Louisa May Alcott e il Trascendentalismo

 

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Qualche giorno fa ricorreva l’anniversario della nascita di Henry David Thoreau e questo mi ha dato la stura ad approfondire il suo rapporto con Louisa May Alcott e di come entrambi hanno affrontato il Trascendentalismo.

Henry David Thoreau (12 Luglio 1817 – 6 Maggio 1862) fu filosofo, scrittore, pensatore e attivista statunitense; ma anche geometra, storico e uno dei maggiori esponenti del Trascendentalismo. Quando ha soli vent’anni stringe contatti con il circolo trascendentalista fondato da R.W. Emerson e inizia a scrivere un diario che terrà fino alla sua morte.

Seguirà molto il pensiero di Emerson, conosciuto e stimato filosofo, che per Thoreau sarà un modello di vita e ispirazione grazie al saggio Nature, manifesto del movimento trascendentalista. Anche se il sodalizio si incrinerà per via della sostanziale differenza caratteriale e di pensiero. Molto teorico Emerson, più concreto e pratico Thoreau.

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Del movimento fa parte anche Amos Bronson, padre di Louisa May Alcott che sposa gli ideali trascendentalisti traducendoli in chiave pedagogica e partecipando all’esperimento di vita comune di Fruitland, trascinandosi dietro in questa utopistica avventura tutta la famiglia. Secondo questa filosofia di vita tutto ciò che era europeo, e faceva parte della grande ondata umanitaria del secolo, era benvenuto con il concomitante interesse per l’istruzione, per la temperanza, per l’abolizionismo, per i diritti delle donne, per la emigrazione verso nuovi paesi. Di americano nel movimento (così come fu sviluppato da Emerson, Thoreau, Theodore Parker, Margaret Fuller, George Ripley, diversi membri della famiglia Channing e altri, tra i quali Whitman), vi era la convinzione che “l’America offrisse occasioni uniche nel loro genere… solo in America l’individuo avrebbe potuto svilupparsi in tutta la sua pienezza”.

Questo cercavano gli inglesi Henry Wright e Charles Lane, che vennero ben accolti a Concord e ammessi al gruppo dei Trascendentalisti per dare vita all’esperimento della comune di Fruitlands. Pur frequentandoli quotidianamente in quanto amici di famiglia, era la prima volta che Anna e Louisa sentivano parlare di questa filosofia idealistica che, tradotta in uno stile di vita, si rivelò un’impresa impossibile da realizzare e fonte di fatica e stenti, soprattutto per le donne e per i bambini.

Nel giugno 1843 i filosofi trascendentali Amos Bronson e Charles Lane condussero le loro famiglie in una vecchia casa colonica situata in una bellissima quanto remota valle che chiamarono Fruitland.

 

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L’intento iniziale era quello di vivere tutti insieme sostentandosi con i soli frutti della terra, come propiziato dal nome, ma il risultato deluse talmente le aspettative da essere abbandonato con il sopraggiungere del freddo dell’inverno. Inizialmente erano un gruppo di tre adulti e cinque bambini, per poi arrivare a 12 componenti, di cui due sole donne: Abigail l’affezionata moglie di Bronson e un’insegnante di Providence.

Così, mentre Thoreau se ne stava da solo nel bosco, un gruppo molto eterogeneo si riunì a Fruitlands nel giugno del 1843, ognuno di essi aveva almeno una caratteristica in comune: il rifiuto della società convenzionale.  Il gruppo comprendeva un fornaio in cerca di spiritualismo che sarebbe poi diventato un prete cattolico, un nudista, un contadino che contrastava i valori sociali rifiutandosi di tagliarsi la barba, un uomo che aveva invertito il suo nome per proclamare la sua libertà dal controllo sociale, un bottaio che precedentemente era stato in un manicomio e un uomo che si ribellava allo status quo giurando a tutti quelli che incontrava. Alcott e Lane erano i leader riconosciuti di questa ben strana compagine

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Bronson Alcott era un membro di spicco del movimento transcendentalista emerso negli anni Trenta. I trascendentalisti respingevano la religione istituzionalizzata; credevano che la conoscenza del divino venisse dall’intuizione e che gli individui potessero trovare questa conoscenza attraverso l’osservazione e l’esperienza della natura. Alcott aveva iniziato come insegnante, creando scuole sperimentali basate sull’idea che i bambini nascono già bene così e devono semplicemente avere il permesso di lasciare che la loro conoscenza innata si sviluppi, come una rosa che sboccia, mentre crescono.

 

Col tempo, Alcott e altri trascendentalisti vennero a considerare le istituzioni sociali come lo strumento dell’uomo corruttore. Ritenevano che il denaro e il commercio fossero umilianti, che il lavoro industriale fosse perturbante e che il desiderio di beni materiali fosse degradante. Come altri trascendentalisti, Alcott respinse molte istituzioni e consuetudini che considerava oppressive. La schiavitù era il grande crimine, ma qualsiasi sfruttamento del lavoro di una creatura da parte di un’altra era inaccettabile. Ovunque guardasse, Bronson Alcott vedeva le persone che si appropriano del lavoro dei loro simili e degli animali in un modo che credeva immorale. Introdusse una dieta vegetariana alla famiglia eliminando la caffeina e altri alimenti che considerava stimolanti artificiali.

