Archivio | giugno 2016

The Half-Brothers

I fratellastri di Elizabeth Gaskell

 

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Edizioni Croce, Roma, 2016.

Traduzione di Salvatore Asaro

Introduzione e cura di Michela Marroni

Postfazione di Mara Barbuni

 

Storia tenera e triste I fratellastri, o come meglio espresso dall’epiteto in inglese, Half- Brothers, fratelli per metà. Storia che sembra sgorgata da un cuore materno e sensibile, affranto e tuttavia fiducioso, colmo della speranza nel raggiungimento della vita eterna dopo la morte, senza più dolori e ingiustizie.

In questa storia, la cui forza non risiede certo nell’originalità della trama, è impresso a fuoco il marchio del carattere di Elizabeth Gaskell. La potenza del racconto, dal quale si viene progressivamente conquistati e cullati, sta, oltre che nella sua nobile semplicità, nella fatale attrazione sprigionata dalla figura della madre che nonostante la sua misera e breve esistenza, esprime l’insegnamento più prezioso, quello dell’amore.

Se la voce narrante, che è quella del fratello superstite, può ripercorrere la tragica vicenda in cui è culminata la sua giovinezza, con riconoscenza e affetto sin dall’inizio per il fratellastro, con comprensivo rispetto per la cieca gelosia del padre, con devozione per la zia e il ruolo sostitutivo svolto, lo dobbiamo all’esempio di amore e abnegazione che la madre ha dato. Madre, secondo una legge più forte di quella degli uomini e a dispetto di essa; madre -ancora prima di essere moglie- di due figli che dovranno essere per sempre legati a lei e tra loro perché carne della stessa carne. L’unico strumento, l’unica arma per contrastare l’accanimento del destino, le ingiustizie e parzialità degli uomini, rimane una fiera resistenza costituita dall’amore infinito che può contenere un cuore umano.

Michela Marroni, nell’introduzione premessa a questo racconto, riporta la facilità creativa e narrativa di Elizabeth Gaskell che il dato autobiografico ha vieppiù influenzato: la si può immaginare intenta ad inventare una storia edificante, con inserti fiabeschi, ispirata da un preciso intento didascalico e escatologico, di chiaro stampo biblico. Ma dalle pieghe del racconto sgorga vibrante la voce accorata di quella madre che ha trovato, prima ancora del conforto nella religione, in sé il coraggio per andare avanti nonostante un dolore insuperabile e dilaniante.

Un’edizione può considerarsi di pregio non per la fattura e i materiali, ma quando rifinisce e cura la sua opera e i lettori cui è destinata provvedendoli del necessario alla comprensione e conoscenza, come questa collana sembra sapere bene. Ogni pubblicazione dovrebbe offrire un’introduzione che permetta di capire meglio sia l’autore che la sua produzione. In questo caso il valore è impreziosito dall’approfondimento contenuto nella postfazione curata da Mara Barbuni che inscrive la scrittrice in quella che è la cornice letteraria romantica della sua epoca, illustrandolo con riferimenti puntuali. L’attribuzione di uno specifico significato al paesaggio naturale circostante in cui la Gaskell colloca i protagonisti delle sue storie, e che sottolinea o si confonde con il loro stato d’animo, è tipica espressione della compartecipazione sentimentale dell’Io con la Natura, caratteristica che, insieme all’attenzione per la gente umile e la vita semplice e la passione per i racconti di genere gotico, fa definire “la romanziera vittoriana Elizabeth Gaskell… cronologicamente e culturalmente figlia del Romanticismo” (p. 58).

Il risultato di traduzione si dispiega in modo scorrevole, fluido e finanche musicale.  Nessuna stonatura ha intralciato la lettura che anzi è stata conquistata da uno stile sobrio ed elegante, come il volume che, già caro, troppo presto viene riposto.

 

Romina Angelici

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Charity (o Estate di E. Wharton)

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Ho incontrato due Charity nel mio percorso letterario e non so per quale strana combinazione l’ultima, la Charity di Edith Wharton, mi ha fatto pensare all’altra, Miss Charity che dà il proprio nome al romanzo della contemporanea Marie-Aude Murail. Sarà stata la forza dello stridente contrasto tra le due situazioni e i due romanzi; sarà stata la somiglianza colta nello stesso modo di guardare con ingenua meraviglia il grande mistero della vita.

Estate di Edith Wharton si apre con l’entusiasta promessa di un’amabile storia che la luce argentea di giugno diffonde. Ma è la storia di una disillusione. Charity, sottratta da bambina all’ignobile sorte cui era destinata se fosse rimasta con la madre -una donna perduta- sulla Montagna, vive indisturbata nella tranquilla cittadina di North Dolmer, protetta dall’onorevole nome dei Royall. Deve il suo nome a chi vuole farle ricordare per sempre di essere stata oggetto di un grande atto di magnanimità. Poi nella sua vita piatta e ignara entra il primo turbamento portato con sé da Lucius Harney, un giovane architetto, brillante, dall’aria cittadina, tanto affascinante quanto lontano da lei.

