Archivio | marzo 2022

La nostra casa sull’Adriatico

La nostra casa sull’Adriatico

Una scrittrice inglese nelle Marche dopo l’Unità (1873 – 1885)

Margaret Collier

L’impatto tra la cultura metropolitana del paese più industrializzato del mondo e quella rurale di Torre San Patrizio, provincia di Fermo, fu avventuroso e pieno d’imprevisti.

E non fatichiamo a crederlo, quand’anche si trattasse della seconda metà dell’Ottocento: il divario doveva essere veramente notevole e incolmabile. L’entroterra fermano custodiva un mondo analfabeta, contadino, legato alle superstizioni più alla religione bigotta, alla semplicità più rustica e rudimentale che poteva solo far inorridire la figlia di un conte abituata alle rigide regole da salotto.

 

La cappellanìa si chiamava San Venanzo ed era in cima a una collinetta da cui si godeva un favoloso panorama, dai Sibillini all’Adriatico, dal monte Conero al Gran Sasso…   Margaret vi arrivò su un carro ornato di bei disegni a vivaci colori, tirato da una coppia di buoi bianchissimi, dentro il quale era stata legata una sedia impagliata: le strade non consentivano il passaggio di carrozze a cavalli. Il bell’italiano ch’era suo marito, allora tenero e innamorato, aveva sistemato un po’ la diroccata canonica tenendo presente la predilezione della giovane sposa per il bianco: bianchi erano i due cavalli da sella dell’Erzegovina, bianchi i grandi cani pastori dei sibillini, dal lungo pelo, che facevano da guardia; bianco il gatto angora e bianchi i tacchini, le oche, i conigli, le galline livornesi; e bianchi i fiori, il gelsomino arrampicato sui muri, i giacinti i narcisi e le violacciocche nelle aiuole, le yucche dagli alti fusti, l’acanto nel boschetto e sotto le siepi. Innamorata ma sempre implacabilmente inglese, Margaret si dette molto da fare per trasformare una cappellania marchigiana in qualcosa che somigliasse a una residenza britannica di campagna; ed essendo riuscita solo a metà, il risultato era singolare e pieno d’incanto.” (dalla Introduzione di Joyce Lussu).   

Innegabilmente i giudizi poco lusinghieri sulla gente del posto dispiacciono a chi tutt’oggi abita queste parti mentre ci si consola che l’incanto dei luoghi e del panorama sia immutato e condiviso.

Dagli Appennini incappucciati alle variopinte vele dei pescherecci che si intravedono giù nell’Adriatico, la vista dal paesino di Torre San Patrizio è fonte di indiscutibile fascino.

Ancora più attraenti del mare erano per me le montagne coperte di neve all’orizzonte opposto: la catena chiamata di Sibillini; già roccaforte di banditi, che si stende verso ponente del Monte Vettore con la sua sagoma ardita oltre il San Vicino dalla forma a cono. … Le montagne in lontananza hanno una vaga suggestività e un fascino che non mi so spiegare. Mi sembra che aprano uno sfondo su qualche mondo nuovo e luminoso – un Paradiso di cui si ha nostalgia…

Sono anche spassosi i resoconti delle gite fuori porta tra cui colpisce una sorprendente arrampicata sul Monte Vettore e la passeggiata a Macerata, nonché il soggiorno arrangiato al mare.

Molto interessante è lo spaccato di vita dell’epoca, curiose le tradizioni e le usanze riportate, alcune sorprendentemente analoghe a certe odierne. Modi di dire e di fare della popolazione non possono non farci sorridere. Con minore snobismo il lettore può spassionatamente ammettere l’essere definiti teatrali, prodighi di titoli, un po’ bugiardi, etc.

I contadini sono cortesi e nelle mie passeggiate non ne ho mai incontrato uno che non mi salutasse: “Buon passeggio, Signora Marchesa”, o “Principessa” perché sono prodighi di titoli. La mattina, il saluto appropriato è “Fate buon pranzo”; e incontrando un bambino “Non gli nuoccia”, forma abbreviata della frase “Non gli nuoccia l’invidia”. Trovai difficile il dialetto, finché scoprii che b, v, r, l, o, u sono scambiabili…

Biografia della scrittrice. 

