Uno sguardo indietro, autobiografia di Edith Wharton

 

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Per il tipo di vita che ha condotto e per l’epoca storica che ha attraversato, Edith Wharton annovera molte esperienze interessanti che meritavano di essere condivise.

Più che un ritratto intimo e personale Uno sguardo indietro (titolo tratto da un verso di Walt Whitman) è una testimonianza storica partecipata di come era la società newyorkese e bostoniana e la cara vecchia Europa, affresco dei tempi e delle usanze di fine ottocento-primi novecento.

Sin dalla tenerissima età la piccola Edith è stata abituata a viaggiare oltre Atlantico e a trascorrere gli inverni in particolare nella verde e assolata Roma del Pincio e di Galleria Borghese.

Una famiglia vecchio stampo e benestante ha protetto i primi anni di vita della sua crescita e la fornita biblioteca del padre ne ha nutrito le prime aspirazioni letterarie. Solo tardi ella ha scoperto la propria vocazione alla scrittura, essendo rimasta a lungo inconsapevole delle potenzialità della incessante vena narrativa.

La ricchezza di mezzi, conoscenze e viaggi ha fornito la materia da plasmare, sulla base della quale inventare situazioni e introdurre personaggi.

I viaggi sono sempre stati la passione di Edith Wharton, anche spericolati per l’epoca, come quelli con l’inseparabile automobile o in crociera nel Mediterraneo leggendariamente bollato come poco raccomandabile.

A suo agio nella casa di villeggiatura così come nell’appartamento di New York, disinvolta straniera anche nei salotti esclusivi francesi e ai ricevimenti londinesi, amabile conversatrice, amica discreta e ammirata di moltissime personalità del mondo letterario e artistico in genere, ma anche politico, diplomatico, o accademico.

Ricorrente è la figura di Henry James che ritorna in diversi capitoli, il cui ritratto è curioso, inedito, dettato da un punto di vista ravvicinato e privilegiato sul grande romanziere che la stimola e la affianca, nella scrittura e nelle loro gite alla scoperta di nuove sensazioni.

Poi su un entusiasmo carico di idee e progetti scintillanti, cala l’ombra greve della prima guerra mondiale: ogni altra attività deve essere sospesa, congelata e l’unico pensiero dev’essere la sopravvivenza. L’orrore e l’angoscia della guerra attanaglia i cuori ma Edith Wharton non rimane a guardare: si prodiga in attività umanitarie e di sussistenza, raccogliendo fondi e aiuti concreti.

Dopo la devastazione e la morte quello che rimane è un animo prostrato e triste, privato di molti affetti cari, che però non resiste a lasciarci uno spassionato messaggio di speranza:

Il mondo è un accavallarsi tumultuoso di onde… non cessa mai, e la generazione presente sente sotto di sé il brontolio del vulcano sul quale la nostra generazione ha danzato così a lungo; ma nelle nostre vite individuali, sebbene gli anni siano tristi, i giorni hanno la possibilità di essere radiosi. La vita è la cosa più triste che ci sia, quasi quanto la morte; ma ci sono sempre nuovi paesi da visitare, nuovi libri da leggere (e spero, da scrivere); mille piccole meraviglie quotidiane di cui stupirsi e godere…

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Buon compleanno Jane Austen!

Pink Magazine Italia

Steventon, 17 dicembre 1775.

Cara Cognata,

Senza dubbio stavi aspettando da qualche tempo notizie dall’Hampshire, e forse ti sei un po’ meravigliata che alla nostra età fossimo diventati così incapaci di contare, ma è stato così, perché Cassy si aspettava di partorire un mese fa: comunque ieri sera il momento è arrivato, e senza molti preamboli, tutto si è concluso felicemente. Ora abbiamo un’altra bambina, per il momento un giocattolo per la sorella Cassy e in futuro una compagna. Si chiamerà Jenny, e mi sembra somigli a Henry, così come Cassy somiglia a Neddy. […]

(dal sito jausten.it di Giuseppe Ierolli)

Il 16 dicembre di 243 anni fa nasceva Jane Austen, nella canonica di Steventon, nell’Hampshire.