Bronson era anche uno dei convinti sostenitori di Sylvester Graham riformatore del sistema dietetico americano; questi predicava la necessità di seguire un regime vegetariano e uno stile di vita morigerato, con una cura particolare dell’igiene personale. Il cibo doveva essere puro e nutrire più lo spirito che il corpo, non si doveva mangiare carne per non uccidere gli animali e neppure togliere il latte ai vitelli, non si usava lo zucchero per boicottare gli schiavisti e si indossavano solo abiti di lino: Louisa era sempre affamata e doveva imparare a memoria il mantra: “La dieta vegetariana assicura un dolce riposo, il cibo dato dagli animali procura incubi”[1]. Ma questo non la saziava affatto.

Bronson Alcott era convinto che fosse impossibile vivere una vita morale e spirituale mentre era membro della società principale. Visitò perciò diverse comunità utopiche, come la Brook Farm di Roxbury e gli Shakers di Harvard, ma nessuna di esse soddisfece i suoi standard. Nel 1843 con Ralph Waldo Emerson come guida, con il sostegno di un discepolo inglese di nome Charles Lane e l’aiuto finanziario di suo cognato, Alcott fondò “Fruitlands”, il suo esperimento utopico.

Il sito scelto da Alcott e Lane era davvero idilliaco. La sorella dodicenne Anna di Louisa lo descrisse come “un bel posto circondato da colline, campi verdi e boschi, … le montagne di Wachusett e Monadnoc sono in vista”. Con la sua fede nel potere della natura, Alcott era deliziato da questa descrizione che usava come spot autopromozionale!

Gli obiettivi per la comunità erano chiari, se estremi. I membri praticavano l’agricoltura di sussistenza, vivevano dei frutti della terra e quindi evitavano qualsiasi contatto con il mercato o il denaro, purificando i loro spiriti vivendo moralmente ed evitando qualsiasi forma di sfruttamento, il che significa nessun prodotto acquistato, nessun prodotto di schiavitù, nessun prodotto animale o lavoro animale, nessuna proprietà privata. Secondo le loro fideistiche previsioni, un regime di giorni trascorsi a lavorare sulla terra e le serate in discussione filosofica li avrebbe portati a una maggiore conoscenza delle proprie anime e della “superanima” divina.

Vivere rigorosamente con i loro principi significava vestirsi solo in abiti di lino – tuniche per uomini e donne – e indossare scarpe di tela, poiché il cotone era il prodotto del lavoro degli schiavi, la lana apparteneva alla pecora, la seta al verme e la pelle alla mucca. Non mangiavano carne, pesce, latte, uova, burro o formaggio; infatti, la loro dieta era limitata al pane integrale (prodotto dallo stesso Bronson), frutta, verdura e acqua. Non usavano dolcificanti, dato che lo zucchero era un raccolto schiavo e il miele apparteneva alle api. Lavoravano nei campi senza l’aiuto di animali da tiro, poiché attaccare un animale a un aratro era un’appropriazione del suo lavoro.

Dopo che Ann Page venne espulsa per aver mangiato un pezzo di pesce, Abby Alcott rimase l’unica donna a essere gravata da tutto il lavoro. Quando un signore arrivato in visita alla comunità chiese se ci fossero bestie da soma a Fruitlands, lei gli rispose prontamente: “Solo una donna”.

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Con l’avvicinarsi del freddo, divenne chiaro che non potevano sopravvivere all’inverno a Fruitlands con poco cibo, meno legna da ardere e indumenti di lino.

Non sorprende che presto sorsero problemi. Alcuni membri cominciarono a opporsi alla rigida regola di Alcott, che qualcuno definiva dispotico, ritenendo che il regime fosse troppo severo. Altri lamentavano il fatto che Lane e Alcott trascorrevano troppo tempo a viaggiare e a filosofare e non abbastanza a coltivare i campi.

Da parte sua, Charles Lane si lamentava che Bronson Alcott era troppo devoto a sua moglie e che Abby Alcott preferiva i suoi figli. Ma il problema più grande era quello della mancanza di esperienza: solo uno dei partecipanti era esperto di coltivazioni, e senza animali da tiro e letame per concimare, la comunità semplicemente non poteva produrre abbastanza per sopravvivere.

Entro la fine dell’estate, il gruppo si era ridotto agli Alcotts, Lane e suo figlio, e al contadino barbuto Joseph Palmer. Lane e Alcott andarono a reclutare nuovi membri, lasciando Palmer e Abby Alcott a occuparsi del magro raccolto. Finalmente Abby decise di mettere fine a quella disastrosa esperienza: riunì le sue quattro figlie e, con l’aiuto di suo fratello, prese in affitto una piccola fattoria in un villaggio vicino. Poco dopo, i Lanes si unirono alla comunità di Harvard Shaker. Profondamente depresso, Bronson Alcott si mise a letto da solo nella casa di Fruitlands[2]. Solo dopo settimane di angoscia, Abby riuscì a convincerlo a unirsi a lei e ai bambini e la famiglia alla fine tornò a Concord.

