Molto rumore per nulla

 

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Rileggendo Shakespeare.

Un piccolo capolavoro, tantissime le influenze e le citazioni di opere precedenti tra cui anche l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e il Cortegiano di Baldassarre Castiglione.

Fuoco di fila di battute che smontano le dichiarazioni d’amore stucchevoli. Situazioni paradossali e comiche intermezzano quelle drammatiche sciogliendo nel sorriso la tensione contingente. Le citazioni non fanno giustizia all’intero testo teatrale disseminato di motti e metafore significative.

L’amicizia è fedele in ogni cosa fuorché in questioni e affari di cuore.

Parla pugnali: ogni parola trafigge.

Finchè tutte le grazie non saranno riunite in una donna sola, non una sola donna entrerà nelle mie grazie.

Non si apprezza il valore di quel che abbiamo mentre ne godiamo, ma appena lo perdiamo e ci manca, lo sopravvalutiamo, e gli troviamo il pregio che il possesso rendeva invisibile, fino a che era nostro.

Vi amo tanto con tutto il cuore che non me ne resta per dichiararvelo.

Tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano.. non c’è mai stato filosofo che abbia sopportato il suo mal di denti con pazienza.

Allora è proprio uno spirito virile che non fa mai male a una donna.

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Ferragosto

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Il nome della festa di Ferragosto deriva dal latino feriae Augusti (riposo di Augusto), in onore di Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, da cui prende il nome il mese di agosto.

Era un periodo di riposo e di festeggiamenti, istituito dall’imperatore stesso nel 18 a.C., che aveva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso che, nella religione romana, era il dio della terra e della fertilità.
In tutto l’Impero si organizzavano feste e corse di cavalli, e gli animali da tiro, esentati dai lavori nei campi, venivano adornati di fiori. Inoltre, era usanza che, in questi giorni, i contadini facessero gli auguri ai proprietari dei terreni, ricevendo in cambio una mancia.
Anticamente, come festa pagana, era celebrata il 1° agosto. Ma i giorni di riposo (e di festa) erano in effetti molti di più: anche tutto il mese, con il giorno 13, in particolare, dedicato alla dea Diana.

Poi c’è stato l’innesto della religione cattolica che ha fissato al 15 agosto la festa dell’Assunzione di Maria e durante il regime fascista quando nasce la tradizione popolare della gita turistica di Ferragosto. A partire dalla seconda metà degli anni venti, nel periodo ferragostano il regime organizzava, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari, grazie all’istituzione dei “Treni popolari di Ferragosto”, con prezzi fortemente scontati.

L’iniziativa offriva la possibilità anche alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere le località marine o montane. L’offerta era limitata ai giorni 13, 14 e 15 agosto e comprendeva le due formule della “Gita di un sol giorno”, nel raggio di circa 50-100 km, e della “Gita dei tre giorni” con raggio di circa 100–200 km.

Non è vero che si festeggia solo in Italia perché anche altri Paesi hanno delle tradizioni legate a questo giorno, storiche e religiose, ad eccezione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia e Cina, per i quali non ha mai rivestito un significato particolare.
In Irlanda, l’Assunzione viene detta (in lingua gaelica) Féile Mhuire ‘sa bhFomhar ed è una festività che ha da sempre una particolare importanza. Un’antica leggenda vuole che il bagno in mare il giorno di Ferragosto abbia un effetto benefico per la salute; in passato, pertanto, impiegati e servi nelle contee di Limerick e Kerry includevano negli accordi con i padroni la previsione della festività dell’Assunzione in modo da poter prendere parte al rituale.

 

 

Buon Ferragosto!

La Scapigliatura e il 6 febbraio 1853 di Cletto Arrighi

 

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Quando un libro ti spinge a riaprire i testi di scuola non soltanto conferma un’antica verità e cioè che non si finisce mai di imparare, ma attesta che il viaggio all’interno e attraverso di esso è stata un’esperienza totalizzante.

Questo è ciò che si prova alla lettura del romanzo La Scapigliatura e il 6 febbraio 1853 di Cletto Arrighi (anagramma di Carlo Righetti). Il testo rappresenta il manifesto programmatico del movimento politico-letterario della Scapigliatura che prese le mosse da Milano verso la metà dell’Ottocento. In un periodo di disordini e di messa in discussione dei rassicuranti ideali borghesi questo romanzo segna la presa di consapevolezza, con conseguente dichiarazione di intenti e di ideali, di questo gruppo di artisti dalla provenienza più disparata. L’autore ne fornisce la definizione: “In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui di ambo i sessi, fra i venti e i trentacinque anni, non più; pieni d’ingegno quasi sempre; più avanzati del loro tempo; indipendenti come l’aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; irrequieti, travagliati,… turbolenti -i quali- o per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato – vale a dire fra ciò che hanno in testa e ciò che hanno in tasca – o per certe influenze sociali da cui sono trascinati -o anche solo per una certa particolare maniera eccentrica e disordinata di vivere … meritano di essere classificati in una … casta sui generis… io l’ho chiamata appunto la Scapigliatura” (p. 15).

