Archivio | maggio 2016

Louisa May Alcott. Un ricordo. di Lurabel Harlow, flower-ed, Roma, 2016.

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E’ davvero intenso e toccante il ricordo che ci ha lasciato Lurabel Harlow di Louisa May Alcott, perché intensa e toccante dev’essere stata la sua vita. Con rispettosa discrezione questa conoscente ripercorre le tappe più importanti della biografia della scrittrice americana collocando le opere nella giusta dimensione temporale e logica.

La Flower-ed era quanto mai predestinata a mettere il suo sigillo su questa opera inedita e pressoché sconosciuta in Italia, assumendosi il compito di schiudere questo piccolo fiore delicato e accogliere una scrittrice che intitolò la sua prima raccolta Flower Fables. Avverto una sorta di religioso riguardo nell’introduzione della curatrice e traduttrice Michela Alessandroni che dichiara espressamente il senso di questo omaggio.

Ovviamente il ricordo, come spesso accade, è patinato e avvolto di soli aspetti positivi, quasi idealizzati. Sono stati epurati dalla cronologia delle opere, tutti quei racconti gotici o dai temi scabrosi -che Louisa May pure scrisse per mantenersi e per contribuire al sostentamento della numerosa famiglia-, preferendo dare spazio e risalto alle storie basate sui buoni sentimenti e alla sua vocazione pedagogica.

La vita della famiglia Alcott non dev’essere stata facile sul filo dell’equilibrismo tra necessità materiali e speculazioni filosofiche-spirituali, ma certo è che fu caratterizzata da legami veri e da profondi affetti in cui è da ricercarsi l’ispirazione per Piccole Donne ma anche nella creazione di tutti gli altri personaggi ormai cari a tante generazioni.

Un breve ricordo, questo, intimo, una piccola gemma, da riassaporare più volte, per cogliere la dimensione personale, umana, di una donna, ancorché scrittrice.

 

Romina Angelici

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Un Harmony-Regency o un Regency-Harmony?

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Il libro è scritto molto bene (a parte qualche forma verbale ribelle), simpatiche le schermaglie amorose tra Sophie e l’ottavo conte di Maylon, anche se un po’ troppo tirate per le lunghe a mio parere. Si è cercato anche di arricchire l’intreccio con personaggi minori particolarmente caratteristici, come il duca coi suoi esperimenti chimico-scientifici e zia Pauline con l’occhiata che incenerisce. Georgette avrebbe tratto materia per tre o quattro romanzi dei suoi da tutte le vicissitudini di questo (che sembrano interminabili e talvolta scoppiano in un’inconsistente bolla di sapone). Se quindi a tratti l’autrice è riuscita a ricreare l’atmosfera, la conversazione, lo stile Regency, in altri eravamo proprio in pieno Harmony. Forse Georgette avrebbe sorvolato elegantemente sulle scene più piccanti e soprattutto avrebbe dotato i due di maggiore self-control, lei non avrebbe mai scritto ad esempio: “Fu per entrambi un bacio esplorativo”! ma anch’io ho apprezzato il potere rilassante e divertente di certe scene. Una lettura defaticante, come direbbe una mia amica.

Mary Barton

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Incontrare Mary Barton, in questa nuova pubblicazione delle Edizioni Croce appena uscita, è un’esperienza forte, è come scoprire una voragine di dolore e sentirsene non solo toccati ma travolti. E’ il dolore dell’esistenza che in quanto esseri umani sentiamo in noi connaturato e avere radici profonde proprio nella nostra stessa anima.

Il primo romanzo di Elizabeth Gaskell non è solo un romanzo sociale ma un dramma corale composto di tante singole tragiche storie i cui singoli protagonisti si stagliano con il loro eroismo su uno sfondo desolato.

Le etichette non esauriscono la portata di questo affresco di vita dell’Ottocento dove la contrapposizione di classe, operai vs padroni, non assume i toni della rivendicazione sindacale propagandistica ma una dura realtà da accettare come la condizione umana, con il sostegno della teleologia cristiana.

