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Canto di Natale di Charles Dickens

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Nessuno amava più profondamente di Dickens le vecchie fiabe e lui stesso provava un piacere segreto nel sentire che quello era il suo modo di racchiuderle in una forma più elevata.

Ebbene Canto di Natale è la fiaba di Natale per eccellenza, scritta da un uomo che prima di metterla nero su bianco, l’ha immaginata e vista svolgersi davanti ai suoi occhi.

La genesi di Canto di Natale fu repentina (venne scritto nel giro di sei settimane), quanto stratificata negli eventi della sua memoria e della sua vita ed esaurì completamente la vocazione a cui Dickens si sentiva naturalmente portato.

La parte di ricordi legati alla sua infanzia sepolti in un angolo nemmeno troppo remoto del suo cuore andarono a sommarsi alla sua infantile gioia provata da sempre la festività del Natale, e anche ad alcune preoccupazioni contingenti dovute alle difficoltà economiche da cui si sentiva sempre minacciato (quella di non poter mantenere il suo già alto tenore di vita e di far fronte a tutte le pressanti richieste di denaro del padre e di altri familiari).

 

Felice Natale! Felice Natale un corno! Che cos’è il Natale se non il momento di pagare conti senza avere soldi; il momento in cui ti ritrovi più vecchio di un anno ma non più ricco di un’ora; il momento di fare il bilancio e scoprire che in dodici mesi non c’è una singola voce che non sia in perdita? Se dipendesse da me,” disse Scrooge, indignato, “ogni idiota che se ne va in giro con ‘Felice Natale’ sulle labbra finirebbe bollito insieme al suo pudding, e seppellito con un rametto di agrifoglio nel cuore. Poco ma sicuro!”

 

Per questa edizione volle il meglio, ordinò che il libro fosse foderato di tela rossa con un motivo dorato sulla copertina e anche i bordi delle pagine erano dorati.

Chissà che emozione stringere tra le mani quello splendido volume al modico prezzo di cinque scellini, corredato addirittura di quattro acqueforti a colori e quattro xilografie in bianco e nero.

Quello fu solo l’inizio, il primo di una lunga serie di racconti natalizi che puntualmente Dickens preparava per la pubblicazione all’approssimarsi delle feste nel mese di dicembre di ogni anno, sforzandosi, anche scrivendo più di un romanzo alla volta, di non mancare a quello speciale appuntamento che egli stesso aveva deciso di fissare al suo amato pubblico di lettori affezionati.

Si è detto che Dickens inventò il Natale, ma per l’esattezza, nel 1835 il Book of Christmas di Thomas Hervey già ne parlava e Dickens ebbe invece il merito di esaltare l’aspetto sentimentale di bontà diffusa del periodo natalizio, il cosiddetto spirito natalizio, che è lo spirito di utilità attiva, perseveranza, gaio adempimento del dovere e gentilezza.

Prima di Dickens il Natale era stato un giorno di festa, intriso di un senso cupezza evangelica, ma relegato a giorno di riposo, di pausa dal lavoro. Ora diventava giorno di festa, adornata di fantasia, benevolenza e generosità partecipata. La festa popolare per eccellenza che ispirava al cuore di tutti gli uomini, di ogni ceto, i medesimi sentimenti.

 

Ho sempre considerato il periodo natalizio… un momento di bontà, perdono, di carità, di gioia; l’unico momento che io conosca, nel lungo calendario dell’anno, in cui uomini e donne sembrano concordi nell’aprire spontaneamente i loro cuori sprangati.

 

Il racconto è scandito da cinque distinte stanze, di modello teatrale, che predisponendo la lezione morale entro cui deve passare il gretto e avaro Scrooge, nel giro di una sola notte dell’anima, visitato dai tre fantasmi del presente, passato e futuro, approda alla sua salvifica redenzione.

 

“Il percorso di ogni uomo prefigura un epilogo che, perseverando, si rivelerà inevitabile”, disse Scrooge. “Ma se muta il percorso, anche l’epilogo sarà diverso”

 

Tra le pagine si sente proprio il trepidante narratore che scalpita nel portare a termine il compito che si è dato e si dibatte tra la condizione d’animo rabbuiata dalle preoccupazioni e gli assilli materiali e la tensione verso un finale da fiaba.