Giorno felice per noi quello di cui oggi ricorre l’anniversario, giorno che saluta la nascita di una delle più ironiche e raffinate scrittrici madrine del romanzo. Lei che si definiva la più illetterata fra…

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Questa volta leggo – Recensione: “Solstizio d’inverno: I Watson” di Romina Angelici – Ed. Pink

grazie mille ❤

ROMANCE E ALTRI RIMEDI

questa volta leggo

Buongiorno a tutti! Oggi partecipo alla rubrica Questa volta leggo ideata da Chiara (la lettrice sulle nuvole) e Dolci (Le mie ossessioni librose). Il tema di questo mese è “un libro con la neve nel titolo o sulla copertina”. Per l’occasione ho scelto il romanzo di Romina Angelici Solstizio d’inverno: I Watson.

Sinossi

Emma, dopo aver rifiutato il nemmeno tanto cortese invito del fratello e della cognata a essere loro ospite a Croydon, decide di rimanere a Stanton con Elizabeth e il padre. Tornare a casa dopo anni di assenza, trascorsi presso la zia non è stato semplice, così come riambientarsi e recuperare il rapporto con i fratelli e con il padre. Alla sua prima uscita pubblica Emma non manca di fare scalpore: ammonita da Elizabeth a resistere al fascino di Tom Musgrove, durante il ballo degli Edwards, ha suo malgrado destato l’interesse di Lord…

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UN NATALE IN CAMPAGNA

 

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Un Natale in campagna è un racconto contenuto sia nella raccolta intitolata Un Natale tutto per sè, sia in quella intitolata Un Sogno di Natale, e come si avverò.

Manca meno di due settimane a Natale; avete fatto l’albero? La tradizione vuole che sia addobbato l’8 dicembre, ma la frenesia degli impegni quotidiani costringe a qualche strappo alla regola. Vuoi perché il Natale tarda a farsi sentire, vuoi perché la prematura parata di luminarie e articoli natalizi nei negozi hanno l’effetto controproducente di saturare il bisogno spirituale mostrandone solo il lato commerciale. In provincia come in città è corsa allo shopping: le vetrine parate a festa invitano ad acquistare di tutto, da regalare e da regalarsi. Per i commercianti è una boccata d’ossigeno, per le tasche un salasso, ma per l’anima? Cosa rimane se non si appaga la sua sete d’amore, di serenità, di semplicità?

Sono questi i temi toccati nel secondo racconto di Louisa May Alcott che andiamo a sfogliare.

Un Natale in campagna è quello proposto dall’annoiata Sophie Vaughan ai suoi altrettanto annoiati amici di città, l’amica Emily e lo scrittore di successo Randal, a casa della zia e dei suoi cugini. Sembra un vecchio film americano che ripropone l’antico dilemma tra la genuinità dei paesi di provincia e la superficialità degli ambienti di città. I protagonisti si muovono come attori di un copione già noto: la bella Sophie, corteggiata e indecisa se contrarre un matrimonio d’interesse, Emily, l’amica consumata frequentatrice dei salotti mondani, Leonard Randal, lo scrittore vanitoso di successo.

Il racconto si apre con il distico: “Vale la pena imparare molto/per un po’ di tempo vissuto bene” che subito prepara alle insite finalità didascaliche.

Coinvolti dalla benigna ospitalità della zia Plumy, emozionati dai racconti di guerra di Saul, affascinati dalla fresca ingenuità della piccola Ruth, Randal ed Emily si lasciano ammaliare -e almeno un po’ scalfire- dalla serena atmosfera che regna in quell’ambiente rimasto legato a solide tradizioni e valori.

I racconti di Saul quando era al fronte, la premura di zia Plumy per la giovane figlia –l’unica rimasta in vita- in età da marito, l’allegra serata davanti al camino e poi una corroborante levata al mattino fresco, una gustosa colazione, i lavori domestici e della campagna (come dare da mangiare agli animali o raccogliere la legna): sono queste le occupazioni a cui attendono Sophie e i suoi due amici riscoprendo il piacere dell’operosità e della semplicità. Non che questo significhi dover rinunciare al divertimento e all’eleganza perché eccoli tutti agghindarsi, scherzare e apparire al meglio al ballo in costume organizzato per la sera della Vigilia. Sarà l’autenticità dei sentimenti per il coraggioso quanto devoto Maggiore Saul ad imporsi alla bella cugina quando lo crederà vittima di un incidente nel bosco. Quello che doveva essere un piacevole diversivo diventa scelta di vita e Sophie si ritrova “arruolata nel grande esercito delle donne devote”, dove si milita per sempre, senza chiedere altra paga che l’amore. Emily cercherà di dissuaderla in tutti i modi convincendola a tornare con loro in città alle care indolenti abitudini, mentre Randal, che credeva di aver conquistato la timida Ruth, si trova a doverle fare le congratulazioni per il suo fidanzamento con un ragazzo del posto.

