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Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino

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Ho voluto leggere questo libro perché da diverso tempo trovavo giudizi che lo definivano un inno celebrativo della lettura e non potevo esimermi dallo sperimentarlo di persona.

Non conosco Calvino, me ne sono tenuta sempre ben lontana perché l’ho sempre considerato anti-romantico per eccellenza e nel mio mondo patinato non c’era posto per la sua poetica estremamente razionale e cervellotica.

 

Questo romanzo si intitola in questo modo ma in realtà potrebbe avere altrettanti 10 altri titoli così come è un libro che non racconta solo una storia ma dieci insieme, un libro che più che la scrittura, celebra la lettura.

La trovata, definita nella posfazione di Giovanni Raboni, semplicissima e straordinaria, di Se una notte d’inverno un viaggiatore è la seguente: mettere al centro del libro un personaggio che di solito ne sta al di fuori, cioè il lettore.

Poliedrico e funambolico Calvino propone quello che non ti aspetti e brucia 10 incipit di classe per dimostrare che una volta iniziata, l’avventura della lettura, è difficile interromperla. Bastano poche righe, brevi pagine a rapire e ad avvinghiare il lettore.

 

Già il lettore…

Il Lettore che legge, il Lettore letto, la Lettrice, si intrecciano con altri personaggi che appartengono al mondo editoriale, scrittori, traduttori, redattori, e del mondo narrativo creando una sovrapposizione di realtà decisamente all’avanguardia, e che faccio fatica a seguire a volte. Ma la comunicazione tra questi due mondi è davvero possibile?

Nella lettura avviene qualcosa su cui non ho potere.

Confessa lo scrittore che nella storia falsifica tutti i libri dopo poco iniziati.

Questo esperimento cosa vuole dimostrare? Che ci sarà sempre un nuovo libro, il prossimo, pronto a farci dimenticare il precedente? Che ci sono milioni di finali aperti per ogni buon inizio o milioni di storie da raccontare? Oppure che da qualsiasi inezia può scaturire una scintilla di racconto?

L’uomo ha bisogno di sentirsi raccontare storie, sin dalla notte dei tempi.

Esercizio stilistico quello di Calvino? Parossismo dello scrittore o atto d’amore e di appartenenza?

 

Certo è che una volta capito il meccanismo il gioco diventa scoprire la successiva trovata ma nel frattempo si è perso il piacere della lettura, si è tirata troppo la corda.

La struttura del libro, di cui al termine si conosce la geometrica compiutezza, è frutto di un ragionamento studiato a tavolino o disvela le infinite potenzialità di uno strumento -la scrittura- che ha un immenso e vertiginoso potere.

Il capitolo IX è fondamentale per una comprensione generale.

La lettura è un’esperienza personale, unica e irripetibile.

Sicuramente un libro che non può lasciare indifferenti. Sapevo che si sarebbe trattato di una specie di iniziazione ai misteri di Calvino.

leggere vuol dire spogliarsi d’ogni intenzione

Come direbbe lui, ho dovuto abbandonare la mia zona confort di lettrice e ora sono ancora un po’ perplessa.

 

Non che t’aspetti qualcosa di particolare da questo libro in particolare. Sei uno che per principio non s’aspetta più niente da niente. … E coi libri? Ecco, proprio perché lo hai escluso in ogni altro campo, credi che sia giusto concederti ancora questo piacere giovanile dell’aspettativa in un settore ben circoscritto come quello dei libri, dove può andarti male o andarti bene, ma il rischio della delusione non è grave.

 

Delitto di una notte buia di Elizabeth Gaskell

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Un libro firmato da Elizabeth Gaskell si riconosce subito da quell’accento di affettuoso interesse con cui l’autrice guarda ai personaggi e l’umana comprensione verso le loro debolezze che dimostra nel narrare le loro vicende, anche le più drammatiche.

 

Il suo amore – così soffocato in uno spazio ristretto- finalmente ruppe gli argini e si riversò su suo padre.

 

Nell’ottima introduzione ci vengono spiegate le vicende dell’individuazione del titolo che per ragioni e politiche editoriali molto crude, Dickens volle e ottenne che fosse un titolo sensazionalistico.

Ben avrei visto, invece, campeggiare in piena copertina, il nome della sua protagonista principale, che fa di tutto per non essere un’eroina ma finisce per esserlo, tanta è la centralità che ella ha nello sviluppo dell’intero libro.

Ellinor non ha alcuna caratteristica volitiva né compie atti straordinari, ammesso che non sia considerato del tutto fuori dalla norma assistere a un delitto in casa propria, ma dimostra una tenacia e una fermezza incrollabili che nonostante i continui malesseri e il progressivo sfiorire della sua giovinezza, alla fine riusciranno ad avere la meglio sul degenerare degli eventi.

Ella incarna “la figura di donna incorniciata da una finestra che ne fissa la soglia psicologica e la dimensione sociale”, scrive Francesco Marroni: subisce le azioni poste in essere dagli uomini che la circondano, dal padre, al promesso sposo, al domestico, in uno stato di perpetua inquietudine, ora dovuta ai rimorsi di coscienza ora al dolore vero e proprio per il suo amore tradito, finché non troverà la sua giusta collocazione.

Nomi, legami familiari, situazioni, richiamano alla mente i contesti che già Mrs Gaskell ci ha abituato a conoscere e a frequentare, senza alcun alone di serenità nostalgica. In questo racconto i suoi continui avvertimenti trattengono il lettore all’erta con un senso di incombente tragedia e di tranquillità definitivamente spezzata.

La marginale parte riservata alla parentesi romana, che Ellinor verso la fine del romanzo si concede accettando l’invito di una vicina di casa per ristabilirsi, coincide con il viaggio fatto dalla stessa Gaskell in compagnia delle figlie nel 1857, nello stesso periodo del Carnevale peraltro.

Roma, come giustamente sottolineato dal prof. Francesco Marroni, che ha curato e tradotto il romanzo, si innesta nella trama generale “come un breve interludio, una nostalgia dell’essere, un segmento di felicità” di cui Gaskell si fa meravigliosa interprete calzandolo indosso alla situazione di Ellinor e provando a donarle un po’ di ristoro dal punto di vista fisico e psichico.