 

…era abbastanza saggio da sapere che su questa terra non è mai successo niente di buono senza che qualcuno, inizialmente, non si sia divertito a riderne…

E di lui si disse sempre che sapeva festeggiare il Natale a dovere, se creatura vivente può mai possedere una simile scienza. Che si possa dire altrettanto di noi, di tutti noi! E, come aveva augurato Tiny Tim, che Dio benedica ognuno di noi!

 

Una fiaba che celebra il Natale e che contiene una lezione morale, in cui la vocazione di Dickens a cantastorie trova sublimazione.

La Bottega dell’Antiquario di Charles Dickens

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Si può non amare Dickens ma impossibile non apprezzarne il genio visionario, l’artista funambolico che sa esercitare tanto bene il potere della parola!

Non è nemmeno consigliabile, con quel senso di sventura imminente, da leggersi in un periodo come questo, bombardati come siamo dalle notizie e dagli annunci di un’imminente catastrofe.

Non è la lettura ideale per chi cerca serenità, quindi.

Ma è senz’altro una lettura imprescindibile e immancabile perché unica.

Leggere Dickens è un’esperienza sconvolgente che cattura i sensi e i pensieri e ingloba nel suo mondo, tenendoci avvinti ai suoi invisibili lacci. Ciò che si dischiude innanzi ai nostri occhi è uno stupefacente spettacolo in cui Dickens ci conduce per mano guidandoci di visione in visione. Perché niente è come appare e ogni persona o situazione è pronta a presentare l’altra sua faccia, o significato.

 

Perché la verità, signori miei, è a modo suo, una cosa sublime e grandiosa, benché come altre cose sublimi e grandiose, per esempio le tempeste, non sempre siamo felici di vederla.

 

Il racconto si fa leggere, la storia sa irretire, il regista è abile a muovere i diversi personaggi che all’inizio vediamo entrare in scena e presentarsi con la loro abnormità come su un palcoscenico.

Nella prefazione di Giorgio Manganelli si legge che “Vi sono, in Dickens protagonisti che vivono trenta righe, anche meno” e in questa storia si intrecciano con gli altri, rigorosamente senza nome, definiti da un ruolo o un appellativo simbolico, movente e motore dell’intreccio (Il Professore, Il Maestro, Lo Scapolo, Il Nonno). Alcuni sono personificazioni di un vizio o di una qualità, altri caricature, possono diventare oggetto di violenti sentimenti di simpatia o antipatia quel tanto che basta a sapere bene che sono strumentali allo svolgimento della storia, al raggiungimento del fine. Nessuno potrà rivendicare per sé il ruolo principale.

Nella maggioranza dei casi, la coscienza è un indumento elastico e molto flessibile, che si può tirare assai e si adatta a un gran varietà di circostanze. Certa gente, grazie a un’abile maniera di destreggiarsi e di cavarsela pezzo a pezzo, come un panciotto di flanella nella stagione calda, riesce persino, col tempo, a farne a meno. Ma vi sono altri che sanno mettersi tale indumento e toglierselo a piacere e, siccome questo è il metodo più comodo, è il più usato.

 

Sulla suggestione di Pilgrim Progress, La bottega dell’antiquario ripercorre lo stesso pellegrinaggio allegorico che dovrebbe condurre verso la Meta ultraterrena e lasciare dietro di sé vizi e tentazioni terrestri che provengono per lo più dal maligno e dai legami materiali. Quilp ne è l’esempio per tutti.

In questa prospettiva il viaggio di Nell e del Nonno rimane senza destinazione perché riveste una pura funzione catartica e le continue fughe equivarranno sempre a forme di liberazione in cui la solitudine è quasi sempre preferibile alle cattive compagnie. Non ultima, secondo questa prospettiva, la Morte.

La Morte ci cambia meno della vita.

Queste si aggirano nelle condizioni a loro più congeniali: con il favore della notte, circondate dalla nebbia e nei sobborghi e nei vicoli più malfamati dove lo squallore è materiale e morale.

Quella luce che avvolgeva inizialmente le cose all’alba di ogni nuovo giorno e scaldava il cuore di Nell, carico di speranza e di vita, piano piano si spegne, all’ombra di un solenne cimitero e nella profonda quiete della chiesa, sprofondando solo un velo di candida neve.

