Archivio | giugno 2019

Quaderno di viaggio e Borsa da viaggio di zio Jo

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Il piccolo prezioso volume Quaderno di viaggio firmato dalle Edizioni Jo March si presenta già alla prima impressione un compagno inseparabile e sincero che è il risultato di una sinergia davvero vincente.

La copertina è opera delle ragazze di Pemberley Pond, la traduzione si deve a Raffaella Cavalieri e la pubblicazione alla coppia formidabile di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci. Insieme hanno dato vita a un progetto molto interessante: non solo un delizioso quaderno dove appuntare luoghi da visitare e viaggi fatti ma uno scrigno contenente una perla rara: un vero e proprio documento storico costituito da estratti de Il viaggio in Europa. Appunti e consigli per le donne di Mary Cadwalader Jones.

 

Quanto scritto da Mary Cadwalader Jones -tra l’altro cognata di Edith Wharton- non è solo un manuale di consigli pratici sui viaggi intrapresi da donne americane in Europa ma un campionario di usanze e costumi in voga al tempo (1900) in cui le ignare signore avrebbero dovuto barcamenarsi per la buona riuscita delle loro vacanze.

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Consigli di etichetta su come comportarsi, esortazioni all’adattamento agli usi locali, istruzioni pratiche su bagagli e indumenti (scarpe basse e biancheria resistente), e il kit minimo di oggetti da portare sempre con sé (un ventaglio, un coltellino, un set da cucito), tra cui fa sorridere l’invito a lasciarsi alle spalle i comfort di casa e la noiosa tendenza a fare paragoni con quanto è familiare:

 

A costo di sembrare indelicata, cosa che certamente non intendo essere, devo iniziare col dire che se i viaggiatori non saranno pronti a lasciarsi i propri pregiudizi nazionali dietro le spalle e a vedere tutto ciò che caratterizza ed eccelle in un paese straniero, senza trovare difetti in ciò che non è a noi comune, faranno meglio a restarsene a casa.

 

Sembra di essere in procinto di partire, di aggirarsi tra bauli e borse da viaggio più o meno comode, elargire piccole mance per assicurarsi un trattamento indulgente, scegliere con oculatezza le proprie compagne di viaggio e un buon itinerario delle cose da vedere, e rivolgere la parola agli estranei solo per il tempo necessario della traversata. Dietro a ogni sensato consiglio e sopra a tutte le sapienti considerazioni formulate, rimane tacita e non detta, l’ovvietà di un’esperienza che in ogni caso ripagherà di tutti i sacrifici e le scomodità patite perché il viaggio in Europa rappresenta da sempre il viaggio della vita.

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Il pensiero è andato a una viaggiatrice illustre come Louisa May Alcott che addirittura qualche decennio prima di questo prontuario di viaggio, spericolata e intraprendente, solcava l’Oceano per approdare nella tanto sospirata, cara vecchia Europa.

Come Jo March avrebbe sopportato la bisbetica zia, anche Louisa accettò di partire come dama di compagnia di una signora benestante ammalata, Anna Weld, figlia di un commerciante.

 

Nella primavera del 1865 Louisa e la sua compagna salparono infatti dalle Americhe e, dopo aver attraversato l’immenso oceano, approdarono a Londra, prima sosta dopo il lungo viaggio, in agosto.

Cercarono un clima più mite verso il lago di Ginevra, in Svizzera, stabilendosi nella cittadina di Vevey dove Louisa conobbe Ladislas Wisniewski, un giovane polacco con il quale fece romantiche gite sulle montagne e sul lago contrariando la sua datrice di lavoro. Dopo aver trascorso due settimane con Laurie a Parigi, Louisa dovette rientrare nei ranghi perché Anna Weld voleva proseguire per Nizza; ma ormai aveva assaporato la libertà e, stanca di “sprimacciare cuscini”, terminò il suo viaggio da sola ripassando per Londra dove andò ad ascoltare Dickens.