Ma i riferimenti autobiografici non finiscono qui perché nella descrizione delle sofferenze della ragazza, Ellinor, lasciata di punto in bianco dal fidanzato, Mr Ralph Corbet, preoccupato solo di fare carriera, Mrs Gaskell prese in prestito la sorte accaduta a sua figlia Meta, che sempre durante il viaggio in Italia, aveva conosciuto il capitano Hill per poi essere da questi inopinatamente lasciata all’improvviso dopo solo un anno, a un passo dalle nozze.

Fedele alla sua concezione ideologica di un passato che ritorna e ristabilisce l’ordine delle cose in un presente disarmonico,  religiosamente fiduciosa in un senso di giustizia superiore, Mrs Gaskell ha preparato un altro dei suoi affreschi della società inglese di metà Ottocento, presentandolo con tutta la perizia realistica  di cui è capace per analizzare sia la veste pubblica che il foro interno dei suoi personaggi.

Ribadisco che l’introduzione è magistrale e accompagna e guida la lettura in modo egregio. Suggerisco di leggerla dopo il libro.

Segnalo anche la pregevole traduzione di Mara Barbuni.

Scheda del libro:

 

Delitto di una notte buia appare a puntate per la prima volta tra il gennaio e il marzo del 1863 tra le pagine del periodico «All the year round» grazie all’entusiasta approvazione di Charles Dickens.

Ford Bank è una cittadina nella quale Edward Wilkins esercita la professione di avvocato come il padre prima di lui. La capacità affabulatoria e l’acuta intelligenza gli permettono di avvalersi della simpatia dei nobili locali benché questi ultimi non considereranno mai l’avvocato un loro pari. Sconvolto per la morte della moglie e della secondogenita, Mr. Wilkins riversa ogni attenzione nei confronti della figlia maggiore, Ellinor. La vita della ragazza sembra perfetta: è innamorata del giovane Mr. Corbet, uno studente di Giurisprudenza brillante e ambizioso; tutto le sorride, al punto da non accorgersi dell’evidente stato di decadenza del padre, il quale, sentendo il peso dell’inadeguatezza sociale e del proprio fallimento, riversa i suoi malumori in vizi, lussi e alcolici. Tutto si ferma una notte, una notte buia durante la quale Ellinor assiste a un delitto. E sarà proprio questo evento a sconvolgere drasticamente la sua vita ribaltando l’ordine di ogni cosa.

Con un ritmo dolce ed elegante Elizabeth Gaskell accompagna il lettore in un racconto appassionante con una protagonista femminile in cui si concentra una forte carica emozionale.

 

 

 

Una verità universalmente riconosciuta – Scrittrici per Jane Austen, a cura di Liliana Rampello

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“Non è difficile immaginare quanto si sarebbe divertita Jane Austen all’idea che tutto il mondo, in questo 2017, avrebbe festeggiato il bicentenario della sua morte.
Sembra di sentire il suono allegro della sua risata, deliziata dallo scoprire che la sua dipartita, il 18 luglio del 1817, a Winchester, nella cui cattedrale ora è sepolta, avrebbe segnato sì la fine della sua esistenza mortale, ma l’inizio, decisamente sorprendente anche per lei, di una fama che l’ha resa immortale. Fama non immediata, è vero, un avvio lento e poi, in questi due secoli, una fortuna alter­na, ma, ormai da moltissimi anni, un crescendo apparentemente inarrestabile. (…)
Con questo piccolo libro, noi tutte, editrice, autrici e curatrice, abbiamo scelto di immetterci nel grande fiume degli omaggi alla magnifica Jane, da tutte letta con somma ammirazione, dandole qualcosa in cambio, che la trasportasse, in un lampo, dal suo secolo al nostro.”
dall’Introduzione di Liliana Rampello

Sei le scrittrici coinvolte nel progetto,  sei gli omaggi a Jane Austen: Le citazioni incorniciate dai romanzi di Jane Austen sono tratte da: “L’abbazia di Northanger”, “Emma”, “Ragione e sentimento”, “Orgoglio e pregiudizio”, “Mansfield Park”, “Persuasione”.

I titoli sono i seguenti:

Capitolo 22, di Stefania Bertola

Zitelle, di Ginevra Bompiani

Mimosa, di Beatrice Masini

Minuteria, di Rossella Milone

Figlie d’anima, di Bianca Pitzorno

Un fatto nuovo, di Lidia Ravera

Ciascuna scrittrice ha rielaborato Jane Austen e lo spunto assegnato, qualcuna discostandosene parecchio, qualcuna rimanendo fedele al testo originale. Innegabile è che Jane Austen faccia parte del DNA delle autrici coinvolte ma alcuni esperimenti si sono avventurati su sentieri alquanto impervi, secondo me.

Ne è risultata un’antologia eterogenea di racconti il cui fil rouge è l’affettività al femminile di cui Jane Austen è stata eletta unanime interprete, pur essendo una verità universalmente riconosciuta che è la meno sentimentale.

Trattandosi di un omaggio nato per il bicentenario della morte, in alcune rielaborazioni i duecento anni si fanno sentire o piuttosto si traducono in una maggiore personalizzazione del verbo austeniano di cui preferisco in ogni caso l’aderenza.

Molto simpatico il pezzo di Stefania Bertola che cavalca la fervida immaginazione di Catherine Morland spingendosi anche più oltre, visti i tempi attuali. Il più interessante è stato per me lo spunto di Ginevra Bompiani che ha esaminato il testo, lavorando sull’originale per mostrare il rapporto tra Jane Austen e le sue eroine. Contributo che ho senza dubbio preferito.

In Emma, erroneamente considerato il più leggero dei romanzi di Jane Austen, la condizione femminile viene presentata in modo molto realistico stabilendo sin da subito una grande e fondamentale distinzione tra coloro che godono di un’indipendenza economica che costituisce la loro salvezza e tutte le altre che rimangono in bilico:

Il precipizio in cui rischiano di cadere è quello di restare zitelle (non è un caso che i personaggi ricchi del romanzo continuino a ricordarsi a vicenda di non trascurare Miss Bates, che la loro benevolenza mantiene sull’orlo dell’abisso. Questo pericolo è il perno intorno a cui ruotano il destino dei personaggi femminili e la trama del romanzo se non di tutti i romanzi di Jane Austen. La quale, come si sa, rimase zitella.