Le pagine sono profondamente segnate dal dolore che diventa esperienza catartica e totalizzante, motore e ispiratore dell’opera cui Gaskell si accinge per superare l’atroce sofferenza per la perdita del figlioletto di appena un anno. Disseminati lungo il racconto delle vicende di vendetta, di morte, di miseria dei suoi personaggi, palpitano commenti strazianti di chi ha una precisa consapevolezza e conoscenza del dolore. Sembra perdere tutta la sua compostezza l’autrice nell’amaro sfogo: “Ma ci sono sventure cui non si può sfuggire, che non hanno consolazione in terra. E di tutte le vacue, tristi, vuote frasi di falso conforto pronunciate da chi non vuole darsi davvero la pena di dividere le sofferenze altrui, quella che più mi esaspera è l’esortazione a mettersi l’animo in pace, “tanto non c’è più nulla da fare”. Ma credete che se ci fosse qualcosa da fare, qualcosa da sperare, io me ne starei qui, immobile, a piangere? Non credete che sarei già all’opera? Per questo piango: perché non c’è più nulla da fare. La ragione che mi si dà per non piangere è quella appunto per cui piango. Datemi più nobili e più vere ragioni per accettare la prova che il Padre Celeste mi ha mandato, e io cercherò con sincerità e fede di rassegnarmi. Ma non beffatemi, non beffate chi soffre, con la frase: “Non ti affliggere: tanto non c’è più nulla da fare” (p. 270). Qui non è più lei a parlare ma la madre straziata.

Il nucleo fondamentale dell’intreccio è la storia di Mary che dotata di una particolare bellezza viene contesa da due uomini: l’amico d’infanzia innamorato di lei da sempre e lo spavaldo signorotto, figlio di un padrone, che se ne è incapricciato. Basata su un impianto abbastanza ovvio e sviluppata anche attraverso espedienti narrativi piuttosto usati (quali la proposta di nozze dapprima rifiutata e poi ripensata) la vicenda si tinge di fosche tinte drammatiche nel momento in cui prospetta quelli che sono i rischi della mancanza di una figura di riferimento materna (la mamma di Mary muore quando lei è appena adolescente) e l’assecondamento della vanità femminile (Mary crede che con la sua beltà può aspirare a migliorare la sua posizione sociale). Le sporadiche apparizioni della zia Esther che si è ribellata ai consigli di modestia e morigeratezza della famiglia, ha seguito il suo seduttore ed è finita per la strada, valgono da continui avvertimenti sul baratro che può aprirsi a quelle ragazze rovinate che sono irrimediabilmente perdute.

Il finale però prevede un riscatto per tutti laddove Mary si riabilita con l’abnegazione di un amore coraggioso, ma solo in altri lidi può sperare in un futuro sereno. La morte intanto non ha fatto che mietere vittime riducendo alla stessa disperazione uomini che prima ancora di essere operai o padroni, erano padri e mariti. Applicare parole come il perdono e la fratellanza del messaggio cristiano alla feroce lotta protosindacale oggi risulta quanto mai utopistico ma nell’economia del libro sicuramente coerente e plausibile anche se a duro prezzo, e comunque non risolutivo.

Sicuramente il libro diventa un contributo ad una lettura diversa della contrapposizione sociale, pur nella consapevolezza dell’ineluttabilità dei contrasti e del divario insanabile.

Conferisce ulteriore pregio a questa edizione la illuminante introduzione del prof. Francesco Marroni che inscrive il tema affrontato nel romanzo, più nella morale che nell’industrializzazione e nei suoi smottamenti socioeconomici (p. XIII). La Gaskell sapeva bene che non era giusto condannare i più deboli ma non aveva considerato che il suo romanzo potesse essere scambiato “per un’opera di grave destabilizzazione sociale, tanto più pericolosa in quanto il punto vista dominante era quello di un operaio  che parlava e lottava a favore della causa sediziosa del cartismo” (p. XXVII).  La scrittrice “sapeva bene che non è giusto condannare i più deboli della società all’abbandono più degradante e alla miseria” (p. XVII) e secondo l’interpretazione gaskelliana  di derivazione agostiniana, “non può esistere il bene se non esiste il male” (p. XIV). Il finale pensato per i lettori vittoriani prospetta una visione rassicurante di Mary e Jem emigranti in Canada, ma la vera tragedia pubblica e privata è quella  incarnata da John Barton che trova la morte sotto il cielo plumbeo di Manchester.

