Archivio | dicembre 2019

I miei gioielli 2019

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Ripercorrendo quest’anno devo dire che sono molto felice di aver scritto e fatto conoscere la storia di Alex, la riottosa debuttante dell’Essex, con i modi un po’ troppo spicci e abitudini da maschiaccio, accompagnata da una schiera di personaggi più o meno minori, come la zia Cyd, Lady Celandine, la madre Lady Violet (un lontano riferimento all’omonima di Downton Abbey), il padre sir John, il fratello Andrew e l’amico di lui, Frank. Con loro mi sono divertita e grande è stato lo stupore di scoprire che anche i lettori ne hanno apprezzato la simpatica compagnia.

Perciò è stato un vero piacere scrivere un piccolo seguito, in occasione delle feste natalizie, dove poter andare a sbirciare cosa facevano i Gray, i loro preparativi, i loro inevitabili pasticci, con Alex come protagonista ovviamente.

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Infine  ho portato a termine un piccolo studio su George Eliot di cui ho compilato la biografia, in occasione del bicentenario della nascita, grazie all’insigne contributo di studiosi competenti e preparati che avevano approfondito diversi aspetti della scrittrice vittoriana, in particolare il prof. Francesco Marroni che mi ha fatto l’onore di curarne l’introduzione.

 

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Ringrazio quindi le case editrici che mi hanno supportato in questi progetti, la Literary Romance e la Flower-ed, nelle persone di Simona Friio e Michela Alessandroni, senza le quali non sarebbero stati realizzabili.

 

Romina

Un Natale tutto per sé

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Nel magico scrigno preparato per noi dalle Edizioni Croce, gemme preziose da tutto il mondo sono state racchiuse, con scrupolosa ricerca e cura perché potessero effondere la loro luce pregiata.

Accanto ai rubini rossi sfoggiati da Louisa May Alcott, rifulgono tra gli altri i diamanti francesi di Colette; l’acquamarina neozelandese non teme il calore sprigionato dalle mille sfumature dell’ambra gaskelliana e dell’andalusite di Emilia Pardo Bazàn. In mezzo a tutte brilla la perla rara di Maria Messina.

L’idea di riunire tutte le figure più significative della storia delle scritture femminili è di Sara De Simone, alla quale è stata affidata la curatela del volume e l’introduzione.

Diversi invece i nomi che si sono occupati di tradurre per noi i racconti: Salvatore Asaro per Louisa May Alcott e Katrin Mansfield, Flavia Barbera per Elizabeth Gaskell, Marco Dotti per Colette, Valentina Visaggio per Emília Pardo Bazán. Accanto a loro, le italiane Maria Messina, Matilde Serao, Grazia Deledda, Haydée e Cordelia.

Una raccolta letteraria internazionale, tenuta assieme dal filo rosso del Natale. Chi non ama il Natale, chi può resistere al fascino sprigionato dalla sua atmosfera? Il Natale è attesa, sorpresa, regali, bontà, una vacanza dalla quotidiana indifferenza.

Un Natale tutto al femminile, raccontato da scrittrici dell’Ottocento e del Novecento, che hanno declinato, ciascuna a modo proprio, il significato della festa più magica dell’anno; una ricorrenza che può diventare stato d’animo.

Quella strana sensazione di calore che stringe il cuore è ben simboleggiata dal focolare rappresentato in copertina: l’ovale di Emily Dickinson – rappresentante per eccellenza della scrittura delle donne – e sulla mensola colloca i titoli più significativi di alcune sue grandi colleghe – come per esempio Gertrude Stein.

Non ci resta che procurarcelo e metterlo sotto l’albero dove gli spetta di diritto un posto d’onore e poi godercelo al calore di un plaid, seduti in poltrona per leggerlo in beata solitudine o ad alta voce ai nostri cari.

Dieci racconti dunque, dieci storie da assaporare e assimilare per accompagnare il nostro Natale fino all’Epifania, come vuole la tradizione.

Da un Natale all’altro (Cordelia); Natale a Napoli (M. Serao); Racconti di Natale (Haydèe); Storiella di Natale (M. Messina); Il vecchio Moisè (G. Deledda); Temporale e raggi di sole natalizi (E. Gaskell); Un Natale in campagna (L. M. Alcott); La tentazione di suor Maria (E. P. Bazán); Una lieta vigilia di Natale (K. Mansfield); L’inverno a Roma (Colette).

https://www.amazon.it/Natale-tutto-Racconti-scrittrici-Novecento/dp/8864022910

 

Louisa May Alcott, la donna che “inventò il Natale”!

