Archivio | agosto 2019

Jane Austen e Bath

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È stato ipotizzato che Jane Austen non nutrisse una particolare simpatia per tale località a causa del fatto che degli anni in cui la sua famiglia si trasferì a Bath non si hanno lettere; dal modo (cioè svenendo) in cui Jane accolse la notizia dell’improvviso trasloco comunicatole dalla madre con molto poco tatto, appena rientrata a casa da una visita ai fratelli, e soprattutto perché in quel luogo morì il padre. Potrebbe ribattersi che forse Jane era troppo impegnata in balli, shopping, bagni al mare, terme, per poter scrivere ed è un fatto che in nessuna lettera di quelle giunte fino a noi è possibile cogliere un cenno dispregiativo di quella località.

Pump Room con lampadario e galleria musicale

Visto con gli occhi da ragazza villeggiante, Bath poteva apparire il luogo dell’emancipazione della ingenua Catherine, ma anni più tardi alla matura Anne Elliot schiuderà usci in sobborghi meno nobili e svelerà i compromessi di una classe sociale aristocratica in decadenza.

Jane Austen ironizza sui pericoli nascosti in una località balneare:

In aggiunta a quanto è già stato detto sulle doti fisiche e mentali di Catherine Morland, nel momento di lanciarla in tutte le difficoltà e i pericoli di un soggiorno di sei settimane a Bath, dev’essere chiarito, per fornire informazioni più compiute al lettore, e nel timore che le pagine seguenti siano insufficienti a dare un’idea di quale personaggio dovrà essere, che aveva un animo affettuoso, un’indole allegra e spontanea, senza nessuna presunzione o affettazione; i suoi modi avevano appena abbandonato la goffaggine e la timidezza di una ragazzina; di persona era piacevole, e, al suo meglio, graziosa; quanto alla mente, era sprovveduta e incolta com’è di solito una mente femminile di diciassette anni (cap. 2 NA, jausten.it)

Ma non sta a perdere tempo dilungandosi in amene descrizioni del luogo con un secco:

Arrivarono a Bath. 

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Passando invece a Persuasione, il tono con cui parla Anne Elliot è malinconico perché deve lasciare l’avita dimora di Kellinch Hall per trasferirsi a Bath, all’età di venticinque anni, gli stessi che aveva Jane quando lasciò Steventon per volere del padre e per la medesima destinazione.

C’erano state tre alternative, Londra, Bath o un’altra casa in campagna. Tutti i desideri di Anne andavano in quest’ultima direzione. Una piccola casa nel vicinato, dove avrebbero ancora goduto della compagnia di Lady Russell, sarebbero stati vicini a Mary, e avrebbero avuto il piacere di vedere qualche volta i prati e i boschetti di Kellynch, era l’obiettivo a cui ambiva. Ma l’attendeva il solito destino di Anne, veder decidere qualcosa di esattamente opposto rispetto ai suoi desideri. Provava avversione per Bath, e non pensava che le fosse congeniale; e Bath sarebbe stata la sua casa (cap. 2, Persuasione)

Sembra quasi che Jane parli di sè quando spiega:

E quanto all’avversione di Anne per Bath, lei lo considerava un pregiudizio e un errore, sorto prima di tutto dal fatto di esserci stata tre anni a scuola dopo la morte della madre, e, in secondo luogo, dal suo stato d’animo non certo favorevole durante l’unico inverno che in seguito aveva trascorso lì con lei.

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Quindi, è possibile che si trattasse di un comprensibile dispiacere all’idea di lasciare la casa della sua infanzia e prima giovinezza, piuttosto che nutrisse una precisa antipatia verso quella località, e lo si desume quando ella scrive:

Mi riconcilio sempre di più con l’idea del nostro trasferimento”[1]

ed è già indaffaratissima alla ricerca di una casa spaziosa da affittare in un quartiere rispettabile e dal pensiero del conseguente trasloco. A lei non sarebbe nemmeno piaciuta la lettura melodrammatica di questo evento, né tantomeno essere compatita, perché già allora vi ironizzava:

Tuttavia il fatto che io lasci la Campagna senza molto sacrificio non si deve sapere in giro – altrimenti non potrei aspettarmi di ispirare tenerezza, né interesse in quelli che ci lasciamo indietro[2].

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[1]  Jane Austen, Lettere, cit.,  L. 29 di sabato 3-lunedì 5 gennaio 1801, p. 111.
[2]  Jane Austen, Lettere, cit., L. 29 di sabato 3-lunedì 5 gennaio 1801, p. 111.

Jane Burden, modella dei preraffaelliti

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Jane Morris, nata Jane Burden (Oxford, 19 ottobre 1839 – Bath, 26 gennaio 1914), è stata una modella inglese che ha incarnato l’ideale di bellezza dei preraffaelliti. Fu la musa di William Morris (che sposò nel 1859) e di Dante Gabriel Rossetti.

Nacque ad Oxford, figlia di uno stalliere e di una lavandaia. Poco si sa della sua infanzia, eccetto che fu povera.

Nell’ottobre 1857, quando stava assistendo ad uno spettacolo teatrale al Drury Lane, con la sorella Elisabeth, fu notata dall’artista Dante Gabriel Rossetti, che – colpito dalla sua bellezza – le chiese di posare come sua modella.

A dire la verità Jane non accettò subito:  non si fece vedere al primo appuntamento, probabilmente perchè diffidava della proposta, ma alla fine accettò e posò poi anche per William Morris  che la ritrasse ne La Bella Isotta.

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William Morris – La Belle Iseult, 1858 – olio su tela – 71.8 × 50.2 cm – Tate Gallery, Londra

Morris era molto interessato alla leggenda arturiana e alla cavalleria e iniziò a dipingere Jane come Ginevra. Si dice che mentre Morris la ritraeva, avesse scritto sul retro della tela “Non posso dipingerti, ma ti amo“, un timido, dolce, gesto romantico. A detta di tutti però Jane probabilmente era innamorata di Rossetti fin dall’inizio, ma questi era già promesso sposo di Elizabeth (Lizzie) Siddal, così Jane si trovò impegnata e, infine, sposata con William Morris.

Dopo il fidanzamento fu educata privatamente, e divenne un’accanita lettrice, anche in francese e più tardi in italiano, ed una pianista di buon livello. Si sposarono ad Oxford il 26 aprile 1859, ed ebbero due figlie: Jane (nata nel 1861) e Mary, detta May (nata nel 1862), futura editrice delle opere del padre.

Inizialmente si stabilirono a sud di Londra, nella Red House che nel 1860 Morris aveva incaricato Philip Webb di progettare: Morris e i suoi amici e conoscenti decorarono la casa in maniera propriamente medievale, costruendo tutti gli arredi, progettando vetrate colorate , dipinti murali e tessendo arazzi, progettando tessuti.

 

Anche Jane partecipò attivamente e su mattonelle e tessuti è possibile ritrovare spesso il motivo ricamato o dipinto delle margherite che più delle rose esprimevano per i Preraffaelliti il simbolo della forza e della fedeltà delle donne.