Le correnti sobillatrici della compagine europea dovevano raggiungere i cuori ardenti del braciere italiano che in Milano in particolare, vessata dal giogo austriaco, mostrava evidenti e recidivi segni di insofferenza.

In aperta contraddizione con il romanzo storico e i precetti romantici che mostrano la loro limitatezza nei riguardi della realtà, i poeti e scrittori scapigliati che si ispirano al tipo di vita bohemien francese, si allontanano dalle piste battute sotto l’egida dei principi classici, per dissentire e scandalizzare con i loro scritti, e taluni anche con la loro condotta, in una sorta di decadentismo precoce indotto dai Fiori del Male di Baudelaire. I personaggi di questo circolo teorico rispondono al nome di Arrigo Boito, Ugo Tarchetti, Emilio Praga e Carlo Dossi; Carlo Righetti ebbe il merito di tradurre in prosa la loro filosofia di vita e affidare a un romanzo il compito di fotografarne uno spaccato esemplificativo.

La storia qui rappresentata è un incastro avvincente che rispetta la verità storica dei fatti nel loro svolgimento nell’arco di quattro giorni (dal 3 al 6 febbraio 1853), ma che con un sapiente, quanto magistrale, uso della tecnica del flashback dilata e approfondisce la trama apparentemente breve della vicenda.

Se già questo modus procedendi non avesse già ricordato un’altra opera che si dipana tra andirivieni e digressioni, sarebbero state le frecciate apertamente rivolte ai Promessi Sposi a rivelare la chiara intenzione a guardare a essa e allo stesso tempo a prenderne le distanze. In molti passaggi, il narratore dimostra di aver ben presente il romanzo storico manzoniano: quando smette il suo compito per rivolgersi con le sue considerazioni al lettore, o per meglio dire, “alle sue lettrici” (che ammonisce per esempio a non giudicare la condotta di Noemi che trascurata dal marito si perde nell’amore per il giovane e irrequieto Emilio Digliani) o in quel paragone volutamente irriverente tra Lago Maggiore e Lago di Como: “Gli adoratori del lago di Como mi fanno ridere: dinanzi alla maestà del Verbano il povero Lario può andare a riporsi” (p.233).

Un libro conservato nella sua purezza originaria, che permette anche un itinerario curioso all’interno della lingua italiana ricca di citazioni latine, francesismi, neologismi desunti direttamente dal volgare e che sa riproporre a seconda delle ambientazioni il diverso registro linguistico: la conversazione alla tavola del conte Firmiani è molto diversa da quella all’interno della bettola, con un’ostessa definita la sorella carnale del famoso oste dei Promessi Sposi (cfr. p. 154).

Pieno di colpi di scena, avventure e quadretti d’interno che vanno dal palazzo nobiliare al retrobottega del tabaccaio, dalla casa sontuosa e senza gusto di Cristina Firmiani dove si conduce vita di società all’appartamento da giovane scapolo di Emilio fino alla triste stanzetta di Gigia. In un delicato e complesso gioco di reti e fili sottili tra i personaggi appartenenti a tutti questi livelli sociali viene imbastita una trama sottilissima eppure irriducibile.

Non è solo un romanzo politico né può dirsi esclusivamente un romanzo d’amore, è riduttivo chiamarlo manifesto letterario: è un romanzo che racconta le passioni degli uomini -e le inquietudini dei giovani di quel dato momento storico- lontano dalla morale manicheista del bene e male che non contempla l’ipotesi della debolezza e quindi del perdono e che non invoca alcuna Provvidenza se non la solidarietà e la comprensione umana.

Come un liquore molto intenso e strutturato che va dosato a piccoli sorsi ma dalla cui coppa non si riesce a staccare le labbra avide di assaporarne l’invitante nettare, le pagine si susseguono con ritmo incessante. Dopo essere stati inebriati e finanche storditi dal goccio finale della bottiglia bisognerà ricominciare dal principio per cercare di indovinare gli ingredienti di così stupefacente ambrosia.

Ma la felicità di quaggiù, per essere gustata, ha bisogno di confronti e di contrasti; e chi di sua vita non ha mai versato lagrime di sangue, non potrà dire d’essere stato qualche volta felice. Io per me, se, in un bel mattino d’autunno, dal cucuzzolo d’un monte del mio caro lago, m’avviene di mirare sorgere grado a grado il sole dall’opposta catena, e indorarsi all’intorno la vasta contrada, e allegrarsi del suo divino sorriso il vasto piano delle acque, e ascolto elevarsi il misterioso concerto di mille armonie all’intorno, quasi un saluto di gioia, provo nell’animo non peranco inaridita un palpito sempre nuovo e spontaneo, che mi parla di felicità e di speranza, di riconoscenza e di amore” (p. 155).

 

La commedia degli errori

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Rileggendo Shakespeare

La commedia degli errori

La commedia degli errori (The Comedy of Errors), o La commedia degli equivoci, è una delle prime commedie di Shakespeare; si crede sia stata scritta tra il 1589 e il 1594. È il più corto e il più farsesco dei suoi lavori: la maggior parte della comicità è data dallo slapstick e dallo scambio d’identità, in aggiunta ai giochi di parole e alle paronomasieLa commedia degli errori, (insieme a La tempesta) è uno dei soli due lavori di Shakespeare che osservi le unità classiche della tragedia.