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Durante l’estate del 1855 Louisa terminò una raccolta di racconti natalizi intitolata Christmas Elves, ma l’editore non accettò di pubblicarli. Il manoscritto è andato distrutto ma pare che, salvo qualche accenno di sfuggita in altre opere (come l’anonimo poema The Wonders of Santa Claus pubblicato sulla rivista “The Harper Weekly” due anni più tardi), sia stata lei la prima a menzionare i famosi elfi natalizi, i Santa Little Helpers!

Sappiamo solo dal suo diario che il ritmo di scrittura era sostenuto come sempre:

Finito il libro di fate a Settembre. Ottobre. May ha fatto le illustrazioni del mio libro di racconti intitolato Folletti di Natale. È migliore di Fiorita di favole. Ora devo cercare di venderlo[1].

Non solo la sorella May pensava alle illustrazioni, ma Bronson in persona aiutava fattivamente non ci è dato sapere se protagonisti fossero i piccoli aiutanti di Babbo Natale che conosciamo oggi, stando alla Louisa May Alcott Enciclopedia, a cura di Gregory Eiselein e Anne K. Philips.[2]

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Louisa continuò a scrivere storie natalizie e molte di esse sono confluite nella Borsa degli stracci della zia Jo una serie di 6 libri di vacanze per bambini pubblicati dal 1872 al 1882.

 

 

Nel 1876 Louisa May Alcott tornò sull’argomento degli elfi di Babbo Natale in una poesia intitolata “Buon Natale:”

 

Nella fretta del primo mattino,

quando il rosso brucia attraverso il grigio,

e il mondo invernale sta aspettando

la gloria del giorno,

 sentiamo un frusciare adattato

Solo senza sulla scala,

vediamo due piccoli fantasmi bianchi arrivare,

Cattura il barlume di capelli solari.

 

Sono fate di Natale che rubano

file di calzini da riempire?

Sono angeli che fluttuano qui?

Con il loro messaggio di buona volontà?

Quale dolce incantesimo stanno tessendo questi elfi

Che come le allodole cinguettano e cantano?

Beh, li conosciamo, mai stanchi

di questa innocente sorpresa;

Aspettando, guardando, ascoltando sempre

con il cuore pieno e gli occhi teneri,

mentre i nostri piccoli angeli domestici,

bianchi e dorati al sole,

Ci salutano con il dolce vecchio benvenuto,

“Buon Natale a tutti!” [3]

 

Per saperne di più:

[1] http://www.santaswhiskers.com/the-elves.html

[2] http://books.google.com/books?id=sPMBb1Ql_9UC&pg=PA55&lpg=PA55&dq=christmas+elves,+louisa+may+alcott&source=bl&ots=N3lswf_ubr&sig=PAYIhddQvKiCwlXPkR2imUgDqdE&hl=en&sa=X&ei=KiFTU8WSBsmOyAS5zIKYCQ&ved=0CIsBEOgBMA4#v=onepage&q=christmas % 20elf% 2C% 20louisa% 20may% 20alcott & f = false

[3] http://www.louisamayalcott.org/witandwisdom_holiday.html

Le vacanze di Natale di Tom e Maggie

Il bel Natale antico con le sue chiome di neve e il volto rubizzo, aveva fatto quell’anno il dover suo nel più nobile dei modi profondendo i suoi ricchi doni di caldo e di colore in tutto il loro contrasto col gelo e con la neve.

La neve ammantava i campi e gli argini del fiume con ondulazioni più delicate che le membra di un bimbo: non c’eran luci e non ombre, perché anche il cielo era tutto una calma pallida nube; non suono né movimento in cosa alcuna, fuor che nel cupo fiume, che scorreva e gemeva come una pena senza tregua.