Louisa subì chiaramente questa esperienza, che rappresentava l’applicazione più estrema della filosofia trascendentalista, e la rielaborò anni più tardi, riproponendola in chiave scherzosa ma obiettivo, senza nascondere l’incapacità dei suoi fautori ad adeguarsi alla realtà della vita, in un articolo pubblicato sull’Indipendent: Trascendental wild oats (Selvaggia avena trascendentalista).

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Forse per il pedagogo Amos doveva essere una figlia un po’ scomoda, o forse poteva diventare l’esempio perfetto di un esperimento riuscito. Applicazione dei principi del trascendentalismo come sublimazione della libera espressione e della tolleranza, ma anche imposizione di regole inflessibili, soprattutto per forgiare il carattere di Louisa cui venivano impartiti precisi compiti di autocorrezione.

Sta di fatto che Louisa interiorizzò pienamente la lezione e accettò, anche abbastanza rassegnata, le regole paterne, finanche quelle della comune di Fruitlands.

 

Direttamente sotto l’influsso di Thoreau invece ella compose giovanissima, mentre cominciava a dare lezioni alle figlie di Emerson,  Flower Fables (Fiorita di favole), una serie di racconti che dedicò alla piccola Ellen e che parlavano di natura, uccelli, campi e fiori. Tra il 1845 e il 1847 Thoreau visse da solo, all’interno di una piccola capanna che si era costruito da sé, vicino alle sponde del laghetto Walden, in un bosco vicino a Concord di proprietà di Emerson. Da questa esperienza nacque Walden. Vita nel bosco, che l’autore riscrisse sette volte prima della pubblicazione nel 1854 e oggi è un testo studiato nelle scuole statunitensi, considerato una delle sue bibbie della vita all’aria aperta e della religione della natura

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Anche il primo romanzo Mutevoli umori o Capricci pare respirare della filosofia della natura di Emerson, e della compartecipazione vitale tra paesaggio e individuo predicata e praticata da Thoreau. Lo confermerebbero la citazione iniziale dedicata a Emerson:

 

La vita è una serie di stati d’animo simile a un filo di perle; e mentre li sgraniamo si rivelano tante lenti colorate che dipingono il mondo con le loro tinte, e ognuno ci mostra solo quello che riesce a mettere a fuoco[3].

 

E, anche se potrebbe sembrare un pettegolezzo, fu proprio l’infatuazione di Lydia Emerson, moglie di Ralph Waldo, per Henry David Thoreau, a dare a Louisa l’impulso generativo per la stesura del suo romanzo.

Thoreau e Louisa dovevano reincontrarsi ancora, anche se idealmente, in circostanze quanto mai particolari perché entrambi abitarono la stessa casa, ovviamente in tempi diversi. La Thoreau-Alcott House è una dimora storica a 255 Main Street a Concord, nel Massachusetts,
che fu costruita nel 1849 da Josiah Davis e aggiunta al National Register of Historic Places il 12 luglio 1976.

Henry David Thoreau si trasferì in questa casa nel 1850 con la sua famiglia; rimase fino alla sua morte, il 6 maggio 1862. Dopo la morte di sua madre Abby May, Louisa May Alcott acquistò la casa per la sorella Anna Alcott Pratt, che era rimasta vedova da poco. Anche Louisa si trasferì in questa casa, insieme al padre Amos Bronson Alcott e fu qui che scrisse il suo romanzo I Ragazzi di Jo, nel 1886. Oggi, la casa rimane di proprietà privata.

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Fonti:

https://www.massmoments.org/moment-details/alcott-family-arrives-at-fruitlands.html

Romina Angelici, Non ho paura delle tempeste, Flower-ed, Roma, 2018

 

 

Note:

[1] cfr. Elisabetta Chicco Vitzizzai, Piccole donne in cucina, Il leone verde edizioni, Torino, 2012, p. 117.

[2] Nel 1914, la scrittrice e conservatrice Clara Endicott Sears restituì la fattoria di Fruitlands alla sua visione della sua condizione nel 1843 e la aprì come museo dedicato all’esperimento utopico di Bronson Alcott e al movimento trascendentalista. Oggi Fruitlands Museums ospita anche le collezioni di arte e cultura di Shaker, Native American e New England di Clara Sears.

[3] Louisa May Alcott, Mutevoli umori, Bollati Boringhieri, Torino, 1995.

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Jane di Lantern Hill di Lucy Maud Montgomery

 

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Jane di Lantern Hill è un racconto di sorprendente attualità: Jane Victoria vive con la nonna e la madre separata dal padre, che non ha mai conosciuto fino a che un’estate lui chiede di poterla incontrare. Quello è l’inizio della vera vita per Jane che a Lantern Hill trova finalmente se stessa, la sua dimensione, e l’amore del suo papà. Cresciuta sotto l’acido sguardo di riprovazione dell’arcigna nonna materna, Jane non ha mai assaporato il calore dell’affetto ma quando abbraccia il suo papà, al quale è legata da una straordinaria affinità, scopre di averlo sempre saputo.