Quel dolce e felice Natale rimarrà indelebilmente impresso a tutti quanti loro.

UN SOGNO DI NATALE, E COME SI AVVERO’

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Perché rimpiangere quell’epoca scomoda e buia in cui non c’erano televisioni e pc per avere la scusa di immergersi nella sana lettura di un libro, magari d’altri tempi? Quello a cui ho attinto è un piccolo scrigno, di dimensioni tascabili, da leggere davanti al camino in queste sere fredde scaldate dal fuoco crepitante che a fine giornata dissolve tutte le tensioni.

Un sogno di Natale e come si avverò è una novella dal sapore dickensiano che ha per protagonista una bambina che ha perso il suo spirito natalizio.

Dubito che un bambino o una bambina di oggi farebbero mai sogni del genere o si priverebbero di qualcosa di proprio per fare felici chi è meno fortunato.  Sono sicura invece che qualcuno di loro ha smarrito il senso del Natale nella montagna di balocchi e prodotti tecnologici che soffocano gli alberi fastosamente addobbati.

Effie, come lo scorbutico Scrooge, detesta il Natale che comporta per lei, ragazzina ricca e viziata, da dieci anni, la stessa incetta noiosa di regali e dolciumi. Arrivando a desiderare di essere povera per rompere la monotonia delle sue giornate benestanti, raccoglie il suggerimento materno di leggere il Canto di Natale di Dickens. Lo divora tutto durante il pomeriggio e la sera quando si corica anche lei sogna che uno spirito del Natale giunga a trovarla facendole vedere la bellezza di diffondere il bene ovunque, soprattutto ai meno fortunati.

Quando Effie domanda sconcertata allo spirito che le mostra il paese del Natale e ben quattro Babbi Natale pronti a partire con le loro slitte verso altrettante direzioni per la consegna dei doni: “Pensavo che esistesse un solo Babbo Natale e che anche lui fosse un imbroglio”, lui le suggerisce un ottimo consiglio: “Non bisogna mai smettere di credere alle vecchie buone storie, anche dopo che si è scoperto che sono solo una piacevole ombra di qualche dolce verità”.

Al risveglio, raccontando il suo strano sogno alla madre, offre a questa lo spunto di rendere il loro indimenticabile. Sarà Effie ad impersonare l’angelo del Natale per le bambine sole dell’orfanatrofio dove, da un albero riccamente addobbato dispenserà giocattoli, caramelle, biscotti a tante manine impazienti, ricavandone una lezione di vita preziosa. Katy, una bambina sfortunata con la gambetta zoppa, si priva della sua bambola per fargliene dono educandola per sempre a fare del bene.

Ricetta -trifasica- della Pizza di Natale marchigiana

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(per l’immagine ringrazio http://www.smartraveltoitaly.com/natale-marche/)

Per i più coraggiosi ma anche per i più nostalgici che ricercano i sapori di una volta, di quel dolce di Natale che li riporta alla loro infanzia, pubblichiamo la ricetta della cosiddetta  Pizza di fichi da non confondersi con il Fristringo, altro dolce tipico ma a base di soli fichi secchi e di consistenza molliccia.

Questa è una vera e propria torta che si realizza con pazienza e tempo, molto tempo, suddivisa in tre fasi (per questo è stata ribattezzata trifasica): è consigliabile imbarcarsi in questa impresa durante le vacanze di Natale, magari col camino acceso; era qui accanto che si metteva la terrina infarinata a lievitare, coperta da uno strofinaccio.  Ovviamente le dosi non sono precisissime perché prima le nostre nonne facevano “a occhio” , cioè mettevano gli ingredienti a seconda della necessità (maggiore o minore consistenza, più o meno dolce), e che tradotto in gergo culinario moderno sarebbe il famoso q.b. e comunque cavar loro una ricetta che fosse un minimo comprensibile era già un’impresa.