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Ma rideva il vecchio Natale dopo aver sparso sul mondo di fuori quel crudele incanto, perché voleva far brillare dentro le case una nuova luce, approfondire negli interni la ricchezza dei colori, e aggiungere una più acuta punta di delizia al caldo profumo delle vivande. Voleva preparare una dolce prigionia che rinsaldasse la primitiva comunione della parentela e rendesse l’umano raggiar dei volti familiari così benvenuto come quello del celato astro diurno. La sua benevolenza si faceva poco sentire ai senza tetto, poco alle case dove il focolare non era molto caldo ed i cibi avevano una povera fragranza: dove i volti umani non avevano splendore, ma solo il plumbeo, cupo sguardo del bisogno senza speranza. Ma la bella vecchia stagione è così bene intenzionata; e se non ha appreso il segreto di benedire gli uomini con imparzialità. È perché suo padre, il Tempo, nelle sue finalità per sempre inesorabili, ancora cela quel segreto dentro il suo potente cuore, dai battiti lenti.

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E tuttavia questo Natale, ad onta della nuova gioia che Tom provava nel trovarsi a casa, non gli pareva poi, chi sa perché, felice com’era stato sempre. Le bacche rosse erano, come sempre, abbondanti sull’agrifoglio; con Maggie, egli aveva adornato tutte le finestre e le mensole dei caminetti e le cornici dei quadri con lo stesso gusto di tutti gli altri anni sposando i folti grappoli rossi coi rami di edera dalle bacche nere. Dopo la mezzanotte s’erano uditi i canti sotto le finestre: canti soprannaturali, credeva sempre Maggie, quantunque Tom insistesse con disprezzo che i cantori erano il vecchio Path, il sacrestano della parrocchia e gli altri coristi della chiesa… Ma quei canti di mezzanotte avevano contribuito come al solito a sollevare la mattina sopra il livello dei giorni ordinari; e poi c’era quell’odor di pane arrostito e di birra che veniva dalla cucina all’ora di colazione. L’antifona prediletta, i grossi rami versi ed il breve sermone conferivano il giusto carattere della festività alla funzione in chiesa… allorché quelli che erano andati in chiesa facevan ritorno, stampando le loro orme di neve. Il plum pudding era bello e rotondo come sempre, ed entrava con la sua simbolica corona di fiamme azzurrine come fosse stato eroicamente strappato alle vampe infernali in cui l’avevano buttato i dispeptici Puritani; le frutta erano splendide come sempre: arance d’oro, noci brune e il cristallo chiaroscuro della gelatina di mele e della conserva di prugne.

In tutto ciò il Natale era quello di sempre per quanto Tom poteva ricordare, e semmai se ne distingueva soltanto per la superiorità delle sdrucciolate e delle palle di neve.

(George Eliot, Il Mulino sulla Floss, Le vacanze di Natale, edizione Mondadori)

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Tradizioni natalizie in epoca Regency

 

Una famiglia dell’epoca Regency poteva scegliere di celebrare solo con i parenti o decidere di cenare con amici stretti. In entrambi i casi la cena di Natale si basava sul consumo di diverse portate.

La casa era addobbata con il vischio (la cui tradizione risale ad antichi usi celtici) e alcune piante di sempreverdi; oltre al verde, probabilmente la casa veniva decorata in base alla fantasia di signore e signorine, come le Musgrove di Persuasione, che ritagliano carta dorata e seta.

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Non si inviavano i biglietti di auguri natalizi; il primo di questa lunga tradizione vedrà la stampa nel 1843:

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In epoca Regency non c’era ancora la tradizione dell’albero di Natale (che introdurranno la Regina Vittoria e il principe Albert) ma quella del ceppo natalizio, anch’essa collegata a Yule, che nelle tradizioni germanica e celtica precristiana, coincide col solstizio d’inverno.

Il ceppo natalizio veniva fatto ardere allegramente nel camino e la credenza popolare voleva che se fosse durato fino alla dodicesima notte avrebbe preservato la casa dalla sfortuna.

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Uno dei canti natalizi ammessi nell’epoca di Jane Austen era “Hark the Herald Angles Sing” derivato dalla poesia For Christmas Day che iniziava con quelle stesse parole, scritta dal pastore metodista e poeta inglese Charles Wesley  nel 1739.

Il brano è stato poi accompagnato dalla melodia successiva di Mendelssohn. Fino all’età vittoriana, fu –insieme a “While Shepherds Watched Their Flocks by Night”– l’unico canto natalizio ad essere, non solo approvato, ma anche ammesso nelle liturgie dalla Chiesa inglese.