 

Jane non comprendeva tutto ciò che il papà le diceva ma lo serbava nel proprio intimo per farne tesoro da adulta. Per tutta la vita, nel rammentare le parole del papà, avrebbe avuto dei flash ricorrenti.

 

Ma quella è solo la prima di incredibili estati che riveleranno a Jane la bellezza della vita e del suo essere donandole sicurezza e fiducia in se stessa e nelle sue capacità, oltre che una straordinaria forza interiore per fronteggiare chiunque e realizzare i suoi desideri.

 

Quello che la collana Plumfield, inaugurata dalle due editrici Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci, si ripromette è proporre storie che possano valicare i confini del tempo e sappiano parlare ai giovani lettori di oggi, perpetuando lo spirito con cui Jo e il prof. Bhaer aprirono le porte della grande casa di zia March ai ragazzi accolti nel loro collegio per apprendere l’amore per lo studio e per il lavoro, il valore dell’armonia e della solidarietà.

Lucy Maud Montgomery dimostra di inserirsi perfettamente in questo progetto editoriale e il fanciullino che alberga nel suo animo non manca di prodursi in una fonte inesauribile di ispirazione per personaggi e storie sempre incantevoli.

La finestra aperta sul mondo dell’infanzia dischiude sempre tesori nascosti, dal fascino inesauribile e dall’incanto continuo che si traducono in influenze reciproche di visioni inspirate.

Lo sfondo per esse è l’immancabile Isola del Principe Edoardo teatro della giovinezza della scrittrice, rimasta indelebilmente impressa nei suoi ricordi tanto da affascinare anche noi lettori che con gli occhi dell’anima giungiamo a immaginarla e ad amarla.

 

Non era conscia di avere di fronte a sé la cosa più bella al mondo -una mattinata di giugno nell’Isola del Principe Edoardo- ma era consapevole di quanto quel mondo apparisse del tutto diverso dalla notte precedente.

 

Là ogni cosa è gentile e il paesaggio è la creatura più comprensiva e accogliente di tutte:

 

Un magnifico tramonto si riversava sul porto e quando Jane giunse alla stretta e profumata stradina delle signorine Titus -dove gli alberi sembravano volerti toccare- le sue guance erano rosse per via dei pungenti baci del vento.

 

Impensabile pensare di trovare altrove, anche in versi, vette tali di poesia.

Lo stupore delizioso con cui Jane si immerge completamente nella vita e nella natura di Lantern Hill è fedelmente riprodotto con uno stile spontaneo e diretto quale potrebbe essere quello di una bambina che assiste a un continuo svelarsi di meraviglie e i personaggi curiosi che affollano la sua solitudine ora sono colti con immediatezza e freschezza nei loro tratti più caratteristici. Come nel caso di Little Aunt Em, una vecchietta un po’ stramba, che vive al limitare del bosco ma conosce ogni segreto degli abitanti di Lantern Hill:

 

La vita mi fa venire l’acquolina alla bocca. Mi piacerebbe vivere per sempre, sapere tutte le novità. Ho sempre avuto una passione per le novità. Uno di questi giorni mi farò abbastanza audace da salire su un’auto…

 

Un libro non racchiude una storia sola ma reca con sé la storia della sua autrice e la storia che ha portato al suo nascere e questo libro stilla tutta l’essenza più dolce e tenera di Lucy Maud Montgomery, il suo sguardo materno e infantile insieme.

 

Del resto, non occorre granché per rendere felice un bambino.

 

L’impeccabile lezione dell’introduzione assiste e correda la lettura con puntuali informazioni e annotazioni ed è un ottimo supporto che però io consiglio di leggere sempre dopo la fine, a maggior ragione in questo caso in cui sono presenti alcune anticipazioni della trama.

Ideale lettura per questo periodo, secondo me, non solo perché risveglia sentimenti ed emozioni di quando eravamo ragazzi ma anche perché ci invita a trascorrere anche noi un’indimenticabile estate sull’Isola del Principe Edoardo insieme a Jane di Lantern Hill.

 

 

Scheda del libro

 

Titolo: Jane di Lantern Hill

Autore: Lucy Maud Montgomery

Editore: Edizioni Jo March

Traduttore:  Elisabetta Parri

Introduzione: Mara Barbuni

 

 

Quaderno di viaggio e Borsa da viaggio di zio Jo

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Il piccolo prezioso volume Quaderno di viaggio firmato dalle Edizioni Jo March si presenta già alla prima impressione un compagno inseparabile e sincero che è il risultato di una sinergia davvero vincente.

