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Taxi Love: Tutte le strade portano al cuore di Simona Friio

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Girare per Milano con un taxista improvvisato, sceso dagli alpeggi di Bolzano può rivelarsi un’esperienza pericolosa se si ha a che fare con una cliente accelerata e malfidata come Alice, determinata per quanto riguarda la sua carriera di manager, includente nella sua vita sentimentale.

Vie, locali e uffici di Milano scorrono secondo il ritmo frenetico cittadino in un vivace inseguimento tra cacciatore e preda. Il più grande ostacolo a innamorarsi è ormai diventato riconoscere di esserlo, presi tra mille impegni e preoccupazioni della vita quotidiana.

Alice è così proiettata nella sua carriera professionale da non accorgersi che il suo cuore ha preso a battere per un tipo imbranato, incontrato alla guida del taxi, che non conosce Milano e non ha affatto intenzione di farsela piacere, abituato com’è a vivere sugli alpeggi dell’Alto Adige e a respirare l’aria pura delle montagne. Lukas ha quasi paura di questa rampante ragazza, sempre tutta in tiro e alla moda, inseparabile dal suo cellulare.

Ma quella che abbiamo davanti al naso, in cui siamo completamente immersi fino al collo, forse non è l’unica realtà possibile: una scelta l’abbiamo sempre e per cambiare vita non c’è bisogno di un grosso bagaglio né di grandi mezzi: basta un taxi, appunto!

La scrittura di Simona Friio è brillante come sempre, mai monotona o artefatta; i colorati dialoghi movimentano con brio una storia romantica, mai banale. Perché l’amore ci stupisce sempre:

È come la coperta che d’inverno ti scalda. È quel tè caldo in una giornata triste e fredda. È la coccola che non ti aspetti, ma che hai sempre desiderato. È anche un fiume in piena che ti travolge, che ti porta dove vuole lui, che ti spinge fino a farti toccare l’abisso… È il vulcano che erutta lava incandescente, quello che non ti dà scampo, che ti impedisce di fuggire, che ti pietrifica nello stesso istante in cui lo ammiri ammaliata dalla sua potenza. È l’energia. È una scarica elettrica. È la vita.

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Nel paese degli amori maledetti

Un libro che si insinua piano piano nei recessi della mente e costringe ad aprire cassetti della memoria creduti chiusi per sempre.

Lungo un sentiero già tracciato dai titoli dei romanzi di Jane Austen, partendo dalle pagine di un diario dimenticato, una donna ormai adulta ritorna molto a fatica ai tempi del suo primo amore, nato sui banchi di scuola, coltivato nelle lettere rubate alle lezioni e incorniciato da una colonna sonora anni ottanta.

Come in una situazione molto simile a quella di Anne Elliot in Persuasione, la disparità di ceto (l’estrazione sociale, il grado di istruzione) tra due ragazzi che si innamorano fa ritenere i genitori di lei in diritto di convincerla dell’inopportunità di proseguire in una relazione del genere.

Evidentemente veniva da un ambiente familiare in cui gli avevano insegnato ad accontentarsi del suo stato o meglio della sopravvivenza (qualcuno ricorda che Ala era piuttosto pigro e non brillava per voglia di lavorare). Io invece ero stata educata, da mio padre e poi dai valori borghesi del liceo classico, ad aspirare ad essere, per quanto possibile, artefice del mio destino, e quindi a tenere sempre gli occhi sul domani.

La trama potrebbe essere ovvia se non fosse dipanata e sviscerata attraverso i mille anfratti dell’incertezza, della confusione, dell’inesperienza e dell’ingenuità giovanili, messe qui dolorosamente a nudo, come ferite che non vogliono rimarginare.

Si assiste al nascere, con i suoi primi palpiti, di un sentimento importante e nuovo nel cuore della giovane Bea e al dilemma in cui è combattuta tra l’amore per il suo Jek e i sogni fatti insieme, e l’amore per i propri genitori che non vuole far soffrire. L’unica scelta possibile si rivelerà quella di rimanere insensibile alle istanze del suo cuore, finendo però così per rimanere insensibile a tutto.