Il menù del pranzo o cena di Natale prevedeva: roastbeef e cacciagione, con l’aggiunta di oca, cappone, fagiano, cigno e/o pavone. Fra le bevande, sulla tavola di Natale non mancavano vini e, a fine pasto, il Porto.

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In una delle sue lettere, Jane Austen scrisse: “Stiamo appena iniziando a impegnarci in un altro dovere di Natale, che consiste, dopo aver mangiato tacchini, nel disporre dei soldi di Edward per preparare regali per i poveri”.

Le Mincemeat pies erano torte di carne tritata arricchite di frutta e spezie, anch’esse accompagnate dal detto secondo cui “se mangi torte tritate per tutti i 12 giorni di Natale, avrai 12 mesi di felicità”.

La Cena di Natale veniva servita verso le quattro di pomeriggio. Poi, durante la serata, si faceva un brindisi alla stagione.

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Era d’obbligo preparare come dolce il plum pudding, che poi diventerà il Christmas pudding. Letteralmente significa budino di prugne ma in realtà non tutti sanno che non contiene prugne bensì frutta secca e uvetta.

Anche il budino aveva valenza beneaugurale: vi venivano inserite monetine o addirittura un anello. Chi li ritrovava, aveva davanti un anno fortunato… o addirittura un matrimonio.

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Altri dolci tipici natalizi erano il panpepato e i biscotti allo zenzero, la zuppa inglese e il syllabub: un misto di latte, brandy e vino che in origine si beveva ma che in seguito venne montato e trasformato in gelatina per essere mangiato.

A fine pasto veniva servito il Wassail, un liquore che conteneva molto alcool (e che agiva un po’ come un pugno nello stomaco), portato a tavola nella caratteristica bowl (una grossa coppa) e bevuto caldo. Il wassail (nell’inglese antico was hál, letteralmente ‘alla salute’) era un hot punch a base di birra, miele e spezie nato nel sud dell’Inghilterra durante il Medioevo. La tradizione vuole che questa bibita venisse offerta agli amici in visita.

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Il Natale Regency – in viaggio con Miss Darcy

L’ albero di Natale – la tradizione, l’epoca vittoriana

https://bibliotecaromantica.blogspot.com/2008/12/la-festa-di-natale-in-epoca-regency.html

12 facts about Regency Christmases

Kate Greenaway, illustratrice

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Kate Greenaway (17 marzo 1846 – 6 novembre 1901) era un’artista e scrittrice inglese vittoriana , nota per le illustrazioni di libri per bambini.

Era la seconda di quattro figli di una famiglia di classe operaia: il padre era un incisore che abbandonò il suo impiego stabile per mettersi in proprio; quando assunse l’incarico di illustrare  il Circolo Pickwick di Dickens, spedì la famiglia in campagna per rimanere solo e potersi dedicare completamente al suo lavoro.

 A Rolleston, nel Nottinghamshire  sono legati i più bei ricordi di infanzia di Kate che con la mente vi farà ritorno spesso attingendovi materiale prezioso per la sua bellissime illustrazioni, quando verrà il suo tempo.

L’editore che aveva commissionato il lavoro a Mr Greenaway fallì e Elizabeth Greenaway tornò da Rolleston con i bambini andandosi a stabilire a Islington, dove aprì un negozio di abbigliamento per bambini, che attirò clienti benestanti.  La famiglia viveva nell’appartamento sopra il negozio e la giovane Kate, spesso lasciata a se stessa,  trascorse molte ore nel giardino del cortile chiuso, in seguito descritto nella sua incompiuta autobiografia come luogo pieno di “ricchezza di colore e profondità di ombra”. Già denotava uno spiccato senso artistico. 

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Da piccola era stata istruita a casa dai genitori poi venne mandata in scuole per signorine; era un’avida lettrice soprattutto di fiabe, le sue preferite erano: La bella addormentata nel bosco, Cenerentola  e La bella e la bestia.

All’età di 12 anni, iniziò  a frequentare le lezioni notturne presso la vicina Finsbury School,  una filiale della South Kensington School of Art; questi corsi notturni,erano aperti solo alle donne e riguardano il disegno, la pittura su porcellana, l’incisione su legno e la litografia.

Mentre era ancora a scuola, Kate ricevette una commissione per le illustrazioni di libri per bambini. Il primo arrivò nel 1867 per un frontespizio per un libro per bambini, Infant Amusements che ne sancì la consacrazione di illustratrice.