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Tu sai che creatura di infantili speranze io sia – Jane Burden Morris

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Successivamente, nel 1871, Morris e Rossetti stipularono un contratto di locazione congiunta per Kelmscott Manor . nel villaggio di Kelmscott, ma poco dopo William Morris andò in Islanda, lasciando sua moglie e Rossetti da sola per arredare la casa e trascorrere l’estate lì. Jane Morris si era strettamente affezionata a Rossetti e divenne la sua musa preferita. Si ritiene che la loro relazione sia iniziata nel 1865 e sia durata, a diversi livelli, fino alla sua morte nel 1882. Condividevano una profonda relazione emotiva che ispirò Rossetti a scrivere poesie e creare alcuni dei suoi migliori dipinti. La scoperta della sua dipendenza dalla droga, alla fine la portò a prendere le distanze da lui, anche se rimasero in contatto fino alla sua morte nel 1882.

Nel 1884, Jane Morris incontrò il poeta e attivista politico Wilfrid Scawen Blunt a una festa in casa tenuta dalla sua cara amica, Rosalind Howard (in seguito Contessa di Carlisle). Sembra che ci sia stata un’immediata attrazione tra di loro. Al più tardi nel 1887 erano diventati amanti. 

 

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Dante Gabriel Rossetti – Jane Morris (L’abito di seta blu), 1868 – olio su tela – 101,5 × 90,2 cm – Society of Antiquaries of London

Lui non era nuovo ad intrattenere relazioni extraconiugali che lo porteranno a separarsi legalmente, nel 1906, dalla moglie, Lady Anne  Noel , figlia del Conte di Lovelace e Ada Lovelace, e nipote di Lord Byron. I due rimasero in ottimi rapporti di amicizia anche dopo la fine della relazione, nel 1894.

Fu Blunt a mettere in giro la voce che Jane si fosse sposata solo per sistemarsi ma la fonte è discutibile e invece le lettere scritte da Jane a William negli ultimi anni del loro matrimonio sono molto affettuose ed espansive (molto di più rispetto agli standard dell’epoca) e in esse non c’è traccia del presunto risentimento che avrebbe dovuto provare se fosse stata costretta a vivere tutta la vita vicino a un uomo che non amava affatto.

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Nel ritratto di Evelyn De Morgan

 

La Morris morì nel 1914, a Bath, al n. 5 di Brock Street. È sepolta nel sagrato della chiesa di San Giorgio a Kelmscott.

Purtroppo, non ci sono dettagli sulla morte di Jane, tranne per il fatto che è sopravvissuta a suo marito e ai “presunti” ex amanti a vivere fino alla vecchiaia. Ecco l’ultima fotografia conosciuta rilasciata scattata a Jane Morris. È seduta sulla sedia a rotelle all’estrema destra, in piedi accanto alla sua sinistra c’è sua figlia, May Morris e l’amica Cecil Sharp.

Jane Burden, musa malinconica dei preraffaelliti

I Preraffaelliti e Jane Burden, la loro musa.

Le muse dei preraffaelliti

https://kimberlyevemusings.blogspot.com/2015/01/on-death-of-jane-morris-nee-burden-oct.html

https://williammorristile.com/early_tiles/morris_red_house_daisies.html

William Morris

William Morris (Walthamstow, 24 marzo 1834 – Hammersmith, 3 ottobre 1896) è stato un artista e scrittore britannico. Fu tra i principali fondatori del movimento Arts and Crafts. 

 

William Morris era il terzo dei nove figli di Emma e William Morris, un ricco mediatore. Frequentò il Marlborough College e quindi la Università di Oxford, dove venne a contatto con il pensiero di John Ruskin ed incontrò Dante Gabriel Rossetti. Ad Oxford conobbe inoltre sua moglie, Jane Burden; donna di estrazione popolare, considerata l’incarnazione della bellezza non solo da Morris ma anche dai suoi amici preraffaelliti, per la sua pelle candida, la sua languida silhouette e la sua folta chioma corvina. Da lei Morris ebbe due figlie, Jane detta Jenny e Mary detta May.

 

Tra le opere migliori di Morris pittore, c’è La bella Isotta (1858-1859) che è anche forse il più famoso: la modella per Isotta è sua moglie appunto, e probabilmente il dipinto costituì l’occasione per l’inizio della loro relazione. Galeotto, si dice!

Dopo aver lasciato Oxford, Morris entrò a far parte di uno studio d’architettura ma si rese conto presto di essere maggiormente affascinato dalle arti applicate. Con l’aiuto dell’amico Webb costruì la Red House a Bexleyheath nel Kent, come dono di nozze a Jane.

 

 

La Red House (Casa Rossa) di Upton, nel Kent, da lui arredata ma realizzata dall’amico architetto Philip Webb nel 1859 è considerata da molti, per la semplicità dei volumi e l’abbandono dei canoni classici, la prima opera anticipatrice dell’architettura moderna. L’architettura ebbe inoltre un’importanza rilevante nell’avvicinamento di Morris al socialismo. Morris e sua figlia May furono tra i primi socialisti inglesi e lavorarono con Karl Marx e Friedrich Engels per far attecchire il movimento in Inghilterra dove, nel 1884 fondò la Socialist League.

Morris rimase a lungo in contatto con gli amici di università e con essi fondò la confraternita dei preraffaelliti. Della generale dottrina estetica, Morris abbracciò soprattutto il rifiuto dell’ingerenza industriale nella decorazione e nell’architettura, caldeggiando il ritorno dell’artigianato e del lavoro manuale per riconferire agli artigiani il rango di artisti.

 

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L’ arazzo Flora è stato progettato da William Morris (1834-1896) e Edward Burne-Jones (1833-1898) nel 1885. Raffigura Flora, la dea dell’abbondanza, che incarna l’estate, a piedi nudi in abiti fluenti con una corona tra i capelli . Tiene in mano fiori freschi e possiamo vedere l’intricato sfondo floreale, ispirato alla tecnica decorativa medievale nota come Mille Fleurs (mille fiori), che dimostra l’ammirazione degli artisti per l’arte pre-rinascimentale. Sull’arazzo è inciso il seguente versetto tratto da Poems by the Way di William Morris, magnificamente reso in stile gotico:

io sono l’ancella della Terra • medito fiera il suo abito glorioso • e la abbellisco nei suoi giorni di allegria …

Nel 1861, Morris fondò l’azienda Morris, Marshall, Faulkner & Co. con Rossetti, Burne-Jones, Madox Brown e Webb e per tutta la vita lavorò ai progetti di questa azienda che favoriva la rinascita dell’artigianato nelle sue forme più tradizionali come la pittura su vetro e su carta da parati (i motivi da lui creati sono tuttora un marchio concesso, su licenza, alla Sanderson and Sons and Liberty di Londra).

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Dopo la parentesi socialista, Morris e Rossetti affittarono una casa in campagna, Kelmscott Manor nell’Oxfordshire. Dopo il ritiro dalla scena politica, Morris si divise tra la sua attività aziendale, la sua casa editrice e l’attività di scrittore. La casa di campagna fu anche teatro della relazione tra l’amico Rossetti e la moglie Jane, che lo portò a cercare conforto nell’amicizia con Georgiana Burne-Jones.