E’ stato spesso osservato che c’è un po’ di Jane Austen in ciascuna delle sue eroine. Più nel dettaglio, sarebbe interessante vedere come il giudizio e quindi il buonsenso dell’autrice rimane sotto controllo attraverso le eroine più virtuose mentre il suo temperamento le sfugge di mano trovando espressione nei personaggi femminili più interessanti e più vivi.

Nel corso di ciascuno dei suoi romanzi giudizio e temperamento trovano modo di giocare insieme, recitando ciascuno la sua parte e affrontando ognuno il suo destino.

O meglio evitando, per quanto è possibile, il destino che toccò all’autrice, il destino di una donna libera e dipendente: una zitella.

 

 

 

Miss Austen di Gill Hornby

Neri Pozza Editore | Miss Austen

 

Una baldanzosa Cassandra, ormai alle soglie dei settant’anni, parte alla ricerca delle lettere inviate da sua sorella Jane alla famiglia Fowle, legata agli Austen per diversi motivi.

Il titolo avrebbe dovuto farmi pensare subito che non di una biografia seppure romanzata di Jane Austen si trattava, bensì della sua sorella maggiore, colei che del resto aveva diritto a tale appellativo.

I tentativi maldestri di recuperare quello che per Cassandra è un bottino prelevandolo da cassapanche altrui ci dicono poco in realtà su Jane Austen, o almeno inizialmente. Poi la storia entra nel vivo, o meglio, attraverso una serie continua di flash back, inizia la spola tra gli anni della giovinezza delle due sorelle Austen e il presente (1840). Il legame tra Cassandra e Jane viene mostrato nella sua indissolubilità e riservatezza e come tale assolutamente da preservare.

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La loro giovinezza non è stata delle più spensierate sia per gli eventi che l’hanno segnata sia per il continuo senso di minaccia incombente sul loro futuro: Cassandra ritorna spesso sulla fase più critica della loro vita insieme, quella delle speranze appena nate e subito deluse, delle incertezze, della precarietà e dei momenti più bui, ma ciò nonostante, le brevi incursioni che compie Jane con il suo spirito e la sua brillantezza regalano una boccata d’aria fresca al racconto. Le lettere recuperate, ricostruite dall’autrice, sono molto verosimili e sembrano proprio avere il suo stile.

Miss Austen: Amazon.it: Hornby, Gill: Libri in altre lingue

La fotografia della famiglia Austen naturalmente perde appena quella patina di perfezione che i pronipoti vittoriani le avevano voluto conferire ma la stessa Jane non avrebbe gradito simili ritratti, poco credibili. Cassandra da parte sua esce un poco dall’ombra ingombrante della sorella famosa e reclama sentimenti, emozioni, desideri repressi, una vocazione al sacrificio e al dovere a lungo repressi.

Tutto sommato, una biografia romanzata ben scritta.

 

Sinossi:

Nel marzo del 1840, Cassandra Austen decide di recarsi nel vicariato di Kintbury, nel Berkshire, in visita a Isabella Fowle figlia del reverendo Fulwar Craven Fowle e di Eliza Lloyd, amica di vecchia data di lei e di sua sorella Jane. Il viaggio in carrozza dalla sua casa di Chawton a Kintbury è scomodo e alquanto dispendioso, ma è quanto mai opportuno. Isabella Fowle si trova nella triste condizione, già nota a Cassandra, di dover abbandonare la casa in cui è vissuta fin dall’infanzia. Con la morte del vicario padre, la donna è rimasta infatti orfana di entrambi i genitori e, dal momento che non si è maritata, priva com’è di eredi maschi, dovrà lasciare il vicariato nelle mani di un certo Mr Dundas. Recare una parola di conforto in simili circostanze è, per Cassandra, doveroso. Non è, tuttavia, la sola ragione che la spinge a Kintbury. Vi è un altro, fondamentale compito che la sorella di Jane Austen deve assolvere. Un tempo, lei e Jane avevano inviato diverse missive personali a Eliza, lettere che ora possono trovarsi ancora in qualche dimenticato cassetto a Kintbury, col rischio di cadere in mani sbagliate. Cassandra è l’esecutrice letteraria della sorella, la protettrice del suo lascito. Nel tempo che le rimane, farà tutto quanto in suo potere per cercare e distruggere qualsiasi prova possa compromettere la reputazione di Jane. Quello che, tuttavia, Miss Austen non ha previsto giungendo a Kintbury, è l’ondata di nostalgia che la travolge non appena varca la soglia della canonica. La prima volta che vi ha messo piede era infatti una giovane gentildonna con indosso il suo abito più bello. Promessa sposa di Tom Fowle, fratello di Fulwar, era stata accolta dalla famiglia al completo e dall’intera servitù schierata in solenne ammirazione… Basato sulla corrispondenza privata tra Jane e Cassandra Austen, Miss Austen non soltanto rivela il rapporto di profondo affetto che ha legato la più amata delle scrittrici inglesi alla sorella maggiore, ma, attraverso lo sguardo inedito di Cassandra, getta una luce nuova sulla vita dell’autrice di Orgoglio e pregiudizio.

La vera storia di Mr Darcy – Prime impressioni di Georgia Faldo

La vera storia di mr Darcy - Prime impressioni: Primo volume di [Georgia Falbo, Fox Creation Graphic]

 

La vera storia di Mr Darcy – Prime impressioni

di Georgia Faldo

Darcy Edizioni

 

Tutto quello che avreste voluto sapere su Orgoglio e Pregiudizio e Jane Austen non ci ha voluto svelare.

Ciò che Jane Austen non ha detto, le omissioni, i sottintesi, quello avvenuto prima o che ha tralasciato o sorvolato, ci viene qui raccontato da Georgia Faldo che nella sua La vera storia di Mr Darcy ci mostra la vicenda di Orgoglio e Pregiudizio dal punto di vista di lui, di Mr Darcy.

Lo fa in modo interessante e soprattutto con particolare cura del contesto storico adeguatamente precisato con date, tempi, distanze, localizzazioni, attentamente ricostruite e con inserti interessanti e di pregio.