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Nel decennio 1840-1850 esplose il mercato di cartoline augurali; l’azienda britannica Marcus Ward & co la assunse per il suo lavoro di qualità ed il sodalizio fu proficuo per entrambi. Entrarono di diritto così nella storia ufficiale dei biglietti d’auguri.

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I bambini di “Kate Greenaway”, tutti ragazze e ragazzi troppo giovani per essere messi in pantaloni, erano vestiti con le sue versioni della fine del XVIII secolo e le mode di Regency : camiciole per ragazzi, grembiuli a vita alta e abiti con cuffie e copricapi di paglia per ragazze. 

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Il suo primo libro, Under the Window (1879), una raccolta di versi semplici e perfettamente idilliaci sui bambini, fu un bestseller.

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Greenaway è morta di cancro al seno nel 1901, all’età di 55 anni.  È sepolta nel cimitero di Hampstead, a Londra.

In suo onore è stata istituita La medaglia Kate Greenaway  nel 1955, che viene assegnata ogni anno dal Chartered Institute of Library and Information Professionals nel Regno Unito a un illustratore di libri per bambini.

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http://www.kategreenawaycards.com/component/option,com_frontpage/Itemid,1/

16 dicembre: Jane Austen birthday

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Sette anni dopo il trasloco, a metà del dicembre 1775, Mrs Austen era incinta del settimo figlio. Era già un mese che aspettava di partorire, ma almeno il bambino sembrava piccolo, e lei si sentiva “più agile e attiva” dell’ “ultima volta”.

Era un inverno particolarmente freddo nell’Hampshire, il naturalista Gilbert White, che viveva nel vicino villaggio di Selbourne, riferì che il 26 novembre “faceva insolitamente buio; calava l’oscurità dentro casa poco dopo le tre del pomeriggio”. C’era umido e “la condensa copriva le pareti, i rivestimenti di legno, gli specchi delle case, e in molti punti scorreva via in rivoletti”. Quando novembre lasciò il posto a dicembre, il bambino non era ancora nato. Il 13 dicembre White notò che nei laghetti “il ghiaccio reggeva; i bambini pattivano”, e “i contadini, che sono in piedi, la mattina, ben prima dell’alba, dicono che il gelo è pungente”. Sarebbe stato un inverno molto rigido.

Per i parti precedenti Mrs Austen si era fatta aiutare dalle donne della sua famiglia: la sorella di Mr Austen, Philadelphia, o la cugina del marito. Ma per quel settimo figlio non sembrava fossero state prese misure del genere. Forse la signora Austen mandò a chiamare la levatrice del villaggio, ma certo non sentì il bisogno di disturbare un medico costoso facendolo venire da Basingstoke. Più avanti avrebbe aiutato a far nascere i suoi nipoti, e poi c’erano sempre a disposizione le vicine. ..

A Steventon, sabato 16 dicembre trascorse come al solito. Quella notte, quando alal fine “il momento arrivò”, fu “senza grande preavviso”.

Tuttavia, “terminò tutto in fretta e nel migliore dei modi”, riferì Mr Austen con sollievo. “Adesso abbiamo un’altra bambina, un giocattolo e una futura compagna per Cassy. Si chiamerà Jenny”. In questa lettera in cui annuncia la nascita di Jane, Mr Austen mescolò l’annuncio con delle notizie locali, come se non si trattasse di un’informazione di rilievo: si temeva che una gara di aratura dovesse essere interrotta perché il terreno era troppo gelato.

Però i diminutivi affettuosi dati alle figlie, l’idea che la neonata diventasse un “giocattolo” per la sorella maggiore Cassy dimostrano che era un padre moderno e “tenero”, non il genitore severo e rigido dei decenni successivi. Era un uomo che teneva ai suoi figli, e glielo faceva sapere. …

 

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Riferì anche che sua moglie -“grazie a Dio”- stava benissimo. Mrs Austen si era ripresa dalle fatiche del parto grazie al caudle, una specie di porridge alcolico. Un libro di cucina di era georgiana illustra la ricetta: bisognava far bollire dell’acqua con farina d’avena, pepe della Giamaica, mezza pinta di birra e un bicchiere di gin. Madre e figlia riposavano sul materasso di piume giunto da Deane, sotto il baldacchino del letto matrimoniale. La stanza conteneva anche uno specchio e uno scendiletto ma quasi nient’altro, forse solo un cassettone.