La copertina è opera delle ragazze di Pemberley Pond, la traduzione si deve a Raffaella Cavalieri e la pubblicazione alla coppia formidabile di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci. Insieme hanno dato vita a un progetto molto interessante: non solo un delizioso quaderno dove appuntare luoghi da visitare e viaggi fatti ma uno scrigno contenente una perla rara: un vero e proprio documento storico costituito da estratti de Il viaggio in Europa. Appunti e consigli per le donne di Mary Cadwalader Jones.

 

Quanto scritto da Mary Cadwalader Jones -tra l’altro cognata di Edith Wharton- non è solo un manuale di consigli pratici sui viaggi intrapresi da donne americane in Europa ma un campionario di usanze e costumi in voga al tempo (1900) in cui le ignare signore avrebbero dovuto barcamenarsi per la buona riuscita delle loro vacanze.

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Consigli di etichetta su come comportarsi, esortazioni all’adattamento agli usi locali, istruzioni pratiche su bagagli e indumenti (scarpe basse e biancheria resistente), e il kit minimo di oggetti da portare sempre con sé (un ventaglio, un coltellino, un set da cucito), tra cui fa sorridere l’invito a lasciarsi alle spalle i comfort di casa e la noiosa tendenza a fare paragoni con quanto è familiare:

 

A costo di sembrare indelicata, cosa che certamente non intendo essere, devo iniziare col dire che se i viaggiatori non saranno pronti a lasciarsi i propri pregiudizi nazionali dietro le spalle e a vedere tutto ciò che caratterizza ed eccelle in un paese straniero, senza trovare difetti in ciò che non è a noi comune, faranno meglio a restarsene a casa.

 

Sembra di essere in procinto di partire, di aggirarsi tra bauli e borse da viaggio più o meno comode, elargire piccole mance per assicurarsi un trattamento indulgente, scegliere con oculatezza le proprie compagne di viaggio e un buon itinerario delle cose da vedere, e rivolgere la parola agli estranei solo per il tempo necessario della traversata. Dietro a ogni sensato consiglio e sopra a tutte le sapienti considerazioni formulate, rimane tacita e non detta, l’ovvietà di un’esperienza che in ogni caso ripagherà di tutti i sacrifici e le scomodità patite perché il viaggio in Europa rappresenta da sempre il viaggio della vita.

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Il pensiero è andato a una viaggiatrice illustre come Louisa May Alcott che addirittura qualche decennio prima di questo prontuario di viaggio, spericolata e intraprendente, solcava l’Oceano per approdare nella tanto sospirata, cara vecchia Europa.

Come Jo March avrebbe sopportato la bisbetica zia, anche Louisa accettò di partire come dama di compagnia di una signora benestante ammalata, Anna Weld, figlia di un commerciante.

 

Nella primavera del 1865 Louisa e la sua compagna salparono infatti dalle Americhe e, dopo aver attraversato l’immenso oceano, approdarono a Londra, prima sosta dopo il lungo viaggio, in agosto.

Cercarono un clima più mite verso il lago di Ginevra, in Svizzera, stabilendosi nella cittadina di Vevey dove Louisa conobbe Ladislas Wisniewski, un giovane polacco con il quale fece romantiche gite sulle montagne e sul lago contrariando la sua datrice di lavoro. Dopo aver trascorso due settimane con Laurie a Parigi, Louisa dovette rientrare nei ranghi perché Anna Weld voleva proseguire per Nizza; ma ormai aveva assaporato la libertà e, stanca di “sprimacciare cuscini”, terminò il suo viaggio da sola ripassando per Londra dove andò ad ascoltare Dickens.

Il secondo viaggio in Europa di Louisa avvenne sotto migliori auspici e in condizioni del tutto opposte. Era il 1870 e fu lei a deciderlo questa volta; non sarebbe stata più alla mercé dei capricci e della volontà di qualcun altro dopo il grande successo riscosso con Piccole Donne, Louisa volle farsi e godersi finalmente questo regalo. Questa volta si trattava di una vacanza che pensava di aver meritato e -precorrendo il giusto consiglio di Mary Cadwalader Jones-  fu lei a scegliere con quali compagne di viaggio partire: l’adorata sorella May e un’amica, tutte e tre completamente libere da impegni.

 

 

La guerra franco prussiana sorprese le tre giovani donne americane in Svizzera. In ottobre riuscirono ad attraversare le Alpi e a visitare il lago di Como. Passando per Milano, Bologna e Firenze si stabilirono sei mesi a Roma dove May prese lezioni di disegno e pittura, e Louisa trovò il tempo di scrivere e anche di posare per un ritratto a olio realizzato dal pittore George Healy mentre erano alloggiate in un appartamento in Piazza Barberini a Roma.

Purtroppo il clima spensierato e riposante del soggiorno europeo fu rovinato dalla notizia della morte improvvisa del cognato John Pratt: per cui poco dopo anche questa bella vacanza dovette tristemente terminare.