È difficile raccontare di un libro che non parla di una storia, bensì di un amore e lo fa quasi prestandogli la penna, lasciandolo fluire e sgorgare da solo con il risultato travolgente di una tenerezza struggente e poetica contagiosa, che non lascia semplici spettatori.

Un amore che apparentemente non conosce lieto fine, ma si conquista l’immortalità:

Non sempre le parole ingessano e uccidono le emozioni, talvolta riescono a coglierne l’anima o anche solo l’eco e lo riflettono nello spazio, sottraendolo al tempo, in tutta la sua potenza…

I dubbi, i tentennamenti, le dichiarazioni, i divieti pesanti come macigni, stringono un laccio attorno al cuore gonfio dell’io narrante che coincide e si confonde con l’io narrato. Quella ragazzina di sedici anni che si affacciava per la prima volta sul palcoscenico della vita, nel ritrovare il diario a cui confidava la storia del suo primo, vero antico amore, ritrova se stessa e le sue origini radicate nella sua terra, nella sua casa natale, per le vie del suo borgo e dei suoi boschetti a cui il destino, inesorabile, la riconduce da esule.

Uno sfogo che diventa rimpianto e riflessione sul senso della vita e sull’irrinunciabilità dell’amore, impossibile da sostituire con altri surrogati illusori.

Un’inedita Beatrice Battaglia, conosciuta e famosa in tutt’altra veste, si dimostra poetessa dell’amore, scrittrice di elegia pura:

E dopo ci fermiamo sul bordo del fosso a parlare, o meglio a cercare qualcosa da dire, a sorriderci con gli occhi, a desiderarci, senza poterci avvicinare troppo, perché qualcuno potrebbe spuntare dagli stradelli e vederci -e qui restiamo nell’odore dell’erbe fiorite mentre il sole va giù pian piano all’orizzonte, in attesa che il desiderio tracimi e superi la prudenza e lui, dando una rapida occhiata intorno, si avvicini e mi circondi con le braccia e mi baci.

Se questo non è amore!

Mary, a Fiction: l’occasione per chiedersi Mary Wollstonecraft e Jane Austen cos’hanno in comune?

35969129Una prosa disadorna e uno stile asciutto raccontano la storia di una fanciulla desiderosa di affetto e di compiacere gli altri. Mary Wollstonecraft dà il suo nome alla protagonista del suo romanzo, una giovane donna che paga lo scotto di un’educazione familiare sbagliata e piena di pregiudizi, condotta al matrimonio sulla base di un ricatto morale esercitato sulla sua natura emotiva e legata per sempre e suo malgrado a un uomo che non conosce e non ama.

Una storia scarna, che non indugia morbosamente nell’analisi dei sentimenti ma non disdegna l’impiego dei tipici topoi sentimentali (la malattia, l’amore sfortunato, l’amicizia come legame alternativo, il viaggio catartico) e a volte strizza l’occhio a qualche considerazione etica dell’autrice.

Tale è la natura umana, le cui leggi non possono certamente essere invertite per compiacere la nostra eroina, e arrestare lo svolgimento dei suoi pensieri: la felicità fiorisce soltanto in paradiso, non possiamo goderne nella vita (p. 25).

Oltre al fatto che i due romanzi di Mary Wollstonecraft sono intitolati Mary e Maria, si può rilevare che entrambi criticano il matrimonio, considerato un’istituzione patriarcale che ha deleteri effetti sulle donne. In Mary: A Fiction, la protagonista è costretta a un matrimonio di convenienza, senza amore, e deve così cercare di realizzare i propri desideri d’amore e di affetto fuori di esso in due amicizie romantiche a appassionate con una donna e con un uomo. Ma la sua integrità morale e il suo sentimento religioso non permetteranno di essere scalfita dalla tentazione.

La vita di Mary Wollstonecraft fu breve ma intensa e la protagonista la rispecchia nella sua generosità di slanci ma anche nel suo essere volitiva cogliendone al contempo quegli aspetti di ingenuità iniziali che qui sono portati a esempio e ammonimento educativo per le inesperte esponenti del cd. sesso debole.

Fu lasciata sola con i propri sentimenti: l’abitudine a riflettere su di essi li rafforzò, tanto che il suo carattere rapidamente si fece deciso e singolare. La sua mente era chiara e forte, quando non fosse oscurata dai moti del cuore; ma troppo era creatura d’impulso, e schiava della compassione (p. 12).

Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 27 aprile 175910 settembre 1797) filosofa e scrittrice britannica, è conosciuta per essere la madre della più famosa Mary, moglie del poeta Percy Shelley, autrice di Frankestein.

51jzkirTw+L._SX331_BO1,204,203,200_Ebbe una vita relativamente breve e avventurosa: dopo un’adolescenza passata in una famiglia condizionata dalla povertà e dall’alcolismo del padre, si rese indipendente con il proprio lavoro e un’istruzione formata attraverso i suoi studi personali. Visse amicizie di grandi dedizioni ed ebbe relazioni tempestose fino al matrimonio con il filosofo William Godwin, precursore dell’anarchismo, dal quale ebbe la figlia Mary, preconcepita.

Un’audacia enorme ci volle per sostenere nel suo libro A Vindication of the Rights of Woman, contro la prevalente opinione del tempo, che le donne non sono inferiori per natura agli uomini, anche se la diversa educazione a loro riservata nella società le pone, per colpa degli uomini, in una condizione di inferiorità e di subordinazione. Mary Wollstonecraft prendere così apertamente posizione contro il tradizionale sistema educativo maschilista che voleva la donna qualcosa simile a un soprammobile, una compagnia docile per l’uomo, allevata solo per il matrimonio.

La Mary del libro non compie atti eroici o imprese straordinarie ma ricerca nell’amicizia di Ann un affetto sostitutivo di quello coniugale che le è precluso. Durante un lungo viaggio nel continente, per recare sollievo all’amica malata che necessita di un clima mite, conosce Henry, un gentiluomo discreto e riservato che riconosce come uno spirito affine con il quale, consapevole di non essere una donna libera, può accettare di avere solo un legame amicale casto e puro.

Non senza, però, lotta o un notevole sforzo interiore:

La tempesta del suo animo rendeva tutte le altre trascurabili: non gli elementi avversi temeva, ma se stessa! (p. 51).

La storia è pervasa da una triste atmosfera di rassegnazione che fa intravedere a Mary, rimasta ormai sola, un’unica via di uscita:

Pensava che si stava affrettando verso quel mondo ‘dove non si è sposate, né date in sposa’ (p. 93).

FANKNCASSebbene coeve, non ci sono prove della conoscenza diretta di Mary Wollstonecraft da parte di Jane Austen. Quanto alla conoscenza scritta, essa è molto probabile dato che Jane Austen leggeva di tutto. Se dovessimo affidarci alla rete familiare, secondo Clare Tomalin, Austen doveva conoscerla essendo stato un certo sir William, allievo del padre e amico dello zio Leigh Perrot, il benefattore di Mary Wollstonecraft che la seguì nel corso della convalescenza dopo il tentato suicidio.

Se dovessimo invece basarci sulle amicizie comuni, Maria Edgeworth mise alla berlina la Wollstonecraft, la cui reputazione fu rovinata dalla pubblicazione delle Memorie di Godwin, che ne svelano la condotta inaccettabile per i conformisti della buona società; la Edgeworth prese a modello la sua figura rappresentandola nel personaggio «bizzarro» di Harriet Freke del suo romanzo Belinda del 1801.

Altre scrittrici lette e citate da Jane Austen, come Mary Hays, Charlotte Turner Smith, Fanny Burney e Jane West misero in scena personaggi analoghi per impartire «una lezione di morale» alle loro lettrici. Fu così che le opere di Mary furono poco lette per tutto l’Ottocento perché «le sue critiche lasciano intendere o dichiarano che nessuna donna che abbia rispetto di sé leggerebbe i suoi scritti» grazie alle detrattrici, sue stesse colleghe.

Figlie dello stesso fine secolo dei lumi, Mary Wollstonecraft prese apertamente posizione sia nei fatti che nelle parole, Jane Austen preferì contenersi con più misura. Alcuni concetti di base come la affermazione del libero raziocinio della donna, la critica del mercato matrimoniale, la rivendicazione dell’autonomia femminile, sono trattati da entrambe anche se in modo diverso: Mary li affronta direttamente, Jane li aggira fingendo di conformarsi alla mentalità tradizionale.