L’Amaryllis fiorirà – Episodio n. 3

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Anche dopo aver letto l’episodio n. 3 della serie, sono ancora dell’idea che sia scritto molto bene.  Mi rimane un po’ fastidioso il ricorso al flashback ma penso sia un limite mio e devo riconoscere invece che la collocazione temporale che è stata data della storia, in medias res, consenta uno svolgimento dei fatti agile ma coerente.

Mi conquista la spigliatezza con cui l’autrice maneggia il canovaccio originale e lo riscrive in chiave moderna, intavolando per esempio una discussione su qualità e difetti e trovando anche il modo di introdurre sapientemente le sue conoscenze in psicologia. Le parti che preferisco sono proprio le riscritture di momenti fondamentali diventati storici di O&P.

Inserti e adattamenti moderni continuano ad essere convincenti; le peculiarità caratteriali dei personaggi sono congruentemente declinate e riadattate secondo tempi e mentalità attuali: per fare un esempio l’occasione mondana di ritrovo è costituita dal festeggiamento del capodanno a Londra, lo sfoggio di talento artistico di Maria è sostituito dalla recita dei versi della Divina Commedia di Dante, il massimo dell’erudizione italiana.

Certo avrei evitato citazioni un po’ troppo ardite: quella anni Ottanta di Holli e Benji come esempi di azioni calcistiche inverosimili, e ancora di più, l’attualissima saga di Assassin’s  Creed.

Non nascondo che in alcuni casi il mix improbabile tra personaggi come Frederick Wentworth e Cristoforo Brandoni a bordo del “battello dei  cuori infranti” diventa esilarante, anche se considero impegnativo voler gestire quasi tutti i personaggi dei sei romanzi di Jane Austen.

Trovo petulante il ricorso eccessivo a termini inglesi e anche la compresenza con lo spagnolo, poco coerenti con l’italianizzazione che invece si vuole dare alla versione di Orgoglio e Pregiudizio.

Rimane una trovata interessate aver dato a questo capitolo della storia un’impronta caratteristica: l’esemplificazione di espressioni e situazioni attraverso la citazione di quadri famosi.

Bellissima la rielaborazione della fatidica prima proposta di Darcy: «Ho lottato invano, ma non è servito a niente. Mi arrendo, hai vinto tu! Ti dirò finalmente quel che vuoi sentirti dire» che sembra essere stata estorta a forza da una sbalordita Elisabetta e chiude l’episodio con la giusta dose di suspense.

L’appendice di approfondimento psicologico non era necessaria ma sarebbe molto intrigante proseguire il discorso secondo cui le eroine di Jane Austen non siano altro che proiezioni di ciascun suo singolo aspetto caratteriale. Va tutto bene finché la protagonista è una ma nel caso di Ragione e Sentimento devi aiutarmi, Autrice: quale sarebbe secondo te il lato caratteriale di Jane Austen: il lato-Marianne o il lato-Eleonor? Forse entrambi?

 

Romina Angelici

Cenni biografici – Louisa May

Louisa May Alcott (nella foto) nasce il 29 novembre 1832 a Germantown in Pennsylvania, seconda di quattro sorelle: Anna, Beth e May. Suo padre è il pedagogo Amos Bronson Alcott e Louisa cresce respirando i principi di puritanesimo e positivismo del circolo filosofico domestico: frequentano casa sua  David Thoreau, Margareth Fuller, Nathaniel Hawtorne, Ralph Waldo Emerson.

Ma non è giusto dire che si nutre solo di filosofia ed ideali perché dalla madre, Abigail May Alcott (una delle operaie pagate in Massachussetts) ha ereditato senz’altro il pragmatismo e l’emancipazione che la guideranno già adulta nelle battaglie sociali, in particolare quella per il diritto di voto alle donne.

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Louisa fa di tutto per aiutare la famiglia che dal 1850 si è trasferita a Boston e si trova in ristrettezze: lavora come ricamatrice, governante, infermiera e domestica. Nel frattempo continua a scrivere e ad abbozzare progetti di scrittura; ha già raccolto poesie e racconti in una raccolta Flower Fables (Fiorita di favole).