La storia di Orgoglio e Pregiudizio viene narrata proprio dall’inizio, da quel famoso antefatto che riguarda Georgiana e il tentativo di Wickham di sedurla (e che mostra sin da subito la vera natura di lui) sventato da Darcy e ripercorre per filo e per segno l’incontro con Elizabeth Bennet. Quanto Jane Austen aveva voluto lasciare all’immaginazione del lettore viene colmato da questa versione, che si presume la più verosimile e che presuppone una ottima conoscenza dell’originale e del contesto, anche se la copertina proprio non aiuta.

Conoscere già le vicende potrebbe togliere mordente alla lettura ma riviverle più da vicino, accanto ai protagonisti, entrare nei loro pensieri e cercare di capire le loro motivazioni ed emozioni più intime, diventa un modo piacevole per ripercorrere un viale già noto fermandosi a guardare più attentamente i fiori e gli alberi che lo abbelliscono.

Un ottimo pretesto per riprendere in mano il grande classico, se ce ne fosse stato bisogno.

Sinossi:

Un piccolo villaggio dell’Hertfordshire è in subbuglio per l’arrivo di una elegante comitiva di giovani, tra loro l’affittuario di Netherfield Park, Mr. Charles Bingley. Di lì a poco si diffonde anche la notizia della presenza di Mr. Fitzwilliam Darcy, rampollo di una delle più prestigiose e ricche famiglie del Regno. Entrambi scapoli, i due giovani attirano gli interessi delle gentildonne nubili del luogo in cerca di marito e di una buona sistemazione matrimoniale, ma non tutto si realizza secondo i piani e le trame di madri, zie e gentili donzelle…

Le amiche di Jane. Sopravvivere all’innamoramento con Orgoglio e Pregiudizio di Annalisa De Simone

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No, non vi immaginate il solito manuale di consigli di pseudo-amore, di taglio americano per intenderci (del tipo, Come sposare un milionario o Cosa farebbe Jane[1]), ma un simpatico memoir autobiografico che dosa riferimenti alle opere di Jane Austen (e in particolare del suo romanzo più famoso) e considerazioni attualissime, legate alla vita e alle relazioni interpersonali della stessa autrice.

Il progetto editoriale della collana a cui questo libro appartiene si chiama PassaParola e si prefigge lo scopo di parlare: Da una lettura a una vita: gli scrittori italiani raccontano del mondo e di sé partendo da un libro.

Ed è esattamente quello che ha fatto Annalisa De Simone, riuscendovi brillantemente. Partiva assai avvantaggiata, va detto, perché avendo scelto di parlare di sé attraverso un libro di Jane Austen, la mia attenzione ne è stata subito catturata.

L’ho iniziato con molto scetticismo, devo ammetterlo, ma mi ha convinto subito invece per lo stile dinamico e referenziato che lo caratterizza e lo rende estremamente interessante. Non solo ho ritrovato opportuni i passi e le situazioni citati, ma anche le osservazioni e le relazioni stabilite in base a essi. Divertenti e acute le svelate debolezze e le aspirazioni della natura umana, oggi come allora, alla luce degli insegnamenti immortali di Orgoglio e Pregiudizio.

La vita moderna e i rapporti tra le persone sono assai complicati ma per dirimere dubbi e incertezze perché non fare ricorso a chi ha scandagliato l’animo umano con acume e ironia da più di duecento anni in modo estremamente attuale?

 

Fateci caso. Ieri come oggi, nella vita di ognuno i fatti sono meno numerosi delle interpretazioni. Questa è quella che definiamo realtà… ma questa è un’indicazione sempre troppo vaga. Come chiunque. Elizabeth si trova sospesa fra due poli che si intersecano. Vivere la realtà e, insieme, interpretarla.

È qui la sua parabola.

Ed è qui che risiede la sua universalità.

 

Lizzie è poi così lontana dalle speranze e aspettative di una ragazza oggi?

 

Dalla prima all’ultima pagina, Elizabeth si muove dietro alla convinzione che il suo intuito sia frutto di una buona perspicacia. Pensa di sapere tutto di tutti e puntualmente sbaglia. In questo, è la parodia dell’eroina perfetta. Invece di innamorarsi a prima vista del principe, lei lo detesta, invece di detestare il cinico avventuriero, lei gli corre dietro. Si fida ciecamente di sé e dei suoi giudizi. E tuttavia, a dispetto di quanto si dica, le prime impressioni non sono sempre le più attendibili.

Nei romanzi, come nella vita.

 

Leggere questo libro è stata l’occasione per guardare le opere di Jane Austen da un altro punto di vista, che non è solo la prospettiva dell’autrice, ma diventa uno sguardo generale sugli insegnamenti desumibili dalla sua scrittura realista e disincantata.

Tutte le storie di Jane Austen sono delle fiabe, eppure nulla è così lontano dall’afflato romantico di un romanzo d’amore. È qui che le cose si complicano, nell’ombra di un realismo che ha a che fare più con il senso pratico che con il cuore. A guardare ogni storia in profondità, non c’è illusione che regga. Semmai è di casa il disinganno, o addirittura un lieve cinismo.

 

 

 

 

Sinossi:
Come ci si trasforma in persone adatte al mondo, capaci di capire se stesse, di capire gli altri, capaci di amare qualcuno e di essere amate? Come si sopravvive a un abbandono? E come si governa una perdita? Soprattutto, cosa significa essere liberi? Le risposte che Annalisa De Simone immagina attraverso i romanzi di Jane Austen e le sue eroine – Lizzy Bennet, Fanny Price, Anne o Emma –, attraverso gli eroi delle sue storie e gli antieroi – come Mr Darcy e George Wickham –, hanno a che fare con la misura dell’essere adulti: inciampare per poi ricredersi dei propri errori, subire lo sguardo impietoso degli altri, che sempre precede uno stato di coscienza, e imparare a cavarsela fra i pieni e i vuoti della vita. Se pure non si può ambire al “vissero felici e contenti”, che si trovi almeno un piccolo – anche fugace – rimedio al tran tran malinconico in cui vanno a immergersi i nostri giorni, perché è fra il sempre e il mai che scorre la vita di ognuno di noi. Con uno sguardo profondo, una scrittura agile e aneddoti esilaranti, Annalisa De Simone, giovane scrittrice, racconta la sua passione vecchissima per Jane Austen.