Questa esperienza le fornì però materia per un altro dei suoi racconti Shawl Straps (Borse da viaggio) dove lei stessa compare sotto le mentite spoglie della vecchia zitella Lavinia. La prefazione di questo singolare quaderno di viaggio è molto divertente e presenta la stessa prospettiva di un’entusiasta e appassionata viaggiatrice (forse un po’ meno ferrata sugli aspetti prettamente pratici):

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C’è una specie di fatalità che incombe sui libri di viaggi, alla quale è impossibile sfuggire. È inutile dichiarare che per nessuna ragione se ne scriverà, che non c’è nulla di nuovo da dire e che nessuno ha voglia di leggere cose che ormai tutti sanno: presto o tardi il misfatto è compiuto e fino a che il libro non è stampato la pace non discende sulla vittima di quel misterioso potere. La sola maniera in cui quell’afflizione può essere ammannita al paziente pubblico è di rendere il lavoro leggiero e breve il più possibile. Per questa considerazione la sottosegnata colpevole si è astenuta dal dare le dimensioni di tutte le chiese, la popolazione delle città e di fare la descrizione dei luoghi più famosi. Per spiegare l’importanza data al personaggio di Lavinia, è necessario dire che si tratta di una intima e vecchia amica della compilatrice di questo insignificante libro; e che le sue opinioni su tutti i soggetti, sebbene fossero le meno importanti, furono più facili a ottenersi che quelle delle due più giovani e più interessanti viaggiatrici [1].

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Il libro ripercorre le tappe del viaggio fatto l’anno precedente: dallo sbarco in Bretagna, al passaggio per Parigi, fino all’arrivo in Italia con un intermezzo svizzero. Il Duomo di Milano paragonato a un immenso dolce di nozze e il campanile di Giotto a Firenze a una scatola da lavoro sono solo alcune delle curiose osservazioni di questo singolare trio di viaggiatrici prima di giungere a Roma, dove trascorrono l’inverno per poi proseguire per Londra. Il bilancio è positivo e il libro si conclude con un caloroso invito alle consorelle americane a mettersi in viaggio anche loro, armate solo di coraggio, buonsenso e gentilezza, e che si traduce presto in dichiarazione patriottica[2]:

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Care Amande, Matilde e Lavinie, perché tardare? Non aspettate nessun uomo, prendete i vostri risparmi e spendeteli in qualche cosa di meglio che le eleganze francesi e i gioielli. Portate a casa bauli pieni, se volete, ma pieni di idee nuove e più vaste, di cuori più ricchi di quella cordialità che rende tutto il mondo più gentile e siate più pronte ad aiutare nel grande lavoro che Dio ha dato all’umanità; e che le vostre anime siano le più grandi dei capolavori dell’arte e della natura. Lasciate la noia, la scontentezza, la leggerezza fra le rovine del vecchio mondo e portate a casa, nel nuovo mondo, la grazia, la cultura e la salute che farà delle donne americane quello che adesso vorrebbero essere: le più coraggiose, le più intelligenti, le più felici e le più belle donne del mondo[3].

 

 

 

 

 

 

 

[1] Louisa May Alcott, Lontano! (Borse da viaggio), trad. L. Babini, Carabba Editore, Lanciano, 1934, pp. 7-8.

[2] Romina Angelici, Non ho paura delle tempeste, Flower-ed, Roma, 2018, pp.

[3] Louisa May Alcott, Lontano! (Borse da viaggio), cit., pp. 216-217.

Quaderno di viaggio – Jo March

 

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Il piccolo prezioso volume Quaderno di viaggio firmato dalle Edizioni Jo March si presenta già alla prima impressione un compagno inseparabile e sincero che è il risultato di una sinergia davvero vincente.

La copertina è opera delle ragazze di Pemberley Pond, la traduzione si deve a Raffaella Cavalieri e la pubblicazione alla coppia formidabile di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci. Insieme hanno dato vita a un progetto molto interessante: non solo un delizioso quaderno dove appuntare luoghi da visitare e viaggi fatti, ma uno scrigno contenente una perla rara: un vero e proprio documento storico costituito da estratti de Il viaggio in Europa. Appunti e consigli per le donne di Mary Cadwalader Jones.

Quanto scritto da Mary Cadwalader Jones -tra l’altro cognata di Edith Wharton- oltre a essere un manuale di consigli pratici sui viaggi intrapresi da donne americane in Europa, è anche un campionario di usanze e costumi in voga al tempo (1900) in cui le ignare ma intraprendenti signore avrebbero dovuto barcamenarsi per la buona riuscita delle loro vacanze.

Consigli di etichetta su come comportarsi, esortazioni all’adattamento agli usi locali, istruzioni pratiche su bagagli e indumenti (scarpe basse e biancheria resistente), e il kit minimo di oggetti da portare sempre con sé (un ventaglio, un coltellino, un set da cucito), tra cui fa sorridere l’invito a lasciarsi alle spalle i comfort di casa e la noiosa tendenza a fare paragoni con quanto è familiare:

 

A costo di sembrare indelicata, cosa che certamente non intendo essere, devo iniziare col dire che se i viaggiatori non saranno pronti a lasciarsi i propri pregiudizi nazionali dietro le spalle e a vedere tutto ciò che caratterizza ed eccelle in un paese straniero, senza trovare difetti in ciò che non è a noi comune, faranno meglio a restarsene a casa.