A Kelmscott Manor Morris dimorò dal 1871 fino alla sua morte nel 1896. Oggi è di proprietà della Society of Antiquaries di Londra ed è aperta al pubblico il mercoledì e il sabato durante l’estate.

Morris trasse grande ispirazione dall’autenticità incontaminata dell’architettura e dell’artigianato della casa e dal suo rapporto organico con la sua ambientazione, in particolare il suo giardino. The Manor è descritto nell’opera di Morris News from Nowhere . Appare anche sullo sfondo di Water Willow , un ritratto di sua moglie Jane Morris , dipinto da Dante Gabriel Rossetti nel 1871:

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Dopo la morte di William Morris nel 1896, il maniero continuò ad essere occupato dalla sua vedova, Jane Morris (che lo acquistò nel 1913) e, successivamente, dalle sue figlie. May Morris morì nel 1938 e lasciò in eredità la casa all’Università di Oxford, a condizione che i suoi interni fossero preservati e  al pubblico fosse concesso l’accesso. L’Università non fu disposta a conservare la casa come “un pezzo da museo” e nel 1962 passò la casa e la terra alla Society of Antiquaries. 

 

L’arredamento interno oggi è sostanzialmente quello di Morris e comprende molti dei suoi famosi motivi tessili e gran parte dei suoi mobili. C’è una mostra dei suoi disegni tessili, molti dei suoi libri originali e una collezione di stampe e ulteriori opere dei suoi compagni preraffaelliti.

Alla sua morte, nel 1896, venne sepolto nel cimitero di Kelmscott.

 

Arts and Crafts

Arts and Crafts (“arti e mestieri”) è stato un movimento artistico per la riforma delle arti applicate, una sorta di reazione colta di artisti e intellettuali all’industrializzazione galoppante del tardo Ottocento.

Il termine fu usato per la prima volta da TJ Cobden-Sanderson in una riunione della Arts and Crafts Exhibition Society nel 1887, sebbene i principi e lo stile su cui si basava si fossero sviluppati in Inghilterra da almeno 20 anni. È stato ispirato dalle idee dell’architetto Augustus Pugin, dello scrittore John Ruskin e del designer William Morris.

Il movimento si sviluppò prima e più pienamente nelle Isole britanniche e si diffuse in tutto l’impero britannico e nel resto dell’Europa e dell’America. Fu in gran parte una reazione contro l’impoverimento percepito delle arti decorative all’epoca e le condizioni in cui furono prodotte. Tale corrente infatti considera l’artigianato come espressione del lavoro dell’uomo e dei suoi bisogni, ma soprattutto come valore durevole nel tempo e tende a disprezzare i pessimi prodotti, la bassa qualità dei materiali e il miscuglio confuso di stili distribuiti dalla produzione industriale. Il lavoro che Morris propone si basa sulle orme delle antiche corporazioni medievali. Il Medioevo viene visto come un periodo positivo, con una società più coesa e quindi modello anti-industriale.

Le radici di pensiero di questo movimento si sviluppano dalle considerazioni di Augustus Pugin, architetto e designer inglese, sull’enfatizzazione dello stile gotico, quale unico stile che contiene i principi della cristianità e, di conseguenza, della purezza e dell’onestà, incapace di nascondere la struttura. E che  cosa ha costruito Pugin? Il Big Ben!

 

Il principio di questo movimento è che: non è l’uomo al servizio della macchina, ma la macchina che deve essere al servizio dell’uomo; e così i prodotti dovranno essere progettati per essere altamente qualitativi per l’uomo, non per essere semplicemente più facilmente realizzabili da una macchina.

Invece della grandiosità tardo-vittoriana, dichiarando il loro status con tocchi opulenti, queste case rappresentano il desiderio di tornare a uno stile più artigianale e autentico. Rifiutando un’era industriale in cui tutto era fatto da macchine, queste case furono costruite in mattoni semplici, usando materiali locali. Le tegole e le cornici delle finestre erano poco appariscenti e pratiche. La simmetria non era un requisito. Più spazio è stato dedicato alle finestre, per formare una connessione più stretta con l’esterno.

Anche qui c’erano dei trucchi per far apparire queste case più vecchie del normale con effetti ad hoc, tipo la linea ondulata del tetto voluta per far sembrare la casa più vecchia, sopravvissuta dal tempo.

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Il più importante esempio di questo stile fuori dal territorio britannico è Casa Cuseni a Taormina considerata dal Victoria and Albert Museum di Londra come uno dei massimi capolavori al pari della madrepatria.

Casa Cuseni è il museo delle belle arti e del Grand Tour della città di Taormina. Il museo di Casa Cuseni è un’istituzione permanente e no profit. Il museo è specializzato in dipinti del Grand Tour inglese in Sicilia ed in terra d’Oriente e custodisce le collezioni appartenute al pittore britannico Robert Hawthorn Kitson. La dining-room di Casa Cuseni è l’unico interno al mondo ancora esistente di Frank Brangwyn ed è considerata il massimo esempio al mondo dello stile Arts and Crafts al di fuori della Gran Bretagna, così come la piccola biblioteca in quanto custodisce preziosa fonte di rilevante documentazione storica.

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Gertrude Jekyll

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Fu amica di William Robinson e per i misteriosi intrecci della vita e delle conoscenze, imprestò il suo nome a Robert Stevenson per il suo famoso romanzo Dottor Jekyll e Mr Hyde.  Egli era infatti amico del fratello minore di lei, pastore anglicano.

Jekyll era la quinta di sette figli e nacque il 29 novembre 1843 al n. 2 Grafton Street, nell’elegante quartiere di Mayfair , a Londra, dal capitano Edward Joseph Hill Jekyll, un ufficiale delle Guardie dei granatieri e sua moglie Julia Hammersley.

Nel 1848 la sua famiglia lasciò Londra e si trasferì a Bramley House, nel Surrey, dove trascorse i suoi anni formativi. Non si è mai sposata e non ha avuto figli.

Donna dagli innumerevoli talenti, è stata un orticoltore, garden designer, artigiana, fotografa, scrittrice e artista.  Ha creato più di 400 giardini nel Regno Unito, in Europa e negli Stati Uniti, ed ha scritto oltre 1.000 articoli per riviste come Country Life e The Garden dell’amico William Robinson.

Jekyll è stata una delle collaborazioni più influenti e storiche del movimento Arts and Crafts , grazie alla sua associazione con l’architetto inglese Edwin Lutyens, per i cui progetti ha creato numerosi paesaggi e che ha progettato la sua casa Munstead Wood , vicino a Godalming in Surrey.

 

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Jekyll è ricordata per i suoi fantastici disegni e il suo approccio sottile e pittorico alla disposizione dei giardini che ha creato, in particolare i suoi “bordi resistenti di fiori”. 

È stata una delle prime della sua professione a tenere conto del colore, della trama e dell’esperienza dei giardini come aspetti dei suoi progetti. La teoria di Jekyll su come progettare con il colore è stata influenzata dal pittore Turner e dall’impressionismo, e dalla ruota dei colori teorica.