Margaret Collier nasce nel 1846, nella Londra vittoriana, da Sir Robert Collier, alto magistrato e Consigliere dell’Ammiragliato di “Gran Gabinetto” e da Isabelle Rose. La sua famiglia appartiene al settore non conformist del popolo britannico ed è solita ospitare, nel proprio salotto, intellettuali e politici progressisti del calibro di Thomas Huxley, famoso scienziato, Sir Maountstuart Gran Duff, gentiluomo scozzese al servizio della Regina, Bertrand Russel e Virginia Wolf. Margaret cresce con una cultura raffinata e vivace. Liberale, anticlericale e femminista, ama particolarmente scrivere e pubblica, su riveste letterarie inglesi, diversi racconti, ambientati in Italia. Il 19 aprile del 1873, sposa l’Ufficiale Garibaldino, Arturo Galletti e si trasferisce dalla Londra vittoriana, a Torre San Patrizio, cittadina dell’ex Stato Pontificio. La passione per la scrittura non la abbandona e racconta la sua vita, nella provincia italiana all’indomani dell’Unità d’Italia, nel libro “La nostra casa sull’Adriatico” che verrà pubblicato con successo nel 1886. Nel 1887, pubblica un romanzo in due volumi intitolato “Babel”; nel 1891 pubblica il racconto “The School of Art”, sotto lo pseudonimo di Isabel Snow. Alcuni suoi manoscritti inediti sono, tutt’ora, conservati dagli eredi. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel Devon, ove fece ritorno dopo la fine del suo matrimonio con Arturo Galletti. Muore nel 1929.

http://www.comune.torresanpatrizio.fm.it/c109040/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idservizio/20009

https://fondoambiente.it/luoghi/villa-zara?ldc

Come sostenermi 🌸:

🌼 Sono affiliata di AMAZON se vuoi acquistare il libro direttamente da qui riceverò una piccola commissione che mi aiuterà nel mio lavoro, grazie. https://amzn.to/3CW38oE

☕ Puoi offrirmi un caffè/cappuccino simbolico QUI: https://ko-fi.com/rominaangelici71

Un’alleanza pericolosa

Un’alleanza pericolosa

Jennieke Cohen

Trad. Stefania Bertola

Oscar Mondadori – Vault

Le categorie in cui iscrivere questo romanzo indicate sul retro di copertina sono historical romance, murder-mistery regency austenesque, love-triangle.

Sicuramente sono pensate e pubblicizzate per promuovere il prodotto che tutto sommato evade un po’ di tutte queste definizioni senza soddisfarle per intero.

Ambientato nell’Inghilterra del 1817 in epoca Regency ammicca più che esplicitamente a Jane Austen citandone espressamente opere, personaggi e situazioni, nonostante gli ultimi due romanzi della scrittrice non fossero stati ancora pubblicati e quindi non fosse stata ancora rivelata la vera identità dell’autrice di O&P, S&S, Emma e Mansfield Park. Continui comunque sono i parallelismi stabiliti dalla protagonista, lady Victoria tra le proprie avventure ed eventuali situazioni analoghe viste e lette nei romanzi di Jane Austen.

Dopo un inizio faticoso mi sono trovata invischiata in un intreccio avvincente che verso la fine è diventato coinvolgente nello scioglimento del mistero sul vero cattivo della storia. Certo, in questo caso abbiamo a che fare con un vero e proprio criminale, che farebbe impallidire il villain di turno, Willoughby o Wickham che siano.

Le tranquille atmosfere di una placida vita di campagna con scambi di visite e chiacchiere da salotto sono superate da duelli, violenze, abusi e misfatti di ogni genere.

Accurata senza dubbio la ricostruzione storica e interessante l’approfondimento sul divorzio “ecclesiastico”.

Forse la storia è troppo vicina per epoca ai tempi di Jane Austen per poter rendere credibili i continui riferimenti alle sue opere. Per sua stessa ammissione l’eroina deve affrontare prove e difficoltà molto più movimentate e ardue rispetto a quelle prese a modello.

Una traduzione scorrevole anche senza citazioni rimarchevoli. Per tutte basti l’incipit:

Il sasso coperto di muschio cadde sulla pila di pietre con un tonfo sordo. Lady Victoria posò le mani doloranti sul ciottolo ruvido. Si pulì sulle cosce i palmi infangati, imbrattando i vecchi pantaloni di suo padre. Quando si cerca di salvare la vita a un gregge di pecore particolarmente indisciplinate bisogna fare die sacrifici.

Ce n’è abbastanza da far impallidire Miss Austen!