Nel cuore umano vi sono certe corde -strane corde mutevoli- che si fanno vibrare solo per caso, che rimarranno mute e inerti ai richiami più appassionati e ardenti e infine rispondono al tocco più lieve o casuale.

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Dopo essersi materializzata a lui dalla sua fervida immaginazione, di ritorno da uno dei suoi viaggi in cui non mancava di scoprire qualche nuova storia interessante, la piccola Nell lo seguiva praticamente ovunque, come accadeva del resto alle altre sue creature, e da semplice racconto di una bambina, come era avvenuto per Oliver Twist, divenne un romanzo compiuto. Scrive Peter Ackroyd nella Biografia: “Era come se la condizione di un singolo bambino inducesse Dickens a concepire, progettare ed elaborare in larga scala, come se il bambino non avesse intenzione di lasciarlo in pace fino a quando non l’avesse (letteralmente, nel caso della piccola Nell) messo a riposare”.

Certo in questo finale, che alcuni hanno rimproverato di eccessivo sentimentalismo, c’è un risvolto allegorico dato dalla morte obbligata dell’innocenza che non dura per sempre, e Dickens sapeva come sfruttarlo, sia per dare un senso al romanzo sia per tenere in scacco i lettori fino all’ultima uscita della rivista.

Tali sono i mutamenti che avvengono in pochi anni, e così tutto passa come una fiaba che si racconta.

Così La Bottega dell’Antiquario racconta una fiaba che è impossibile non ascoltare e dimenticare.

 

 

 

 

Le colline, il tramonto e un cane. Vita e poesia di Emily Dickinson di Sara Staffolani

 

 

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L’ispirazione è una cara e volubile amica. 

Mi hanno colpito subito queste parole che introiettano immediatamente nel mondo incantato di Emily Dickinson in cui Sara Staffolani ci conduce delicatamente per mano.

Raramente mi è capitato di leggere una biografia così partecipata e sentita. L’affinità tra l’autrice e il soggetto del suo racconto è immediata e palpabile.

Sara Staffolani ci fa entrare nella dimensione più esclusiva e privata di Emily e ci svela i tanti mondi a cui si apre la sua complessa. Una persona anticonvenzionale, particolare, speciale, ma che comunque sfugge a qualsiasi etichetta che la possa definire e comprendere tutta.

Una vita tutto sommato ordinaria, ma vissuta intensamente e analizzandone ogni impercettibile moto sia dell’animo che del mondo esterno. Il volo di un’ape e l’anima che si chiude come una pietra sono registrati con la stessa precisione tachigrafica.

La Mia Vita era stata – Un Fucile Carico

Si parla sempre della solitudine di Emily Dickinson ma in verità essa è costellata di tante figure familiari e amiche che hanno intessuto attorni a lei legami forti, rapporti totalizzanti, affetti tanto teneri quanto soggetti a repentini capovolgimenti, dolorosi lutti e lacerazioni.

Ognuno che perdiamo prende una parte di noi; 

Uno spicchio alla fine rimane

Che come la luna, una torbida notte, 

E’ chiamato dalle maree

Un personaggio misterioso rimane Emily la poetessa, ancor più della consorella Emily Bronte, le cui insondabili analogie non sfuggivano per prima a lei.

L’uso della parola, magnetico, plastico, simbolico e volutamente criptico, ha assolto perfettamente ai suoi piani e scopi.

Enigmatica, vestale della Poesia e del focolare domestico, lei che sin dall’inizio si oppose al destino “domestico” previsto per il suo sesso.

Aver cosparso il cammino della sua vita di questi adamantini foglietti bianchi cui erano affidati i suoi versi, è stato come lasciare innumerevoli attestazioni di sé accampando sul mondo terreno il suo fermo desiderio di Eternità.

La mia Ruota è nell’oscurità!

Non riesco a vederne i raggi

Eppure so che i suoi stillanti passi

Girano sempre in tondo

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Anne Brontë. La vita e le opere. di Will T. Hale, a cura di Maddalena De Leo

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In occasione del bicentenario della nascita di Anne, la minore delle sorelle Brontë, viene proposta questa biografia che costituisce il primo studio che è stato fatto sulla sua vita e le sue opere. L’autore è Will T. Hale, un professore dell’Università dell’Indiana e a reperire il testo e a curarne la traduzione per noi è stata la prof. ssa Maddalena De Leo, docente di Inglese e socia della Bronte Society sin dal 1975, rappresentante della Sezione Italiana della Bronte Society.