E’  conosciuta anche per la sua prolifica scrittura: ha scritto oltre quindici libri, che vanno da Wood and Garden e il suo libro più famoso, Color in the Flower Garden, alle memorie della sua giovinezza.

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Era anche interessata all’arredamento tradizionale dei cottage e all’artigianato rurale e temeva che stessero scomparendo. Il suo libro Old West Surrey (1904) registra molti aspetti della vita di campagna del XIX secolo, con oltre 300 fotografie scattate da lei stessa.

Munstead Wood fu il primo di una serie di influenti collaborazioni tra Lutyens e Jekyll nella progettazione di case e giardini. La casa in stile Arts and Crafts, in cui Jekyll visse dal 1897 al 1932, fu progettata dall’architetto Edwin Lutyens per integrare il giardino che fu creato per primo da Gertrude.

Il progettista di giardini, autore e studente di Kew, William Goldring, visitò Munstead House nel 1882 e descrisse il nascente giardino:

lo splendore del bordo … era al di là di qualsiasi cosa avessimo visto finora in termini di fiori resistenti – diverso dal normale confine misto come la notte dal giorno … Il grande punto di questo confine è il raggruppamento dei colori in grandi masse, essendo tutti miscelato per produrre un insieme armonioso

 

Gertrude Jekyll fu profondamente colpita dalle piante, dalla vegetazione, dai paesaggi e dall’architettura del Mediterraneo, che aveva visto per la prima volta nel 1863 e nel 1864 quando accompagnò Charles e Mary Newton in Turchia, Rodi e Grecia. Raccolse piante da paesi del Mediterraneo – la Grecia e la Turchia nel 1863–4, l’Italia nel 1872 e il 1876 e Capri nel 1883 – usando un “raccoglitore” appositamente progettato, e le rimandò in Inghilterra, dove le testò per la loro robustezza e utilità come piante da giardino.

Non solo dall’estero quindi ma Miss Jekyll aveva raccolto piante selvatiche in Gran Bretagna, andandole a raccogliere direttamente dai giardini dei cottage, selezionando e allevando più di trenta erbacee annuali, biennali e perenni e arbusti nani, vincendo diversi premi dalla Royal Horticultural Society in seno alla quale organizzava mostre floreali primaverili. Non sorprende quindi che fosse una delle sole due donne (l’altra era Ellen Willmott) a ricevere nel 1897 la medaglia d’onore “Victoria” della Royal Horticultural Society dal presidente, Sir Trevor Lawrence. Era forse un onore e un piacere ancora maggiori per lei essere definita la Regina di picche da Dean Reynolds Hole, che rispose a suo nome alla cerimonia.

Nel 1875 Miss Jekyll incontrò William Robinson negli uffici di The Garden e dal 1881 iniziò a contribuire con articoli al suo diario.

Per Gertrude Jekyll , “il primo scopo di un giardino è quello di essere un luogo di quieta bellezza come quello di dare gioia all’occhio e riposare e rinfrescare la mente”.

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Nel 1920 Sir Edwin Lutyens persuase Gertrude Jekyll a sedersi per farsi fare un ritratto da William Nicholson. Lei accettò a condizione che non fosse durante le ore di luce del giorno. Così è stata dipinta dalla luce della lampada mentre riposava, mentre durante le ore diurne William Nicholson dipingeva i suoi stivali Balmoral. Del suo ritratto, ora nella National Portrait Gallery, diceva di essere stata un “ausiliario passivo” e desiderava “che potesse rappresentare un oggetto più bello” ( F. Jekyll , 188 ).

dipinto di una vecchia con gli occhiali e i capelli grigi su una sedia, alla luce della lampada

Il dipinto dei suoi stivali Balmoral (da uomo) è nella collezione Tate; gli stivali erano stati acquistati da Gertrude Jekyll a Parigi nel 1883, quando ne aveva acquistato un paio per William Robinson e continuò ad usarli per quasi cinquant’anni, riparati e rattoppati. Nel 1900 scrisse:

nessun falegname ama un nuovo aereo; nessun imbianchino ama un nuovo pennello. È lo stesso con i vestiti; la facilità familiare non può che essere utile e conoscere meglio. Suppongo che a nessun cavallo piaccia un nuovo colletto; Sono abbastanza sicura che non mi piacciono gli stivali nuovi.

Questo è il doodle che le ha dedicato Google il 29 novembre 2017, in occasione del suo  174 ° compleanno:

 

Questa è la rosa Gertrude Jekyll:

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William Robinson, il giardiniere selvaggio

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William Robinson (5 luglio 1838 – 17 maggio 1935) era un giardiniere e giornalista pratico irlandese le cui idee sul giardinaggio selvaggio stimolarono il movimento che portò alla divulgazione del giardino inglese tipo cottage, parallelamente alla ricerca di onesta semplicità e stile vernacolare del Movimento British Arts and Crafts .
Robinson era a favore di piantagioni più naturali e meno formali di piante perenni, arbusti e rampicanti resistenti e contro il giardinaggio a motivi vittoriani, che utilizzava materiali tropicali coltivati ​​nelle serre. Si scagliò contro rose standard , statue, falsi giardini italiani e altri manufatti comuni nel giardinaggio in quel momento. Le moderne pratiche di giardinaggio introdotte per la prima volta da Robinson includono: l’uso di piante alpine nei giardini rocciosi, l’ uso di piante perenni resistenti e piante autoctone.

 

Si sa poco della prima infanzia di Robinson, a parte il fatto che nacque nella Contea di Laois in Irlanda nel 1838, e lavorò inizialmente per il Marchese di Waterford a Curraghmore House. 

 

Dall’Irlanda andò ai Giardini della Società Botanica a Regent’s Park, dove ebbe un impatto così immediato come botanico e giardiniere che, all’età di 26 anni, era stato eletto membro della Linnaean Society e corrispondeva a Charles Darwin. Ha viaggiato molto quando era giovane per studiare piante selvatiche, sia nelle Alpi che nelle praterie nordamericane.

All’età di 30 anni Robinson aveva fondato un periodico di giardinaggio, The Garden, e divenne giornalista a tempo pieno e autore, pubblicando il suo primo libro (su parchi e giardini francesi) nel 1869, e The Wild Garden solo due anni dopo.