Il secondo viaggio in Europa di Louisa avvenne sotto migliori auspici e in condizioni del tutto opposte. Era il 1870 e fu lei a deciderlo questa volta; non sarebbe stata più alla mercé dei capricci e della volontà di qualcun altro dopo il grande successo riscosso con Piccole Donne, Louisa volle farsi e godersi finalmente questo regalo. Questa volta si trattava di una vacanza che pensava di aver meritato e -precorrendo il giusto consiglio di Mary Cadwalader Jones-  fu lei a scegliere con quali compagne di viaggio partire: l’adorata sorella May e un’amica, tutte e tre completamente libere da impegni.

 

 

La guerra franco prussiana sorprese le tre giovani donne americane in Svizzera. In ottobre riuscirono ad attraversare le Alpi e a visitare il lago di Como. Passando per Milano, Bologna e Firenze si stabilirono sei mesi a Roma dove May prese lezioni di disegno e pittura, e Louisa trovò il tempo di scrivere e anche di posare per un ritratto a olio realizzato dal pittore George Healy mentre erano alloggiate in un appartamento in Piazza Barberini a Roma.

Purtroppo il clima spensierato e riposante del soggiorno europeo fu rovinato dalla notizia della morte improvvisa del cognato John Pratt: per cui poco dopo anche questa bella vacanza dovette tristemente terminare.

Questa esperienza le fornì però materia per un altro dei suoi racconti Shawl Straps (Borse da viaggio) dove lei stessa compare sotto le mentite spoglie della vecchia zitella Lavinia. La prefazione di questo singolare quaderno di viaggio è molto divertente e presenta la stessa prospettiva di un’entusiasta e appassionata viaggiatrice (forse un po’ meno ferrata sugli aspetti prettamente pratici):

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C’è una specie di fatalità che incombe sui libri di viaggi, alla quale è impossibile sfuggire. È inutile dichiarare che per nessuna ragione se ne scriverà, che non c’è nulla di nuovo da dire e che nessuno ha voglia di leggere cose che ormai tutti sanno: presto o tardi il misfatto è compiuto e fino a che il libro non è stampato la pace non discende sulla vittima di quel misterioso potere. La sola maniera in cui quell’afflizione può essere ammannita al paziente pubblico è di rendere il lavoro leggiero e breve il più possibile. Per questa considerazione la sottosegnata colpevole si è astenuta dal dare le dimensioni di tutte le chiese, la popolazione delle città e di fare la descrizione dei luoghi più famosi. Per spiegare l’importanza data al personaggio di Lavinia, è necessario dire che si tratta di una intima e vecchia amica della compilatrice di questo insignificante libro; e che le sue opinioni su tutti i soggetti, sebbene fossero le meno importanti, furono più facili a ottenersi che quelle delle due più giovani e più interessanti viaggiatrici [1].

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Il libro ripercorre le tappe del viaggio fatto l’anno precedente: dallo sbarco in Bretagna, al passaggio per Parigi, fino all’arrivo in Italia con un intermezzo svizzero. Il Duomo di Milano paragonato a un immenso dolce di nozze e il campanile di Giotto a Firenze a una scatola da lavoro sono solo alcune delle curiose osservazioni di questo singolare trio di viaggiatrici prima di giungere a Roma, dove trascorrono l’inverno per poi proseguire per Londra. Il bilancio è positivo e il libro si conclude con un caloroso invito alle consorelle americane a mettersi in viaggio anche loro, armate solo di coraggio, buonsenso e gentilezza, e che si traduce presto in dichiarazione patriottica[2]:

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Care Amande, Matilde e Lavinie, perché tardare? Non aspettate nessun uomo, prendete i vostri risparmi e spendeteli in qualche cosa di meglio che le eleganze francesi e i gioielli. Portate a casa bauli pieni, se volete, ma pieni di idee nuove e più vaste, di cuori più ricchi di quella cordialità che rende tutto il mondo più gentile e siate più pronte ad aiutare nel grande lavoro che Dio ha dato all’umanità; e che le vostre anime siano le più grandi dei capolavori dell’arte e della natura. Lasciate la noia, la scontentezza, la leggerezza fra le rovine del vecchio mondo e portate a casa, nel nuovo mondo, la grazia, la cultura e la salute che farà delle donne americane quello che adesso vorrebbero essere: le più coraggiose, le più intelligenti, le più felici e le più belle donne del mondo[3].

