Archivio | novembre 2018

Jane Austen e Barbara Pym, ossia Jane e Barbara

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Quando ho letto per la prima volta un romanzo di Barbara Pym, ho subito pensato di ritrovarci l’influenza di Jane Austen sulla sua conterranea. D’altronde me l’avevano raccomandata diverse definizioni che la volevano proprio come “la moderna Jane Austen”, o che la paragonavano a lei per la capacità e la grazia sopraffine con cui ritrae il quotidiano e le relazioni umane.

Non accosterei i nomi delle due autrici per metterle a confronto -perché possono benissimo coesistere per registrare opinioni e pareri differenti, di maggiore e minore gradimento-, ma terrei presente che la Pym “proviene” e “discende” dalla Austen: perciò la collocherei sicuramente nel firmamento delle scrittrici inglesi per definizione.

Poi, a mano a mano che conoscevo i suoi romanzi, la sensazione iniziale ha trovato una conferma sicura nella citazione esplicita di opere e personaggi di Jane Austen, e l’ipotesi è diventata reale. Anche se cento anni dopo, Barbara racconta la vita di signorine nubili e signore vedove intorno ad una canonica, con ironia e trame imbastite spesso su poco o niente.

Le sue vicende affatto eclatanti, le tranquille atmosfere di ambienti medio-borghesi, i pettegolezzi serpeggianti tra vedove e nubili signorine, la presenza costante di curati appetibili, sembrano ricreare il piccolo mondo antico di Jane Austen e soprattutto obbedire al consiglio dato da lei alla nipote Anna: quello di scrivere di ciò che si conosce senza imbarcarsi in grandi imprese impossibili:

 

Ora stai radunando i tuoi Personaggi in modo delizioso, mettendoli esattamente in un posto che è la delizia della mia vita; – 3 o 4 Famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per lavorarci su – e spero che scriverai ancora moltissimo, e li sfrutterai pienamente ora che sono sistemati in modo così favorevole[1]

 

Leggendo i giudizi di alcuni lettori i commenti non sono sempre entusiastici perché Pym non gode della stessa lucentezza di Austen, ed anzi incorre in quello che è il possibile rischio insito in una scelta monotematica, risultando a volte ripetitiva, monotona. Ed è per questo motivo che sarebbe necessario conoscere il più possibile la sua produzione narrativa per comprendere appieno il suo stile e il peculiare genere.

Quando la si incontra in Crampton Hodnet, si ha proprio l’impressione di un romanzo ben orchestrato, denso di personaggi interessanti e divertenti, che funzionano perfettamente accordati tra loro, il tutto sulla chiave di un misterioso luogo –Crampton Hodnet appunto- che funge da valvola di sfogo e origina la commedia degli equivoci attorno alla quale è costruito il bluff della storia. I personaggi sembrano usciti dalla penna di zia Jane: l’insopportabile signorina Doggett, la sua dama di compagnia Jessie Morrow, che non conta niente, Francis Cleveland, nipote della signorina Doggett, stanco della vita matrimoniale, e sua figlia Anthea, che invece sogna l’amore romantico. L’arrivo in questo monotono e composito ménage del signor Latimer, il curato scapolo, Barbara Bird, studentessa attraente, e Simon Beddoes subito affascinato dalla bella Anthea, dà vita a simpatici quadretti d’interni…

Ma Pym non è sempre frizzante come in questo romanzo corale; lo è sicuramente meno, in Tutte le virtù e in Qualcuno da amare dove un po’ delude: racconti semplici, lineari, circolari e apparentemente banali, in cui la scrittrice, con il suo ristretto ambito parrocchiale tra zitelle e curati, è ripetitiva, risulta leggermente pedante come loro, ma tutto sommato anche rilassante.