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Con la sua carriera di scrittore ottenne un successo finanziario che nel 1884 gli consentì di acquistare il maniero elisabettiano di Gravetye nel Sussex, contornato da ricchi pascoli e boschi, dove avrebbe trovato la realizzazione pratica di molte delle sue idee riguardanti uno stile di giardinaggio più naturale.
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Gran parte della tenuta era stata gestita come un bosco ceduo, dando a Robinson l’opportunità di piantare cumuli di scilla, ciclamino e narciso tra i noccioli ramati e le castagne  Ai bordi e negli spazi liberi nei boschi, Robinson stabilì piantagioni di anemone giapponese, giglio, acanto e erba di pampa, insieme ad arbusti particolari. Più vicino alla casa aveva delle aiuole; ovunque piantò valeriana rossa, e ogni anno migliaia di narcisi, tra cui 100.000 narcisi piantati lungo uno dei laghi nel 1897. Altre caratteristiche includevano un orto murato di forma ovale, un giardino di erica e un giardino acquatico con una delle più grandi collezioni di ninfee in Europa.
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Incontrò Gertrude Jekyll per la prima volta nel 1875: erano in accordo con i loro principi di progettazione e mantennero una stretta amicizia e associazione professionale per oltre 50 anni. Lui la aiutò nel suo giardino a Munstead Wood  e lei gli ha fornito piante per il suo giardino a Gravetye Manor. Jekyll ha scritto di Robinson che:

… quando il giardinaggio inglese era principalmente rappresentato dalle innate futilità del sistema di “lettiera”, con le sue stancanti ripetizioni e colorazioni sgargianti, William Robinson scelse come suo lavoro dal vivo per far conoscere meglio i tesori che giacevano trascurati, e a allo stesso tempo per rovesciare le deboli follie del sistema “assestamento”. È principalmente a causa delle sue incessanti fatiche che una chiara conoscenza del mondo della bellezza delle piante resistenti è ora messa a portata di mano di tutti coloro che hanno cura di acquisirla e che la “mania della lettiera” è praticamente morta.

Jekyll collaborò anche al suo libro, The English Flower Garden,in cui  Robinson ha stabilito i principi che hanno rivoluzionato l’arte del giardinaggio. 
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La fonte d’ispirazione di Robinson era il semplice giardino del cottage, a lungo trascurato dai paesaggisti alla moda. In The English Flower Garden ha respinto lo stile artificiale e formale, in particolare quello statuario, l’ arte topiaria, la moquette e l’acquedotto, paragonando il giardino moderno alla “formalità senza vita della carta da parati o del tappeto”. Robinson ha paragonato il giardinaggio all’arte e ha scritto nel primo capitolo:

Il giardiniere deve seguire il vero artista, per quanto modestamente, nel rispetto delle cose così come sono, deliziato dalla forma naturale e dalla bellezza del fiore e dell’albero, se vogliamo essere liberi dalla geometria sterile e se i nostri giardini devono essere immagini vere …. E poiché il lavoro dell’artista è di vedere per noi e preservare nelle immagini un po ‘della bellezza del paesaggio, dell’albero o del fiore, così il giardiniere dovrebbe preservare  per quanto possibile, nella pienezza della loro bellezza naturale, gli stessi esseri viventi.

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Robinson ha invitato diversi noti pittori a ritrarre la propria arte paesaggistica, tra cui la colorista inglese Beatrice Parsons, il pittore paesaggista e botanico Henry Moon e Alfred Parsons. 
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(un quadro di Beatrice Parsons)
Dopo la morte di Robinson, Gravetye Manor fu lasciato alla Commissione forestale , che lo lasciò abbandonato per molti anni. Nel 1958 fu affittato a un ristoratore che ristrutturò i giardini, sostituendo alcune delle aiuole con prato. Oggi Gravetye Manor funge da hotel (di lusso!) e ristorante.
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Il giardino di Elizabeth

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Fa bene all’anima tornare nel giardino di Elizabeth per riassaporare la beatitudine che traspare dalle sue descrizioni poetiche. Che poi è un diario, o meglio, uno dei pochi libri che andavo cercando, scritto in forma di diario oltre che di autobiografia.

Dal 7 maggio al 18 aprile esso copre l’arco di un intero anno in cui si assiste all’avvicendarsi delle stagioni nel giardino in tutte le loro meravigliose manifestazioni.

La potenzialità di rinascita simboleggiata dalle piante e dai fiori, la capacità di trovare la felicità nelle piccole cose, la possibilità di circondarsi e saziarsi di sola bellezza, sono veri e propri insegnamenti di vita.

Inizialmente il giardino versa in completo abbandono ma Elizabeth non ha problemi a trovare il suo angolo di delizie:

Le celidonie in particolare mi hanno dato gioia con la loro luminosità pura e allegra, così meravigliosamente linde e verniciate di fresco, come se anche loro avessero avuto i decoratori a dipingerle.

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A forza poi di stare a contatto con le piante, studiarne le caratteristiche e osservarne le fioriture, il giardino diventa un piccolo paradiso:

Amo i tulipani più di qualsiasi altro fiore primaverile; sono l’incarnazione di una vigile allegria e di una grazia linda…

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Ma questo diario non dev’essere considerato un manuale fai-da-te di giardinaggio, bensì uno sfogo dell’anima che si sente parte di qualcosa più grande:

E’ il giardino il posto in cui vado a cercare rifugio e riparo, non la casa. in casa ci sono doveri e seccature… ma là fuori i doni del cielo mi si affollano intorno a ogni passo…

 

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Quello del giardino è un mondo incontaminato, puro, dove c’è spazio, se non per  sporadiche apparizioni dell’Uomo della Collera con le sue infelici uscite che si commentano da sole, soprattutto per la grazia e l’innocenza infantile delle tre bambine, chiamate con il loro mese di nascita, Aprile, Maggio e Giugno.

Che donna felice sono mai a vivere in un giardino, con libri, bimbe, uccelli e fiori, e tutto il tempo che voglio godermeli!

 

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In un luogo simile anche la solitudine è la benvenuta:

Che cosa può offrire la vita di città dal punto di vista del piacere che sia in grado di eguagliare il diletto di una qualsiasi delle calme serate che mi sono goduta in questo mese seduta da sola ai piedi dei gradini della veranda, circondata dal profumo dei giovani larici, e la luna di maggio sospesa bassa sui faggi, e il meraviglioso silenzio reso solo più profondo nella sua pace dal gracidio delle rane lontane e dal chiurlare dei gufi? 

 

Per approfondire la figura di questa straordinaria scrittrice consiglio la biografia di Carmela Giustiniani:

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Carmela Giustiniani, studiosa dei classici della letteratura e membro della Elizabeth von Arnim Society, ha elaborato questo racconto biografico che, tra gli avvenimenti della vita reale e le vicende narrate nei romanzi, ripercorre l’intero arco dell’esistenza di Elizabeth von Arnim (1866-1941). Ricostruendo la figura della scrittrice britannica, le riconosce e restituisce quella centralità che ebbe nella scena letteraria e mondana del suo tempo. Tracciando questo percorso, infatti, l’autrice lascia emergere la vera anima di Elizabeth von Arnim, la quale, con tocco lieve e sorriso malinconico, rivela una modernità sottile, celata dietro una patina di convenzione costruita ad arte, e una spiccata profondità che, agli occhi del lettore più attento, va ben oltre la leggerezza che generalmente le viene attribuita.