Rivelatrice di questo punto di contatto tra le due scrittrici potrebbe essere la lettera del cap. Wentworth le cui parole appassionate ed emozionanti hanno fatto parlare di sensibility e romanticismo anche per l’algida Jane Austen. Bisogna riconoscere che quegli stessi accenti romantici vibravano già nella prosa di Wollstonecraft in cui si legge infatti:

L’amore è un bisogno del mio cuore. Negli ultimi tempi mi sono esaminata più attentamente di prima, e ho constatato che rendere inservibile la mente non basta a dare la calma. Cercando la pace, ho quasi distrutto tutta l’energia della mia anima – ho quasi sradicato quel che la rende degna di stima […] Diecimila sentimenti complessi e aggrovigliati mi urgono dentro, in questo momento, mi pesano sul cuore e mi oscurano la vista. Potremo mai ritrovarci di nuovo?

Il tono accorato con cui il cap. Wentworth si gioca l’ultima carta con Anne è molto simile:

Non posso più ascoltare in silenzio. Devo parlarvi, usando i mezzi che mi sono concessi. Voi ferite l’anima mia. Io sono per metà speranza e metà agonia. Non ditemi che è troppo tardi, che sentimenti così preziosi sono spariti per sempre. Mi offro a voi di nuovo, con un cuore che è vostro più ancora di quando, otto anni e mezzo fa, quasi lo spezzaste. Non osate dire che un uomo dimentica più in fretta di una donna, che il suo amore muore più presto. Non ho amato nessun’altra che voi. Posso essere stato ingiusto, sono stato debole e permaloso, ma mai incostante…

Il cap. Wentworth ritorna sulla dibattuta questione della differenza di genere uomo/donna e dell’attribuzione del primato della costanza in amore, e Anne Elliot, in risposta alle pretese del cap. Harville, la rivendica:

«Vi prego. Non parlate di esempi nei libri. Gli uomini hanno avuto, molto più di noi, la possibilità di narrare la loro storia. La penna è in mani maschili… Apprezzo tutti i sentimenti provati da uomini come voi. Credo voi uomini pronti ad ogni azione grande e buona nelle vostre vite coniugali; pronti ad affrontare ogni ardua prova, ogni difficoltà domestica, fino a che – se mi permette l’espressione – fino a che vi resta uno scopo, cioè finché vive la donna che amate, e vive per voi. Tutto il privilegio che rivendico al mio sesso… è quello di amare più a lungo, anche quando la vita e la speranza sono finite».

Non potendo sapere con certezza se Jane Austen avesse letto i testi di Wollstonecraft, possiamo però sapere che era venuta in contatto con quelle tesi poiché aveva una copia di Hermsprong di Robert Bage, del 1796, un romanzo filosofico che riprendeva le idee protofemministe di Mary.

Per una ragazza di buona famiglia che non firmava nemmeno i suoi romanzi scritti per passatempo o più precisamente usava la generica formula “by a lady”, dietro cui poteva nascondersi, sarebbe stato oltremodo compromettente ammettere identità di vedute con la compromessa autrice di A Vindication apostrofata come “P” prostituta per aver concepito due figli fuori dal matrimonio.

Ancora una volta è questione di stile: una scrittrice come Mary Wollstonecraft ha un ruolo dirompente nel panorama letterario, uno sguardo creatore che ha fatto della parola un momento di presa di coscienza e di realizzazione, mentre Jane Austen in qualche modo prova a riequilibrare la realtà vissuta e quella idealizzata ma non conferisce alle sue eroine la forza ideologica di quelle della Wollstonecraft.

Leggendo di tutto senza scandalizzarsi di niente, già negli Juvenilia Jane Austen critica quel tipo di educazione bigotta che si vuole impartire alle giovani donne, soffocandone financo l’arguzia o l’amore per la lettura che potrebbe aprire loro la mente.

