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Fiori d’arancio nell’Essex

Pin su Literary Romance - collana editoriale

 

Questo libro è stato composto durante il periodo di isolamento dovuto alla pandemia da Coronavirus, quando ho pensato di far vivere una nuova avventura alla debuttante dell’Essex che i miei lettori hanno saputo amare nei romanzi precedenti.

 

Non c’è mai un momento di pace a Graystone Manor quando l’esuberante Alex è nei paraggi. Ancora una volta, tra incomprensioni e supposizioni errate, la giovane saprà creare scompiglio e l’arrivo di Henry Scott, fratello del suo promesso sposo Frank, mescolerà le carte in tavola…

Oltre alla coppia di Lady Celandine e Lord Clerke che già conosciamo, arriveranno infatti nuovi personaggi con i quali Alex si divertirà a movimentare le sue giornate mai scontate, come gli sviluppi finali che li attendono.

Fiori d'arancio nell'Essex di Romina Angelici – SEGNALAZIONE ...

 

Nell’augurarvi buona lettura spero di fare cosa gradita riportando alcuni giudizi di chi lo ha già letto:

 

Valentina Fontan

Come anche i due volumi precedenti, ho amato le storie, i personaggi, gli intrighi e le descrizioni degli ambienti. L’autrice ha una buona capacità di coinvolgimento che fa entrare la lettrice nello spirito dei romanzi.

 

Piera

Seconda avventura per la nostra ex debuttante che nemmeno l’essere riuscita a fidanzarsi con il giovane di cui è innamorata, riesce ad avere quella tranquillità che potrebbe servirle per non gettare al vento tutto ciò che ha ottenuto. Sì, perché la nostra Alex non si ferma a pensare ma agisce e basta. Anche questa volta coinvolge la zia Cyd e Lord Clerke, nonché il fratello Andy. Ma tutto è bene quel che finisce bene e in più abbiamo la possibilità di conoscere due nuovi personaggi con caratteri e mire diverse. Non dico altro per non togliere, a chi leggerà il nuovo romanzo di Romina Angelici, la possibilità di scoprire ciò che di strano avviene in “Fiori d’arancio nell’Essex”. Come sempre è un piacere leggere l’autrice perchè ogni suo romanzo è un’immersione in un mondo apparentemente tranquillo ma con le sue regole e i suoi tempi ben precisi. La descrizione dei caratteri e delle ambientazioni sono un punto di forza del romanzo e sono talmente ben fatte che sembra di vivere e di partecipare alla quotidianità dei vari personaggi. Da lettrice non mi dispiacerebbe ritrovare tutti in un’altra avventura!

Cassandra

Io ormai sono un’affezionata fan della serie dell’Essex nata dalla penna di Romina Angelici. Dopo “La debuttante dell’Essex” e l’intermezzo natalizio “Natale a Graystone Manor” non potevo non leggere anche “Fiori d’arancio nell’Essex” di cui sono rimasta pienamente soddisfatta come del resto era già accaduto per i volumi precedenti. Oltre ai Gray, ai Clerke e a Frank Scott che abbiamo conosciuto nei due romanzi prima citati, in questo terzo capitolo della serie ci vengono presentati un paio di personaggi nuovi: Eliza Fitzroy e Henry Scott … (continua)

Simona

Leggo sempre con piacere i romanzi di Romina Angelici e aspettavo con ansia il seguito de La debuttante dell’Essex.
Alex ci farà sorridere anche questa volta, imprevedibile come sempre!
Atmosfere ben descritte sullo sfondo di una storia che sa emozionare e coinvolgere.
Da leggere se avete amato e, perché no, simpatizzato con la nostra Alex!

 

Eleonora

La storia de “La debuttante dell’Essex” trova una degna e lieta conclusione con questo volume, la cui trama mostra un’ulteriore (ma piacevole) complessità rispetto ai precedenti, e promette di far trascorrere diverse ore in allegria immersi in un’autentica atmosfera Regency. Tutti i nostalgici di Jane Austen troveranno in Alex una degna erede di Emma!

Impressioni italiane di Charles Dickens – Prima parte

Amazon.it: Impressioni italiane - Dickens, Charles, Messina, C. M. ...

 

Nel giugno 1844, Dickens si recò in Italia con la famiglia: in realtà si trattava di dodici persone in tutto, compresi i domestici più un cane. Si stabilì a Genova, prima ad Albaro, a Villa Bagnarello, e poi a  Palazzo Peschiere in centro, e da qui si recò nelle principali città della ridente penisola: Bologna, Venezia, Verona, Milano, Roma, Napoli (con il Vesuvio ancora molto attivo), Firenze.

Per trovare casa Dickens aveva chiesto informazioni ad amici e conoscenti e poi si era rivolto direttamente ad Angus Fletcher che si trovava a Carrara il quale aveva preso in affitto per loro una grande casa, Villa Bagnarello, ad Albaro, all’epoca un borgo alle porte della città di Genova. La villa era collocata sul fianco di una collina e vi si accedeva da un piccolo e stretto sentiero che si snodava dalla costa fino in cima alla strada: una grande casa, ma non grandiosa, affacciata sul golfo di Genova, che però non soddisfece Dickens il quale la soprannominò “prigione rosa”.

Sebbene il panorama sia dei più suggestivi, la casa è ritenuta decrepita, tetra, echeggiante e disadorna, perciò esauriti i tre mesi di affitto e aver esplorato a fondo i dintorni circostanti, Dickens pensa a trasferirsi.

Palazzo Peschiere (Genoa)

Riuscì a prendere in affitto un palazzo al centro città, Palazzo delle Peschiere così chiamata per via delle due grandi vasche ornamentali piene di pesci rosse antistanti alla casa. Costruita nel tardo XVI secolo la dimora scelta questa volta aveva dimensioni grandiose: dall’atrio al pianoterra, coperto di affreschi, ai vasti e numerosi ambienti e stanze in cui si dispiegava.

Per consegnare e far pubblicare il libro di Natale di quell’anno, che aveva composto proprio a Genova, intitolato Le campane, Dickens si recò a Londra; compie il primo tratto da solo con il fido Roche, da lui soprannonimato il Bravo Corriere, e dà appuntamento alla moglie a Milano il 2 dicembre. Nel frattempo, attraversa l’Emilia per giungere a vedere finalmente Venezia il cui primo impatto è violentissimo!