Nei due racconti citati, la vita di paese scorre rassicurante e immobile finché a movimentarla non arrivano nuovi personaggi. Cassandra, una donna giovane e graziosa, sa di possedere tutte le virtù, perché la gente non fa che ripeterglielo. Adam, il marito, un vero gentiluomo benestante che scrive poesie e qualche romanzo, le è devoto ma è assai egocentrico e leggermente pedante. Ma ecco l’imprevisto. Uno straniero alto e affascinante viene ad occupare una casa vicino alla coppia. Per fargli piacere Cassandra organizza un party di benvenuto. Lo straniero si innamora di Cassandra a prima vista e questo produce situazioni imbarazzanti, insidiosi pensieri e qualche pettegolezzo ma poi, nella migliore tradizione della Pym, tutto finisce bene e la virtù trionfa.

Harriet Bede sa come prendersi cura dei curati della sua parrocchia per i quali è molto più che ospitale con calzini e sciarpe fatte a maglia e ottime cene. La sorella Blinda coltiva invece da trent’anni un amore impossibile per l’arcidiacono, che, sposato a una donna intrigante e ambiziosa, non disdegna talvolta di scaldarsi al tranquillo calore dell’affetto di lei. La vita in paese: un bibliotecario incline tanto ai libri quanto alle pinte di birra e un vescovo di un’esotica diocesi africana ansioso di accasarsi.

Il fatto è che spesso la corrispondenza si percepisce dalle atmosfere e dallo stile, da qualcosa di impalpabile che caratterizza i due tipi di scrittura, diversi eppure appartenenti alla stessa matrice originaria, forse allo stesso tipo di humour.

Le Donne eccellenti della Pym, devote e virtuose, non saranno quelle di Jane Austen -perché siamo più avanti con gli anni e il tipo di società di cui si parla-, ma la tagliente ironia è la stessa e a volte fa capolino e costringe ad un sorriso complice. Identico è anche il pudore -che adoro- con cui si parla d’amore: senza svenevolezze e languori. Si può essere eccellenti anche con una vita semplice; che poi la vita semplice non è mai…

Si tratta di una commedia romantica dal gusto dolce-amaro perché lascia intendere come il matrimonio non sia necessariamente il sogno e la meta di tutte le donne, o almeno non di Mildred che raggiunge lo stesso una realizzazione, ha una vita “piena”.

Siamo in un’epoca molto diversa da quella in cui scriveva e ambientava i suoi romanzi Jane Austen: nella Londra postbellica, all’inizio del femminismo e alla fine del colonialismo, in questo suo la Pym offre attraverso un umorismo derisorio e leggermente perfido una critica sociale che al tempo stesso illumina e intrattiene, prendendo di mira proprio gli stereotipi e i luoghi comuni.

Ma le lapidarie sentenze professate da miss Lathbury in fatto di nubilato sono sicura che avrebbero trovato d’accordo anche zia Jane: ‹‹Io non mi sono sposata, ecco forse un motivo di felicità, o di infelicità prontamente evitato››[2]. Modesta e autoironica, non si faceva illusioni sul proprio ruolo sociale: ‹‹Sono una donna che nei momenti delicati prepara sempre una tazza di tè››[3].

Con la lettura di Jane e Prudence tutte quelle che all’inizio appunto potevano sembrarmi impressioni soggettive, hanno ricevuto una prova oggettiva ed è stata la stessa Pym ad offrirmela. A questo punto le coincidenze non sono risultate solo nominative: la coprotagonista di questo romanzo infatti si chiama Prudence Bates, è nubile e viene spesso chiamata “Miss Bates” con il seguente commento esplicativo:

 

A Prudence non piaceva essere chiamata signorina Bates; se assomigliava a qualche personaggio letterario, questo non era certo la povera sciocca signorina Bates, ma come altrimenti avrebbero potuto chiamarla la signorina Trapnell e la signorina Clothier?[4].

 

L’amicizia tra le due donne risale a quando Jane era tornata per un paio di anni a Oxford a insegnare, e Prudence era sua allieva. Ma le due non potrebbero essere più diverse: Jane, quarantenne, è un’accademica dal viso struccato e dall’abbigliamento dimesso, non se la cava troppo bene neanche nelle sue funzioni di moglie di un ecclesiastico; Prudence è al contrario bella, neanche trentenne, schizzinosa, vestita in modo squisito, ha un appartamento così elegante. Ha pure l’abitudine di preferire relazioni insoddisfacenti: l’ultima infatuazione è per il suo orribile capo, che neanche si accorge della sua presenza.