[1] What would Jane do, il mantra del film Jane Austen Book Club

 

Natale a Thompson Hall e altri racconti di Anthony Trollope

Natale a Thompson Hall di Anthony Trollope - Sellerio

 

Anthony Trollope

Natale a Thompson Hall

Traduzione dall’inglese di Chiara Rizzuto

Titolo originale: Christmas at Thompson Hall and other Christmas Stories

 

Il vischio e gli enormi tacchini, giganteschi budini e gelidi castelli. Il tradizionale Natale inglese ottocentesco in 5 racconti di un grande della letteratura vittoriana.

 

«Non preciserò l’anno esatto per evitare che i più curiosi indaghino sulle circostanze di questa storia, venendo così a conoscenza di dettagli che non desidero siano divulgati». Ecco come Anthony Trollope, uno dei grandi vittoriani assieme a Dickens e Thackeray, introduce i lettori nel suo piacevole, riposante conversare. L’immagine che offre è quella di un arguto signore che riferisce intricati fatti altrui come se non fosse lui ad inventarseli, ma ne venisse informato solo grazie a precisi rapporti, anche un po’ pettegoli. E la nascosta perfidia, che insinua dentro la tolleranza verso i difetti di tutti, è forse più percepibile a noi posteri che non ai suoi contemporanei.
In questi racconti la lente dell’analisi sociale si concentra di più sulle classi dei piccoli possidenti. Specialmente sulle donne, che erano le sue grandi lettrici. La signora Brown (Thompson da nubile) è entrata per errore nella stanza di un estraneo mentre dorme, applicandogli in viso un unguento destinato al marito: da qui un catastrofico sviluppo di complicazioni. Il giovane Maurice ha detto, per leggerezza, che il Natale è una noia e questo, la pia Isabel, che lo ama alla follia, non potrebbe accettarlo. Elizabeth è convinta che una brava ragazza non può essere felice, per questo rifiuta il suo adorato Godfrey. E altri quadretti, tutti ambientati nel Natale, che rappresentano senza ammetterlo com’era inutilmente arzigogolato essere donna e per bene in età vittoriana.

La scheda della Casa Editrice accenna l’argomento dei cinque racconti, scritti evidentemente con un registro molto diverso fra loro ma accomunati dall’unico tema natalizio e dall’inconfondibile tocco umoristico di Anthony Trollope. Ecco i loro titoli:

Natale a Thompson Hall

 Natale a Kirby Cottage

Il ramo di vischio

I due generali

Neanche per sogno 

A parte “I due generali” -racconto ambientato durante la guerra di Secessione in America- gli altri sono quadretti di piacevolezza unica. Sottotitolato Una storia di Natale della guerra in Kentucky,   il quarto racconto narra di due fratelli che sono divisi dalle loro opposte idee politiche e dopo essersi contesi la donna da sposare, nominati entrambi generali si trovano sul campo uno contro l’altro.

Il primo che ritengo il più spassoso si basa su uno scambio di persona. La signora Brown si trova in un albergo e per curare il raffreddore del marito che minaccia di non farle raggiungere i parenti Thompson, si avventura di notte nella sala del ristorante in cerca di senape per fargli un’applicazione espettorante, ma perde la strada ed entra in camera di un altro   signore. Da qui inizia una spiacevole -per noi divertente- serie di complicazioni che ci accompagnerà fino alla fine del racconto ansiosi di scoprire come si risolverà!

Da quando si era sposata, ormai quasi otto anni prima, la signora Brown non aveva mai trascorso un Natale in Inghilterra. Ne aveva spesso ventilato la possibilità, nel profondo agognava quelle festività fatte di agrifoglio  e tortine natalizie.A Thompson Hall si erano sempre tenute riunioni di famiglia, sebbene non così rilevanti, non così importanti come quella che stava per avere luogo. Più di una volta lei aveva espresso il desiderio di rivivere il Natale di un tempo nella vecchia casa tra le vecchie facce. Ma il marito, per rimanere tra le delizie di Pau, aveva sempre addotto come pretesto una certa cagionevolezza della gola e del cuore. Anno dopo anno lei aveva ceduto, e adesso era giunta questa solenne convocazione.

A Kirkby Cottage l’uscita infelice di Maurice Archer, ospite presso i Lownd, che definisce il Natale una noia, rischia di mandare in fumo i suoi sogni romantici con Isabel la loro figlia maggiore.

Per lei il Natale era una faccenda molto importante: una festa in cui l’arrosto di manzo e il plumpudding avevano senza dubbio una grande rilevanza, ma che non potevano certo esserne considerati l’essenza, come invece aveva detto lui. Il Natale, una noia! No, un uomo che considerava il Natale una noia     non avrebbe mai dovuto essere più che un conoscente per lei ascoltò la sua spiegazione, poi lasciò la stanza, sdegnata.         

 

Elizabeth Garrow è votata alla pericolosa del sacrificio e decisa a negarsi ogni più piccola gioia, anche se dovesse andarne della sua vita. Per fortuna è circondata da persone più ragionevoli che raggirandola riescono a farle accettare la proposta di nozze che desidera sopra ogni cosa proprio sotto al ramo di vischio che all’inizio aveva considerato un’offesa al suo decoro puritano.

Elizabeth Garrow era una brava ragazza, ma verrebbe da chiedersi se non fosse troppo una brava ragazza. Aveva imparato, o credeva di aver imparato che la maggior parte delle ragazze sono insulse, sciocche e inutili, dedite principalmente a rincorrere il piacere e a desiderare di avere degli innamorati e aveva deciso che non sarebbe stata come loro.      

Con umoristica ciclicità la risposta “Neanche per sogno!” apre e chiude il racconto omonimo: è quella che viene pronunciata all’inizio da uno dei due cognati ingenerando tra loro uno spiacevole dissapore. E poi tornerà alla fine per chiudere il cerchio sull’episodio.

Spuntano qua e là i riferimenti alla precisa ritualità del Natale, il menù consolidato, la partecipazione alla funzione, gli addobbi della casa e della chiesa, tutto condito da un generale e aleggiante spirito natalizio benefico di concordia e pace, condito da un po’ di ironia.