… la signora Austen sarebbe rimasta fedele alle tradizioni antiche, con “le tende tirate attorno al letto, ben chiuse, ogni fessura nelel finestre e nella porta […] sigillata, compreso il buco della serratura”, le finestre “protette non solo da imposte e tende, ma anche dalle coperte”. …

Jane nella campagna dell’Hampshire dovette essere fasciata, come usava allora, per evitare che si agitasse e cadesse.

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Il gennaio e febbraio del 1776, i primi due mesi della vita di Jane, furono gelidi…

Jane non ebbe modo di godere a lungo della relativa comodità di casa sua. Come i suoi fratelli, fu mandata a vivere da una balia asciutta nel villaggio. … Mrs Austen teneva a casa i figli, allattandoli, finché non erano svezzati. Poi però li mandava da una balia dove restavano giorno e notte, per fare ritorno in canonica, solo quando sapevano camminare…

Secondo le tradizioni familiari, quando un piccolo Austen si trovava dai Littleworth veniva visitato tutti i giorni da uno o entrambi i genitori, che spesso lo protavano alla canonica.

Quando Jane tornò a casa da Cheesedown Farm, prese il prprio posto: era l’ultima ruota del carro, la bambina più piccola, il giocattolo della sorella maggiore Cassandra, che le faceva un po’ da mamma. Aveva guance paffute che tendevano ad arrossarsi ed era tutto fuorché una chiacchierona, tanto che trovava “un rifugio sicuro nel silenzio”.

…notò la famiglia mentre crescevano (che) Cassandra, si diceva, “aveva il merito di tenere il proprio temperamento sempre sotto controllo” ma “Jane aveva la fortuna di un temperamento che non aveva bisogno di essere controllato” …

Era così riservata che neppure i membri della sua famiglia la conoscevano.

(dal cap. 2, A casa di Jane Austen, di Lucy Worsley)

The April Baby’s Book of Tunes di E. von Arnim e Kate Greenaway

Illustrazione di Greenaway

 

 

 

 

 

 

 

The April Baby’s Book of Tunes, pubblicato nel 1900, racconta la storia di tre bambine in Germania che sono bloccate al chiuso durante una inaspettata tempesta di neve di aprile poco prima di Pasqua. La loro madre le intrattiene con alcune famose filastrocche inglesi.

Sebbene attribuito  a “l’autore di Elisabetta e del suo giardino tedesco “, l’autore era Elisabetta von Arnim , allora conosciuta come la contessa von Arnim-Schlagenthin. Nata Mary Annette Beauchamp in Australia, ma cresciuta in Inghilterra, sposò un conte prussiano nel 1891. Avevano cinque figli (tre dei quali erano le modelle per le bambine nel libro delle canzoni di April Baby ), ma il matrimonio non fu felice. La propensione del conte a accumulare debiti alla fine lo portò in prigione per frode. 

Elizabeth scrisse circa 20 libri, principalmente romanzi;, alcuni con evidenti riferimenti autobiografici come  Elizabeth and Her German Garden (1898), e Vera (1921).   Dopo la morte del primo marito nel 1910, ebbe una relazione turbolenta con HG Wells e un altro matrimonio infelice, questa volta con il Conte Russell. Condusse  una vita molto che l’ha portata in tutta Europa e nel Stati Uniti. Morì a Charleston, nella Carolina del Sud, nel 1941.

La parte più deliziosa di The April Baby’s Book of Tunes sono le sue 16 affascinanti illustrazioni a colori dell’artista per bambini Kate Greenaway, una delle sue ultime opere purtroppo  perché ella morì tragicamente nel 1901 di cancro al seno all’età di 55 anni. Era giustamente famosa per il suo uso di colori vivaci nel rappresentare bellissimi bambini in splendide cornici, e The April Baby’s Book of Tunes non fa eccezione.

 

E se ciò non bastasse, il libro contiene anche 10 brevi canzoni, graziosamente arrangiate per voce e pianoforte (presumibilmente dalla stessa von Arnim). Nella versione HTML di Project Gutenberg, è possibile fare clic sui collegamenti per ascoltare la musica e scaricare la notazione, se lo si desidera.