 

 

 

 

 

 

 

[1] Louisa May Alcott, Lontano! (Borse da viaggio), trad. L. Babini, Carabba Editore, Lanciano, 1934, pp. 7-8.

[2] Romina Angelici, Non ho paura delle tempeste, Flower-ed, Roma, 2018, pp.

[3] Louisa May Alcott, Lontano! (Borse da viaggio), cit., pp. 216-217.

Quaderno di viaggio – Jo March

 

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Il piccolo prezioso volume Quaderno di viaggio firmato dalle Edizioni Jo March si presenta già alla prima impressione un compagno inseparabile e sincero che è il risultato di una sinergia davvero vincente.

La copertina è opera delle ragazze di Pemberley Pond, la traduzione si deve a Raffaella Cavalieri e la pubblicazione alla coppia formidabile di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci. Insieme hanno dato vita a un progetto molto interessante: non solo un delizioso quaderno dove appuntare luoghi da visitare e viaggi fatti, ma uno scrigno contenente una perla rara: un vero e proprio documento storico costituito da estratti de Il viaggio in Europa. Appunti e consigli per le donne di Mary Cadwalader Jones.

Quanto scritto da Mary Cadwalader Jones -tra l’altro cognata di Edith Wharton- oltre a essere un manuale di consigli pratici sui viaggi intrapresi da donne americane in Europa, è anche un campionario di usanze e costumi in voga al tempo (1900) in cui le ignare ma intraprendenti signore avrebbero dovuto barcamenarsi per la buona riuscita delle loro vacanze.

Consigli di etichetta su come comportarsi, esortazioni all’adattamento agli usi locali, istruzioni pratiche su bagagli e indumenti (scarpe basse e biancheria resistente), e il kit minimo di oggetti da portare sempre con sé (un ventaglio, un coltellino, un set da cucito), tra cui fa sorridere l’invito a lasciarsi alle spalle i comfort di casa e la noiosa tendenza a fare paragoni con quanto è familiare:

 

A costo di sembrare indelicata, cosa che certamente non intendo essere, devo iniziare col dire che se i viaggiatori non saranno pronti a lasciarsi i propri pregiudizi nazionali dietro le spalle e a vedere tutto ciò che caratterizza ed eccelle in un paese straniero, senza trovare difetti in ciò che non è a noi comune, faranno meglio a restarsene a casa.

 

Sembra di essere in procinto di partire, di aggirarsi tra bauli e borse da viaggio più o meno comode, elargire piccole mance per assicurarsi un trattamento indulgente, scegliere con oculatezza le proprie compagne di viaggio e un buon itinerario delle cose da vedere, e rivolgere la parola agli estranei solo per il tempo necessario della traversata. Dietro a ogni sensato consiglio e sopra a tutte le sapienti considerazioni formulate, rimane tacita e non detta, l’ovvietà di un’esperienza che in ogni caso ripagherà di tutti i sacrifici e le scomodità patite perché il viaggio in Europa rappresenta da sempre il viaggio della vita.

 

 

Link:

https://www.amazon.it/Quaderno-viaggio-estratti-viaggio-consigli/dp/8894142833

Il venditore ambulante di merletti

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Ribbons And  Laces For Very Pretty Faces by Edmund Blair Leighton (1852-1922)

 

 

Il venditore di merletti si recava a domicilio, e se erano fuori in visita, perdevano l’occasione per qualche buon affare:

 

Quello dei Merletti è stato qui qualche giorno fa; che sfortuna per tutte e due che sia venuto così presto;[1]

 

l’ambulante aiutava a sbarazzarsi del denaro risparmiato in cambio di camicette e paia di calze…

 

 

[1] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 10 di sabato 27-domenica 28 ottobre 1798, p. 44.

 

Brano tratto da Jane Austen, Donna e Scrittrice, Romina Angelici, Flower-ed.

Jane Austen. Donna e scrittrice

La moda secondo Jane Austen

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La sensazione che certi luoghi comuni sulla vanità femminile siano ormai inconfutabili è rafforzata se, oggi come allora, quando una donna apre l’armadio per il cambio di stagione l’esclamazione è la stessa in cui prorompe Jane a 23 anni:

 

mi vergogno talmente di metà del mio guardaroba attuale che arrossisco al solo guardare l’armadio che lo contiene[1].