Passando per Verona, Mantova e Milano Dickens lascia il confine italiano attraverso il Passo del Sempione per sbrigare gli affari che lo richiamano a Londra.

Dopo questa breve parentesi in cui, Dickens fece ritorno a villa delle Peschiere per festeggiare il nuovo anno (1845) e il 20 gennaio erano di nuovo in viaggio in giro per l’Italia, questa volta diretti a Roma (con un viaggio di ben dieci giorni) e successivamente a Napoli.

Impressioni italiane - Wikipedia

 

Nelle sue Impressioni italiane mette subito in chiaro che non vuole soffermarsi sulle opere d’arte, pur essendone estimatore, ma sulla vita vera perché da quella è venuto a trarre ispirazione e nuova linfa vitale per i suoi romanzi. Di contro, rimaneva sempre molto interessato agli aneddoti e ai tipi caratteristici che incontrava piuttosto che alle opere d’arte inanimate. La sua presentazione dell’Italia complessivamente intesa, e già solo per questo, risulta però estremamente riduttiva e troppo semplicistica. Ma il suo stile è inconfondibile e i suoi giudizi assomigliano più a delle visioni che a dei resoconti di viaggio.  Ripercorriamoli con lui.

Genova è inizialmente stigmatizzata per lo sporco e le puzze, i vicoli strettissimi e il suo disordine anche se Dickens non manca di coglierne l’affascinante colpo d’occhio d’insieme:

Laggiù si stende Genova in bella confusione, con le sue molte chiese, i monasteri e i conventi che additano il cielo soleggiato…

Piacenza è definita come la scura, decadente, vecchia Piacenza”, piena di erbacce sporcizia e pigrizia.

Un luogo deserto, solitario e pieno di erbacce, con delle fortificazioni in rovina; con i fossati seminterrati, che offrono un magro pascolo agli sparuti bovini che si aggirano nei pressi; e strade di austere case, che guardano in cagnesco le case dirimpetto.

Parma riscuote un diverso apprezzamento:

Parma ha strade allegre ed animate, per una città italiana; e di conseguenza è meno caratteristica di molti posti di minor fama. Sempre però eccettuato la Piazza, appartata, dove la Cattedrale, il Battistero e il Campanile -antichi edifici anneriti dal tempo, adorni di innumerevoli mostri grotteschi di figure trasognate scolpite in marmo e pietra rossa – sono radunati in un grandioso e magnifico riposo.

Un tempo piacevolissimo li accoglie a Modena:

dove la penombra degli scuri portici sopra i marciapiedi… era resa gradevole e rinfrescante dal cielo luminoso, così meravigliosamente azzurro. Ed io passai da tutta la gloria della luce del giorno all’interno di una buia cattedrale dove si celebrava messa grande, deboli candele bruciavano, la gente era inginocchiata in tutte le direzioni davanti ogni sorta di altare e i preti officianti borbottavano il solito canto, nel solito basso, sordo, strascicato e melanconico tono.

Di Bologna gli rimane l’immagina di una seria e dotta città, con le due torri spendenti di mattoni, inclinate di traverso, “come se stessero rigidamente inchinandosi l’una all’altra”, piena di turisti, lasciata per la vecchia e tetra Ferrara, solitaria e spopolata, dove l’erba cresce talmente nelle strade silenziose che “chiunque potrebbe far fieno qui, letteralmente, mentre il sole brilla” e meritano una visita la casa dell’Ariosto, la prigione del Tasso e l’insolitamente antica cattedrale gotica.

Oltrepassato il Po, Dickens si imbarca in direzione di Venezia dove arriva direttamente in barca la sera dell’11 novembre 1844. Venezia lo affascina, con la sua insuperabile bellezza, la maestosità della Piazza e la grandiosità della cattedrale. Nondimeno Dickens rimane attratto dalla visita alle Prigioni, le strette viuzze, i canali e i ponti che li attraversavano come balconi in pietra.

Ritratti di Venezia

Verona come già prima Venezia fa parte delle reminiscenze shakespeariane:

Avevo un certo timore ad andare a Verona, per tema che potesse lasciarmi completamente insoddisfatto di Romeo e Giulietta. Ma non avevo fatto in tempo ad arrivare nella vecchia piazza del mercato che la mia apprensione svanì. È un posto così fantasmagorico, singolare e pittoresco, formato da una varietà così grande e straordinaria di edifici fantastici, che nulla di meglio potrebbe trovarsi nel centro di una città, anche romantica come questa: scenario di una delle più belle e delle più romantiche storie.

 

A Mantova si affida a un cicerone sui generis che, dopo sommarie spiegazioni della Basilica di Sant’Andrea, sotto la quale è conservato il Santo Graal degli antichi romanzi cavallereschi, la Piazza del Diavolo, costruita dal Diavolo in persona in una sola notte senza una particolare ragione, la Piazza Virgiliana con la statua del poeta, si dirigono verso Palazzo Te dove gli affreschi di Giulio Romano colpiscono per le figure dilatate ed esagerate. Nessun rimpianto quindi per la paludosa città nel dirigersi verso Milano fermandosi a dormire a Cremona, da ricordare per le sue scure chiese di mattoni e la torre immensamente alta, il Torrazzo, per non parlare dei suoi violini.

A Milano “la nebbia è così fitta che la guglia del famoso Duomo poteva anche essere a Bombay per quel che se ne vedeva in quel momento” ma la vista dell’Isola Bella sul Lago Maggiore ricompensa di tutte le visioni confuse della città.

Quando poi i Dickens ripartono da Genova verso Roma, passano per “Spezzia” che è un buon posto per sostarvi per il suo bellissimo golfo, il suo albergo abitato da fantasmi e l’acconciatura delle donne.

Carrara, tutta circondata da alte colline, è una città chiara e pittoresca; la torre pendente di Pisa  è meno alta  di quella vista sui libri scolastici; diversamente,

l’insieme degli edifici raggruppati sopra ed intorno a questo tappeto verdeggiante, compresi la Torre, il Battistero, la Cattedrale e la Chiesa del Camposanto, è forse il più bello ed il più notevole che ci sia al mondo.