I fase

Preparare il composto di frutta secca (meglio se fatto la sera prima):

2 kg di fichi secchi

200 gr di mandorle

200 gr di noci

200 gr di uvetta

1 bustina di Cacao

1 caffettiera da sei di caffè

1 bicchiere scarso di rhum

Scorza d’arancia grattugiata

Un pizzico di cannella/noce moscata/sale

Zucchero q.b. (un paio d’etti minimo, per contrastare l’amaro del cacao e del caffè, quindi doveroso assaggiare!)

Amalgamare il tutto e far riposare.

II fase

L’impasto:

2 Kg di farina

¼ litro di olio di semi

¼ litro acqua

¼ litro latte

6-7 uova

450 gr zucchero

200 gr. massa del pane oppure 70 gr. di lievito di birra

Anici (a piacere)

Impastare e lasciar lievitare in ambiente caldo finché il volume raddoppia.

III fase

Riunire e lavorare insieme la massa e il composto di frutta aggiungendo 180 gr di lievito di birra sciolto in latte tiepido.

Dividere l’impasto in più stampi foderati con carta forno. Decorare ciascuna “pizza”  con canditi, mandorle e noci disposte a forma di fiori. Far lievitare ancora le torte.

Cuocere a 180°-200° per 40 min. ma controllare con la prova dello stecchino.

E buon Natale!

Per qualsiasi emergenza -domande e chiarimenti- siamo qui ma non veniamo a casa!!!

 

p.s. In genere si usa mettere il calcolo delle calorie a porzione; qui la calcolatrice ci ha lasciati a metà somma. Quindi chi sta attento alla linea o non fa la pizza o non fa la dieta.

 

 

Jane Austen e Barbara Pym, ossia Jane e Barbara

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Quando ho letto per la prima volta un romanzo di Barbara Pym, ho subito pensato di ritrovarci l’influenza di Jane Austen sulla sua conterranea. D’altronde me l’avevano raccomandata diverse definizioni che la volevano proprio come “la moderna Jane Austen”, o che la paragonavano a lei per la capacità e la grazia sopraffine con cui ritrae il quotidiano e le relazioni umane.

Non accosterei i nomi delle due autrici per metterle a confronto -perché possono benissimo coesistere per registrare opinioni e pareri differenti, di maggiore e minore gradimento-, ma terrei presente che la Pym “proviene” e “discende” dalla Austen: perciò la collocherei sicuramente nel firmamento delle scrittrici inglesi per definizione.

Poi, a mano a mano che conoscevo i suoi romanzi, la sensazione iniziale ha trovato una conferma sicura nella citazione esplicita di opere e personaggi di Jane Austen, e l’ipotesi è diventata reale. Anche se cento anni dopo, Barbara racconta la vita di signorine nubili e signore vedove intorno ad una canonica, con ironia e trame imbastite spesso su poco o niente.

Le sue vicende affatto eclatanti, le tranquille atmosfere di ambienti medio-borghesi, i pettegolezzi serpeggianti tra vedove e nubili signorine, la presenza costante di curati appetibili, sembrano ricreare il piccolo mondo antico di Jane Austen e soprattutto obbedire al consiglio dato da lei alla nipote Anna: quello di scrivere di ciò che si conosce senza imbarcarsi in grandi imprese impossibili:

 

Ora stai radunando i tuoi Personaggi in modo delizioso, mettendoli esattamente in un posto che è la delizia della mia vita; – 3 o 4 Famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per lavorarci su – e spero che scriverai ancora moltissimo, e li sfrutterai pienamente ora che sono sistemati in modo così favorevole[1]

 

Leggendo i giudizi di alcuni lettori i commenti non sono sempre entusiastici perché Pym non gode della stessa lucentezza di Austen, ed anzi incorre in quello che è il possibile rischio insito in una scelta monotematica, risultando a volte ripetitiva, monotona. Ed è per questo motivo che sarebbe necessario conoscere il più possibile la sua produzione narrativa per comprendere appieno il suo stile e il peculiare genere.