La letteratura è piena di donne perdute, di giovani vite cariche di sogni e speranze come alberi di fiori sbocciati tutti insieme, troppo presto, e spazzati via da un colpo di vento. La giovinezza spensierata di Ruth me la ricorda, con quel suo ingenuo affidarsi al potere travolgente delle sue emozioni e quella cieca fiducia nel prossimo. Ma tanto sono inconsapevoli queste ragazze che si affacciano appena, sprovvedute -e sprovviste-, sulla soglia del mondo adulto, quanto poi il loro risveglio è assolutamente crudo. Esse perdono in un attimo la loro aria sognante quando si trovano ad impattare la dura e crudele realtà in cui si consumerà la loro espiazione.

Anche Miss Charity guarda gli adulti, la natura, il mondo che la circonda con occhi pronti a riempirsi di placido stupore ogni volta, ma la sua esistenza, ben definita e circoscritta al 1870 a Londra, è custodita tra le solide mura della sua casa vittoriana, aperta alle suggestioni delle leggende irlandesi che rielabora la sua tata e ai piccoli amici animali più sfortunati che ricevono cure e rifugio nella nursery. L’atmosfera non potrebbe essere più distante da quella in cui cresce l’altra Charity a North Dolmer, e ancora di più da quella a cui è sfuggita e che l’avrebbe attesa se fosse rimasta  con sua madre (il padre in prigione) ma che sembra incombere su di lei come la Montagna imponente. Charity passa le ore nella modesta biblioteca di paese dove i libri vengono lasciati ad ammuffire e se può se ne scappa via prima;  Miss Charity trascorre il suo tempo al museo di storia naturale per imparare, e trascrive tutte le innumerevoli scoperte scientifiche di ogni giorno sul suo quaderno riproducendo le specie viventi cui mano a mano si interessa, in pregevoli tavole ad acquerello. Non potrebbero essere più diverse. Ma certo non è solo questione di latitudine e di realtà sociale, c’è un contesto predestinato che indirizza le rispettive storie verso esiti opposti.

Questo non fa che dimostrare come le premesse e le aspettative possano nascere allo stesso modo in teneri cuori ingenui e poi soccombere o trionfare sul mondo degli adulti. Mondo degli adulti che ad ogni angolo nasconde brutture e ingiustizie ma anche sensazioni nuove e affascinanti. Se Miss Charity le aggira o ne viene sfiorata, Charity proverà ad allontanarsene, ma invano.

C’è una frase che sul finire del libro di Edith Wharton mi ha stretto il cuore ed esprime con disarmante incisività e crudezza il momento in cui Charity ha coscienza della sua disillusione: “Fu presa per un istante dall’antico desiderio di fuggire, ma era solo il tremito di un’ala spezzata”.

Estate è stato definito estremamente provocatorio e moderno per essere stato scritto nel 1917 ma secondo me non fa che proseguire quel filone forte e intenso iniziato con Ethan Frome (del 1911) quando Wharton decide di non solo di narrare la storia di un amore negato, ma di scandagliare quelle sottilissime sfumature e moti dell’animo avvinto da un sentimento impossibile. Se di Ethan poteva scrivere: “Forse è stato a Starkfield troppi inverni. I migliori se ne vanno.”, l’estate di Charity si è conclusa allo stesso modo, restando a North Dolmer, senza riuscire a scappare.Giunti_MissCharity

La saggezza e lo spirito degli Alcott

 

Citazioni della famiglia Alcott per ogni stagione.

Scuola e istruzione
http://www.louisamayalcott.org/witandwisdom.html

“Mio padre insegnava nella maniera saggia che permette di liberare ciò che risiede nella vera natura dei bambini, così come un fiore sboccia, piuttosto che infarcirli di una quantità eccessiva di nozioni, come se fossero tacchini all’ingrasso.”
– Louisa May Alcott

Sebbene Amos Bronson Alcott sia famoso come il “padre delle Piccole Donne”, il suo ruolo di guida nella riforma dell’istruzione è sconosciuto ai più. Non soltanto era insegnante e Sovrintendente delle scuole di Concord, ma fu anche uno dei fondatori del primo istituto di istruzione per adulti degli Stati Uniti, la “Scuola estiva di filosofia di Concord”. Per tutta la vita Alcott aveva sognato di poter dare agli adulti un luogo in cui riunirsi e imparare. La prima sessione estiva si tenne nel 1879, proprio a Orchard House. Entro il 1880 il sig. Bronson terminò la costruzione di quella che chiamava la “Cappella sulla collina”, che avrebbe ospitato le sessioni successive della sua scuola. Per gli otto anni seguenti vi si recarono da tutto il Paese persone che volevano prendere parte al sogno di Alcott amose interagire con alcuni dei più illustri pensatori e pionieri dell’istruzione del XIX secolo.