Il libro offre in forma abbastanza concisa il ritratto di Anne Bronte che nei suoi brevi 29 anni di vita non poteva colmare altre pagine ma ha lasciato due forti e intense testimonianze di sé con le sue opere che sembrano tanto diverse tra loro ma in realtà riflettono i due aspetti del suo carattere.

 “Naturale che Anne sia stata trascurata”, si legge nella biografia, “perché è una delle autrici più impercettibili e stringate dell’età vittoriana. Delicata e fragile per l’intera vita, distrutta dalla tubercolosi proprio all’inizio della carriera, non fece che una labile impressione nella letteratura dell’epoca e non ne lasciò alcuna in quella seguente. … E ciò nonostante c’è qualcosa di molto interessante in questa dolce e gentile ragazza che solo una volta si allontanò dal suo nativo Yorkshire e la cui opaca, misera esistenza fu così carica di fatica e di tragedia, il cui tenere e gradevole aspetto fu prematuramente strappato alla ruota della vita”.

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La natura gentile e mite di Anne, che viene citata e ricordata da tutti come la sua nota distintiva, è riversata in Agnes Grey che è un pacato diario della vita di un’istitutrice. Se paragonato alle passioni che agitano Cime Tempestose, questo libro può apparire tremendamente piatto ma in realtà esso denuncia in modo realistico e meticoloso il trattamento riservato alle giovani donne che devono lavorare per mantenersi.

L’ideale per lei, ma anche per le sue sorelle, era aprire una scuola tutta loro, quello era il loro progetto dichiarato mentre quello inconfessato era di trovare l’amore.

Non avrebbero potuto confessarselo nemmeno a vicenda ma i rispettivi libri le tradiscono e rivelano a tutti quanto ciascuna desiderasse per sé qualcuno da amare e da cui essere amate.

Ultima di sei figli, era la preferita di tutti, il suo carattere non era di quelli che si impongono ma proprio per questo con lei era facile andare d’accordo e tutti di fatto con lei andavano d’accordo. D’altro canto lei non si risparmiò mai per nessuno, salute permettendo.

È Anne, quella che credevamo essere la più debole, che alla fine invece si prenderà cura del fratello Branwell estraniato da sé dall’oppio e dall’alcool.

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La signora di Wildfell Hall racconta il viaggio agli inferi in cui lo ha accompagnato e con audacia descrive scene di dissolutezza per denunciare il potere distruttivo del bere e insinuarsi nella delicata questione del perdono divino promesso dagli evangelici.

La fede la sorresse sempre e le diede la forza e la serenità di superare il momento decisivo:

 

Speravo che fra i coraggiosi e i forti

Potesse compiersi il compito assegnatomi

Dandomi da fare fra la gente operosa

Con uno scopo vivo e intenso

Ma Dio aveva deciso altrimenti…

 

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La gente per bene

 

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Già molto avvezza a scrivere di costume e società, nel 1877 pubblicò con Il giornale delle donne un testo di grande successo che ebbe nel giro di una decina d’anni almeno venti ristampe, un piccolo innovativo galateo, La gente per bene: leggi di convenienza sociale (1877), antiretorico ritratto sociale nel quale il rispetto per la persona fa da principio guida di una società e di una nazione nascente, in cerca di un modello progressista di convivenza civile.

In questo galateo la Marchesa Colombi si finge un’anziana signora competente per età e titoli a dettare alcune regole della buona educazione che ritiene necessario ricordare e ribadire.

Uno spaccato interessante della vita dell’epoca, dei rapporti interpersonali, sociali e familiari, in particolare di quelli gravitanti entro l’universo femminile di bambine, giovinette, ragazze mature e signore della buona società.

Una lettura resa piacevole dalle battute di spirito sapientemente dosate dalla Marchesa che ogni tanto si lascia sfuggire qualche considerazione divertita e qualche aneddoto divertente.

Ma erano eroi di romanzo e dovevano passare di sconvenienza in sconvenienza… Il segreto fu così ben custodito che si seppe in anticamera ed anche in cucina (p- 98-99).