 

Per agghindarsi con tutti i fronzoli al ballo settimanale del giovedì sera erano necessari i più scaltri trucchi di sartoria necessari a far apparire ogni volta nuova la toletta già sfoggiata.

Con gli elementari rudimenti dell’arte del cucito e decine e decine di pareri, suggerimenti, ripensamenti in merito a questa o quella modifica rivoluzionaria si ottenevano miracolosi risultati. Aggiungere cinque ampiezze di lino a una balza, spostare il punto vita di un vestito poteva modificare lo stile di un vecchio abito:

 

Posso facilmente supporre che le tue sei settimane qui saranno completamente occupate, fosse solo nello spostare il punto vita dei tuoi vestiti[2];

 

e cambiarne la tintura poteva adattarlo a un’altra destinazione d’uso:

 

La Mamma prepara il lutto per Mrs. E.K. – ha disfatto la vecchia mantella di seta, e intende far tingere i pezzi di nero per farne un vestito[3].

 

Le ristrettezze economiche favorivano il riciclo, per cui staccare la calotta di una cuffia per applicarla a un altro cappellino facendolo aumentare di dignità portava al raggiungimento di un risultato più che rispettabile:

 

Qualche giorno fa mi sono presa la libertà di chiedere alla tua Cuffia di velluto nero di prestarmi la sua calotta, cosa che ha fatto senza alcuna difficoltà, e che mi ha permesso di procurare un considerevole aumento di dignità al mio cappellino che prima era troppo frivolo per piacere. […]mi azzarderò a lasciarci intorno il nastrino argentato, girato due volte senza nessun fiocco, e invece della piuma militare nera ce ne metterò una color Papavero, che trovo più elegante; -e inoltre il color Papavero sarà di gran moda questo inverno. – Dopo il ballo lo farò probabilmente tutto nero[4].

 

In realtà all’epoca lo shopping sfrenato a cui Jane, quando aveva un po’ di disponibilità economica, si lasciava andare, riguardava per la maggior parte gli accessori, dovendo per gli abiti acquistare “solo” la stoffa: popeline, raso, ermisino, mussolina, lino, broccato, crespo cinese. Le scorribande all’emporio riguardavano l’occorrente per partecipare a un ballo: calze di seta (poi da cifrare) e guanti bianchi[5] o ventagli, dell’inchiostro cinese per interventi a un cappello “dai quali […] dipendono le mie principali speranze di felicità”[6].

 

[1] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 15 di lunedì 24-mercoled’ 26 dicembre 1798, p. 61.

[2] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 65 di martedì 17-mercoledì 18 gennaio 1809, p. 245.

[3] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 57 di venerdì 7-domenica 9 ottobre 1808, p. 214.

[4] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 14 di martedì 18-mercoledì 19 dicembre 1798, p. 55.

[5] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 1 di sabato 9-domenica 10 gennaio 1796, p. 23.

[6] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 10 di sabato 27-domenica 28 ottobre 1798, p. 43.

Jacob e suo fratello

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Jacob e suo fratello è un racconto filosofico alla Thackeray, allegoria comica dalle molte allusioni, capolavoro di umorismo, è un caso unico nell’opera di George Eliot, generalmente dominata dal tono serio della narrazione realista. Ma come non mancano spunti comici nei suoi romanzi seri, così l’irresistibile comicità della storia del pasticciere millantatore ed egoista e del suo affamato fratello idiota continua, in una prospettiva tanto scherzosa quanto spietata, la lezione dei romanzi. È una riflessione sulle metamorfosi dello spirito puritano e sulle nuove ambizioni che muovono la società ottocentesca: sulle seduzioni consumistiche della cultura, dello snobismo e dello zucchero. Più esplicitamente che qualsiasi altra opera di George Eliot, ne illumina la concezione del romanzo e le ragioni della resistenza al modello francese del suo grande contemporaneo Balzac, che le appariva “forse il più straordinario genio romanzesco che il mondo abbia conosciuto”, ma anche qualcuno che “ci trascina con la sua forza magica, scena dopo scena, attraverso un mondo di vizio assoluto, finché l’effetto che produce questo passeggiare tra la carogna umana è una nausea morale”. Per George Eliot invece, come scrisse Henry James che li venerava entrambi, il romanzo non era “principalmente una rappresentazione della vita il cui alto valore derivava dalla forma, quanto piuttosto una favola moralizzata, l’ultima parola di una filosofia che cercava di insegnare con l’esempio”[1].