Per rivivere le atmosfere del Natale anche fuori stagione e per sorridere in ogni caso.

 

Fiori d’arancio nell’Essex

Pin su Literary Romance - collana editoriale

 

Questo libro è stato composto durante il periodo di isolamento dovuto alla pandemia da Coronavirus, quando ho pensato di far vivere una nuova avventura alla debuttante dell’Essex che i miei lettori hanno saputo amare nei romanzi precedenti.

 

Non c’è mai un momento di pace a Graystone Manor quando l’esuberante Alex è nei paraggi. Ancora una volta, tra incomprensioni e supposizioni errate, la giovane saprà creare scompiglio e l’arrivo di Henry Scott, fratello del suo promesso sposo Frank, mescolerà le carte in tavola…

Oltre alla coppia di Lady Celandine e Lord Clerke che già conosciamo, arriveranno infatti nuovi personaggi con i quali Alex si divertirà a movimentare le sue giornate mai scontate, come gli sviluppi finali che li attendono.

Fiori d'arancio nell'Essex di Romina Angelici – SEGNALAZIONE ...

 

Nell’augurarvi buona lettura spero di fare cosa gradita riportando alcuni giudizi di chi lo ha già letto:

 

Valentina Fontan

Come anche i due volumi precedenti, ho amato le storie, i personaggi, gli intrighi e le descrizioni degli ambienti. L’autrice ha una buona capacità di coinvolgimento che fa entrare la lettrice nello spirito dei romanzi.

 

Piera

Seconda avventura per la nostra ex debuttante che nemmeno l’essere riuscita a fidanzarsi con il giovane di cui è innamorata, riesce ad avere quella tranquillità che potrebbe servirle per non gettare al vento tutto ciò che ha ottenuto. Sì, perché la nostra Alex non si ferma a pensare ma agisce e basta. Anche questa volta coinvolge la zia Cyd e Lord Clerke, nonché il fratello Andy. Ma tutto è bene quel che finisce bene e in più abbiamo la possibilità di conoscere due nuovi personaggi con caratteri e mire diverse. Non dico altro per non togliere, a chi leggerà il nuovo romanzo di Romina Angelici, la possibilità di scoprire ciò che di strano avviene in “Fiori d’arancio nell’Essex”. Come sempre è un piacere leggere l’autrice perchè ogni suo romanzo è un’immersione in un mondo apparentemente tranquillo ma con le sue regole e i suoi tempi ben precisi. La descrizione dei caratteri e delle ambientazioni sono un punto di forza del romanzo e sono talmente ben fatte che sembra di vivere e di partecipare alla quotidianità dei vari personaggi. Da lettrice non mi dispiacerebbe ritrovare tutti in un’altra avventura!

Cassandra

Io ormai sono un’affezionata fan della serie dell’Essex nata dalla penna di Romina Angelici. Dopo “La debuttante dell’Essex” e l’intermezzo natalizio “Natale a Graystone Manor” non potevo non leggere anche “Fiori d’arancio nell’Essex” di cui sono rimasta pienamente soddisfatta come del resto era già accaduto per i volumi precedenti. Oltre ai Gray, ai Clerke e a Frank Scott che abbiamo conosciuto nei due romanzi prima citati, in questo terzo capitolo della serie ci vengono presentati un paio di personaggi nuovi: Eliza Fitzroy e Henry Scott … (continua)

Simona

Leggo sempre con piacere i romanzi di Romina Angelici e aspettavo con ansia il seguito de La debuttante dell’Essex.
Alex ci farà sorridere anche questa volta, imprevedibile come sempre!
Atmosfere ben descritte sullo sfondo di una storia che sa emozionare e coinvolgere.
Da leggere se avete amato e, perché no, simpatizzato con la nostra Alex!

 

Eleonora

La storia de “La debuttante dell’Essex” trova una degna e lieta conclusione con questo volume, la cui trama mostra un’ulteriore (ma piacevole) complessità rispetto ai precedenti, e promette di far trascorrere diverse ore in allegria immersi in un’autentica atmosfera Regency. Tutti i nostalgici di Jane Austen troveranno in Alex una degna erede di Emma!

Impressioni italiane di Charles Dickens – Prima parte

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Nel giugno 1844, Dickens si recò in Italia con la famiglia: in realtà si trattava di dodici persone in tutto, compresi i domestici più un cane. Si stabilì a Genova, prima ad Albaro, a Villa Bagnarello, e poi a  Palazzo Peschiere in centro, e da qui si recò nelle principali città della ridente penisola: Bologna, Venezia, Verona, Milano, Roma, Napoli (con il Vesuvio ancora molto attivo), Firenze.

Per trovare casa Dickens aveva chiesto informazioni ad amici e conoscenti e poi si era rivolto direttamente ad Angus Fletcher che si trovava a Carrara il quale aveva preso in affitto per loro una grande casa, Villa Bagnarello, ad Albaro, all’epoca un borgo alle porte della città di Genova. La villa era collocata sul fianco di una collina e vi si accedeva da un piccolo e stretto sentiero che si snodava dalla costa fino in cima alla strada: una grande casa, ma non grandiosa, affacciata sul golfo di Genova, che però non soddisfece Dickens il quale la soprannominò “prigione rosa”.

Sebbene il panorama sia dei più suggestivi, la casa è ritenuta decrepita, tetra, echeggiante e disadorna, perciò esauriti i tre mesi di affitto e aver esplorato a fondo i dintorni circostanti, Dickens pensa a trasferirsi.

Palazzo Peschiere (Genoa)

Riuscì a prendere in affitto un palazzo al centro città, Palazzo delle Peschiere così chiamata per via delle due grandi vasche ornamentali piene di pesci rosse antistanti alla casa. Costruita nel tardo XVI secolo la dimora scelta questa volta aveva dimensioni grandiose: dall’atrio al pianoterra, coperto di affreschi, ai vasti e numerosi ambienti e stanze in cui si dispiegava.

Per consegnare e far pubblicare il libro di Natale di quell’anno, che aveva composto proprio a Genova, intitolato Le campane, Dickens si recò a Londra; compie il primo tratto da solo con il fido Roche, da lui soprannonimato il Bravo Corriere, e dà appuntamento alla moglie a Milano il 2 dicembre. Nel frattempo, attraversa l’Emilia per giungere a vedere finalmente Venezia il cui primo impatto è violentissimo!