Se vi è piaciuto questa visita al giardino di Elizabeth, potete continuare il viaggio insieme ad Adele Cavalli:

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Un viaggio tra profumi e colori, tra alberi, giardini e fiori.Passeggerete nei giardini di dieci tra le più amate ed apprezzate scrittrici dell’ottocento e del novecento. Sarà come spiarle entrando nei loro giardini. Pagine che guideranno il lettore tra le architetture botaniche di Vita Sackville-West, nel giardino rasserenante di Eudora Welty; potrà gioire insieme a Karen Blixen alla fioritura della sua peonia in Africa e passeggiare nei parchi insieme alle stupende creature di Jane Austen.L’autrice, raccontando la grande passione di queste donne, per i boschi, per i fiori, per la terra, che amavano coltivare personalmente, ci svela sorprendenti tratti delle personalità di ognuna: la storia famigliare, i figli, ma anche aneddoti sconosciuti. Questo eBook nasce da un minuzioso lavoro di ricerca che, attraverso le biografie, le opere ed i carteggi con amici e parenti, si esprime in un scritto delicato, poetico, quasi per non disturbare le scrittrici e i loro pensieri. Colette: “…ascolto l’iris sbocciare…” o Emily Dickinson: “…c’è bisogno d’estate e di intere legioni di margherite…”.L’opera è impreziosita anche da foto originali dei giardini e delle case narrati.

 

Jane Austen collana RBA

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Questa biografia di Jane Austen si presenta in una forma romanzata ed è coerente con il suo sottotitolo: Una scrittrice anticonformista e ribelle nella vita e nelle sue opere”.

Essa possiede il considerevole pregio di raccontare di Jane Austen come donna e come scrittrice a tutto tondo e non solo secondo lo stereotipo che ci è stato tramandato dalla tradizione vittoriana:

 

…le sue storie che, sotto l’apparenza di semplici trame, mettevano in discussione la struttura sociale e il ruolo che le donne erano costrette a svolgervi. (p. 137)

 

anche se si basa su una discutibile premessa e cioè che Jane Austen avesse deciso sin dall’inizio che sarebbe diventata una scrittrice, ammesso che si possa “decidere” una cosa del genere.

Al contempo sono stati approfonditi meglio aspetti meno noti delle sue relazioni completando così il ritratto di una persona davvero speciale. L’amicizia con la signorina Sharp, istitutrice della nipote Fanny per alcuni anni e con cui i rapporti epistolari sono proseguiti anche dopo, la benevolenza della signora Knight, la madre adottiva del fratello Edward, che si era sempre interessata di lei e di Cassandra, le diverse proposte declinate, le traversie economiche subite dalla famiglia, il ruolo di parente povera eppure critica e dignitosa.

Grazie a questa monografia rileggo e considero in luce nuova alcuni passaggi delle Lettere non adeguatamente soppesati, in particolare mi colpisce la tenacia dimostrata da lei in occasione delle trattative per i diritti autorali con gli editori, trattative iniziate dal fratello Henry ma poi condotte con il suo piglio lucido. Come una qualsiasi giovane donna ne vengono presentati lati positivi e negativi all’interno delle relazioni familiari: la preferenza per il padre e gli attriti con la madre, l’essere benvoluta più dai nipoti che dalle cognate, l’amicizia con la cugina Eliza e la conoscenza della mondanità che ella le trasmise, l’attaccamento per Fanny nonostante la postuma presa di distanza della nipote compresa nel ruolo di Lady.

L’essere rimasta sempre vigile e presente a se stessa, risulta la caratteristica predominante della donna Jane Austen, che nemmeno davanti ai voleri del Principe Reggente si scompone più di tanto.  Tutto tace invece su cosa realmente ella sentì e provò nei passaggi fondamentali della sua vita e forse a questo è dovuta l’opera censoria di Cassandra. Ella, che alla morte della sua amata sorella si vide strappata una parte di se stessa, cercò il più possibile di proteggerne la memoria da sguardi indiscreti, impedendo magari che venissero in superficie gli sfoghi più intimi e veri di una donna che si era sempre fatta guidare dal buonsenso e dal selfcontrol.

L’immagine che ci consegna la nipote Marianne e che viene opportunamente riportata dalla biografia è quella di una silenziosa lavoratrice, dedita alle faccende domestiche che però non si separava mai dai suoi personaggi e dal processo creativo tanto che poteva accadere che mentre stava seduta vicino al fuoco, si lasciasse sfuggire un sorriso e si alzasse correndo verso il tavolo con carta e penna per scrivere qualcosa (cfr. p. 149).

Le parole annotate da Walter Scott sul suo diario, qualche anno dopo la scomparsa di lei, sono il giudizio più lusinghiero:

 

Ho letto per la terza volta l’ingegnoso romanzo di Jane Austen, Orgoglio e Pregiudizio. Quella signorina aveva un talento speciale per descrivere gli intrecci, i sentimenti e le caratteristiche della vita quotidiana che è, per me, una delle cose più meravigliose che abbia mai visto. Posso creare gesti magniloquenti in qualsiasi momento, ma quel tocco che trasforma i personaggi e le cose più ordinarie in qualcosa di interessante mi viene semplicemente negato. Che peccato che una creatura così talentuosa sia morta così presto! (p. 183).

 

Mi trova senza ombra di dubbio d’accordo il finale che così afferma:

 

Il suo posto nella letteratura inglese è accanto a Shakespeare.

 

 

Scheda libro

Titolo: Jane Austen

Autore: Ofelia Ott

Traduttore: Carlamaria Colombo

genere: Biografia

Editore: Collana Grandi Donne, RBA

Data e luogo pubblicazione: Milano 2019

Cranford di Elizabeth Gaskell

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Il tranquillo paesino di Cranford è l’ultima roccaforte delle tradizioni e delle buone maniere, che si oppone strenuamente al nuovo e al progresso rappresentato dal commercio e dall’attraversamento della ferrovia. Tutto ciò che non è antico e consolidato è bollato come volgare dalle comari -per nulla allegre come quelle shakespeariane- di Cranford che prive di rassicuranti figure maschili accanto (signorine da sempre o che lo sono tornate per vedovanza), hanno deciso di diventare arbitri dei rapporti sociali affermando la propria autosufficienza. Immagine correlata

Come ogni intransigenza finisce per essere raggirata, la loro apparente austerità imposta dalla stretta osservanza delle buone maniere, viene gradualmente scalfita dalle insopprimibili esigenze di ognuna di loro.
Un rigido codice deontologico non permette di succhiare l’arancia perché ritenuto scabroso né di assumere cameriere senza clausola che esclude i corteggiatori per scongiurare situazioni promiscue, ma nulla vieta che i mozziconi di candela vengano accesi solo in occasione delle visite,  ammesse solo dopo il terzo giorno per i nuovi arrivati.
Può accadere che un giorno il gatto inghiotta il latte con tutto il centrino che vi è stato messo a bagno per sbiancare e che la sventurata domestica debba somministrargli una dose massiccia di purgante per riaverlo indietro immobilizzando il malcapitato in un vecchio stivale.  O anche che il prestigiatore italiano venga scambiato per una spia francese col turbante e che il fratello creduto scomparso in India diventi Gran Lama del Tibet.

