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La bisbetica domata di Shakespeare

ImmagineShakespeare ha rappresentato La Bisbetica Domata nel 1594; l’aveva scritta cinque anni prima basandosi su motivi popolari e un racconto dell’Ariosto, I suppositi, tradotto nel 1566.

Apparentemente offre un ritratto alternativo della donna: bisbetica, riottosa, pungente,  e quindi diversa dai canoni che la vorrebbero fragile, dolce, remissiva. Caterina è ribelle, indomita, non si sottomette né al padre né al marito; irosa, aggressiva, dispettosa, tutto il contrario della grazia e dell’arrendevolezza femminili, di quanto incarnava la stessa Laura dell’Ariosto.

Zeffirelli la porta al cinema nel 1967 e per il personaggio della protagonista vuole a tutti i costi Liz Taylor che incarna perfettamente la bella e intrattabile (affiancata da Richard Burton).

Nonostante l’introduzione bucolica ad una Padova universitaria, che riflette la visione dell’Italia nell’immaginario inglese, l’adattamento cinematografico è appesantito da un’accuratissima ricostruzione storica scenografica che toglie ritmo e mordente alle battute e ai dialoghi.

In sostanza la storia è quella di Battista che ha due figlie e non mariterà la seconda, Bianca, molto richiesta e corteggiata, se prima non troverà lo sposo adatto alla primogenita, Caterina, temuta sia in casa che fuori per le sue reazioni eccessive, i suoi scatti furiosi, il suo caratteraccio. I corteggiatori di Bianca, per aggirare la condizione posta da Battista,  introducono allora in casa sua, Petruccio, un signorotto di Verona, rozzo e volgare, in cerca di dote e per niente preoccupato dai difetti della ragazza che gli propongono in moglie.

Dopo un anomalo corteggiamento, Petruccio riesce a condurre all’altare Caterina e a carpirne il consenso tappandole la bocca con un bacio. Il vero colpo di scena però si avrà quando, dopo un inizio di vita coniugale molto burrascoso, alla sfida lanciata dal suo stesso marito durante il convito per le nozze della sorella Bianca, Caterina sorprenderà tutti dimostrandosi la moglie più obbediente. La commedia termina con un vero e proprio capovolgimento di fronte perché a lei è fatto pronunciare un discorso di celebrazione della sudditanza della moglie al marito:

“Tuo marito è il tuo signore, la tua vita, il tuo custode, il tuo capo, il tuo sovrano: è uno che di te si cura, e che per mantenerti sottopone il proprio corpo a dure fatiche per mare e per terra, affrontando di notte i cieli tempestosi, e le fredde giornate, mentre tu te ne stai calda calda in casa, al sicuro. E nulla ti chiede, se non il tributo del tuo amore del tuo bell’aspetto, della vera tua obbedienza: un prezzo invero scarso per tanto debito. … Perché mai i nostri corpi sarebbero morbidi, deboli, lisci, inadatti alla fatica e alle lotte di questo mondo, se non perché la fragile nostra condizione e i nostri cuori debbono essere in accordo con il nostro aspetto esteriore?”.

Era un po’ maschilista questo Shakespeare, oggi  parole come obbedienza, debito, sudditanza della donna all’uomo, suonano anacronistiche, hanno il sapore di quei manifesti d’epoca che elencavano i doveri di una moglie cristiana verso il marito. In realtà il Poeta non si è smentito nemmeno questa volta perché a leggere bene tra le righe non è l’obbedienza che esalta, ma l’amore e il rispetto.  Imprescindibile quello reciproco, il rispetto tra i coniugi  vale da edificante esempio ai figli e indirizzo positivo di riferimento per la propria identità personale e affettiva.

Il rischio è che a forza di invocare tanto la parità, ci si dimentichi di osservarla veramente.  Ben vengano quindi il rispetto per la donna e quello verso l’uomo, per la moglie tanto quanto per il marito, per la madre così come per il padre.

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