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Al di là di quanto strettamente attiene all’etichetta, è quando passa a parlare di matrimonio, usanze, proposte e convenienze, che si ravvisa il suo stile più ironico e che spesso la fa paragonare alla britannica Jane Austen che sul matrimonio lanciava strali simili.

Non a caso il matrimonio occupa la parte più corposa di questo mini trattato ed è evidente la consapevolezza che  esso può diventare un vero e proprio affare, e la donna ridotta alla stregua di una merce bell’e buona:

Ed ha veduto pure che gli occhi del signore accompagnante sembravano due unità di misura, intente a registrare quanto lei fosse lunga e larga… e se il peso specifico della sua dote fosse sufficiente a bilanciare le irregolarità risultanti dall’inventario (p. 96).

Parlando della signora appena maritata l’ironia si addolcisce:

I misteri che ha scoperti hanno sfrondate molte delle sue illusioni e le hanno insegnato verità dolci e tremende (p. 121).

Per poi tornare alle amare considerazioni della signora di mondo:

Ricevendo l’annuncio di un battesimo o d’una morte si risponde colle proprie carte di famiglia. In entrambi i casi, come pure per nozze, molti usano le lettere P.C.. Vuol dire ugualmente per condoglianza, e per congratulazione. Conosco un signore che le ha fatte incidere addirittura sulle sue carte. Dice che sono un tesoro quelle due iniziali, perché sanno interpretare tutti i sentimenti. … secondo lui gli sposi, che possono averle svoltando tornando dal viaggio, leggono quasi sempre per condoglianza (p. 165).

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Ma la Marchesa sa essere anche materna e comprensiva quando sa elargire piccole perle di saggezza a giovani spose o anche signore ingrigite:

In teatro una signora occupa sempre il posto d’onore… Qualunque sia l’entusiasmo che le ferve nel cuore, una signora non applaude mai (p. 154)

Se oggi questo contegno è molto cambiato, ci sono massime che non cambiano mai:

Sgraziatamente, le signore che sanno invecchiare decorosamente sono così poche (p. 193).

Preziosi quei consigli sull’apparecchiatura della tavola che ci dischiudono lo sguardo su una sala da pranzo dove brillano i servizi migliori tra cristalli e fiori in ossequio al sacro dovere dell’ospitalità.

Lo stesso Brillat-Savarin diceva che, perché un pranzo riesca bene, i commensali debbono essere non meno delle Grazie, e non più delle Muse. Per verità io credo che, senza uscire dalla mitologia, si possa salire fino al numero delle Ore… (ma) per tutti i santi del paradiso, che non sieno tredici!

Così come le raccomandazioni sui doveri di cortesia in fatto di visite da ricambiare, precedenze da rispettare, anzianità da riconoscere,  eleganza da non dimenticare, a prescindere dai mezzi.

Dopo aver assistito ad un pranzo, una signorina è tenuta ad accompagnare la madre nella visita che rende, entro gli otto giorni, alla famiglia da cui ebbe l’invito: e dovrà anche lei lodare la compagnia che vi ha trovata, la disposizione della tavola, i fiori, l’allegrezza che si è goduta, infine quel che c’era da lodare.. ed anche un pochino quel che non c’era (p. 72-73).  

Ad essere sempre raccomandati, in ogni circostanza, sono il rispetto e il decoro. La spontaneità dello humour e del buongusto dell’autrice invitano a ricercarli sempre.

Un mondo ordinato, regolato da norme non scritte ma basate su un sistema di valori condivisi e riconosciuti da tutti, di cui si sente già affiorare la nostalgia tra le pagine della Marchesa Colombi.