Nelle lettere si trova un riferimento poco entusiasta al Coelebs di Hanna More:

Non hai affatto accresciuto la mia curiosità circa Caleb; – Prima la mia avversione era fittizia, ma ora è reale; non mi piacciono gli Evangelici. – Naturalmente quando lo leggerò ne sarò deliziata, come altra gente, ma fino ad allora mi starà antipatico[1]

il solo merito che poteva avere era il nome di Caleb, che ha un suono onesto e non pretenzioso; ma in Coelebs, c’è pedanteria e affettazione. – È stato scritto solo per gli Studiosi dei Classici?[2]

Pertanto, se dovessimo operare un sillogismo aristotelico, dato che Hanna More, detta “il Vescovo in gonnella” fu una delle più convinte oppositrici di Mary Wollstonecraft dichiarandosi “irrevocabilmente decisa” a non leggere mai Vindication perché personalmente era favorevole alla “subordinazione” femminile, dal giudizio poco convinto di Austen su Coelebs della More appunto può forse dedursi una posizione quantomeno più distaccata circa la necessità di correggere le idee pericolose in circolazione (vedi anche Corinne di Madame de Staël) sulla donna di genio.

Oggi possiamo dire che si trattava di sfumature, di donne che cercavano di farsi strada, ciascuna a suo modo e con strumenti diversi, nel mondo della prosa e del romanzo, fino ad allora, monopolio assoluto dei colleghi uomini.

 

 

Fonti:

http://www.jasit.it/connessioni-femministe-jane-austen-e-mary-wollstonecraft/

http://www.unteconjaneausten.com/tutto-il-privilegio-che-reclamo-dialogo-su-differenza-di-genere/

http://www.corriere.it/cultura/11_settembre_05/citati-jane-austen-restitui-scrittura-donne_69075ad0-d7a0-11e0-af53-ed2d7e3d9e5d.shtml

https://it.wikipedia.org/wiki/Mary_Wollstonecraft

Paola Partenza, Sguardo e narrazione. Quattro esempi di scrittura femminile (Wollstonecraft, Hays, Austen, Gaskell), Ed. Carocci, Roma, 2008

Ellen Moers, Grandi scrittrici, grandi letterate, Edizioni di Comunità, Milano, 1979

[1] Jane Austen, Lettere, trad. Giuseppe Ierolli, edizioni ilmiolibro.it, Roma, 2011, L. 66 di martedì 24 gennaio 1809, p. 250.

[2] Jane Austen, Lettere, cit., L. 67 di lunedì 30 gennaio 1809, p. 253.

Natale a Pemberley

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di AA.VV. (Gruppo Fb Regency & Victorian)

 

Deliziosa antologia natalizia a base di racconti usciti dalle penne ispirate di un gruppo di autori vari, appassionati di Jane Austen e del periodo Regency.

Questo strabiliante risultato è ciò che è venuto fuori dall’insieme vario e assortito di scrittrici e generi diversi che grazie all’opera magica della coordinatrice e ispiratrice del progetto, Antonia Romagnoli, hanno saputo fondersi in un’unica voce, in un mirabile esempio di armonia non solo sintattica, ma anche stilistica e di contenuti.

Ciascuno degli autori ha risfoderato e messo in campo le proprie competenze: rispolverando vecchie conoscenze o creandone di nuove per l’occasione, in una coralità di voci in cui nessun suono giunge stonato ma perfettamente accordato in una melodiosa sinfonia. È il nostro speciale canto di natale, il nostro personale omaggio a Jane Austen che ci ha indotto a voler ricreare un’atmosfera che proseguisse quella indicata nella famosa frase di Lizzie, verso la fine di Orgoglio e Pregiudizio, quando scrivendo, per ringraziarla, alla zia Gardiner, le annuncia: “A Natale dovete venire tutti a Pemberley” (cap. 60).

Questo è stato il nostro principio ispiratore poi il “la” è stato fornito da Antonia Romagnoli che ci mostra, nel più classico dei misteriosi inizi in medias res, come Miss Georgiana Darcy sia preoccupata per l’improvvisa scomparsa di Elizabeth, promessa sposa del fratello nelle nozze che si sarebbero dovute celebrare proprio a casa loro, una Pemberley Hall agghindata a festa, il giorno di Natale.

Con un alacre scambio e reperimento di suggerimenti e informazioni utili, ciascuno strumento è stato accordato a quello del suo vicino e dell’intero ensemble orchestrale e sono miracolosamente comparsi, in risposta all’invito di Georgiana, ospiti eterogenei e personaggi austeniani rivisitati.