 

Da Pisa si muovono per visitare i dintorni toscani; la bella e antica città di Siena è definita “come un pezzetto di Venezia senza l’acqua”, Bolsena avvolta nella malaria, Viterbo famosa per le sue fontane, l’arrivo nella Campagna Romana fa da anticamera quieta e desolante alla Città Eterna che avvolta in una densa nuvola, con innumerevoli torri, e campanili, e tetti di case, che si ergevano nel cielo e alta sopra tutti, una Cupola. somiglia incredibilmente a Londra.

 

Il viaggio in Italia di Charles Dickens rivela un acuto ...

 

 

Viaggio sentimentale di Laurence Sterne

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Viaggio sentimentale (A Sentimental Journey through France and Italy) è un’opera di Laurence Sterne, scritta e pubblicata nel 1768; lui morirà poche settimane dopo.

Anche a motivo del fatto che il Grand Tour era considerato il coronamento dell’educazione dei gentiluomini britannici, la travel literature (“letteratura di viaggio”) era, dopo i romanzi, il genere letterario di maggiore successo tra il pubblico.

Già l’idea di narrare un Grand Tour era venuta a Sterne a proposito del protagonista del Tristram Shandy, libro che aveva poi preso un indirizzo diverso, salvo poi rispolverarla per il vol. VII, con il racconto di un viaggio in Francia.

Il tentativo satirico del Viaggio sentimentale è duplice: esso è indirizzato sia nei confronti della moda del viaggio, sia nei confronti del genere letterario.

La continuità con il Tristram Shandy si realizza tanto sul tema del viaggio, quanto, in modo più nebuloso, con la presenza di uno Yorick che, almeno nominalmente, appare essere lo stesso personaggio del precedente libro.

Ugo Foscolo - Laurence Sterne - Viaggio sentimentale di Yorick ...

 

Il Viaggio sentimentale vanta un illustre traduttore: Ugo Foscolo una prima volta, sotto lo pseudonimo di Yorick, nel 1792 (pubblicato a Venezia da Antonio Zatta), e poi tra il 1805 e il 1807 (in un periodo in cui il poeta risiede in Francia, come capitano, al seguito del generale Domenico Pino), con lo pseudonimo di Didimo Chierico e nei termini d’una “fedeltà religiosa” al testo, e una terza volta tra l’agosto e il settembre del 1812.

Un viaggio sentimentale attraverso la Francia e l'Italia di mr ...

 

L’edizione che ho letto è edita da Guaraldi ed è stata tradotta da Gian Luca Guerneri che consapevole di cotanto precedente: “Di fronte al ‘mostro sacro’ c’è poco da fare: o lo si chiosa o si cerca di andare per la propria strada con grande umiltà. Quest’ultima via mi è parsa più congeniale ed è stato piacevole, di tanto in tanto, occhieggiare di lontano quella sua bellissima traduzione che assomiglia a una strada larga ed alberata che, senza curve o asperità, scollina il testo sterniano. E’ stato bello vedere come a volte le strade abbiano trovato un incrocio magico e inaspettato così come altrettanto bello è stato faticare e sudare per costruire un’altra via”.

Protagonista di questo ahimè breve pamphlet non è il viaggio ma il narratore che racconta le sue avventure tragicomiche. Prova ne sia l’evidente sproporzione dello spazio dedicato al percorso in Francia e all’Italia, che pure veniva inclusa nel titolo.

Senza capo né coda, un viaggio estemporaneo e improvvisato, con una meta dichiarata ma costantemente e bellamente ignorata, questo racconto di viaggio tradisce subito il suo intento dissacrante e il clima surreale che lo accompagna, tra digressioni continue, incontri-scontri, deviazioni dall’itinerario principale, incidenti creati a bell’arte per deconcentrare e sviare il lettore da aspettative classiche e modalità narrative tradizionali e monotone.

Se  il tema del viaggio  attraversa tutta la letteratura del Settecento, Sterne vuole invece riportare l’attenzione sul viaggiatore. Il reverendo Yorick, già personaggio del Tristram Shandy, è il maturo protagonista dietro cui l’autore cela la sua identità di anomalo ecclesiastico. Eroe e narratore, tentato ora dalla virtù ora dalla trasgressione, più che descrivere luoghi e monumenti, elargisce impressioni, sottigliezze, umori, ricordi di incontri: il frate e la gentildonna, il locandiere e la sartina, il giovane valletto ed ex tamburino e il vecchio ufficiale. Episodi minuti, quadretti di vita e di costume venati di humour non meno che di malinconia, in cui il sentimento è l’unica regola alla quale il viaggiatore conformi andatura e linguaggio. In un perfetto gioco di specchi, il fittizio Yorick, maschera di Sterne, produce Didimo Chierico, l’immaginario traduttore foscoliano che traghetta da una lingua all’altra questo gioioso elogio delle fughe dell’io nel mondo.

Viaggio sentimentale' di Sterne. L'umorismo, chiave della realtà ...

 

La realtà del viaggio si sgretola in una somma di impressioni ritenute l’unica possibilità d’esperienza.

Sono ben consapevole del fatto che i miei viaggi e le mie osservazioni sono completamente diverse rispetto a quelle di coloro che mi hanno preceduto; al punto che avrei potuto reclamare come originale e interamente mia la classificazione di cui sopra (tra viaggiatori semplici: l’ozioso, il curioso, il bugiardo, l’orgoglioso, il vanitoso, il malinconico;  e i  viaggiatori per necessità, ndA) ma temo che avrei finito con l’invadere il territorio del viaggiatore vanitoso e io ho ben altri mezzi della semplice novità del veicolo. E’ sufficiente che il mio lettore, qualora anche lui fosse stato un viaggiatore, si confronti con studio e riflessione con quanto detto sopra in modo da trovare la propria collocazione nella graduatoria – ne ricaverà un passo in avanti nella conoscenza di se stesso, sempre che il viaggio gli abbia lasciato qualcosa, fosse solo anche un ricordo pallido e confuso.