Quando la sua amica Jane cerca di combinare per lei un matrimonio, è questa stessa ad autoparagonarsi alla nostra Emma:

 

Forse Fabian e Prudence avrebbero potuto vedersi a Londra. Incominciò a progettare pranzi e cene per loro. Davvero, mi sento quasi come Pandaro, si disse, solo che questo sarebbe stato un corteggiamento e un matrimonio secondo le convenzioni. Fabian era vedovo, e Prudence nubile; non c’era neppure l’imbarazzo di un divorzio. No, ripensandoci, Jane decise di essere molto più simile a Emma Woodhouse[5].

 

In questo caso la Pym doveva avere non solo presente l’omonimo romanzo di Jane Austen, ma addirittura lo aveva ben aperto davanti agli occhi per attingervi a piene mani e così dichiaratamente.

Sempre ad Emma, o meglio alla sua propensione a combinare matrimoni, si ispira Dulcie la protagonista di Amori non molto corrisposti, che, come si può evincere facilmente dal titolo, non riscuoterà molto successo né per la sua amica Viola, né per sua nipote Laurel, sue coinquiline, entrambe invischiate con Aylwin, un uomo sposato che si sta separando. L’imprevisto quanto improvviso cambio di sentimenti di quest’ultimo, inopinatamente verso Dulcie appunto, è accostato, come a per trarne legittimazione, al finale di Mansfield Park, ed è proprio curioso che sia l’uomo a farlo:

 

Quanto al palese cambiamento di sentimenti, si era ricordato del finale di Mansfield Park, quando Edmund si disamorava di Mary Crawford e cominciava ad amare Fanny. Per certo Dulcie conosceva bene il romanzo, e avrebbe capito. Che sorpresa sarebbe stata, soprattutto per la sua famiglia e per Dulcie stessa, che l’aveva così spesso esortato a fare un matrimonio “sensato”, se, una volta libero, avesse proprio fatto un matrimonio del genere! Eppure era fedele al personaggio dopotutto[6].

 

Il resto delle affinità lo stabilisce l’impressione tutta soggettiva e personale di trovarsi a che fare con due scrittrici veramente divertenti e ironiche, di quelle che ti strappano un sorriso anche senza volerlo e senza alcuno studio per risultare simpatiche, men che meno per produrre battute. Unica accortezza: prestare attenzione anche al più piccolo particolare e non tralasciare alcuna parola o dialogo, perché proprio lì può nascondersi una trovata o un’arguzia esilarante. Il che capita leggendo sia l’una sia l’altra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Jane Austen, Lettere, trad. Giuseppe Ierolli, edizioni ilmiolibro.it, Roma, 2011, L. 107 di venerdì 9-domenica 18 settembre 1814, p. 404.

[2] Barbara Pym, Donne eccellenti, trad. Bruna Mora, Milano, edizioni Astoria, 2012, p. 119

[3] Barbara Pym, Donne eccellenti, cit., p. 213

[4] Barbara Pym, Jane e Prudence, trad. Lidia Zazo, Milano, edizioni Astoria, 2015, p. 33.

[5] Barbara Pym, Jane e Prudence, cit., p. 95.

[6] Barbara Pym, Amori non molto corrisposti, trad. Bruna Mora, Milano, edizioni Astoria, 2014, p. 253.

 

Buon compleanno Louisa

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Il 29 novembre,  “il mese più triste dell’anno”, come , l’ebbe a definire la stessa Louisa, ricorreva il suo compleanno (e quello di suo padre).

Ormai sappiamo che Louisa non era l’autrice tanto buona e cara che per decenni è stata considerata per aver scritto romanzi per ragazzi infarciti di insegnamenti morali ed edificanti sentimenti.

O meglio, non è solo quello, perché Louisa aveva ben sperimentato nella sua vita, da ragazzina specialmente, che solo di filosofia e pedagogia non si poteva campare e in lei finirono per convivere l’ardore per gli ideali del padre e lo spiccato senso pratico della madre. Ecco perché Louisa era capace di comporre una storia strappalacrime natalizia con la stessa credibilità di un racconto di terrore: tutto purché potesse scrivere ma anche guadagnare. Le due cose in lei procedono di pari passo.