The April Baby’s Book of Tunes è l’unico libro per bambini di “Elizabeth”, e le illustrazioni accattivanti di Kate Greenaway lo rendono speciale. 

 

Book Cover

 

http://www.gutenberg.org/ebooks/59307

Ellen Ann Welby

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Ellen Ann Welby è nata nel 1851 a Canterbury.

Ellen era il seconda figlia di William e Ann Saunders,  in una famiglia composta da sei ragazze e due ragazzi. Il padre di Ellen sembra essere stato un uomo laborioso e ambizioso che aveva lavorato come maestro di scuola e in seguito era diventato un alto ufficiale giudiziario presso il tribunale della contea, garantendo così ai figli, compresa Ellen, una buona istruzione.

All’età di 20 anni Ellen ai recò a Londra per lavorare come governante dei tre bambini di casa  Gregory (Horatio Gregory era avvocato).

Se fare la governante non dimostrasse abbastanza il suo desiderio di indipendenza, Ellen aveva chiaramente altri piani e nei primi anni del 1870 iniziò a lavorare come artista, dapprima per l’azienda di ceramiche Mintons.

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Ellen fece esporre le sue opere alle mostre annuali della Royal Academy e lavorò anche alle illustrazioni di biglietti natalizi molto popolari all’epoca.

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Ellen si è trasferita molte volte ed  ha vissuto spesso nelle pensioni prima di trovare un posto tutto suo. Nel 1901  si stabilisce con la sorella minore Rose a Westminster dove continuano a vivere insieme, trasferendosi prima a Finchley Road nel South Hampstead per un certo periodo di tempo e infine nei vicini Compayne Gardens, che era un luogo molto più tranquillo.

Anche la sorella di Ellen, Rose Ethel Welby, era un’artista e ha lavorato alla Royal Female School of Art e successivamente alla Central School for Arts and Crafts. Nessuna delle due si sposò mai.

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Ellen viveva ancora a Compayne Gardens quando morì nel 1936, all’età di 85 anni.

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Sotto gli alberi di Thomas Hardy

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Chi l’avrebbe detto che anche Hardy nascondeva un racconto dall’atmosfera natalizia?   In Sotto gli alberi c’è lo sguardo divertito e affascinato di chi guarda con tenerezza e un po’ di nostalgia a un passato che si è perso, a un piccolo mondo che è andato perduto.

Il libro si apre con uno strampalato corteo di figurine che si addentrano come silhouette nel bosco, lungo il sentiero che conduce alla casa del carrettiere per brindare con il sidro nuovo, appena spillato.

Mai avrei potuto immaginare un sentiero più magico di quello di Mellstock, attraversato dal coro dei cantori tra gli alberi argentati splendenti nella notte della vigilia di Natale.

Il crepitare delle fiamme nel focolare e l’aroma del vischio di cui è addobbata la casa del carrettiere giungono fin qui a rallegrare l’animo e a riscaldare il cuore.

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Li sentiamo discorrere e vantare la maggiore o minore celestialità dei loro strumenti:

“Per quanto riguarda l’aspetto”, disse il carrettiere, “non mi sembra che un violino sia molto più vicino al regno dei cieli di un clarinetto. Anzi è ancora più lontano. Nell’aspetto di un violino c’è sempre quel qualcosa di vizioso e canagliesco che fa pensare che il Maligno ci abbia messo le mani; invece i clarinetti li dovrebbero suonare gli angeli del paradiso o qualcosa del genere, sempre che uno voglia credere ai dipinti”. […]

E nel silenzio vediamo perdersi i loro discorsi in un disegno superiore:

Nelle pause della conversazione si avvertiva oltre il soffitto la presenza di un piccolo mondo di sommessi rumori e scricchiolii generati dagli zoppicanti ingranaggi dell’orologio, un mondo che non si era mai spinto più in là della torre campanaria in cui erano nati, sollevando nelle menti più meditative la suggestione che proprio di lì passasse il sentiero del tempo.

Delizioso racconto, giocato sull’incastro di due storie, quella del coro che viene estromesso dalla chiesa dal nuovo vicario deciso a soppiantarlo con il più moderno organo, e quella del corteggiamento di Dick a Fancy, la graziosa e ricca maestra, grazie a un magistrale dosaggio di tempi e cambi di scena perfettamente teatrali, suggeriti dai lunghi scambi di battute e dalle descrizioni evocative.