Il libro ideale da centellinare racconto dopo racconto, uno più bello dell’altro, durante un pomeriggio di relax: nato per questo periodo natalizio ma capace di regalare più di un sorriso divertito in qualsiasi momento dell’anno.

Buona lettura!

La bisbetica domata di Shakespeare

ImmagineShakespeare ha rappresentato La Bisbetica Domata nel 1594; l’aveva scritta cinque anni prima basandosi su motivi popolari e un racconto dell’Ariosto, I suppositi, tradotto nel 1566.

Apparentemente offre un ritratto alternativo della donna: bisbetica, riottosa, pungente,  e quindi diversa dai canoni che la vorrebbero fragile, dolce, remissiva. Caterina è ribelle, indomita, non si sottomette né al padre né al marito; irosa, aggressiva, dispettosa, tutto il contrario della grazia e dell’arrendevolezza femminili, di quanto incarnava la stessa Laura dell’Ariosto.

Zeffirelli la porta al cinema nel 1967 e per il personaggio della protagonista vuole a tutti i costi Liz Taylor che incarna perfettamente la bella e intrattabile (affiancata da Richard Burton).

Nonostante l’introduzione bucolica ad una Padova universitaria, che riflette la visione dell’Italia nell’immaginario inglese, l’adattamento cinematografico è appesantito da un’accuratissima ricostruzione storica scenografica che toglie ritmo e mordente alle battute e ai dialoghi.

In sostanza la storia è quella di Battista che ha due figlie e non mariterà la seconda, Bianca, molto richiesta e corteggiata, se prima non troverà lo sposo adatto alla primogenita, Caterina, temuta sia in casa che fuori per le sue reazioni eccessive, i suoi scatti furiosi, il suo caratteraccio. I corteggiatori di Bianca, per aggirare la condizione posta da Battista,  introducono allora in casa sua, Petruccio, un signorotto di Verona, rozzo e volgare, in cerca di dote e per niente preoccupato dai difetti della ragazza che gli propongono in moglie.

Dopo un anomalo corteggiamento, Petruccio riesce a condurre all’altare Caterina e a carpirne il consenso tappandole la bocca con un bacio. Il vero colpo di scena però si avrà quando, dopo un inizio di vita coniugale molto burrascoso, alla sfida lanciata dal suo stesso marito durante il convito per le nozze della sorella Bianca, Caterina sorprenderà tutti dimostrandosi la moglie più obbediente. La commedia termina con un vero e proprio capovolgimento di fronte perché a lei è fatto pronunciare un discorso di celebrazione della sudditanza della moglie al marito:

“Tuo marito è il tuo signore, la tua vita, il tuo custode, il tuo capo, il tuo sovrano: è uno che di te si cura, e che per mantenerti sottopone il proprio corpo a dure fatiche per mare e per terra, affrontando di notte i cieli tempestosi, e le fredde giornate, mentre tu te ne stai calda calda in casa, al sicuro. E nulla ti chiede, se non il tributo del tuo amore del tuo bell’aspetto, della vera tua obbedienza: un prezzo invero scarso per tanto debito. … Perché mai i nostri corpi sarebbero morbidi, deboli, lisci, inadatti alla fatica e alle lotte di questo mondo, se non perché la fragile nostra condizione e i nostri cuori debbono essere in accordo con il nostro aspetto esteriore?”.

Era un po’ maschilista questo Shakespeare, oggi  parole come obbedienza, debito, sudditanza della donna all’uomo, suonano anacronistiche, hanno il sapore di quei manifesti d’epoca che elencavano i doveri di una moglie cristiana verso il marito. In realtà il Poeta non si è smentito nemmeno questa volta perché a leggere bene tra le righe non è l’obbedienza che esalta, ma l’amore e il rispetto.  Imprescindibile quello reciproco, il rispetto tra i coniugi  vale da edificante esempio ai figli e indirizzo positivo di riferimento per la propria identità personale e affettiva.

Il rischio è che a forza di invocare tanto la parità, ci si dimentichi di osservarla veramente.  Ben vengano quindi il rispetto per la donna e quello verso l’uomo, per la moglie tanto quanto per il marito, per la madre così come per il padre.