Con evidenti richiami all’opera di Plauto, La commedia degli errori racconta la storia di due coppie di gemelli identici separati dalla nascita. Antifolo di Siracusa ed il suo servo, Dromio di Siracusa, arrivano ad Efeso, che si scopre essere la città in cui vivono i loro fratelli gemelli, Antifolo di Efeso ed il suo servo, Dromio di Efeso. Quando i siracusani incontrano gli amici e i familiari dei loro gemelli, inizia una serie di incidenti basati sullo scambio d’identità che portano a baruffe, seduzioni quasi incestuose, l’arresto di Antifolo di Efeso, e le accuse di infedeltà, furto, pazzia e possessione diabolica.

La libertà sfrenata, la frustra la giustizia. Nulla c’è sotto l’occhio del cielo, in terra, in mare e nel firmamento che non abbia il suo limite.

Quali rovine sono in me che non siano state devastate da lui? Sicchè è lui la cagione del mio sfacelo. La mia svanita bellezza sarebbe tosto restaurata da uno sguardo radioso.

La vergogna che sa destreggiarsi ottiene un buon nome spurio, ma le cattive azioni sono raddoppiate dalle cattive parole.

Il tempo fa sempre fallimento e deve all’occasione più di quanto non possa dare.

 

 

 

Quaderno di appunti di Katherine Mansfield

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Quest’ultima raccolta di scritti inediti di Katherine Mansfield vuole una spiegazione.

In essa, come pezzi di un ricco bottino, sono ammassati alla rinfusa racconti compiuti e incompiuti, citazioni, curiose osservazioni, confessioni intime, lettere non impostate e massime occasionali.

(Dalla prefazione di John Middleton Murry, Larling, 1939)

 

Il silenzio pendeva sul giardino ma il giardino era sveglio. Frutti e fiori empivano l’aria di un odore selvaggio e dolce. Farfalle bianche e grigie volavano sui rami argentei delle piante di lillà. Sui neri arbusti della camelia i fiori stavano posati come uccelli bianchi e rossi. Così quieta e misteriosa appariva la casa sotto quest’antica immutabile luce della luna…

(Casa addormentata) 

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La padrona di casa stava a tavola versando a tutti il caffè. Nel suo vestito di mussolina gialla e cappello di seta verde, calze verdi e scarpini di raso nero, ella si sentiva divinamente simile a un personaggio uscito da un balletto russo. Sollevava le sue curiose tazzine con bizzarre mossettine angolari, e quando aveva riempito un ditale di roba levava su alta la tazza gridando “caffè! caffè!”.

Moyra Moore inginocchiata sull’erba davanti !”. a un tulipano (lei sempre si inginocchiava davanti ai fiori che ammirava… è il meno che si possa fare), mormorava pian piano: “E’ proprio buono quanto un Matisse. Intendo dire che la linea è altrettanto strana. I fiori veri sono spesso così tremendamente gradevoli a vedersi, vi pare?”.

(Il pessimista)

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Un raggio di luce fu gettato fuori dal cielo

sulla traboccante marea, e là giacque,

pallidamente dibattendosi, come creatura condannata a morte

che avesse amato il giorno luminoso

(Il tramonto) 

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E’ amore una luce per me? Un’assidua luce,

una lampada dentro il cui pallido stagno io sogno

su vecchi libri d’amore? Oppure un barlume,

una lanterna che mi viene incontro da lontano

sotto una cupa montagna? E’ una stella l’amor mio?

Ahime! Così alta nell’alto, così gelidamente splendida!

(Fiori segreti) 

 

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E’ la stagione adesso delle coccole e delle noci

e delle rotonde, iridate, lucenti gocciole

nell’erba gelata.

(Uccellino d’inverno)

 

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Dietro l’albergo c’era un immenso spazio di prato in lieve declivio, macchiato da gruppi di pini e di abeti. Di là da questo era la foresta, ricamata di verdi sentieri  e di ruscelletti saltellanti e rauchi. Scure montagne turchine, screziate di bianco, si levavano al di sopra della foresta, e ancora più in alto ce n’era una seconda catena, di un luminoso argento, fluttuante attraverso il quieto, trasparente cielo.

(Albergo di montagna)

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La mia mente non ha più freno. Io ozio, cedo, affondo nella disperazione.

(7 febbraio 1922).

Notte di San Lorenzo

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Tace il campanile della pieve

mentre la sera si popola di ombre.

Sul castello abbandonato

si leva la luna nel vespro

irrora di luce lattea

le pietre diroccate trai cespugli di ginestra

E’ la notte delle stelle

un frammento si stacca dal cielo

per spegnersi nel buio

della montagna addormentata.

Domani ne sboccerà un desiderio

sulle ali di una farfalla.

 

(pagina facebook Poesie per un anno)

Guido Gozzano

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Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state… Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!

 

nell’anniversario della morte, 9 agosto 1916