 

Sembra di essere in procinto di partire, di aggirarsi tra bauli e borse da viaggio più o meno comode, elargire piccole mance per assicurarsi un trattamento indulgente, scegliere con oculatezza le proprie compagne di viaggio e un buon itinerario delle cose da vedere, e rivolgere la parola agli estranei solo per il tempo necessario della traversata. Dietro a ogni sensato consiglio e sopra a tutte le sapienti considerazioni formulate, rimane tacita e non detta, l’ovvietà di un’esperienza che in ogni caso ripagherà di tutti i sacrifici e le scomodità patite perché il viaggio in Europa rappresenta da sempre il viaggio della vita.

 

 

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Il venditore ambulante di merletti

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Ribbons And  Laces For Very Pretty Faces by Edmund Blair Leighton (1852-1922)

 

 

Il venditore di merletti si recava a domicilio, e se erano fuori in visita, perdevano l’occasione per qualche buon affare:

 

Quello dei Merletti è stato qui qualche giorno fa; che sfortuna per tutte e due che sia venuto così presto;[1]

 

l’ambulante aiutava a sbarazzarsi del denaro risparmiato in cambio di camicette e paia di calze…

 

 

[1] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 10 di sabato 27-domenica 28 ottobre 1798, p. 44.

 

Brano tratto da Jane Austen, Donna e Scrittrice, Romina Angelici, Flower-ed.

Jane Austen. Donna e scrittrice

La moda secondo Jane Austen

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La sensazione che certi luoghi comuni sulla vanità femminile siano ormai inconfutabili è rafforzata se, oggi come allora, quando una donna apre l’armadio per il cambio di stagione l’esclamazione è la stessa in cui prorompe Jane a 23 anni:

 

mi vergogno talmente di metà del mio guardaroba attuale che arrossisco al solo guardare l’armadio che lo contiene[1].

 

Per agghindarsi con tutti i fronzoli al ballo settimanale del giovedì sera erano necessari i più scaltri trucchi di sartoria necessari a far apparire ogni volta nuova la toletta già sfoggiata.

Con gli elementari rudimenti dell’arte del cucito e decine e decine di pareri, suggerimenti, ripensamenti in merito a questa o quella modifica rivoluzionaria si ottenevano miracolosi risultati. Aggiungere cinque ampiezze di lino a una balza, spostare il punto vita di un vestito poteva modificare lo stile di un vecchio abito:

 

Posso facilmente supporre che le tue sei settimane qui saranno completamente occupate, fosse solo nello spostare il punto vita dei tuoi vestiti[2];

 

e cambiarne la tintura poteva adattarlo a un’altra destinazione d’uso:

 

La Mamma prepara il lutto per Mrs. E.K. – ha disfatto la vecchia mantella di seta, e intende far tingere i pezzi di nero per farne un vestito[3].

 

Le ristrettezze economiche favorivano il riciclo, per cui staccare la calotta di una cuffia per applicarla a un altro cappellino facendolo aumentare di dignità portava al raggiungimento di un risultato più che rispettabile:

 

Qualche giorno fa mi sono presa la libertà di chiedere alla tua Cuffia di velluto nero di prestarmi la sua calotta, cosa che ha fatto senza alcuna difficoltà, e che mi ha permesso di procurare un considerevole aumento di dignità al mio cappellino che prima era troppo frivolo per piacere. […]mi azzarderò a lasciarci intorno il nastrino argentato, girato due volte senza nessun fiocco, e invece della piuma militare nera ce ne metterò una color Papavero, che trovo più elegante; -e inoltre il color Papavero sarà di gran moda questo inverno. – Dopo il ballo lo farò probabilmente tutto nero[4].

 

In realtà all’epoca lo shopping sfrenato a cui Jane, quando aveva un po’ di disponibilità economica, si lasciava andare, riguardava per la maggior parte gli accessori, dovendo per gli abiti acquistare “solo” la stoffa: popeline, raso, ermisino, mussolina, lino, broccato, crespo cinese. Le scorribande all’emporio riguardavano l’occorrente per partecipare a un ballo: calze di seta (poi da cifrare) e guanti bianchi[5] o ventagli, dell’inchiostro cinese per interventi a un cappello “dai quali […] dipendono le mie principali speranze di felicità”[6].

 

[1] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 15 di lunedì 24-mercoled’ 26 dicembre 1798, p. 61.

[2] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 65 di martedì 17-mercoledì 18 gennaio 1809, p. 245.

[3] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 57 di venerdì 7-domenica 9 ottobre 1808, p. 214.

[4] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 14 di martedì 18-mercoledì 19 dicembre 1798, p. 55.

[5] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 1 di sabato 9-domenica 10 gennaio 1796, p. 23.

[6] Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 10 di sabato 27-domenica 28 ottobre 1798, p. 43.