Sinossi
Lady Victoria Aston ha tutto ciò che potrebbe desiderare: una sorella maggiore felicemente sposata, il futuro della proprietà di famiglia assicurato, e la possibilità di perdere tempo gironzolando nei campi attorno a casa. Ma basta una notte per sconvolgere definitivamente la sua vita comoda e idilliaca. Suo cognato si rivela infatti un terribile mascalzone e adesso tocca a lei trovare un marito, o la sua famiglia perderà tutto. Armata solo di quello che ha imparato dai romanzi di Jane Austen, Vicky fa il suo debutto in società: ma nemmeno le parole della scrittrice sono in grado di aiutarla a capire se il meraviglioso e astuto signor Carmichael sia in realtà una canaglia; se il suo ex migliore amico, il bellissimo Tom Sherborne, sia più interessato alla sua dote o al suo cuore; né sono in grado di aiutarla a liberarsi delle attenzioni del lezioso signor Silby. Soprattutto, nei libri di Vicky non c’è nulla riguardo gli strani incidenti che iniziano a capitare attorno a lei. E che potrebbero non farla arrivare viva al giorno delle nozze.

Come sostenermi 🌸:

🌼 Sono affiliata di AMAZON se vuoi acquistare il libro direttamente da qui riceverò una piccola commissione che mi aiuterà nel mio lavoro, grazie.https://amzn.to/3JkY6Vl

☕ Puoi offrirmi un caffè/cappuccino simbolico QUI: https://ko-fi.com/rominaangelici71

Elizabeth Barrett Browning

Elizabeth Barrett che nacque nel 1806 a Durham e visse un’infanzia privilegiata con i suoi undici fratelli. Il padre aveva fatto fortuna grazie a delle piantagioni di zucchero in Giamaica e aveva comprato una grande tenuta a Malvern Hills, dove Elizabeth trascorreva il tempo andando a cavallo e allestendo spettacoli teatrali con la sua famiglia.

La vita di Elizabeth Barrett Browning (1806-1861) è una vita appassionata e appassionante, a cui non si può restare indifferenti ma anzi guardare con grande partecipazione emotiva. Come spesso ci capita di dire è essa stessa un romanzo ed è possibile conoscerla meglio insieme a Carmela Giustiniani e la sua biografia, l’unica esistente in italiano.

Il titolo è tratto da uno dei versi di Elizabeth Barrett Browning che è conosciuta con il cognome del marito quasi a identificarsi con lui perché il loro non fu solo un sodalizio d’amore.

Quella di Elizabeth Barrett e Robert Browning fu una storia d’amore straordinaria. La poetessa conobbe Robert quando aveva trentanove anni e trascorse con lui gli ultimi quindici anni della sua vita. Fu il periodo più felice e produttivo, in cui nacquero le sue poesie più celebri e il romanzo in versi Aurora Leigh, ma si trattò di una fase limitata rispetto all’intero arco della sua esistenza.

La biografia di Carmela Giustiniani  ripercorre tutta la vita, compresi gli anni che precedettero l’incontro con il futuro marito, della poetessa vittoriana: una donna della medio-alta borghesia, nata nel 1806 in Inghilterra, dall’intelligenza acuta e dal carattere non facile, relegatasi dapprima in una stanza in compagnia degli spiriti dell’immaginazione che nutrivano la sua poesia e poi finita audacemente a sostenere i moti per l’unità d’Italia a Firenze. Il testo è corredato di ritratti, foto di famiglia e di un frammento inedito di diario ritrovato in occasione delle ricerche per questa biografia.

Quello che mi ha colpito di Elizabeth Barrett è il suo smodato appetito di libri, oltre all’amore per la poesia.

Elizabeth, non ancora adulta, aveva già letto Milton, Shakespeare e Dante. All’età di dodici anni scrisse un poema epico e dopo il trasferimento a Londra con la famiglia che aveva subito un dissesto finanziario pubblicò una raccolta di versi che la rese una delle più popolari scrittrici del momento. Aveva già più di trent’anni.

Purtroppo non godeva di buona salute, anzi aveva problemi agli arti inferiori che la costringevano alla quasi immobilità e comunque alla reclusione in casa circondata solo da pochi amici e molti libri!

Leggere è parte della mia vita e soffro orribilmente quando non leggo – l’anima divora se stessa.