 

Il racconto finisce per essere non un libro, ma un diario di viaggio, assolutamente inattendibile per indicazioni geografiche e informazioni pratiche, ma estremamente divertente per le sue avventure spassose.

 

 

La rosa di una donna di Olive Shreiner

La rosa di una donna ~ Caravaggio Editore

 

E’ un titolo che mi suscita una strana sensazione.

Senza conoscere affatto questa scrittrice mi arriva il profumo della rosa conservata nel cofanetto, occasione del racconto. Un profumo che arriva da paesi lontani e che dischiude una finestra aperta su un mondo lontano la cui eco giunge fino a noi.

Con ritmo impalpabile e crescente  il racconto arriva a mostrarci come la vera bellezza possa suscitare in un’altra donna non solo ammirazione ma tacita complicità, contravvenendo agli stereotipi sociali competitivi.

L’atmosfera sospesa introdotta dal ricordo e che la formula del racconto favorisce isola le due figure di donna, la narratrice non meno della narrata. L’autrice è solita ricorrere ad allegorie e anche se indefinibile avverto un metasignificato nascosto tra le pagine di questo cammeo. La rosa simboleggia forse la bellezza? Quel fiore, pegno d’amicizia, resistito all’usura del tempo, dimostra forse che la bellezza esteriore passa e sfiorisce mentre quella interiore rimane per sempre un valore?

Amazon.it: Dream Life and Real Life: A Little African Story ...

Il racconto appartiene alla raccolta Dream Life and Real Life ma la bibliografia di Olive Shreiner è abbastanza nutrita, e interessante, e ancor più originale, come del resto la sua stessa vita.

 

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Olive Emilie Albertina Schreiner (Wittebergen, 24 marzo 1855 – Città del Capo, 11 dicembre 1920) è stata una scrittrice sudafricana, fondamentale per lo sviluppo della letteratura anglofona nel suo Paese. Pacifista, fu molto attiva nella lotta contro il razzismo e nella lotta a favore dei diritti delle donne.

Nona dei dodici, Olive era figlia di Gottlob Schreiner, missionario metodista tedesco, e Rebecca Lyndall, inglese. Di famiglia povera, si educò da autodidatta leggendo la Bibbia, John Bunyan e gli scritti di autori quali R.W. Emerson, J.S. Mill, G. Eliot e J.W. Goethe. Fu attraverso queste letture che Schreiner sviluppò idee opposte a quelle che le erano state inculcate dalla famiglia e abbandonò qualsiasi pratica religiosa.

Tra il 1874 e il 1881 lavorò come governante di alcune famiglie che abitavano nel karoo (la grande distesa arida e semidesertica del Sudafrica occidentale che sarà lo sfondo di molti suoi romanzi); nel tempo libero leggeva Darwin, Spencer e Comte. Intanto la famiglia, provata dall’estrema povertà e dalla morte di una delle figlie, si era disgregata. Durante la New Rush, Schreiner si trovava proprio a Kimberley e fu testimone di quella febbrile e disperata corsa ai diamanti. In quello stesso periodo cominciò a scrivere diari e abbozzi di romanzi: Undine e From Man to Man, pubblicati postumi, furono scritti nella sua adolescenza.
Nel 1881 la volontà di continuare a studiare la portò a Londra per frequentare medicina, ma lo stato di salute cagionevole a causa dell’asma cronica di cui soffriva fin da bambina rese impossibile il progetto e così si dedicò interamente alla scrittura. The Story of an African Farm, il romanzo pubblicato nel 1883 con lo pseudonimo di Ralph Iron, le diede subito grande notorietà. Schreiner rivelò poi la sua vera identità con la seconda edizione del 1891. Il nome è un omaggio al filosofo ottocentesco Ralph Waldo Emerson, noto per le sue idee riguardanti l’etica individuale basata sulla fiducia in sé stessi; Iron, invece, è un riferimento alla gabbia di ferro contro la quale si infrangeranno i sogni e le aspirazioni dei due protagonisti, troppo moderni per il mondo in cui vivono.

A Londra frequentò l’ambiente intellettuale e divenne amica di Eleanor Marx, Edward Carpenter, Havelock Ellis. Ma l’asma peggiorava e Schreiner rientrò in Sudafrica per godere dell’aria secca del karoo e si stabilì a Matjiesfontein. William, suo fratello e futuro primo ministro della Colonia del Capo, le fece conoscere Cecil John Rhodes, figura di spicco durante la New Rush,  le cui convinzioni imperialistiche  si scontrarono con i principi di Schreiner e la loro amicizia terminò dopo un anno. In un’epoca che avrebbe visto il consolidarsi del razzismo con l’avvento dell’apartheid, Schreiner difese i diritti dei più poveri e degli oppressi anche attraverso due importanti scritti: Trooper Peter Halket of Mashonaland (1897), una denuncia di Rhodes e del razzismo bianco, e An English-South African View of the Situation (1899), contro la guerra anglo-boera.

Il 24 febbraio 1894 sposò Samuel Cronwright, che la incoraggiò sempre nella sua carriera di scrittrice. Sfortunatamente la loro prima figlia morì poche ore dopo essere venuta al mondo e Schreiner, che rivisse il dolore provato per la scomparsa della sorella, non si riebbe dalla perdita.
Nei primi anni del Novecento si batté per i diritti dei neri, degli ebrei e delle donne e lavorò a Letter on the Jews (1906) e Woman and Labour (1911), un testo fondamentale del femminismo. Nel 1913 partì sola per l’Inghilterra e trascorse gli anni della prima guerra mondiale a Londra. In condizioni di salute sempre più gravi rientrò a Città del Capo, dove morì l’11 dicembre 1920, lasciando molti scritti incompiuti. Chiese di essere sepolta accanto alla figlia nel karoo.

The Story of an African Farm by Schreiner, Olive: Near Fine Hard ...

 

La produzione letteraria di Schreiner è influenzata dall’ambiente coloniale. Nei suoi primi romanzi emerge il costante senso di emarginazione dell’autrice: si sente straniera in Africa ed emigrata in Inghilterra.