La stessa persona era capace di scrivere:

Uno degli aspetti più dolci del dolore e della sofferenza è che ci mostrano quanto siamo amati, quanta bontà c’è a questo mondo, e quanto poco basta per rendere ugualmente felici gli altri quando hanno bisogno di aiuto e di comprensione (Jack e Jill)

e dichiararsi tentata, mentre stava terminando I ragazzi di Jo, di concludere il racconto

con un terremoto che ingoi Plumfield e tutto il vicinato nelle profondità delle viscere della terra cosicché nessun giovane Schliemann riesca più a trovarne nemmeno le tracce.

Quindi non mercenaria o arida calcolatrice, quanto scrittrice pragmatica, incarnazione dello spirito americano, sensibile al momento giusto e straordinariamente moderna per aver saputo cogliere in anticipo temi come l’infelicità domestica e la ribellione femminile.

Louisa May Alcott è una  scrittrice realista per eccellenza, che racconta storie vere, non favole, e insegna a vivere senza rinunciare ai sogni impartendo da 150 anni -tale è l’anniversario che ricorre quest’anno dalla pubblicazione del sempreverde Piccole Donne avvenuta nel lontano 1868- la sua straordinaria lezione di umanità:

Io non ho paura delle tempeste perché sto imparando come governare la mia barca.

La voce del vento. Amanda Foley

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Inghilterra 1882. La giovane Kitty Reed, sopravvissuta a un naufragio, trascorre le giornate nella dimora estiva di famiglia che condivide con l’eccentrica zia Lavinia. Animata da mille progetti, una sera a un ballo incontra Richard, duca di Lansbury, un uomo più vecchio di lei, ma molto affascinante che le fa ritrovare la voglia di amare. Ma la felicità ha il suo prezzo, soprattutto quando si custodisce un segreto che inevitabilmente emerge, in un gioco crudele. Affrontare il passato una volta per tutte, le servirà a comprendere che nella vita è possibile realizzare sogni e ideali solo se ci guardiamo dentro e comprendiamo chi vogliamo essere.

Questa volta Amanda Foley si racconta un’intensa storia d’amore ambientata nel tardo Ottocento. Senza lasciare nulla al caso, la storia romantica principale che pure costituisce l’ossatura del racconto, si arricchisce  di temi sociali trattati.: la disuguaglianza tra i ceti, l’istruzione, lo status di inferiorità della donna, il matrimonio come mezzo di sopravvivenza. Se Kitty è una ragazza affatto frivola ma anzi sensibile alle ingiustizie che subiscono i più deboli, è anche una donna bisognosa d’ amore e passione. Insidiata dal villain della situazione in una serie di colpi di scena, saprà difendere la propria virtù grazie agli insegnamenti preziosi di zia Lavinia?

Se sì, e come, è tutto da scoprire in una lettura avvincente e piacevole.

Per un’autrice che non conosce la banalità, è un’altra prova di scrittura emozionante e originale che brilla tanto sui personaggi principali quanto su quelli secondari.

Lo consiglio!

 

Fantasmi a Northanger Abbey

Fantasmi a Northanger Abbey di [Romagnoli (curatrice), Antonia]

Cosa c’è di meglio, in vista delle imminenti festività, che sedersi accanto al fuoco ad ascoltare storie? Uno per ogni sera, i dodici racconti qui raccolti, scandiranno il periodo natalizio rendendolo ancora più emozionante e avvincente.

Il gruppo Regency & Victorian vi invita di nuovo a vivere un magico Natale in pieno clima austeniano, rendendo omaggio alla grande Autrice attraverso i suoi immortali personaggi.
Antologia curata e coordinata da Antonia Romagnoli.
Racconti di: Gladys Dei Melograni, Antonia Depalma, Patrizia Ferrando, Amalia Frontali, Elena Grespan, Cassandra Lloyd, Emanuela Locori, Arnaldo Lovecchio, Lisa Molaro, Pietro D’Onghia, Francesca Prandina, Antonia Romagnoli, Danila Sciacca, Federica Soprani, Susy Tomasiello, Matteo Zanini.