Quando la si incontra in Crampton Hodnet, si ha proprio l’impressione di un romanzo ben orchestrato, denso di personaggi interessanti e divertenti, che funzionano perfettamente accordati tra loro, il tutto sulla chiave di un misterioso luogo –Crampton Hodnet appunto- che funge da valvola di sfogo e origina la commedia degli equivoci attorno alla quale è costruito il bluff della storia. I personaggi sembrano usciti dalla penna di zia Jane: l’insopportabile signorina Doggett, la sua dama di compagnia Jessie Morrow, che non conta niente, Francis Cleveland, nipote della signorina Doggett, stanco della vita matrimoniale, e sua figlia Anthea, che invece sogna l’amore romantico. L’arrivo in questo monotono e composito ménage del signor Latimer, il curato scapolo, Barbara Bird, studentessa attraente, e Simon Beddoes subito affascinato dalla bella Anthea, dà vita a simpatici quadretti d’interni…

Ma Pym non è sempre frizzante come in questo romanzo corale; lo è sicuramente meno, in Tutte le virtù e in Qualcuno da amare dove un po’ delude: racconti semplici, lineari, circolari e apparentemente banali, in cui la scrittrice, con il suo ristretto ambito parrocchiale tra zitelle e curati, è ripetitiva, risulta leggermente pedante come loro, ma tutto sommato anche rilassante.

Nei due racconti citati, la vita di paese scorre rassicurante e immobile finché a movimentarla non arrivano nuovi personaggi. Cassandra, una donna giovane e graziosa, sa di possedere tutte le virtù, perché la gente non fa che ripeterglielo. Adam, il marito, un vero gentiluomo benestante che scrive poesie e qualche romanzo, le è devoto ma è assai egocentrico e leggermente pedante. Ma ecco l’imprevisto. Uno straniero alto e affascinante viene ad occupare una casa vicino alla coppia. Per fargli piacere Cassandra organizza un party di benvenuto. Lo straniero si innamora di Cassandra a prima vista e questo produce situazioni imbarazzanti, insidiosi pensieri e qualche pettegolezzo ma poi, nella migliore tradizione della Pym, tutto finisce bene e la virtù trionfa.

Harriet Bede sa come prendersi cura dei curati della sua parrocchia per i quali è molto più che ospitale con calzini e sciarpe fatte a maglia e ottime cene. La sorella Blinda coltiva invece da trent’anni un amore impossibile per l’arcidiacono, che, sposato a una donna intrigante e ambiziosa, non disdegna talvolta di scaldarsi al tranquillo calore dell’affetto di lei. La vita in paese: un bibliotecario incline tanto ai libri quanto alle pinte di birra e un vescovo di un’esotica diocesi africana ansioso di accasarsi.

Il fatto è che spesso la corrispondenza si percepisce dalle atmosfere e dallo stile, da qualcosa di impalpabile che caratterizza i due tipi di scrittura, diversi eppure appartenenti alla stessa matrice originaria, forse allo stesso tipo di humour.

Le Donne eccellenti della Pym, devote e virtuose, non saranno quelle di Jane Austen -perché siamo più avanti con gli anni e il tipo di società di cui si parla-, ma la tagliente ironia è la stessa e a volte fa capolino e costringe ad un sorriso complice. Identico è anche il pudore -che adoro- con cui si parla d’amore: senza svenevolezze e languori. Si può essere eccellenti anche con una vita semplice; che poi la vita semplice non è mai…

Si tratta di una commedia romantica dal gusto dolce-amaro perché lascia intendere come il matrimonio non sia necessariamente il sogno e la meta di tutte le donne, o almeno non di Mildred che raggiunge lo stesso una realizzazione, ha una vita “piena”.

Siamo in un’epoca molto diversa da quella in cui scriveva e ambientava i suoi romanzi Jane Austen: nella Londra postbellica, all’inizio del femminismo e alla fine del colonialismo, in questo suo la Pym offre attraverso un umorismo derisorio e leggermente perfido una critica sociale che al tempo stesso illumina e intrattiene, prendendo di mira proprio gli stereotipi e i luoghi comuni.

Ma le lapidarie sentenze professate da miss Lathbury in fatto di nubilato sono sicura che avrebbero trovato d’accordo anche zia Jane: ‹‹Io non mi sono sposata, ecco forse un motivo di felicità, o di infelicità prontamente evitato››[2]. Modesta e autoironica, non si faceva illusioni sul proprio ruolo sociale: ‹‹Sono una donna che nei momenti delicati prepara sempre una tazza di tè››[3].