L’incontro con Robert Browning, anch’egli poeta, sconvolge la vita di Elizabeth. 

Mi avete toccata più nel profondo di quanto pensassi che perfino voi poteste. D’ora innanzi sono vostra per tutto.

Essendo il padre di Elizabeth fieramente contrario alle loro nozze, si sposarono di nascosto e fuggirono insieme a Firenze dove ebbero un figlio, Pen. A Firenze risiedevano in Piazza San Felice, in un appartamento a Palazzo Guidi che oggi è diventato il museo di Casa Guidi, dedicato alla loro memoria.

Fu una grande fautrice del Risorgimento italiano, che descrisse puntualmente, soprattutto gli avvenimenti del 1848-1849 in Casa Guidi Windows. Stimava molto Camillo Benso conte di Cavour e si rattristò per la sua morte.

Virginia Woolf le ha dedicato questa biografia intitolata al cane di lei, Flush.

È l’inizio dell’estate del 1842 quando Flush – un cucciolo di cocker spaniel di razza purissima, manto marrone tendente all’oro, coda folta, nessun ciuffo fuori posto – varca la soglia del numero 50 di Wimpole Street, a Londra, per essere regalato a una delle più grandi poetesse inglesi, la brillante e sventurata Elizabeth Barrett. Tra i due basta un’occhiata, un lampo di riconoscimento, perché nasca un’intesa. Finché, qualche tempo dopo, nella vita tranquilla di Flush entra un rivale: il poeta Robert Browning. Leggendo la corrispondenza di Elizabeth Barrett Browning, Virginia Woolf rimane così colpita dalle descrizioni che la poetessa fa del suo cane da decidere di dedicargli una biografia. Mescolando realtà e finzione, guizzi di umorismo e lampi di autentica poesia, Woolf ricostruisce la vita di Flush, che diventa non solo il racconto del rapporto unico e straordinario che si crea tra un cane e il suo padrone, ma anche un vivido ritratto della società vittoriana e un’acuta riflessione sulla natura umana, vista attraverso lo sguardo di un cane. E scopriamo così che a Virginia Woolf si addice lo straniante sguardo dal basso, del cane, che dal sottosuolo dei sensi, più che dall’empireo dell’intelletto, raccoglie la materia della propria visione.

Le sue poesie e la sua stessa vita cantano un inno all’amore

Come i bambini al sole, a mezzogiorno,
siedo al tuo sguardo, e tremano le anime
tra le felici palpebre, per l’inespressa,
intima, prodiga gioia. Vedi, nel dubbio
errai. E non rimpiango la colpa, ma
l’occasione che ci privò, anche per un
istante, della reciproca, benefica
presenza. Ah, tienimi vicino, proteggimi
tu, o amorevole colomba. E alle mie paure,
se tornassero, opponi sereno il forte cuore:
nella tua divina sicurezza trovino il nido
i miei pensieri, che, senza te vacillano
come implumi smarritisi nei cieli.

Come sostenermi 🌸:

🌼 Sono affiliata di AMAZON se vuoi acquistare il libro direttamente da qui riceverò una piccola commissione che mi aiuterà nel mio lavoro, grazie.

Flush: https://amzn.to/3JdNvvm

Vissi con le mie visioni: https://amzn.to/36fbonC

☕ Puoi offrirmi un caffè/cappuccino simbolico QUI: https://ko-fi.com/rominaangelici71

Fanny Price e Una ragazza fuori moda: Jane Austen e Louisa May Alcott a confronto

 

È la giovane America democratica quella in cui sono ambientati i romanzi di Louisa May Alcott, mentre quella descritta da Jane Austen è la vecchia aristocratica Inghilterra che deve fare i conti con l’incipiente ascesa di una nuova classe sociale, la borghesia. Non ha intenti dissacratori o accenti critici la pedagoga statunitense, a differenza della scrittrice inglese che, ignara ancora del perbenismo vittoriano, non esita a sbeffeggiare, fingendo acquiescenza, tradizioni e usanze del Vecchio Mondo.

Le due non si conobbero mai, non potevano conoscersi: l’una nasce nel 1775 a Steventon, l’altra a Germantown nel 1832, non solo cinquant’anni più tardi, ma a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, dalla parte opposta dell’emisfero. Entrambe appartenevano però a famiglie numerose, e avevano un particolare rapporto con il padre, che non ne limitava e soffocava le conoscenze, ma le promuoveva, le esortava a progredire e ad emanciparsi dal monopolio maschile della cultura.