Il suo libro, The Story of an African Farm (Storia di una fattoria africana, 1883) è considerato dalla critica letteraria l’opera inaugurale della letteratura sudafricana in lingua inglese.
Il romanzo, che affronta il tema della condizione della donna nella società coloniale ottocentesca, fu salutato con entusiasmo non solo dalla critica femminista, ma anche dal resto della critica, che apprezzò la sua audacia compositiva e la sua modernità stilistica.

La rosa di una donna di [Olive Schreiner, Enrico De Luca]

La rosa di una donna (The Woman᾽s Rose) è il secondo di tre racconti inseriti nello smilzo libretto Dream Life and Real Life. A Little African Story, pubblicato con lo pseudonimo di Ralph Iron a Londra (T. Fisher Unwin, 1893).

Frammenti d’autore è una collana che propone brevi racconti di scrittori classici noti e meno noti della letteratura universale, offerti gratuitamente a tutti i lettori appassionati di classici che hanno apprezzato i titoli delle altre due collane a marchio Caravaggio editore (I Classici Ritrovati e le Gemme).

  • Schreiner O., La rosa di una donna, trad. e a cura di Enrico De Luca, Caravaggio Editore (“Frammenti d’autore”), Vasto, 2020.

C’è anche una versione in audiolibro:

 

 

Storie di Natale, l'audiolibro: THE WOMAN'S ROSE – LA ROSA DI UNA ...

Un incantevole aprile di Elizabeth von Arnim

Un incantevole aprile - Il giardino delle rose eBook: von Arnim ...

Lo splendore dell’aprile italiano era ai suoi piedi. Il sole la inondava di luce e il mare giaceva addormentato, muovendosi debolmente. Al di là della baia, anche le incantevoli montagne, dai colori squisitamente variegati, erano addormentate nella luce.

Un incantevole romanzo. Non dovrebbero esserci altre parole per descriverlo.

Scritto quando era ormai famosa, le fu di ispirazione il periodo di vacanza trascorso, nell’estate del 1921  nel delizioso Castello Brown di Portofino.

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Il soggiorno nel maniero affittato era stato allietato dalla compagnia di alcune amiche e arricchito dall’affetto dei numerosi vicini inglesi e ammiratori. Fornì evidentemente abbastanza materiale e visioni e stupore e incanto, per comporre il suo romanzo più celebre, Un incantevole aprile, visto che la trama ne ricalca molto da vicino le modalità. Quattro donne inglesi decidono di lasciarsi alle spalle i problemi, le preoccupazioni e il grigiore della vita quotidiana in Inghilterra per trascorrere una vacanza in Italia, nella località fittizia di San Salvatore, in Liguria, che rispecchia fedelmente i luoghi in cui la scrittrice aveva effettivamente soggiornato.

Tutto inizia  in un club femminile di Londra, in una giornata fredda e uggiosa di febbraio, quando la signora Wilkins legge il seguente annuncio economico sul Times:

«Per gli amanti del glicine e del sole. Piccolo castello medievale italiano sulle coste del Mediterraneo affittasi ammobiliato per il mese di aprile. Servitù inclusa. C.P. 1000, “The Times”»

Il richiamo non può restare inascoltato, quell’immagine di glicine fiorito al sole è troppo allettante.

Le visitatrici non potevano essere cieche: quello spettacolo faceva colpo dopo un marzo londinese particolarmente umido e melanconico. Essere trasportate all’improvviso in quel luogo dove l’aria era così ferma da trattenere il suo stesso respiro, la luce così dorata che l’oggetto più ordinario risultava trasfigurato; essere trasportate in quel tepore delicato, in quella fragranza carezzevole, e avere come scenario l’antico castello grigio e, in lontananza, le colline chiare e serene dei paesaggi del Perugino, era un contrasto sorprendente. … Quell’anno, la primavera fu particolarmente incantevole, e se il tempo era bello, aprile era il mese migliore a San Salvatore. Maggio scottava e inaridiva, marzo era irrequieto, e poteva essere freddo e rigido nel suo splendore, ma aprile arrivava dolce, come una benedizione, e se il tempo era favorevole, era così bello che diventava impossibile non sentirsi diversi, non sentirsi emozionati e commossi.

Un incantevole aprile – Elizabeth von Arnim – TRECUGINE

Oltre a descrivere con profusione la cascata di fiori che ornano il castello medievale e lo splendore accecante del paesaggio circostante, che non fa che lasciare a bocca aperta le improvvisate turiste inglesi, Elizabeth von Arnim si sofferma a cogliere le particolarità caratteristiche degli indigeni che assunti come personale di servizio: la loro parlantina incessante, le loro espressioni eloquenti, la mimica facciale, la gestualità teatrale e la premura invadente. Ed è curioso ritrovare i nostri connazionali con le loro caratteristiche immutate nel tempo.

Vedendolo, Francesca alzò al cielo tutto quello che riusciva, le sopracciglia, le palpebre e le mani e gli assicurò con un discorso prolisso che era tutto in perfetto ordine e che lei stava facendo il suo dovere.

“Certo, certo, – disse Mr Briggs, tagliando corto. – Nessuno ne dubita”.

L’Italia non è più un luogo pericoloso e fonte di ottundimento dei sensi ma benefica sensazione di libertà e benessere, ispirate da tanta bellezza. Più dei monumenti e dell’arte è qui il paesaggio a dare spettacolo e la natura a meravigliare, rinnovando il miracolo della vita giorno dopo giorno.

Quando il primo maggio, se ne andarono, anche dopo esser giunti in fondo alla collina e aver varcato il cancello di ferro verso il villaggio, sentivano ancora il profumo delle acacie.

Ipsa Legit: Un incantevole aprile

Rivedere il film adesso è d’obbligo.

Fonti:

Carmela Giustiniani, Chiamatemi Elizabeth, Vita e opere di Elizabeth von Arnim, Flower-ed, Roma, 2017

Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim (Windy ...

 

 

 

 

 

Un sacrificio redentore di Lucy Maud Montgomery

Un sacrificio redentore di [Lucy Maud Montgomery, Enrico De Luca]

 

Un sacrificio redentore appartiene alla collana Frammenti d’autore che propone brevi racconti di scrittori classici noti e meno noti della letteratura universale, offerti gratuitamente a tutti i lettori appassionati di classici che hanno apprezzato i titoli delle altre due collane a marchio Caravaggio editore (I Classici Ritrovati e le Gemme).