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Qualche rimedio è facilmente mutuabile: un cappello da uomo appeso all’entrata può scoraggiare  ladri notturni e il salottino di casa può essere trasformato in bottega del tè in caso di rovescio di fortuna;   noleggiare una portantina per non passare nel vicolo buio infestato dai fantasmi e tenere un diario diviso in due colonne da riempire al mattino con le proprie aspettative e scrivere la sera  ciò che è realmente accaduto.
“Sembrerebbe un modo piuttosto triste di raccontare la propria vita”, commenta amaramente la dolce Matty invecchiata prima di poter avere la sua possibilità:

“Un po’ di credulità aiuta a trascorrere serenamente la vita, molto più che esser sempre pieni di dubbi e vedere difficoltà e cose sgradevoli da ogni parte”.

 

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Romanzi epistolari

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Dopo aver terminato la lettura di Papà Gambalunga mia figlia, oltre a chiedermi subito se il seguito era reperibile -ci sono vecchie edizioni in giro dal titolo Caro nemico, ma noi speriamo tanto che i traduttori e l’editore di Daddy Long-Legs portino a termine la loro opera e ci restituiscano la versione integrale e originale anche del secondo dei romanzi di Jean Webster, dedicati alla mitica Judy Abbott-, mi ha domandato quali altri romanzi epistolari potevo consigliarle.

Sulle prime in realtà ho dovuto rifletterci un momento per trovare dei titoli che evadessero il criterio indicato. Così ci è venuta l’idea di compilare una lista, breve, di libri che fossero scritti sotto forma di lettere. Premetto subito che il mio non sarà un elenco esaustivo ma semplicemente un suggerimento di libri attingendo alle mie esperienze di lettura

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(nell’immagine Evelina appena pubblicato da Fazi Editore)

Se nel Settecento questo genere era quello più in voga, e Samuel Richardson e Fanny Burney ne sono i maestri in Inghilterra,[1] non sento di poter consigliare a una ragazzina di 14 anni i loro mastodontici volumi (tra l’altro alla monumentale traduzione de La storia di Sir Charles Grandison di Richardson si sta accingendo, avendola da poco intrapresa, Giuseppe Ierolli nel sito dedicato a Jane Austen[2], in quanto questo era considerato una delle letture preferite della scrittrice, la sua “seconda” bibbia), posso però cominciare citando alcune delle opere giovanili di quella loro ammiratrice, a sua volta piena di talento. Jane Austen ha iniziato quasi per gioco a scrivere parodiando i romanzieri famosi e tra i suoi Juvenilia, Amore e amicizia è scritto in forma epistolare, così Lesley Castle oltre che lo spassosissimo Le tre sorelle. Il suo perfetto contributo a questo genere[3], dove esprime tutta la sua maestria tra l’altro, deve considerarsi senza dubbio Lady Susan. L’arguzia dell’intreccio è esaltata dal reticolato intricato dell’epistolario che corre tra diversi destinatari e mittenti, e che ha al centro dei suoi intrighi una signora affatto timida e timorata, Lady Susan appunto. Le sue manovre, le tresche scoperte, le lettere incrociate potrebbero essere molto divertenti alla lettura, oltre che un pregevole saggio di questo stile.Risultati immagini per lady susan

Se l’epoca di Jane Austen dovesse risultare troppo datata, ma lei non lo è mai -e il film Amore e inganni[4] (per quanto stravolto nel titolo) ne costituirebbe ampia riprova-, potremmo cambiare completamente scenario con il romanzo epistolare Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guersney (e anche in questo caso sarebbe d’obbligo guardare la trasposizione cinematografica meravigliosa).

Non solo esso è la dimostrazione che si può parlare della seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca con straordinaria soavità e levità ma anche che tutto questo sia stato realizzato tramite appunto un romanzo epistolare su cui le voci di zia e nipote, Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, si fondono mirabilmente in un unico stile, sulla stessa scia narrativa, in uno struggente avvicendamento, necessario da parte della nipote, per l’aggravarsi delle condizioni di salute della Shaffer.

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Un giorno inaspettatamente, mentre sta girando l’Inghilterra e la Scozia per la presentazione del libro appena uscito, Juliet, la protagonista del romanzo, riceve una lettera da un signore sconosciuto, che si presenta come membro del “Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey”. L’occasione è troppo ghiotta perché Juliet non inizi la corrispondenza con lui e con gli altri membri del gruppo, fino ad allargarsi ad altri abitanti interpellati e coinvolti a vario titolo.

La storia dell’isola, le vicende personali di ciascun corrispondente, i loro peculiari caratteri, si impongono prepotentemente a Juliet che comincia ad avvertire un inspiegabile quanto irresistibile richiamo verso l’isola sentendosene parte e così avviene per noi dato che attraverso le lettere da loro scritte li impariamo a conoscere e ad amare uno a uno.

In the Orangery by Charles E. Perugini

Devo riconoscere che quando pensavo di compilare una lista di titoli di romanzi epistolare ero partita con maggiore entusiasmo di trovarne, ma scopro di dover quasi scavalcare l’età vittoriana dove, almeno gli autori che conosco, non hanno lasciato esempi. Si potrebbe includere, sia pure con qualche forzatura, Wilkie Collins quando ne La donna in bianco si avvale della tecnica narrativa forense-giudiziario per imprestarsi la formula del processo documentale utilizzandolo come finzione narrativa avvalendosi delle deposizioni testimoniali di ciascun personaggio della storia in un incastro a puzzle.  Ne esce una storia che è la risultante di un fascicolo processuale aperto su un caso misterioso e che si delinea con il racconto di alcuni dei protagonisti, secondo la loro ottica parziale e soggettiva. Ciascun contributo, con il proprio apporto e punto di vista, concorre a delineare il complessivo quadro probatorio in base al posizionamento graduale di tutte le tessere che lo compongono e che ritornano al loro posto originario.

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Devo registrare poi che mentre quasi tutti gli autori che conosco hanno sentito l’esigenza di sperimentare il genere gotico, o di cimentarsi in alcuni racconti di fantasmi (mi riferisco a Henry James, Edith Wharton o anche Virginia Woolf), non mi risulta che siano stati attratti dal tentare quello epistolare; eppure questo è stato sempre il metodo di comunicazione principale per scambiare notizie e coltivare le relazioni interpersonali sulla carta, esercizio quotidiano di stile e composizione, fino a diventare vera e propria arte.

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Con un salto metatemporale, arrivo ai giorni nostri per citare questo libro: Lettere ad Alice che legge Jane Austen per la prima volta

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La formula di indirizzare lettere alla nipote è utilizzata dalla zia Fay Weldon per combattere tutti quei luoghi comuni che insistono sulla scrittura di un romanzo da parte di una donna, prendendo Jane Austen come esempio. Questo pretesto viene usato per analizzare le opere e la vita cercando di trarne massime valide anche al giorno d’oggi, e nel caso specifico di Alice ai suoi primi -e sembra proprio fruttuosi- esperimenti letterari. Consigli sulla trama, su come delineare i personaggi, sulla struttura del libro, sui suoi intenti, sulla sua possibilità di accesso alla Città dell’Invenzione: non so se definire questo libro un singolare epistolario o un singolare saggio; sicuramente una conversazione -a senso unico tra l’altro- tra una zia e una nipote che non si conoscono più di tanto. L’argomento delle lettere? Dare consigli alla diciottenne Alice che vorrebbe scrivere un libro ma non ha molta voglia di leggere né di studiare e comunque trova noiosi i testi che le propinano nei corsi scolastici. E forse qualche giovane ragazza potrebbe ritrovarcisi.