Se Jane Austen faticò di più per imporsi nella società snob inglese come scrittrice, tanto da non poter firmare i propri romanzi se non in forma anonima e vederli pubblicati dopo i fortunati buon uffici del fratello Henry (che contrattava in sua vece con la casa editrice), Louisa May non conobbe freni alla propria produzione letteraria, che esercitò in racconti e romanzi e patrocinò da sé sola, senza bisogno di intermediari. Alla placida monotonia del cottage di Chawton, la Alcott oppose una vita dinamica e attiva traducendo in pratica gli ideali filantropici, democratici e femministi in cui intingeva l’inchiostro della sua penna, impegnandosi in prima persona come infermiera durante la guerra civile americana e spendendosi in mille lavori umili per aiutare la famiglia in ristrettezze economiche.

Entrambe erano animate da un notevole senso dell’umorismo, che affiora nelle loro opere, anche se forse quello americano suona meno caustico rispetto a quello inglese. Entrambe morirono giovani e nubili; se nei loro romanzi infatti si parla spesso di matrimoni e di famiglia, la loro esperienza personale dovette fermarsi alla condizione di figlia, sorella e di zia. Entrambe seguirono lo stesso principio ispiratore: scrivere di qualcosa che conoscevano bene. Così, per iniziare a scrivere, la Austen ritrae la vita di quel villaggio di campagna con tre o quattro famiglie, la Alcott prende ispirazione dalle proprie vicende e rapporti familiari.

Cover-MP-Bicentenary-199x300

Le somiglianze tra le due scrittrici, così lontane tra loro, non si fermano ai dati anagrafici, ma continuano nelle loro storie, nei personaggi della loro fantasia, nelle infiltrazioni autobiografiche interne al racconto. È inevitabile leggere delle sorelle March senza pensare alle sorelle Bennet, sia per le loro differenze sia per le loro analogie. L’argomento di sempre – il matrimonio – è guardato da differenti angolazioni: se per Mrs. Bennet è la principale (pre)occupazione, alla filantropica signora March questa è del tutto sconosciuta; l’attivo e generoso Rev. March poco somiglia all’indolente e ironico Mr. Bennet (diverso sia dal Rev. Austen che dal Rev. Alcott). Le sorelle, poi, stigmatizzano una determinata caratteristica femminile: nella rosa delle Bennet la bellezza di Jane ha il suo corrispettivo in quella di Meg; l’anticonformista Lizzie è abbastanza ribelle e indomita quanto Jo March e la superficialità di Lydia richiama la leziosità di Amy (corretta in tempo).Il parallelismo si fa stringente tra la storia di Polly Milton in Una ragazza fuori moda (di Louisa May Alcott) e quella di Fanny Price, protagonista di Mansfield Park (di Jane Austen): due ragazze di provincia prive di mezzi ma educate secondo i sani principi e valori tradizionali che veicolano in casa dei ricchi cugini di città, opponendo semplicità e rispetto a trattamenti non sempre dignitosi. Entrambe finiscono per innamorarsi del cugino, che nel caso di Polly è uno scavezzacollo spendaccione poi corretto, mentre, nel caso di Fanny, è apparentemente assennato e votato alla carriera ecclesiastica, ma fuorviato dal fascino intrigante della bella Mary Crawford. I prescelti quindi hanno bisogno di un percorso catartico di redenzione per essere all’altezza della superiorità morale della cugina virtuosa.

La Fanny Price di Jane Austen è spesso risultata antipatica, al contrario di Polly Milton che forse sa farsi volere più bene per il suo dinamismo, il suo darsi da fare, il rispetto della propria dignità. Per questo il finale di Mansfield Park soddisfa meno di quello tracciato dalla Alcott, anche se identici nel prospettare il matrimonio della brava ragazza con il ragazzo redento. In entrambi i romanzi interviene un rovesciamento della sorte a colpire le famiglie apparentemente felici perché benestanti: nella Austen lo scandalo è morale perché almeno due dei figli di sir Thomas (Maria e Tom) gettano disonore sulla famiglia a causa della loro natura traviata, mentre nell’equivalente americano il fallimento del sig. Shaw svela le buone qualità nascoste nei figli che la sventura esalta, invece di trascinare con la sua corrente. L’unica costante è la figura materna, la Lady di città relegata su un sofà o in camera a piangere sui suoi nervi, egoista e anaffettiva, che poco si è curata dell’educazione dei figli, coi risultati che si vedono.