La gente per bene - Marchesa Colombi - ebook

Scheda libro:

La Marchesa Colombi si presenta come una vecchia signora che elargisce consigli sulle buone maniere da adottare in ogni circostanza, in famiglia e in società, nei diversi momenti della vita di una persona, da quando nasce a quando diventa vecchia. La gente per bene fu pubblicato la prima volta nel 1877. Questi gli argomenti trattati:

– Il bimbo

– I fanciulli (Coi parenti – Festa in famiglia – Colle sorelline – Colle persone di servizio – A pranzo – Visite – Inviti – Essendo ospiti in casa altrui – In iscuola – In serata – In chiesa)

– La signorina (In casa – Visite – Pranzi – Balli – Ospiti in casa altrui – Ai bagni ed in villa – Corrispondenza)

– La signorina matura

– La zitellona (Coraggio della sua situazione – Toletta – Divertimenti)

– La fidanzata (Domanda di matrimonio – Contegno coi parenti – Colle amiche – Col fidanzato)

– La sposa (Annuncio delle promesse – Visite – Corredo – Doni nuziali – La sera del contratto – Circolari ed inviti – Al municipio – Colazione – In chiesa – Viaggio di nozze)

– La signora (Ritorno dal viaggio – In famiglia – Visite – Pranzi in casa propria – Pranzi d’invito – Ricevimenti – Balli – Teatri – Ai balli – In campagna – Corrispondenza)

– La madre (Annuncio della nascita d’un bimbo – Battesimo – Ricevimento – Ai pranzi – Presentazione dei bimbi ai conoscenti – Presentazioni delle figliole in società – Civiltà verso i maestri dei figli –Verso i loro amici – Lutto – Casi riservati)

– La vecchia (Invecchiare – Toletta – Suocera – Divertimenti – Ospitalità)

– Gli uomini

Collana: Bon Ton

Volume: 2

Curatori: Michela e Giorgia Alessandroni

Formati: EPUB + MOBI

ISBN: 978-88-85628-07-6

Anno: 2016

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Piccole Donne – Versione del 2019

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Complessivamente il film mi è piaciuto moltissimo, è commovente, intenso, e la scelta dei flashback, che mi lasciava un po’ perplessa, invece mi ha convinto perché erano ben collegati e perché ha dato alla narrazione un taglio diverso rispetto alle precedenti versioni. Il film infatti inizia con Jo che si trova già a New York -siamo già in Piccole Donne crescono– e si guadagna da vivere impartendo lezioni alle figlie della sua pensionante e scrivendo racconti. Mano a mano si dipana il filo dei suoi ricordi e il passato spiega il presente.

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Per lo spazio riservato a Jo che è la figura centrale e saliente, lo avrei intitolato a lei, ma bisogna riconoscere che anche le altre sorelle hanno ricevuto la loro dose di attenzione prima fra tutte Amy che finalmente viene fuori come personaggio con una sua statura, adatta perfino a tenere testa a quello di Jo.

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Tra i personaggi che mi hanno deluso ci sono Mrs March e il prof. Bhaer. Ho trovato la prima inadatta al ruolo, e rispetto alle precedenti, e per come è stata caratterizzata: rideva troppo per i miei gusti, indossava abiti troppo eleganti ed è stata scelta un’attrice forse troppo giovane (almeno in riferimento alle figlie), come troppo giovane mi sembra Laurie. Devo comunque dare atto alla regista di aver ben messo in evidenza il particolare rapporto di complicità esistente tra lei e Jo che in realtà riflette quello tra Abba e Louisa!

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Altro sconosciuto è risultato il prof. Bhaer: è sparito il compassato professore tedesco con i suoi saggi consigli, la sua corte discreta, le sue piccole attenzioni; il doppiaggio è stato pessimo e l’avergli attribuito un accento francese ha peggiorato le cose.  Fisicamente il personaggio non assolve alle caratteristiche con cui tutti noi nel nostro immaginario ci siamo figurate il professore che fa capitolare Jo e la loro scena sotto l’ombrello ha perso parecchio da questo punto di vista, considerato anche l’incitamento dei familiari a inseguirlo (cosa che invece Jo fa spontaneamente nel libro) e la corsa in carrozza delle tre sorelle.

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Quando Jo scrive a casa per raccontare com’è la sua vita alla pensione e le sue nuove conoscenze, lo descrive così:

E’ il vero tipo tedesco, piuttosto massiccio, con capelli castani arruffati, una barba cespugliosa, un bel naso, gli occhi più dolci che abbia mai visto, e un magnifico vocione che fa piacere sentire dopo le nostre voci americane stridule e nasali. Abiti malandati, mani larghe, e tratti del volto che non si possono in verità dire belli, all’infuori dei denti magnifici. Tuttavia mi piace poiché ha una bella testa…

La maestria di Mery Streep mi fa superare le discrepanze rispetto al personaggio tratteggiato da Louisa Alcott riuscendo addirittura a strapparmi più d’un sorriso di simpatia.