Nel 1858, dopo che gli Alcott hanno acquistato Orchard House a Concord (Massachussetts), muore la sorella Beth. Durante la guerra civile parte come infermiera volontaria e dall’ospedale in cui è ricoverata per il tifo, invia lettere alla famiglia in cui narra spaccati di vita vissuta al fronte: Hospital Sketches sono fatti pubblicare dal padre sul giornale Commonwealth rendendola popolare. Riprende così a scrivere Moods(Capricci) il suo primo romanzo che in precedenza era stato rifiutato dagli editori. E’ solo 4 anni più tardi, dopo un viaggio in Europa come dama di compagnia e la storia d’amore con il musicista Ladislav Wisiniewsky (il Laurie di Piccole donne), che pensa di portare sulla carta i ricordi di gioventù in famiglia. Nel 1868 nascono Piccole donne (sette mesi più tardi ne scriverà il seguito) che rivelano alla stessa autrice non solo un’inesauribile fonte d’ispirazione nella propria realtà familiare, ma la sua stessa vocazione didascalico-pedagogica, vocazione che coltiva dirigendo un settimanale per ragazzi e allevando nipotini. Nel Sacco della zia Jo troviamo poi una miriade di racconti raccolti in più volumi nati da una fervida fantasia ma anche da una vocazione innata per l’insegnamento.

Oltre al ciclo  relativo alla famiglia March (Piccole donne 1868, Piccole donne crescono1869, Piccoli uomini, 1871, I ragazzi di Jo 1886) figurano nella sua bibliografia romanzi di analogo intento didascalico (Una ragazza fuori moda 1870, Gli otto cugini e Rosa in fiore1875-76, Sotto i lillà, Jack e Jill incontro alla vita 1878-1880) ma anche romanzi che si discostano dal filone precedente come i titoli lasciano facilmente indovinare: Un moderno Mefistofele (1877), Una donna di marmo o il Misterioso modello (1865), Un lungo fatale inseguimento d’amore, Furori Trascendentali.

Louisa Alcott muore il 6 marzo 1888 senza sapere che suo padre è morto da due giorni, ed è sepolta nel cimitero di Concord, lo Spleepy Hollw accanto a Thoreau, Hawtorne ed Emerson.

La famiglia Alcott assomiglia molto alla famiglia March: Meg, Jo, Beth ed Amy March sono molto simili ad Anna, Louisa, Elisabeth e May Alcott; ma si possono ravvisare analogie anche con la famiglia Lamb che in Furori trascendentali è alla ricerca di un modello di società nuovo, oppure con la semplicità dei valori recati da Polly, Ragazza fuori moda in casa dei cugini di città.

Nel primo romanzo (Moods) –il più amato dall’autrice-  temi come il matrimonio, l’amore, la famiglia, non sono vissuti positivamente dalla protagonista ma in modo problematico e conflittuale tanto da attirare l’attenzione di Henry James che lo commentò con una nota. Un lungo fatale inseguimento d’amore si discosta totalmente dalla restante produzione per incarnare il tipico esempio di romanzo rosa, con la classica dicotomia del cattivo che insegue la bella ed i colpi di scena i travestimenti, gli inganni, le fughe, nell’intento di mantenere sempre desta l’attenzione del lettore.

Piccole donne, oltre ad essere il più famoso romanzo scritto dalla Alcott, è anche il più rivoluzionario per la semplicità dei temi trattati e per il fatto di avere delle protagoniste femminili ordinarie, in un momento storico in cui dal punto di vista sociale e letterario contavano solo gli uomini. Ne sono stati tratti due film uno del 1949 di Mervyn LeRoy con una giovanissima Elizabeth Taylor nei panni della vezzosa Amy e uno nel 1994 dal regista Gillian Armstrong con Winona Ryder (Jo) e Susan Sarandon (la signora March), ma anche cartoni animati e un musical tutto italiano ideato da Tonino Pulci (2001).

E’ un romanzo sempre attuale, che generazioni di ragazzine che si affacciano alla vita adulta, mettono nel proprio bagaglio per armarsi di tenerezza e lealtà, e che anche  ad una età maggiore, da prospettive diverse, acquista sfumature e significati nuovi.

Romina Angelici