Se Fanny Price viene allontanata dal mondo dorato di Mansfield Park per aver rinunciato alla proposta di matrimonio di un buon partito, Polly volontariamente prende le distanze dalla casa degli Shaw per fare ritorno a quella paterna: non è solo una variazione dell’intreccio, ma una conseguenza della diversa connotazione data al contesto familiare di provenienza della protagonista: di basso profilo morale quello della prima, di solidi e saldi valori quello di Polly. Quando quest’ultima ritorna in città, lo fa per andare a vivere da sola e guadagnarsi da vivere dando lezioni di musica; soluzione impensabile nel bel mondo della Austen, dove la povera Jane Fairfax (In Emma) è compatita da tutti per essere destinata a una professione simile per mantenersi da sola.

Diverse sono le prospettive: ben sapeva Jane Austen che le giovani donne inglesi avevano poco da scegliere, mentre la Alcott proiettava le sue connazionali a migliorarsi, per essere degne del nuovo destino che si schiudeva loro davanti. Entrambe intanto avevano realizzato il proprio, quello di scrittrici.

Come sostenermi 🌸:

🌼 Sono affiliata di AMAZON se vuoi acquistare il libro direttamente da qui riceverò una piccola commissione che mi aiuterà nel mio lavoro, grazie. https://amzn.to/3tPBoxJ

☕ Puoi offrirmi un caffè/cappuccino simbolico QUI: https://ko-fi.com/rominaangelici71

Miss Marjoribanks – Le cronache di Carlinford

Miss Marjoribanks – Le cronache di Carlingford

Margaret Oliphant

Elliot Edizioni

A condurmi verso questo libro è stato il citato paragone con Emma di Jane Austen più volte rilasciato dai numerosi giudizi sull’opera.

Nonostante sia frequente specchietto per le allodole, in questo caso l’accostamento è giusto e direi meritato non avendo mai trovato prima un’ironia che si avvicinasse così tanto a quella di Jane Austen. Anche il non detto in Margaret Oliphant fa sollevare il più arcigno sopracciglio.

Lucilla è un’eroina compassata, fredda e razionale, che assomiglia tanto nella sua piena coscienza di sé a Emma.

Questa è la prima impressione che si desume dalle pagine iniziali del romanzo; arrivati al termine, il ritratto che ne deriva è quello di una Emma molto più scintillante, “donna di mondo”, che organizza ricevimento e diventa influencer sociale, di una intera cittadina quale Carlinford.

Tanto che a questo punto i sottotitoli potrebbero essere diversi; l’eroina una, indiscussa.

Non era nessun vantaggio personale che Lucilla cercava, ma il bene del suo vicino nella manifestazione più sublime…

L’impresa poteva non essere libera da un tocco di vanità umana, ma era una vanità di un tipo più nobile: il piacere di esercitare una grande facoltà mentale e la naturale sicurezza del luminare nelle proprie capacità.

Tra dichiarazioni mancate e immaginate la reginetta di Carlinford si cimenta in varie imprese e rischia spesso di perdere il proprio autocontrollo e soprattutto il suo dominio incontrastato sulla comunità che la circonda.

Famosa per le sue serate del giovedì, Lucilla non manca occasione di sottolineare e ribadire il suo voto di dedizione verso il “suo caro papà” al quale ha votato appunto la sua giovinezza alla morte della madre.

Attorno a lei ruotano uno stuolo di presunti corteggiatori e personaggi di spicco galanti come Mr Cavendish, irriverenti come Mrs Woodburn, premurosi come Mrs Chiley, o anche solo amanti della buona tavola, ma anche, come in ogni storia (d’amore) che si rispetti la sua antagonista, il suo opposto, nel canto così come nella vita. Potremmo dire che Barbara Lake è la Jane Fairfax della situazione? No, direi di no, anche se le sue molte pose davanti allo strumento ce la richiamano molto.

Come Emma, il suo operato è apparentemente disinteressato ed estraneo a manovre personalistiche, il matrimonio è accantonato per seguire il proprio dovere, prima di figlia, poi di conservatrice dell’ordine. Ma come Jane Austen aveva capito alcuni decenni prima, è il matrimonio il grande dilemma che si pone dinanzi a ogni donna, anche se è una signora ricca e che pensa di bastare a se stessa.