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La regista Greta Gerwig si è presa parecchie libertà e licenze che escono dal seminato del libro e fanno storcere il naso ai puristi e agli estimatori  delle precedenti versioni cinematografiche ma sul finale ha esattamente rispettato quello del libro: il sessantesimo compleanno di Mrs March festeggiato a Plumfield!

Una costante rispetto ai precedenti adattamenti è rappresentata dal rev. March: lui sì che può essere considerato un punto fermo, la sua parte assolutamente secondaria è assicurata!

Saoirse Ronan è bravissima e coinvolgente: la sua Jo è spesso alter ego di Louisa May Alcott, stando alle affermazioni e ai sentimenti dimostrati. Ci sono infatti degli innesti biografici che mi inducono a crederlo, almeno sulla base del libro di Martha Saxton, Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo, edito da Jo March, che sto leggendo proprio in questi giorni da cui sembra tratta in effetti l’emozionante scena in cui Jo, dopo aver scritto ininterrottamente per giornate intere, senza mai correggere o ripensare una sola parola, assiste alla stampa della prima edizione del suo Piccole Donne, forte di aver rifiutato di cedere al suo editore i diritti d’autore.

Prima di cimentarsi in un romanzo per ragazze Louisa, che nel frattempo aveva accettato di lavorare per la rivista Merry’s Museum, scrisse un racconto che  narrava di Nan, Lu, Beth e May che offrivano in dono la loro colazione ai vicini poveri. Contrariamente al suo solito ne fu soddisfatta e il giorno del suo trentacinquesimo compleanno contava i soldi guadagnati da poter inviare a casa. Fu questa la prova generale dell’inizio della sua carriera come scrittrice di successo proprio in un genere in cui non si sentiva portata.

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Consiglio a tutti di vedere il film -che è candidato all’Oscar!- e di non farsi distogliere dai giudizi altrui.

Non sono un critico cinematografico e i miei rilievi vanno considerate delle semplici osservazioni che mi sono sentita di condividere allo scopo di invogliare alla visione che rimane un’esperienza oltremodo emozionante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tempesta e bonaccia. Romanzo senza eroi Marchesa Colombi

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SINOSSI

Nella Milano dell’Ottocento, Fulvia e Massimo intrecciano una tormentata e appassionata storia d’amore. Fulvia è una giovane cantante di talento, in tournée teatrale. Moderna e originale, viaggia da sola ed è circondata da numerosi spasimanti. La presenza nella sua vita di Massimo, avvocato dal carattere ardente, la lontananza e la freddezza di Welfard, suo promesso sposo, e la malattia di un padre adorato ma depositario delle vecchie convenzioni sociali accenderanno in lei un conflitto di difficile risoluzione, che vedrà da un lato le sue aspirazioni personali e artistiche e dall’altro le aspettative esterne. In una società fatta di apparenze e preconcetti, il rapporto tra i sessi sembra trasformarsi in una messinscena che altera l’autenticità dei sentimenti e la naturalezza dell’esistenza. In questa complessità, la Marchesa Colombi accosta abilmente verità e finzione, elementi di vita possibile e scene da romanzo, non mancando di farci conoscere il suo punto di vista.

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Il romanzo si apre con un’atmosfera  da Rivista, perché lei è una cantante lirica contornata da uno stuolo di corteggiatori tra cui Max,un giovane avvocato viveur, e oscilla tra due poli antitetici di calma e passione, rassegnazione e impeto, o come meglio indica il titolo: Tempesta e Bonaccia.

Con questo titolo non solo credo che la scrittrice abbia voluto fare riferimento alla duplicità dei registri narrativi che si alternano nelle voci di Max e di Fulvia, ma anche dei loro stati d’animo continuamente cangianti e incostanti, ora in preda a sentimenti violenti, ora prostrati dal rimorso e dall’inedia.

L’ho trovato un romanzo molto vicino alla Scapigliatura, movimento culturale sviluppatasi a Milano in quel periodo, la cui poetica e certi accenti sentimentali  la Marchesa Colombi doveva aver assorbito.