Gloucestershire, 1813

Le feste natalizie trascorse in un’antica dimora, cupa, misteriosa, piena di ombre. Quale occasione migliore per sedersi attorno al fuoco e raccontare storie di fantasmi?
È quello che accade a Northanger Abbey, ora appartenente a Mr. E Mrs. Tilney, quando per mettere a tacere un ospite un poco spaventato da veri fantasmi, i due coniugi sfidano i loro amici a narrare ciascuno un racconto di spettri.
Le dodici notti di Natale diventano così altrettante novelle, declinate secondo l’indole e le esperienze dei personaggi narranti, mentre nell’abbazia inquietanti apparizioni muovono i loro passi all’insaputa di tutti. O quasi…

Una Lady nella campagna inglese

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Edith Holden (1871-1920) fu insegnante, illustratrice e naturalista inglese, delicata autrice dei due libri “The Country Diary of an Edwardian Lady” e “The Nature Notes of an Edwardian Lady”, entrambi pubblicati postumi. In questa narrazione, Sara Staffolani, studiosa che avete già avuto modo di apprezzare grazie alla biografia di Jean Webster e a quella di Emily Brontë (entrambe in promozione!), ci guiderà attraverso gli avvenimenti della sua vita, interamente dedicata alla scoperta continua della natura, alla difesa degli animali e all’insegnamento del disegno; ci porterà fra i luoghi e le leggende dell’Inghilterra e dell’amata Scozia; ci lascerà immergere nell’incanto della campagna, tra api e ramoscelli di caprifoglio, sentieri e cespugli di mirtilli…


Sara Staffolani, “Una Lady nella campagna inglese. Vita e opere di Edith Holden”, coll. Windy Moors, vol. 20, flower-ed 2018 (ebook e cartaceo). In uscita venerdì 16 novembre.

Il Prezzo della Sposa di Amalia & Amaryllis

 

Il Prezzo della Sposa (Saga della Sposa Vol. 1) di [Frontali, Amalia, Medlar, Amaryllis L.]

Frutto di un singolare connubio letterario e definito dalle stesse autrici, un romanzo corale epistolare, Il Prezzo della Sposa è un complesso reticolato affascinante come il gioco degli scacchi.

Esso inaugura la Saga della Sposa: una serie di romanzi epistolari a narrazione corale che accompagnano i numerosi personaggi, nella loro evoluzione personale e familiare, per tutta la seconda metà del XIX secolo, fra i fasti dell’Impero Russo, la notte artica di Svezia, le danze sfrenate della Puzsta, passando per la perfida Albione, fino al selvaggio West.

E rimane il più esaltante, perché da esso si sviluppano i nuclei tematici principali e la portata dell’opera trova compiuta espressione.

Nel 1870 i destini di tre famiglie s’incrociano in una tenuta non lontana da San Pietroburgo. La giovanissima Ann di Salmis, nobile svedese e provetta scacchista, stringe un’amicizia indesiderabile con il calmucco Ivan Orchadev, figlio ventenne di una famiglia di mezzadri dei Principi Kuragin.
In una narrazione epistolare corale, che esplora la polifonia dei carteggi privati fra vari membri delle tre famiglie protagoniste e di altre disseminate per l’Europa, la storia di Ann e Ivan, una partita a scacchi dopo l’altra, si dipana negli anni, affrontando gli ostacoli delle differenze di censo e della disapprovazione familiare e sociale. Li incontriamo bambini e non possiamo non innamorarcene.
Originale l’ambientazione e il modulo narrativo che sposa il genere epistolare alla tradizione del gioco degli scacchi per corrispondenza. Ciascun personaggio svela se stesso e gli altri in un gioco di specchi rifrangenti la propria immagine o la propria interpretazione dei fatti. L’incastro di date e rapporti epistolari non è solo ben riuscito ma avvincente.

La lettura si è rivelata quindi una complessa ed elegante partita a scacchi, giocata in più mosse e da più giocatori. Prova di intelligenza e di forza silenziosa.