Come segnala l’epigrafe da La Fontaine, Jacob e suo fratello si ispira al modello delle Favole:

Ingannatori, è per voi che scrivo,

Aspettatevi la pariglia.

 

Una favola molto diversa da quella poetica e a lieto fine di Silas Marner. A essere richiamata qui nello specifico è la favola della volpe e la cicogna con la morale in essa contenuta: un “chi la fa, l’aspetti”, rafforzato dal fatto di vedersi gabbato proprio da chi meno ci si aspetta, cui  La Fontaine allude: “Vergognosa come una volpe che da un pollo si fosse fatta intrappolare”. Difatti David Faux, il pasticciere che vuole partire per le Indie Occidentali e fare fortuna, viene colto sul fatto mentre ruba le ghinee della madre dall’ignaro fratello idiota Jacob cui viene fatto credere si tratti di caramelle.  Dopo un intervallo di alcuni anni nella comunità di Grimworth fa il suo ingresso un giovane artigiano pasticciere, tale Mr Freely guardato con sospetto dalle famiglie locali per le sue oscure origini e il tipo di professione che esercita. Piano piano Mr Freely, grazie ad alcune allusioni e suggestioni, lascia credere che la sua estrazione sociale sia molto più alta e dignitosa di quella effettiva e riesce a entrare nelle grazie dei cittadini procurandosi via via sempre più clienti ma anche a casa della famiglia più altolocata del luogo, i Palfrey, corteggiando la loro figlia minore.

Tutto sembra procedere per il meglio quando Mr Freely apprende da un annuncio sul giornale che suo padre è morto lasciandogli un’eredità per riscuotere la quale si ricala nei panni di David Faux. Pensa di poter tornare a condurre la vita di Mr Freely di Grimworth come se niente fosse ma  non ha fatto i conti con suo fratello Jacob che lo ritrova e lo smaschera ignominiosamente.

 

La singolarità di questo romanzo breve è proprio questa, come ha scritto Gordon Haight: non c’è alcuna simpatia per nessuno dei personaggi, nemmeno per l’idiota. È raccontato in uno stile cinico e di scherno”, che non ha precedenti né riprese nell’opera di George Eliot: questa strategia retorica viene usata per produrre antipatia nei confronti del pasticciere e di conseguenza anche per la sua visione mercantile di esistenza, potendo intuire anche un intento polemico di denunciare il capitalismo che sta avanzando nel primo trentennio dell’Ottocento.

[1] http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3177070/jacob-e-suo-fratello

[2] In una recensione a Il Velo sollevato e Jacob e suo fratello apparsa in “Nation” il 25 aprile 1878, in occasione della pubblicazione in volume insieme a Silas Marner.

[3] “Così finisce la storia del signor David Faux, e di suo fratello Jacob. E in essa ritroviamo -credo- un mirabile esempio delle forme inattese in cui la grande Nemesi cela le sue vie”: Jacob e suo fratello (a cura di Enrica Villari), Marsilio, Venezia, 1999, p. 183.

[4]Jacob e suo fratello (a cura di Enrica Villari), Marsilio, Venezia, 1999, p. 55.

[5] Pare comunque che Spencer non riuscisse a essere attratto neanche da donne ben altrimenti dotate che Mary Ann perché, anche nel caso di Miss Potter, giudicata una vera bellezza sia nel volto che nel corpo, non riusciva a piacergli la forma della testa, ammettendo peraltro di essere uno di gusti difficili.

[6]Jacob e suo fratello (a cura di Enrica Villari), Marsilio, Venezia, 1999, p. 51.

[7] Enrica Villari, Introduzione a Jacob e suo fratello, di George Eliot, Marsilio, Venezia, 1999, pp. 13-23.