Impagabili le massime di cui è costellato il testo a proposito del matrimonio per esempio:

molti uomini prima di lui avevano barattato il loro libero arbitrio a causa delle astuzie femminili.

Questo potrebbe essere un commento perfetto per la scena della dichiarazione di Mr Collins a Lizzie Bennet:

Non gli sovvenne che Lucilla non l’avrebbe mai sposato, anche se si fosse messo in ginocchio, ma forse sarebbe troppo chiedere a un uomo di pensarlo.

Credo che Margaret Oliphant avesse appreso bene l’esempio di Miss Austen quando nel suo articolo “Miss Austen e Miss Mitford” concernente la biografia redatta dal nipote James Edward Austen-Leigh, di lei scriveva:

…potremmo considerare, come abbiamo detto, un elemento di modestia da parte di Miss Austen il fatto di rinunciare a luci e ombre più decise, ma forse sarebbe meglio dire che era scrupolosa nella sua determinazione a descrivere solo ciò che conosceva, e che la natura aiuta la regola in questa curiosa limitazione. Di per sé, tuttavia, ciò getta una certa luce sul suo carattere, che non è semplicemente quello che appare a prima vista, ma è colmo di una sottile energia, di acume, finezza e riserbo, un carattere nient’affatto raro in donne di buona cultura, specialmente nell’isolamento della campagna, dove qualità del genere è molto probabile che siano sottovalutate o fraintese.

Sembrava già determinata a fare proprie alcune delle qualità che riconosceva nel genio di Jane Austen:

Miss Austen non si sorprende, non si offende, men che meno inorridisce o s’indigna, se i suoi personaggi rivelano un carattere volgare o meschino, se rendono evidente come siano egoisti e presuntuosi, o anche quando si lasciano andare a quelle crudeltà sociali di cui si rendono colpevoli così spesso gli egoisti e gli sciocchi, non senza volerlo, ma senza la capacità di rendersi conto del dolore che stanno infliggendo. Lei sta a guardare, si concede un sommesso mezzo sorriso, e racconta la storia con uno squisito senso del ridicolo, e con uno sferzante disprezzo, sia pure espresso sottovoce, per gli attori della vicenda. Simpatizza con chi soffre, ma non si può dire che sia davvero dispiaciuta per loro; li coinvolge inconsapevolmente nella sua percezione del sottinteso divertimento della scena, insieme a un sottile disdegno circa la possibilità che la meschinità, la follia e la stupidità possano davvero ferire una creatura razionale.

(Trad. G. Ierolli, jausten.it)

E in questa massima Mrs Oliphant ne dà ampia prova:

Il dolore ha i suoi privilegi e le sue dispense come altri grandi principi della vita.

Sinossi:

Lucilla Marjoribanks è una giovane donna con una missione: rientrare nella casa natale per occuparsi del padre vedovo e diventare “il sole che illumina sua vita”, che lui lo voglia o no. Con il suo arrivo, non solo la vita familiare ma anche quella sociale della quieta cittadina di Carlingford subisce una rivoluzione, grazie ai piccoli ricevimenti esclusivi che Lucilla organizza ogni settimana. Ottimista e intraprendente, mai preda del dubbio e perciò squisitamente leggera, la ragazza si dimostra un essere superiore da tutti i punti di vista, non ultimo nei suoi rapporti con gli uomini: la sua natura indomabile ridurrà le possibilità di trovare un marito? Oppure alla fine accetterà di sposare l’uomo sbagliato pur di evitare il rischio più grande per una donna dell’epoca, ovvero restare zitella? Personaggio mirabile della letteratura vittoriana, anello evolutivo mancante tra Emma di Jane Austen e Dorothea Brooke di George Eliot, intorno a Lucilla ruotano altri indimenticabili protagonisti di quello che lo scrittore George Gissing definì «un romanzo eccezionale», un ritratto arguto e dissacrante delle convenzioni che affliggevano (e affliggono in parte ancora oggi) i rapporti sociali.

Come sostenermi 🌸:

🌼 Sono affiliata di AMAZON se vuoi acquistare il libro direttamente da qui riceverò una piccola commissione che mi aiuterà nel mio lavoro, grazie.https://amzn.to/370SqBn

☕ Puoi offrirmi un caffè/cappuccino simbolico QUI: https://ko-fi.com/rominaangelici71