I migliori insegnanti sono l’osservazione, piuttosto che i libri, e l’esperienza, piuttosto che le persone.
– Amos Bronson Alcott

  Foto del sig. Alcott sui gradini della Scuola estiva di filosofia di Concord

 

La vita è la mia università. Spero di laurearmi con buoni voti, e con la lode!”
– Louisa May Alcott

Il sig. Alcott sedeva alla cattedra e i bambini sulle loro sedie, disposte ad arco attorno a lui. Le sedie erano a una distanza tale che i bambini non potevano toccarsi tra di loro. Poi, chiese a ciascuno di loro quale fosse, secondo lui o lei, lo scopo di venire a scuola. “Per imparare” fu la prima risposta. Imparare che cosa? Insistendo su quella domanda, i bambini citarono tutti i più comuni esercizi scolastici, nonché diversi ambiti dell’arte, della scienza e della filosofia. Ma il sig. Alcott disse che mancava ancora qualcosa. Infine, uno dei bambini disse “a comportarci bene”, ed esaminando i possibili significati di quest’espressione, conclusero che venivano per imparare a sentire, pensare e agire nel modo giusto.
– Elizabeth Peabody
Record of a School, 1835

Un vero insegnante protegge i suoi alunni dalla sua stessa influenza. Li spinge ad avere fiducia in se stessi e sposta la loro attenzione dalla sua persona allo spirito che lo pervade. Non si circonda di discepoli. È un artista nobile che ha visioni di eccellenza e rivelazioni di bellezza, senza dar loro vita con il carattere o con le parole. La sua vita e i suoi insegnamenti non sono che lo studio di ideali ben più nobili.
– Amos Bronson Alcott
Orphic Sayings, 1841

 

traduzione di Eleonora Angelici

Ricominciare Tutto da capo

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Riscrittura molto libera e molto impegnativa di Ragione e Sentimento di Jane Austen dove madre e figlie femmine vengono private della casa dove hanno sempre vissuto in seguito al divorzio chiesto dal marito di lei invaghitosi di una collega di lavoro (molto più giovane). Eh sì perché parliamo di una coppia di coniugi sposati che hanno visto ben 78 lui e 75 lei, primavere.

In Tutto da capo si affrontano temi ancorché delicati dal punto di vista umano e sociologico e Jane Austen serve solo ad offrire una trama già imbastita sul canovaccio, anche lì da riadattare. Come e quanto è cambiata la condizione femminile rispetto all’Ottocento e quanto è importante il legame che unisce il singolo alla propria famiglia e quella famiglia al proprio nido, alla propria casa? Questo è vero da sempre, così come Jane Austen avvertì l’urgenza di denunciare l’ingiusto meccanismo dell’entail, così Cathleen Schine denuncia la mancata tutela legale del coniuge abbandonato in caso di divorzio e i selvaggi traffici che stanno dietro agli accordi raggiunti più o meno lecitamente.

Ciascun gruppo familiare presente in questo romanzo (che riprende i Ferrars, i Jennings, la zia di Willoughby a Combe Magna), è individuato e caratterizzato da una precisazione ubicazione abitativa e spaziale. La casa è allo stesso tempo “house” e “home”, ed esprime lo status sociale e psicologico del nucleo familiare che la abita diventando con essa corpo unico.  La Schine insiste molto sulla descrizione dell’appartamento di Central Park (così come Jane Austen racchiude la storia della famiglia Darshwood in Norland), indugia su mobili e suppellettili, caricandoli di un forte valore affettivo.

Questa costante preoccupazione materiale, il continuo ricorso alla monetizzazione e l’urgenza del bisogno economico, ricordano la stessa brutale venalità con cui Jane Austen, tra una storia d’amore e l’altra, ci ricordava che per far quadrare un bilancio familiare in ristrettezze bisognava anche saper dosare lo zucchero e il burro. Occorre dire però che Jane Austen sapeva farlo con il giusto tono e la giusta dose di levità che in Cathleen Schine non ritrovo.

E’ molto triste Tutto da capo, perché disillude e annienta anche le ultime speranze, perché colloca la storia in uno stadio crepuscolare della vita, e devo dire anche per il finale. Non ci sono più baldanzose donzelle in cerca di marito, non si tratta di entrare nel mercato matrimoniale per aggiudicarsi l’occasione della vita: ci sono tre donne che hanno già avuto la loro possibilità e che vorrebbero rimettersi in gioco.

Scritto molto bene, attraversato da intense descrizioni poetiche, risulta denso e toccante soprattutto nella descrizione del rapporto tra la madre e le due figlie, un rapporto che non ha bisogno di parole, tenero e realistico, perché sono già grandi.

Nonostante si segua il plot di Ragione e Sentimento, le variazioni sono molte e ardite e a fatica rintracciabili e percorribili; la trasposizione dell’intera vicenda in America, nelle località di New York, Palms Springs, etc, alla fine è quella più banale. Jane Austen non avrebbe avuto bisogno di sviscerarne le condizioni psicologiche per descrivere il carattere di un personaggio.

Questioni come la condizione femminile, l’istituto matrimoniale, trasportate in ambiti problematici della vita odierna, della società cd. civilizzata, dimostrano in fondo la constatazione che ogni epoca ha le sue brutture e le sue ingiustizie.  Il che rassicurante non è e fa riporre il libro con una nota amara.