Dalla cospicua messe di short stories pubblicate da Lucy Maud Montgomery prima e dopo il successo di Anne di Tetti Verdi (Anne of Green Gables), è stato selezionato questo racconto, Un sacrificio redentore (A Redeeming Sacrifice),  mai tradotto in italiano […] nel quale, ancora una volta, l᾽autrice canadese riesce, pur in un testo breve, a mostrare alcune peculiarità dello stile che caratterizza la sua intera produzione.

Il suo tocco delicato sfiora appena, in modo impercettibile, un grande amore che nonostante sia condannato dai condizionamenti sociali, trova la via per la sua sublimazione.

Le labbra rosse e seducenti del perdigiorno Paul King potrebbero sgualcire una ragazza delicata come un fiore quale è Joan?

Sullo sfondo le ben note pennellate dipingono l’incantevole paesaggio di una sera autunnale “… molto limpida e fredda, con un vento lamentoso che soffiava da nord-ovest sul mare che giaceva luccicante davanti alla porta. Oltre la baia, le barche s’alzavano e s’inchinavano sulle onde, e sui campi costieri la grande stella rossa del faro si stagliava contro il cielo argenteo. Paul, con un fischio, si avventò lungo il sentiero sabbioso, pensando a Joan…”.

 

 

 

Ricordi d’Italia (1860) di George Eliot

LaVitaFelice.it

 

Il viaggio in Italia, il secondo, compiuto da George Eliot e George Henry Lewes, è di quelli che dividono la vita in due “tali sono le idee che suggeriscono e le nuove vene d’interesse che aprono”. Questo per dirlo con le stesse parole della scrittrice che nei suoi appunti di viaggio riporta precisamente luoghi geografici e d’interesse visitati nel Bel Paese.

Con un occhio artistico abbastanza diverso da quello moderno, George Eliot è una turista piuttosto difficile, pronta a farsi emozionare da un paesaggio al tramonto piuttosto che dalla magnificenza delle sculture di Michelangelo. Ma su questo è già stata criticata da voci più autorevoli, come Chesterton e Henry James.

Non è tanto che per lei l’Italia è poco più di un vasto museo, quanto evidente appare la ricerca da parte sua di esperienze, di emozioni, forse di ispirazioni. Ecco perché il suo viaggio in Italia si configura come una versione del Grand Tour modellata dal Romanticismo inglese, basata sul sogno e sul trasporto.

Se Roma è una scoperta continua e un museo a cielo aperto, sempre alla ricerca di convalidare le aspettative formatesi sui libri di studio, l’attraversamento delle Alpi che aprono e chiudono il libello, colpiscono per il loro effetto dischiusivo e maestoso.

 

L’aria tagliente contribuiva fortemente al senso di novità: ci eravamo del tutto lasciati alle spalle il nostro mondo quotidiano, convenzionale, e stavamo facendo visita alla Natura nella sua residenza privata.

 

L’arrivo a Torino offre subito una vista grandiosa delle montagne innevate e poi proseguendo per Genova, la Superba, in un caldo e luminoso mattino di primavera, ritrovando la stessa immagine di ben undici anni prima (1849).

A Pisa vengono sorpresi da quel primo scorcio della cattedrale, con la torre pendente da un lato e il battistero dall’altro, il verde tappeto erboso sotto.

L’arrivo a Roma è sulle prime deludente e non corrisponde alle aspettative e la prima sera si conclude con un malinconico senso della probabile relazione tra la Roma visitata e la Roma da scoprire.

La vista del Colosseo e del panorama del Foro in direzione dell’Arco di Tito assomiglia fortemente a quel misto di grandezza in rovina e di vita moderna che aveva immaginato. Anche a San Pietro, soprannominata una millenaria Nuova Gerusalemme, ricercano il panorama salendo sulla cupola ma è la Cappella Sistina a essere definito uno degli affreschi più meravigliosi al mondo.

Le gite in carrozza a Villa Doria Pamphilji, Villa Albani e a Frascati sono ricordate perla bellezza dei giardini e del paesaggio circostanze e i momenti di pace e immersione nella natura che regalano.

Il 30 aprile arrivano a Napoli la cui vista da Posillipo, sotto un cielo azzurro e il profilo del Vesuvio viola, è incantevole.

L’anfiteatro di Pozzuoli, il museo Borbonico, la visita nella città silenziosa di Pompei, lasciano ricordi indelebili, come anche la gita a Paestum il cui tempio di Nettuno “è la cosa più bella, credo veramente, che avessimo visto fino ad allora in Italia” per la sua grandiosità e i requisiti di perfezione classica.

Il ritorno a Firenze, che li accoglie in modo aperto e solare, li rinfranca offrendo alla loro ammirazione i marmi rosati del campanile, le paradisiache porte del battistero e l’austerità dei palazzi rinascimentali. Le statue di Michelangelo, famose in tutto il mondo, conservate nelle tombe dei Medici, vengono considerate “affettate ed esagerate negli originali quanto lo erano nei calchi e nelle copie”.  Palazzo Pitti e gli Uffizi gareggiano in varietà di tesori esposti.

Siena, Bologna, Padova, strappano brevi annotazioni finché l’itinerario fa sosta a Venezia, tappa obbligata. Piazza San Marco è un centro di meraviglie architettoniche di cui il palazzo ne è il coronamento. Accanto alle opere di Tiziano e Tintoretto, è la Laguna a dare spettacolo:

 

Eravamo usciti una notte in Laguna, mentre il sole stava tramontando, e l’ampia distesa d’acqua era imporporata dalla luce colorata di rosso. Mi sarebbe piaciuto che durasse per ore; è quel tipo di spettacolo in cui potevo con maggior prontezza dimenticare la mia stessa esistenza e sentirmi dissolta nella vita generale.

 

La breve sosta a Verona visitata in generale andando in giro con la carrozza risultò estremamente gradevole mentre la pioggia rovinò la seconda visita a Milano i cui piaceri più grandi furono tratti dalla Galleria di Brera e dalla Biblioteca Ambrosiana più che dal Duomo.

Passando per Como e la stupenda Bellagio si inerpicano per il passo dello Spluga chiudendosi definitivamente alle spalle l’Italia il giorno 21 giugno.