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(Per approfondire la Scapigliatura: https://ipiaceridellalettura.wordpress.com/2018/08/13/la-scapigliatura-e-il-6-febbraio-1853-di-cletto-arrighi/)

Tempesta e bonaccia esprimono metaforicamente anche le contrapposte personalità dei due uomini tra cui Fulvia è combattuta, con una preoccupante oscillazione che non sono sicura abbia schivato  i colpi affilati dell’ironia tagliente della Marchesa.  L’esile  vascello di Fulvia ricerca l’avventura e l’emozione della Tempesta disdegnando inizialmente la Bonaccia ma poi imparando ad apprezzarne la pacifica certezza.

Max è lo spasimante impetuoso, passionale, irruente mentre il fidanzato, Welfard, suo insegnante di canto, è pacato, misurato, discreto, freddo anche perché di nazionalità tedesca,secondo lo stereotipo. Fulvia subisce il fascino del primo che inizialmente oscura le rassicuranti qualità dell’altro, ma una trama sufficientemente articolata e avventurosa le consente di giungere a una decisiva consapevolezza.

I due impersonano forse le due fasi dell’amore come Fulvia cerca di spiegare in questo passo?

Forse l’amore è un episodio tempestoso; non altro. Due persone s’incontrano; dopo un tempo più o meno lungo s’accorgono d’amarsi; se lo dicono; sono felici di quel sentimento: ma quello stato d’esaltazione non dura, e, cessata l’esaltazione, è cessato l’amore. La costanza, che si traduce in quell’affetto lemme lemme, da cui sono avvinti gli sposi, è un portato della civiltà, e ne abbiamo bisogno per la tutela della prole. Ma in natura non esiste. Ed infatti vediamo che tutti gli animali si amano per un dato periodo di tempo poi diventano stranieri gli uni agli altri (cap. VIII).

Il sottotitolo suggerisce anche un’altra chiave di lettura: Romanzo senza eroi, quasi volendo porsi in aperta antitesi a tutta la tradizione letteraria che aveva eletto a fulcri delle storie dei protagonisti nobili e senza macchia, indefessi e costanti, financo statici e perfetti.

Al cap. XXVII l’autrice sembra confermarlo:

E pensavo a quei romanzi che fanno tanto dispetto a leggerli, perché vi si vedono esseri che potrebbero essere felici purché si spiegassero francamente, ed invece si sacrificano per una fedeltà esagerata, ad un principio e ad una promessa che farebbero assai meglio a revocare, nell’interesse stesso della persona a cui l’hanno impegnata. Noi eravamo appunto in quella circostanza. Ci sacrificavamo; perché? Per fare un romanzo?

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In questo racconto non ci sono gesta eroiche né esseri umani ideali ma persone comuni, piene di difetti messi a nudo, nonostante essi facciano del tutto per dare bella mostra di sè e presentarsi al meglio, proclamare le più ardenti e fedeli manifestazioni d’amore e poi liquidare con poche parole i repentini voltafaccia e le promesse infrante.

Io non so dove trovino gli scrittori quei caratteri chiari, coerenti, che, una volta descritti, agiscono sempre a seconda delle passioni e dei sentimenti predominanti che hanno rivelati . Nel mondo non è così. Si trovano nature fluttuanti in una perpetua alternativa di bene di male, di coraggio e di debolezza, di passione generosa e prepotente, e d’egoismo calcolato e freddo (cap. XX). 

Definito una divertente commedia romantica, in cui Marchesa Colombi si fa beffe di un certo genere di sentimentalismo esasperato tipico del movimento romantico più estremo, lascia in bocca un retrogusto amaro dovuta alla rappresentazione di una società dalla morale e dai rapporti interpersonali discutibili.

https://blog.libero.it/angolodijane/10942200.html

Questo romanzo della Marchesa Colombi è stato pubblicato nell’alveo di nuovo progetto editoriale made in flower-ed: Scrittrici, una collana che ospiterà le opere di narrativa delle autrici italiane che scrissero tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, con l’intento di recuperare, conservare e diffondere una tradizione letteraria femminile ancora poco conosciuta.

La lettura di questo suo romanzo non ha fatto altro che stimolare la mia voglia di conoscere meglio questa singolare scrittrice italiana.

Marchesa Colombi, “Tempesta e bonaccia. Romanzo senza eroi”, coll. Scrittrici, vol. 1, flower-ed 2019
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