Passando per Verona, Mantova e Milano Dickens lascia il confine italiano attraverso il Passo del Sempione per sbrigare gli affari che lo richiamano a Londra.

Dopo questa breve parentesi in cui, Dickens fece ritorno a villa delle Peschiere per festeggiare il nuovo anno (1845) e il 20 gennaio erano di nuovo in viaggio in giro per l’Italia, questa volta diretti a Roma (con un viaggio di ben dieci giorni) e successivamente a Napoli.

Impressioni italiane - Wikipedia

 

Nelle sue Impressioni italiane mette subito in chiaro che non vuole soffermarsi sulle opere d’arte, pur essendone estimatore, ma sulla vita vera perché da quella è venuto a trarre ispirazione e nuova linfa vitale per i suoi romanzi. Di contro, rimaneva sempre molto interessato agli aneddoti e ai tipi caratteristici che incontrava piuttosto che alle opere d’arte inanimate. La sua presentazione dell’Italia complessivamente intesa, e già solo per questo, risulta però estremamente riduttiva e troppo semplicistica. Ma il suo stile è inconfondibile e i suoi giudizi assomigliano più a delle visioni che a dei resoconti di viaggio.  Ripercorriamoli con lui.

Genova è inizialmente stigmatizzata per lo sporco e le puzze, i vicoli strettissimi e il suo disordine anche se Dickens non manca di coglierne l’affascinante colpo d’occhio d’insieme:

Laggiù si stende Genova in bella confusione, con le sue molte chiese, i monasteri e i conventi che additano il cielo soleggiato…

Piacenza è definita come la scura, decadente, vecchia Piacenza”, piena di erbacce sporcizia e pigrizia.

Un luogo deserto, solitario e pieno di erbacce, con delle fortificazioni in rovina; con i fossati seminterrati, che offrono un magro pascolo agli sparuti bovini che si aggirano nei pressi; e strade di austere case, che guardano in cagnesco le case dirimpetto.

Parma riscuote un diverso apprezzamento:

Parma ha strade allegre ed animate, per una città italiana; e di conseguenza è meno caratteristica di molti posti di minor fama. Sempre però eccettuato la Piazza, appartata, dove la Cattedrale, il Battistero e il Campanile -antichi edifici anneriti dal tempo, adorni di innumerevoli mostri grotteschi di figure trasognate scolpite in marmo e pietra rossa – sono radunati in un grandioso e magnifico riposo.

Un tempo piacevolissimo li accoglie a Modena:

dove la penombra degli scuri portici sopra i marciapiedi… era resa gradevole e rinfrescante dal cielo luminoso, così meravigliosamente azzurro. Ed io passai da tutta la gloria della luce del giorno all’interno di una buia cattedrale dove si celebrava messa grande, deboli candele bruciavano, la gente era inginocchiata in tutte le direzioni davanti ogni sorta di altare e i preti officianti borbottavano il solito canto, nel solito basso, sordo, strascicato e melanconico tono.

Di Bologna gli rimane l’immagina di una seria e dotta città, con le due torri spendenti di mattoni, inclinate di traverso, “come se stessero rigidamente inchinandosi l’una all’altra”, piena di turisti, lasciata per la vecchia e tetra Ferrara, solitaria e spopolata, dove l’erba cresce talmente nelle strade silenziose che “chiunque potrebbe far fieno qui, letteralmente, mentre il sole brilla” e meritano una visita la casa dell’Ariosto, la prigione del Tasso e l’insolitamente antica cattedrale gotica.

Oltrepassato il Po, Dickens si imbarca in direzione di Venezia dove arriva direttamente in barca la sera dell’11 novembre 1844. Venezia lo affascina, con la sua insuperabile bellezza, la maestosità della Piazza e la grandiosità della cattedrale. Nondimeno Dickens rimane attratto dalla visita alle Prigioni, le strette viuzze, i canali e i ponti che li attraversavano come balconi in pietra.

Ritratti di Venezia

Verona come già prima Venezia fa parte delle reminiscenze shakespeariane:

Avevo un certo timore ad andare a Verona, per tema che potesse lasciarmi completamente insoddisfatto di Romeo e Giulietta. Ma non avevo fatto in tempo ad arrivare nella vecchia piazza del mercato che la mia apprensione svanì. È un posto così fantasmagorico, singolare e pittoresco, formato da una varietà così grande e straordinaria di edifici fantastici, che nulla di meglio potrebbe trovarsi nel centro di una città, anche romantica come questa: scenario di una delle più belle e delle più romantiche storie.

 

A Mantova si affida a un cicerone sui generis che, dopo sommarie spiegazioni della Basilica di Sant’Andrea, sotto la quale è conservato il Santo Graal degli antichi romanzi cavallereschi, la Piazza del Diavolo, costruita dal Diavolo in persona in una sola notte senza una particolare ragione, la Piazza Virgiliana con la statua del poeta, si dirigono verso Palazzo Te dove gli affreschi di Giulio Romano colpiscono per le figure dilatate ed esagerate. Nessun rimpianto quindi per la paludosa città nel dirigersi verso Milano fermandosi a dormire a Cremona, da ricordare per le sue scure chiese di mattoni e la torre immensamente alta, il Torrazzo, per non parlare dei suoi violini.

A Milano “la nebbia è così fitta che la guglia del famoso Duomo poteva anche essere a Bombay per quel che se ne vedeva in quel momento” ma la vista dell’Isola Bella sul Lago Maggiore ricompensa di tutte le visioni confuse della città.

Quando poi i Dickens ripartono da Genova verso Roma, passano per “Spezzia” che è un buon posto per sostarvi per il suo bellissimo golfo, il suo albergo abitato da fantasmi e l’acconciatura delle donne.

Carrara, tutta circondata da alte colline, è una città chiara e pittoresca; la torre pendente di Pisa  è meno alta  di quella vista sui libri scolastici; diversamente,

l’insieme degli edifici raggruppati sopra ed intorno a questo tappeto verdeggiante, compresi la Torre, il Battistero, la Cattedrale e la Chiesa del Camposanto, è forse il più bello ed il più notevole che ci sia al mondo.