Pochi giorni dopo, il 2 luglio 1860, George Eliot scriveva all’amica Sara Hennell che il viaggio fatto era stato indicibilmente piacevole. L’esperienza poteva quindi dirsi riuscita.

 

 

Scheda libro:

 

Ricordi d’Italia (1860).

George Eliot

A cura di Franco Venturi

Traduzione di Sara Grosoli

Testo inglese a fronte.

Edizioni La Vita Felice

Milano 2020

 

Sinossi:

«Ricordi d’Italia» è l’opera scritta da George Eliot al suo ritorno dal viaggio in Italia del 1860 e che raccoglie le sue impressioni entusiaste sul nostro Paese. L’importanza di questo viaggio per la Eliot è subito evidente dalla narrazione dei tre mesi di esperienza italiana. Gran parte dello scritto si occupa della grandiosa arte vista assieme al compagno, il filosofo e critico George Henry Lewes; ma la raccolta comprende anche alcune parti della sua corrispondenza, che restituiscono una chiara visione della passione dell’autrice per altri aspetti della vita e della cultura italiana.

 

La collina di Devi di E. M. Forster

La collina di Devi

L’affascinante descrizione delle due visite che Forster fece dello stato indiano di Dewas Senior nel 1912 e nel 1921. Formato da lettere, ricordi e commenti, è un libro che trasmette tutto l’interesse, la curiosità e il divertimento suscitati in Forster dalla sua esperienza in India. Al centro del libro il Maharaja di Dewas un personaggio complesso e sensibile; Forster ne divenne segretario. Un episodio avvenuto durante il suo soggiorno ebbe un profondo effetto su Forster e gli ispirò l’intera parte finale di Passaggio in India.

 

Interessante resoconto della permanenza di Forster come segretario personale del Maharajah di Dewas in India. Il rapporto personale di stima tra due uomini si intreccia con usi e costumi di un Paese molto lontano dalle tradizioni inglesi ed europee in generale. La raccolta e il commento da parte dello stesso Forster delle lettere inviate in quel periodo ad amici e familiari in Patria gli servirà da base per iniziare la composizione di Passaggio In India.

La mia Ellen, una fantasia d’altri tempi di Sara Tricoli

LA MIA ELLEN: una fantasia d'altri tempi eBook: Tricoli, Sara ...

Come in un quadretto aperto sull’Ottocento i personaggi di Sara Tricoli prendono a muoversi e a intrecciare le loro vite.

La storia di cui Sara ci racconta ha per protagonisti un gentiluomo e una signorina molto speciali, fuori dal comune, ligi solo all’apparenza all’etichetta, ma nel loro intimo agitati da emozioni molto forti e dirompenti.

Secondo una trama piacevole e non banale, la coppia formata da Miss Ellen Giovial e Phillip, duca di Percival, danno vita a una serie di schermaglie tra innamorati che ancora non sanno di esserlo.

Se a tratti la narrazione sembra condurci per mano verso una bella favola, con il duca, il suo portamento regale sul destriero, la bella e inarrivabile damina, dall’altro sono i valori e i passatempi più semplici e genuini che condividono a farceli conoscere meglio e amare. La campagna, i cavalli, la lettura, le partite a scacchi, i rapporti familiari: sono tutti momenti di vita quotidiana in cui non fatichiamo a vedere i nostri beniamini -e i loro sentimenti- mettersi alla prova.

Un delicato pensiero sta alla base del trasporto nutrito dal Duca verso la ritrosa Ellen e cioè che la sua personalità sia molto più ricca e complicata di quello che lei voglia dare a vedere cercando di comportarsi ammodo in società,  piena di angoli che non hanno bisogno di essere smussati perché ne costituiscono proprio l’irresistibile fascino.

Impreziosito da una cover deliziosa è la lettura che consiglio per vivere romanticamente una fantasia d’altri tempi.

 

 

 

Scheda del libro:

 

Romanzo rosa storico autoconclusivo
Seconda edizione aprile 2019
Trama: Londra 1856 – Ellen, una gentildonna della buona società è a un ballo come tanti. È serena: il suo piano per trascorrere una vita agiata e tranquilla si sta compiendo. Sposerà il cugino Edward, che le permetterà di allontanarsi dall’oppressiva e soffocante madre.
Improvvisamente un uomo, il duca Phillip Persival, le si avvicina e si presenta, dichiarandosi suo promesso sposo.
Lei non può credere a quelle parole.
Tutto risale ai loro tris-nonni e a una promessa che si sono scambiati anni addietro: unire i loro casati.
Ellen desidera rifiutare questa costrizione e inizierà una vera e propria battaglia, soprattutto con se stessa. Si impedirà di lasciarsi incantare da lui, dalla sua splendida galanteria, dalla sua meravigliosa madre, dai suoi amici gentili, dai suoi luoghi incantevoli…
Insomma, dal suo mondo fatato che ha tutte le caratteristiche e i presupposti per piacerle.
Ellen s’imporrà di rimane risoluta e determinata nel suo piano, si sentirà in dovere di farlo per il suo adorato cugino Edward, per la sua amica Alice e, soprattutto, per la sua stessa tranquillità d’animo.
Oppure la sua è solo paura di affrontare il vero amore?

Contatti:
Blog: leggimiscrivimi.wordpress.com
Pagina facebook: LeggimiScrivimi by Sara Tricoli
Twitter: @SaraTricoli
Instagram: sara.tricoli

 

 

Tempi difficili di Charles Dickens

 

Mai un titolo si addetto meglio alle circostanze che stiamo vivendo. Solo che i Fatti non ci salveranno senza la bellezza, l’arte e la letteratura.

Al cospetto del sig. Gradgrind sia a casa che a scuola non si può lasciare sciolta l’immaginazione ma bisogna attenersi ai Fatti, con la F maiuscola. La ragione è proclamata in apertura di romanzo come unica legge suprema, perché “In questa vita abbiamo bisogno di Fatti, signore, Fatti e niente altro”.

Questa è l’educazione raziocinante e utilitaristica che ha impartito anche ai figli e secondo le maglie stringenti del ragionamento logico li ha allevati, in particolare, Tom, il primogenito, e Louisa, la prediletta.