Croci e delizie del corteggiamento ci vengono presentate ora con la frenesia e l’eccitazione della danza, ora con gli appostamenti furtivi a caccia di un incontro rubato dell’innamorato silenzioso Dick, figlio del carrettiere:

Il saluto amichevole che risultò da questo incontro venne considerato un elisir tanto prezioso che Dick prese a passare ancora più spesso e, quando ormai aveva quasi scavato sotto il recinto il solco di un piccolo sentiero, che non c’era mai stato, venne premiato con un vero e proprio incontro frontale sulla strada dinanzi al cancello.

Al di là dell’intreccio condotto con soavità e disincanto, il mondo della campagna inglese è riprodotto così bene con i suoi aneddoti, le usanze, la mentalità della gente semplice in splendidi dialoghi (come quello tra padre e figlio sulle pene d’amore), con un realismo disarmante e poetico a tratti.

Doveva essergli ben familiare una casa del genere se Hardy ce ne lascia una descrizione così vivida e luminosa:

Un ricciolo di fumo saliva dal camino andando a cadere sopra il tetto come una piuma azzurra sul cappello di una signora e il sole splendeva obliquo sullo spiazzo erboso dinanzi alla casa, riflettendo la sua luce oltre la soglia aperta e su per le scale dirimpetto, illuminando il dorso degli scalini con un radioso riverbero verde e lasciandone in ombra la parte superiore.

Traspare l’amore e il trasporto di Hardy per quell’angolo di Inghilterra legato ai ricordi e agli affetti di infanzia che non a caso comincia a pensare a questa novella dopo la morte del padre che si chiamava anche lui Thomas e che era uno degli ultimi cantori a Stinford.

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Pubblicata nel 1872, quando Hardy poco più che trentenne, voleva tenacemente affermarsi nel mondo della letteratura come scrittore, venne accettata, dopo Estremi rimedi, dall’editore Tinsley. Anche se questo genere di racconto non era molto in linea con le politiche editoriali rivolte preferibilmente ai sensation novels, Tinsley lo accettò in ragione della sua incondizionata fiducia nel genio di Hardy che qui racchiude le sue migliori qualità di narratore di un pastorale idillio e di un umoristico “rural sketch” (come lo definisce il prof. Francesco Marroni, nella sua recensione a Under the greenwood tree, contenuta nella “Rivista di Studi Vittoriani” Anno XVIII-XIX Luglio 2013-Gennaio 2014 Fascicoli 36-37, che ha molto gentilmente messo a mia disposizione).

Come documento dei tempi andati, verso cui trasmette tutta la sua nostalgia e il suo amore, Hardy guarda al passato e ai luoghi della sua infanzia come ad armoniche e incrollabili certezze, eleggendo se stesso a storico del Wessex per narrarne le storie senza tempo, partendo da un microcosmo di rurale dettagliatamente descritto e particolareggiato, nella topografia e negli stili di vita. Rimane l’antica contrapposizione tra presente e passato che fa guardare con accenti sentimentali pacifici, ancora ignari di quando la natura assumerà quell’aspetto minaccioso e lugubre presago di qualche disgrazia incombente sui miseri umani. Ignari ma tristemente consci di alcune stonature, che non sono quelle musicali.

L’antagonismo sotteso alla latente conflittualità sociale preannuncia i suoi futuri sovvertimenti: se istintivamente facciamo il tifo per Dick affinché riesca a conquistare l’amata, in fondo però sappiamo che l’onesto ragazzo di campagna è considerato solo la terza scelta rispetto agli altri due partiti migliori di lui e la vittoria che riporta su Fancy è guastata da questa frustrante consapevolezza.

Se è vero che quando il lettore chiude il libro non necessariamente è l’ultima pagina a rimanergli in mente, è vero anche che questo apparente lieto fine lascia l’amaro e il lettore avverte in quel segreto di Fancy la stonatura al coronamento di un sogno d’amore perfetto che comincia già con un’incrinatura e non lascia presagire nulla di buono per la coppia di neo sposi. Con Sotto gli alberi comincia a insinuarsi quella malinconica rassegnazione tipica della visione esistenziale di Thomas Hardy  secondo la quale non bisogna mai fermarsi alle apparenze perché le cose non sono mai come sembrano.