 

Da Pisa si muovono per visitare i dintorni toscani; la bella e antica città di Siena è definita “come un pezzetto di Venezia senza l’acqua”, Bolsena avvolta nella malaria, Viterbo famosa per le sue fontane, l’arrivo nella Campagna Romana fa da anticamera quieta e desolante alla Città Eterna che avvolta in una densa nuvola, con innumerevoli torri, e campanili, e tetti di case, che si ergevano nel cielo e alta sopra tutti, una Cupola. somiglia incredibilmente a Londra.

 

Il viaggio in Italia di Charles Dickens rivela un acuto ...

 

 

Viaggio sentimentale di Laurence Sterne

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Viaggio sentimentale (A Sentimental Journey through France and Italy) è un’opera di Laurence Sterne, scritta e pubblicata nel 1768; lui morirà poche settimane dopo.

Anche a motivo del fatto che il Grand Tour era considerato il coronamento dell’educazione dei gentiluomini britannici, la travel literature (“letteratura di viaggio”) era, dopo i romanzi, il genere letterario di maggiore successo tra il pubblico.

Già l’idea di narrare un Grand Tour era venuta a Sterne a proposito del protagonista del Tristram Shandy, libro che aveva poi preso un indirizzo diverso, salvo poi rispolverarla per il vol. VII, con il racconto di un viaggio in Francia.

Il tentativo satirico del Viaggio sentimentale è duplice: esso è indirizzato sia nei confronti della moda del viaggio, sia nei confronti del genere letterario.

La continuità con il Tristram Shandy si realizza tanto sul tema del viaggio, quanto, in modo più nebuloso, con la presenza di uno Yorick che, almeno nominalmente, appare essere lo stesso personaggio del precedente libro.

Ugo Foscolo - Laurence Sterne - Viaggio sentimentale di Yorick ...

 

Il Viaggio sentimentale vanta un illustre traduttore: Ugo Foscolo una prima volta, sotto lo pseudonimo di Yorick, nel 1792 (pubblicato a Venezia da Antonio Zatta), e poi tra il 1805 e il 1807 (in un periodo in cui il poeta risiede in Francia, come capitano, al seguito del generale Domenico Pino), con lo pseudonimo di Didimo Chierico e nei termini d’una “fedeltà religiosa” al testo, e una terza volta tra l’agosto e il settembre del 1812.

Un viaggio sentimentale attraverso la Francia e l'Italia di mr ...

 

L’edizione che ho letto è edita da Guaraldi ed è stata tradotta da Gian Luca Guerneri che consapevole di cotanto precedente: “Di fronte al ‘mostro sacro’ c’è poco da fare: o lo si chiosa o si cerca di andare per la propria strada con grande umiltà. Quest’ultima via mi è parsa più congeniale ed è stato piacevole, di tanto in tanto, occhieggiare di lontano quella sua bellissima traduzione che assomiglia a una strada larga ed alberata che, senza curve o asperità, scollina il testo sterniano. E’ stato bello vedere come a volte le strade abbiano trovato un incrocio magico e inaspettato così come altrettanto bello è stato faticare e sudare per costruire un’altra via”.

Protagonista di questo ahimè breve pamphlet non è il viaggio ma il narratore che racconta le sue avventure tragicomiche. Prova ne sia l’evidente sproporzione dello spazio dedicato al percorso in Francia e all’Italia, che pure veniva inclusa nel titolo.

Senza capo né coda, un viaggio estemporaneo e improvvisato, con una meta dichiarata ma costantemente e bellamente ignorata, questo racconto di viaggio tradisce subito il suo intento dissacrante e il clima surreale che lo accompagna, tra digressioni continue, incontri-scontri, deviazioni dall’itinerario principale, incidenti creati a bell’arte per deconcentrare e sviare il lettore da aspettative classiche e modalità narrative tradizionali e monotone.

Se  il tema del viaggio  attraversa tutta la letteratura del Settecento, Sterne vuole invece riportare l’attenzione sul viaggiatore. Il reverendo Yorick, già personaggio del Tristram Shandy, è il maturo protagonista dietro cui l’autore cela la sua identità di anomalo ecclesiastico. Eroe e narratore, tentato ora dalla virtù ora dalla trasgressione, più che descrivere luoghi e monumenti, elargisce impressioni, sottigliezze, umori, ricordi di incontri: il frate e la gentildonna, il locandiere e la sartina, il giovane valletto ed ex tamburino e il vecchio ufficiale. Episodi minuti, quadretti di vita e di costume venati di humour non meno che di malinconia, in cui il sentimento è l’unica regola alla quale il viaggiatore conformi andatura e linguaggio. In un perfetto gioco di specchi, il fittizio Yorick, maschera di Sterne, produce Didimo Chierico, l’immaginario traduttore foscoliano che traghetta da una lingua all’altra questo gioioso elogio delle fughe dell’io nel mondo.

Viaggio sentimentale' di Sterne. L'umorismo, chiave della realtà ...

 

La realtà del viaggio si sgretola in una somma di impressioni ritenute l’unica possibilità d’esperienza.

Sono ben consapevole del fatto che i miei viaggi e le mie osservazioni sono completamente diverse rispetto a quelle di coloro che mi hanno preceduto; al punto che avrei potuto reclamare come originale e interamente mia la classificazione di cui sopra (tra viaggiatori semplici: l’ozioso, il curioso, il bugiardo, l’orgoglioso, il vanitoso, il malinconico;  e i  viaggiatori per necessità, ndA) ma temo che avrei finito con l’invadere il territorio del viaggiatore vanitoso e io ho ben altri mezzi della semplice novità del veicolo. E’ sufficiente che il mio lettore, qualora anche lui fosse stato un viaggiatore, si confronti con studio e riflessione con quanto detto sopra in modo da trovare la propria collocazione nella graduatoria – ne ricaverà un passo in avanti nella conoscenza di se stesso, sempre che il viaggio gli abbia lasciato qualcosa, fosse solo anche un ricordo pallido e confuso.

 

Il racconto finisce per essere non un libro, ma un diario di viaggio, assolutamente inattendibile per indicazioni geografiche e informazioni pratiche, ma estremamente divertente per le sue avventure spassose.