Se tutto ciò che appartiene a Gradgrind è rigido e squadrato, lo sfondo in cui si snoda questa vicenda non è meno tetro e fumoso. La città di Coketown, con il suo nome estremamente evocativo, è una città triste, avvolta nella fuliggine, maleodorante, una città di macchine e di alte ciminiere, emblema di tutti i luoghi trasformati e guastati dalla industrializzazione.  Riproponendo la storica contraddizione di classe tra operai e padroni, poveri e borghesi, Dickens si inoltra per le sue vie più anguste e malfamate di Coketown, dove i raggi del sole nemmeno riescono a filtrare la spessa cortina di fumo e si muovono anche altri personaggi, sono le Mani, cioè gli operai della fabbrica di Bounderby che per il loro magro salario consumano la vita sui telai e sui macchinari ogni giorno.

 

Per una mezz’ora molte delle finestre di Coketown si indorarono, mostrando alla gente di Coketown un sole eternamente in eclisse attraverso un vetro affumicato.

 

Quando Bounderby avanza la sua proposta di nozze, nonostante trent’anni di differenza d’età, Gradgrind crede di portare Louisa con il ragionamento statistico ad accettare di sposarlo, mentre non immagina nemmeno che lei è trascinata in quella scelta anche dall’affetto per il fratello Tom, che divenuto impiegato di Bounderby, le chiede di farlo per conseguirne dei vantaggi.

Ci sono anche personaggi del circo veri e propri tra quelli che si avvicendano sulla scena come veri attori: la signora Sparsit e il suo naso coriaceo, il lecchino Bitzer, la compassionevole Rachael, il leale Stephen Blackpool, il politicante Harthouse, il simpatico e saggio Sleary.

Sul margine sembra rimanere Sissy, la figlia di un domatore di cavalli del circo, che presa in casa da Gradgrind, deluso da lei per essere “estremamente debole sui fatti”, giocherà un ruolo determinante nei momenti strategici della vicenda.

Ogni personaggio viene magistralmente tratteggiato e caricaturato: i suoi difetti e mancanze sottolineati e scandagliati in tutte le loro più degradanti, o comunque negative, sfaccettature. L’interesse personale, la millanteria, l’avidità di denaro, l’indolenza, sono condannati come anche la remissività e l’inanità da un Dickens moralista ma umanamente comprensivo verso le debolezze dei suoi simili.

 

Il perdigiorno corrotto Tom pretende di vedere sovvenzionati i suoi vizi dalla sorella che in quanto signora Bounderby dovrebbe passargli il denaro, finché non finisce per mettere nei guai se stesso e altri innocenti, persino la sorella esposta alle lusinghe dell’annoiato Harthouse.

 

Aveva stabilito con lei una confidenza da cui il marito era escluso. Aveva stabilito con lei una confidenza che si basava sulla sua indifferenza verso il marito e sulla continua mancanza di comprensione che esisteva fra di loro. Le aveva fatto capire abilmente, ma in maniera chiara, di conoscerei più nascosti recessi del suo cuore; si era servito del suo affetto più tenero per avvicinarsi a lei…

 

Per un crudele scherzo del destino proprio le persone del circo, fomentatori privilegiati dell’immaginazione e della fantasia, saranno d’aiuto al signor Gradgrind e lo faranno ricredere circa i suoi metodi educativi per ritrovare se stesso e l’affetto dei suoi figli.

L’aridità del suo cuore, prosciugato dalla cieca fede nell’intelletto, ha rovinato quello che aveva di più caro e solo un brusco e duro risveglio passato attraverso una onorevole espiazione gli restituisce la sua grandezza.

 

Dickens raccoglie e recepisce le grandi contraddizioni che spaccano la sua cara epoca vittoriana e preferisce non schierarsi da nessuna delle due parti ergendosi semmai a spettatore di esse.

Il suo romanzo che presenta elementi del genere picaresco, le tecniche di quello d’appendice, la realtà del romanzo di costume, finisce per essere anche affresco sociale ed etico di una realtà in profondo movimento e ricerca di un ordine chiaro e preciso. Ma egli è al tempo stesso testimone perfetto di come il genio si serva necessariamente di fantasia e immaginazione per sconfiggere le brutture dell’uomo.

Già dalle colonne del suo giornale, Household Words Dickens aveva tentato di sollecitare l’indifferenza parlamentare nei confronti della degradazione estrema degli slums londinesi, delle condizioni di lavoro e della carenza di educazione per i figli degli operai. Pubblicato nel 1854 Hard Times giungeva come il risultato del suo interesse applicato a questo grave problema sociale andando ad affiancarsi alle tematiche simili toccate da Mrs Gaskell, sua collaboratrice, in Nord e Sud.

In realtà Dickens cominciò a lavorare editorialmente al romanzo della Gaskell quando era già molto avanti nella stesura di Tempi difficili e semmai fece del suo meglio per evitare la sovrapposizione, dice il biografo Peter Acroyd, con Nord e Sud. È per questo che in Tempi difficili il tema dello scontro tra sindacato e padroni viene evocato brevemente, e subito dimenticato. In ogni caso i due romanzi sono tutt’altro che simili. Ci sono due diverse poetiche a guidare la mano dei loro autori: l’immaginazione mitologica e favolistica di Dickens si fondava su principi molto differenti rispetto alle preoccupazioni ben più naturalistiche e domestiche di Elizabeth Gaskell.

Avvicinandosi alla fine del libro, Dickens cede in prestito a Rachael le sue condizioni fisiche e mentali: “Cado in una frenesia così selvaggia e infuocata che, per quanto stanca possa sentirmi, voglio solo camminare a passo deciso, per miglia e miglia”. Come non riconoscere il camminatore visionario e instancabile che nella sua testa immagina scenari e si prefigura gli ulteriori sviluppi della sua storia, magari incontrando proprio gli stessi personaggi, assistendo alla caduta del povero Stephen nel pozzo maledetto?

Quando ebbe terminato l’opera annotò a margine: “Finito: le ceneri dei nostri fuochi sono ormai grigie e fredde” e poco dopo partì per una meritata vacanza a Boulogne.