Jacob e suo fratello

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Jacob e suo fratello è un racconto filosofico alla Thackeray, allegoria comica dalle molte allusioni, capolavoro di umorismo, è un caso unico nell’opera di George Eliot, generalmente dominata dal tono serio della narrazione realista. Ma come non mancano spunti comici nei suoi romanzi seri, così l’irresistibile comicità della storia del pasticciere millantatore ed egoista e del suo affamato fratello idiota continua, in una prospettiva tanto scherzosa quanto spietata, la lezione dei romanzi. È una riflessione sulle metamorfosi dello spirito puritano e sulle nuove ambizioni che muovono la società ottocentesca: sulle seduzioni consumistiche della cultura, dello snobismo e dello zucchero. Più esplicitamente che qualsiasi altra opera di George Eliot, ne illumina la concezione del romanzo e le ragioni della resistenza al modello francese del suo grande contemporaneo Balzac, che le appariva “forse il più straordinario genio romanzesco che il mondo abbia conosciuto”, ma anche qualcuno che “ci trascina con la sua forza magica, scena dopo scena, attraverso un mondo di vizio assoluto, finché l’effetto che produce questo passeggiare tra la carogna umana è una nausea morale”. Per George Eliot invece, come scrisse Henry James che li venerava entrambi, il romanzo non era “principalmente una rappresentazione della vita il cui alto valore derivava dalla forma, quanto piuttosto una favola moralizzata, l’ultima parola di una filosofia che cercava di insegnare con l’esempio”[1].

Come segnala l’epigrafe da La Fontaine, Jacob e suo fratello si ispira al modello delle Favole:

Ingannatori, è per voi che scrivo,

Aspettatevi la pariglia.

 

Una favola molto diversa da quella poetica e a lieto fine di Silas Marner. A essere richiamata qui nello specifico è la favola della volpe e la cicogna con la morale in essa contenuta: un “chi la fa, l’aspetti”, rafforzato dal fatto di vedersi gabbato proprio da chi meno ci si aspetta, cui  La Fontaine allude: “Vergognosa come una volpe che da un pollo si fosse fatta intrappolare”. Difatti David Faux, il pasticciere che vuole partire per le Indie Occidentali e fare fortuna, viene colto sul fatto mentre ruba le ghinee della madre dall’ignaro fratello idiota Jacob cui viene fatto credere si tratti di caramelle.  Dopo un intervallo di alcuni anni nella comunità di Grimworth fa il suo ingresso un giovane artigiano pasticciere, tale Mr Freely guardato con sospetto dalle famiglie locali per le sue oscure origini e il tipo di professione che esercita. Piano piano Mr Freely, grazie ad alcune allusioni e suggestioni, lascia credere che la sua estrazione sociale sia molto più alta e dignitosa di quella effettiva e riesce a entrare nelle grazie dei cittadini procurandosi via via sempre più clienti ma anche a casa della famiglia più altolocata del luogo, i Palfrey, corteggiando la loro figlia minore.

Tutto sembra procedere per il meglio quando Mr Freely apprende da un annuncio sul giornale che suo padre è morto lasciandogli un’eredità per riscuotere la quale si ricala nei panni di David Faux. Pensa di poter tornare a condurre la vita di Mr Freely di Grimworth come se niente fosse ma  non ha fatto i conti con suo fratello Jacob che lo ritrova e lo smaschera ignominiosamente.

 

La singolarità di questo romanzo breve è proprio questa, come ha scritto Gordon Haight: non c’è alcuna simpatia per nessuno dei personaggi, nemmeno per l’idiota. È raccontato in uno stile cinico e di scherno”, che non ha precedenti né riprese nell’opera di George Eliot: questa strategia retorica viene usata per produrre antipatia nei confronti del pasticciere e di conseguenza anche per la sua visione mercantile di esistenza, potendo intuire anche un intento polemico di denunciare il capitalismo che sta avanzando nel primo trentennio dell’Ottocento.

[1] http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3177070/jacob-e-suo-fratello

[2] In una recensione a Il Velo sollevato e Jacob e suo fratello apparsa in “Nation” il 25 aprile 1878, in occasione della pubblicazione in volume insieme a Silas Marner.

[3] “Così finisce la storia del signor David Faux, e di suo fratello Jacob. E in essa ritroviamo -credo- un mirabile esempio delle forme inattese in cui la grande Nemesi cela le sue vie”: Jacob e suo fratello (a cura di Enrica Villari), Marsilio, Venezia, 1999, p. 183.

[4]Jacob e suo fratello (a cura di Enrica Villari), Marsilio, Venezia, 1999, p. 55.

[5] Pare comunque che Spencer non riuscisse a essere attratto neanche da donne ben altrimenti dotate che Mary Ann perché, anche nel caso di Miss Potter, giudicata una vera bellezza sia nel volto che nel corpo, non riusciva a piacergli la forma della testa, ammettendo peraltro di essere uno di gusti difficili.

[6]Jacob e suo fratello (a cura di Enrica Villari), Marsilio, Venezia, 1999, p. 51.

[7] Enrica Villari, Introduzione a Jacob e suo fratello, di George Eliot, Marsilio, Venezia, 1999, pp. 13-23.