Con la lettura di Jane e Prudence tutte quelle che all’inizio appunto potevano sembrarmi impressioni soggettive, hanno ricevuto una prova oggettiva ed è stata la stessa Pym ad offrirmela. A questo punto le coincidenze non sono risultate solo nominative: la coprotagonista di questo romanzo infatti si chiama Prudence Bates, è nubile e viene spesso chiamata “Miss Bates” con il seguente commento esplicativo:

 

A Prudence non piaceva essere chiamata signorina Bates; se assomigliava a qualche personaggio letterario, questo non era certo la povera sciocca signorina Bates, ma come altrimenti avrebbero potuto chiamarla la signorina Trapnell e la signorina Clothier?[4].

 

L’amicizia tra le due donne risale a quando Jane era tornata per un paio di anni a Oxford a insegnare, e Prudence era sua allieva. Ma le due non potrebbero essere più diverse: Jane, quarantenne, è un’accademica dal viso struccato e dall’abbigliamento dimesso, non se la cava troppo bene neanche nelle sue funzioni di moglie di un ecclesiastico; Prudence è al contrario bella, neanche trentenne, schizzinosa, vestita in modo squisito, ha un appartamento così elegante. Ha pure l’abitudine di preferire relazioni insoddisfacenti: l’ultima infatuazione è per il suo orribile capo, che neanche si accorge della sua presenza.

Quando la sua amica Jane cerca di combinare per lei un matrimonio, è questa stessa ad autoparagonarsi alla nostra Emma:

 

Forse Fabian e Prudence avrebbero potuto vedersi a Londra. Incominciò a progettare pranzi e cene per loro. Davvero, mi sento quasi come Pandaro, si disse, solo che questo sarebbe stato un corteggiamento e un matrimonio secondo le convenzioni. Fabian era vedovo, e Prudence nubile; non c’era neppure l’imbarazzo di un divorzio. No, ripensandoci, Jane decise di essere molto più simile a Emma Woodhouse[5].

 

In questo caso la Pym doveva avere non solo presente l’omonimo romanzo di Jane Austen, ma addirittura lo aveva ben aperto davanti agli occhi per attingervi a piene mani e così dichiaratamente.

Sempre ad Emma, o meglio alla sua propensione a combinare matrimoni, si ispira Dulcie la protagonista di Amori non molto corrisposti, che, come si può evincere facilmente dal titolo, non riscuoterà molto successo né per la sua amica Viola, né per sua nipote Laurel, sue coinquiline, entrambe invischiate con Aylwin, un uomo sposato che si sta separando. L’imprevisto quanto improvviso cambio di sentimenti di quest’ultimo, inopinatamente verso Dulcie appunto, è accostato, come a per trarne legittimazione, al finale di Mansfield Park, ed è proprio curioso che sia l’uomo a farlo:

 

Quanto al palese cambiamento di sentimenti, si era ricordato del finale di Mansfield Park, quando Edmund si disamorava di Mary Crawford e cominciava ad amare Fanny. Per certo Dulcie conosceva bene il romanzo, e avrebbe capito. Che sorpresa sarebbe stata, soprattutto per la sua famiglia e per Dulcie stessa, che l’aveva così spesso esortato a fare un matrimonio “sensato”, se, una volta libero, avesse proprio fatto un matrimonio del genere! Eppure era fedele al personaggio dopotutto[6].

 

Il resto delle affinità lo stabilisce l’impressione tutta soggettiva e personale di trovarsi a che fare con due scrittrici veramente divertenti e ironiche, di quelle che ti strappano un sorriso anche senza volerlo e senza alcuno studio per risultare simpatiche, men che meno per produrre battute. Unica accortezza: prestare attenzione anche al più piccolo particolare e non tralasciare alcuna parola o dialogo, perché proprio lì può nascondersi una trovata o un’arguzia esilarante. Il che capita leggendo sia l’una sia l’altra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Jane Austen, Lettere, trad. Giuseppe Ierolli, edizioni ilmiolibro.it, Roma, 2011, L. 107 di venerdì 9-domenica 18 settembre 1814, p. 404.

[2] Barbara Pym, Donne eccellenti, trad. Bruna Mora, Milano, edizioni Astoria, 2012, p. 119

[3] Barbara Pym, Donne eccellenti, cit., p. 213

[4] Barbara Pym, Jane e Prudence, trad. Lidia Zazo, Milano, edizioni Astoria, 2015, p. 33.

[5] Barbara Pym, Jane e Prudence, cit., p. 95.

[6] Barbara Pym, Amori non molto corrisposti, trad. Bruna Mora, Milano, edizioni Astoria, 2014, p. 253.