano.

Non riesco a vedere la cucina ma la rimessa con il suo carrozzino che trainato dall’asino la conduceva nelle sue ultime passeggiate nei dintorni quando ormai la forza nelel gambe di camminatrice di gran lena, l’aveva abbandonata.

Il giardino, orlato di un muro di cinta, avvolge la casa di profumi e colori, disegna angoletti furtivi e ombreggiati dai frondosi alberi. Essi silenziosamente hanno assistito alle sue passeggiate, hanno ascoltato qualche pensiero sussurrato, hanno carpito le confidenze tra sorelle e custodiscono tutto nella loro maestosa immobilità.

Così si conclude la mia visita a Chawton Cottage dove ho sentito la mia anima davvero vicinissima alla sua, librarsi e raggiungerla in uno spazio senza confini e tempo.

Il pranzo è stato ordinato alla sala da tè Cassandra Cup, che ha la particolarità di esibire migliaia di tazze da tè, di diversa foggia e colore, che pendono dalle travi del soffitto di legno, e le pietanze e i profumi solleticano un appetito pronto a ridestarsi. Rigatoni al pomodoro, melanzane e feta (sorprendentemente cotti al dente), quiche al pomodoro e prosciutto, panini al formaggio, vengono divorati con gusto. Il mio piacere tutto speciale consiste nel consumare il pranzo ammirando di fronte a me il cottage, la porta d’ingresso bianca sormontata da un tralice di pianta rampicante e dalle targhe commemorative. Accanto alla casa, il grande stagno non esiste più ma si snoda il crocevia stradale che smista le tre direzioni di questo punto dell’Hampshire: la prima freccia indica, proseguendo dritti, la Chiesa di San Nicholas e la Chawton House. Ed è da quella parte che ci dirigiamo. Presto le villette a schiera smettono di incorniciare la strada e ci ritroviamo in aperta campagna dove si espande, immettendosi con un viale selciato, da sinistra, la tenuta padronale.

Non visitiamo l’interno della magione di Edward Austen-Knight (per la quale occorreva previa prenotazione) ma i giardini all’esterno. Subito dietro l’entrata principale, il primo livello del giardino circonda la casa e soprattutto si affaccia nel cortile interno delimitato da un muretto di cinta su cui si apriva la sala lettura, quella presumibilmente più frequentata da Jane quando vi andava in visita. Saliti alcuni scalini si passa ad un secondo livello, pavimentato e circoscritto da aiuole e cordoli affollati di coabitazioni estemporanee delle più variegate piante da fiore. Dietro alla casa, ancora più in alto, senza lasciarsi sviare da sentieri nascosti tra proloifiche siepi, si protende un viale erboso culminante, a destra, in una piccola balaustra neoclassica che dovrebbe fissarne il punto centrale e che apre lo sguardo sulla tenuta laterale.

Tutt’intorno, il viale è avvolto in una vegetazione fitta e rigogliosa che rivela un’attenta opera di coltura e un sapiente gusto per l’arte del giardinaggio in ordinato assemblaggio, improbabili ma azzeccati accostamenti cromatici e aromatici.

Più avanti, a sinistra, avvertito da una cancellata, si apre un roseto e più oltre un probabile orto che ricade nella zona di competenza del giardiniere provvisto di una modesta rimessa per i suoi attrezzi. Il sentiero prosegue inoltrandosi nel boschetto che si arrampica sul dolce pendio naturale del terrreno e ci guida all’aperto ricongiungendoci al piazzale antistante la casa.

La visita della Chiesa di S. Nicholas ammonisce sulla sacralità del luogo e delle vite sepolte nel cimitero circostante. Cassandra di 87 anni e Mrs Austen di 73 giacciono in pace tra l’erba del giardino che lambisce la navata laterale. All’interno, l’atmosfera è raccolta, corre tra i banchi il fruscio di una religiosità discreta, coltivata con preghiera non ostentata ma suggerita direttamente dai volumi della Bibbi messi a disposizione dei fedeli.

Ci lasciamo tutto questo alle spalle con la tristezza per la caducità della vita, la sfortuna di alcune esistenze, la longevità di altre.

Il ritorno ad Alton paese, sotto il sole cocente delle quattro del pomeriggio, è duro e faticoso. Lungo il cammino volgo lo sguardo indietro più volte per cercare di imprimere nella mia mente a futura memoria, ogni particolare, anche il più insignificante e comunque suggello l’esperienza vissuta cogliendo un fiore da un cespuglio profumato nei pressi della stazione per portar via, sempre con me, il dolce aroma di quei luoghi.