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Impossibile non innamorarsi dell’amore che traspare da ogni pagina della corrispondenza immaginaria tra Jane Austen e Tom Lefroy, il suo presunto primo amore, in uno stile senza tempo che Amalia Frontali ha cercare di tradurre in realtà nel suo Mia cara Jane, autopubblicato.  Il progetto del libro è di riempire i tre anni che vanno dall’iniziale conoscenza tra i due alla fine della loro platonica relazione o almeno quando tra loro si sono del tutto interrotti i contatti, con una corrispondenza intercorsa segretamente. Il garbo con cui l’autrice riesce a delineare la relazione amorosa tra Tom e Jane, cercando di rendere l’insistenza impulsiva di lui e la ritrosia di lei, con lettere e dichiarazioni assolutamente romantiche, conquistano al primo impatto e trasportano in un’altra epoca storica.

Assolutamente geniale è poi un ciclo di romanzi costituito da due saghe: la saga del Sestante di Amaryllis L. Medlar, e la saga della Sposa di Amalia&Amaryllis, a loro volta composti da 4 volumi

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(immagine di Antonia Romagnoli)

Ovviamente c’è un ordine e i romanzi tra loro sono tutti collegati ma io vorrei parlare del primo che ho conosciuto e letto e cioè Il Prezzo della Sposa, frutto di un singolare connubio letterario e definito dalle stesse autrici, un romanzo corale epistolare, dopo il quale sarà impossibile non proseguire nella lettura degli altri.

Esso inaugura la Saga della Sposa: una serie di romanzi epistolari a narrazione corale che accompagnano i numerosi personaggi, nella loro evoluzione personale e familiare, per tutta la seconda metà del XIX secolo, fra i fasti dell’Impero Russo, la notte artica di Svezia, le danze sfrenate della Puzsta, passando per la perfida Albione, fino al selvaggio West.

E rimane il più esaltante, perché da esso si sviluppano i nuclei tematici principali e la portata dell’opera trova compiuta espressione.

Nel 1870 i destini di tre famiglie s’incrociano in una tenuta non lontana da San Pietroburgo. La giovanissima Ann di Salmis, nobile svedese e provetta scacchista, stringe un’amicizia indesiderabile con il calmucco Ivan Orchadev, figlio ventenne di una famiglia di mezzadri dei Principi Kuragin.
In una narrazione epistolare corale, che esplora la polifonia dei carteggi privati fra vari membri delle tre famiglie protagoniste e di altre disseminate per l’Europa, la storia di Ann e Ivan, una partita a scacchi dopo l’altra, si dipana negli anni, affrontando gli ostacoli delle differenze di censo e della disapprovazione familiare e sociale. Li incontriamo bambini e non possiamo non innamorarcene.
Originale l’ambientazione e il modulo narrativo che sposa il genere epistolare alla tradizione del gioco degli scacchi per corrispondenza. Ciascun personaggio svela se stesso e gli altri in un gioco di specchi rifrangenti la propria immagine o la propria interpretazione dei fatti. L’incastro di date e rapporti epistolari non è solo ben riuscito ma avvincente e la lettura si è rivelata quindi una complessa ed elegante partita a scacchi, giocata in più mosse e da più giocatori, prova di intelligenza e di forza silenziosa grazie a un sublime sfoggio di arte epistolare.

Anche se lo avevo dimenticato nell’iniziale stesura di questo articolo, devo assolutamente includere nell’elenco Una donna indipendente di Elizabeth von Arnim, scrittrice che adoro e che mi sorprende sempre per il tipo di storia e di situazione che riesce a creare, sempre diversa in ogni suo libro.

La venticinquenne Rose-Marie vive a Jena insieme al padre, il professore, quando nella loro vita arriva Roger, un giovane inglese, nobile decaduto, in Germania per imparare il tedesco. I due si innamorano, Roger si dichiara, ma deve tornare in Inghilterra dalla famiglia, e le lettere che Rose-Marie gli scrive sono piene di impazienza, ansiose di avere una risposta. Ma fin dalle prime pagine è chiaro che la fedeltà di Roger si appanna velocemente: la distanza, il temperamento e le condizioni sociali rendono difficile il rapporto. Spunta un’altra donna, bella e ricchissima. Si assiste così all’altalena dell’amore tra due persone molto differenti, e la vicenda si dipana solo grazie alle lettere di Rose-Marie: quelle di Roger si possono solo immaginare dalle risposte della ragazza, ben decisa a imporre la propria volontà.

Sapete che ho desiderato spesso essere nata uomo, così da potermi infilare gli stivali e partire per esplorare questo grane mondo senza alcun impedimento; per una cosa tuttavia sono felice di essere nata donna, ossia per il fatto che è la donna a dare. Ricevere è molto meno bello. L’uomo prende sempre, la donna dà sempre; e dà in modo incondizionato, a dispetto delle più terribili sventure, disgrazie, la morte… il che forse spiega il maggior accanimento nell’attaccarsi alle sottane di una passione ormai sopita; perché il sentimento più tenero non sta forse dalla parte di chi tra i due più ha dato e si è prodigato?

Quanta dignità e poesia e verità in queste lettere di una giovane donna che scopre che può benissimo fare a meno di un uomo. E in definitiva vuole bene a se stessa e alla vita nonostante e sopra a tutto.

***

 

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Non saprei dire esattamente quali potrebbero essere i motivi che spingono a preferire questo genere rispetto agli altri. Sicuramente la facilità e l’agilità di approccio e di lettura, perché il testo si rivela di immediata e semplice lettura il che è inversamente proporzionale alla difficoltà di saperlo produrre in tal guisa (ecco perché non è esattamente il genere più semplice da scrivere). Un altro motivo potrebbe essere rappresentato dalla possibilità di immedesimarsi completamente nel punto di vista di chi scrive la lettera e vivere gli eventi e le emozioni direttamente come accadono.

Infine, sebbene gli sia stato addebitato mancanza di realismo e di verosimiglianza rimane uno stile diretto ed espressivo che sa però diventare anche molto elegante sia nella composizione che nella lettura.

Sono molto graditi i vostri consigli per allungare questa lista. Ne aspetto tanti!

 

 

 

 

 

 

[1] Non parto da Jacopo e Werther e non cito la tradizione francese di Rousseau perché vorrei circoscrivere il discorso alla letteratura inglese che mi interessa, anche se poi nel mondo letterario tutto è collegato e reciprocamente influenzato.

[2] http://www.jausten.it/jaletturegrandison.html

[3] In realtà per l’esattezza devo precisare che anche un altro romanzi era stato scritto originariamente in forma epistolare e cioè Ragione e Sentimento che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi Elinor and Marianne.

[4] https://ipiaceridellalettura.wordpress.com/?s=amore+e+inganni