Archivio | novembre 2017

Natale a Pemberley

Orgogliosa di aver partecipato al gruppo di lavoro che ha dato vita a questa meravigliosa Antologia, sono lieta di presentarvi:
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Derbyshire, 1812

Un incipit, l’invito alla festa di Natale a Pemberley Hall, l’imponente residenza di Mr Darcy, e un finale ambientato nella notte più magica dell’anno.
Nel mezzo, sedici storie che raccontano le vicissitudini di altrettanti protagonisti.
Accanto ai personaggi delle opere austeniane si affiancano creazioni della fantasia degli autori, dalla servitù della casa ai nobili ospiti, in un avvicendarsi di vite e avventure.
Un’antologia omaggio a Jane Austen per festeggiare il bicentenario della sua scomparsa da parte del gruppo Regency & Victorian.
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Racconti di: Romina AngeliciGladys Dei Melograni, Antonia Antonietta Austen DepalmaPitti Du ChampPatrizia FerrandoSimona FriioAmalia FrontaliElena GrespanCassandra LloydEmanuela LocoriMala SpinaLisa MolaroFrancesca PrandinaAntonia RomagnoliFederica SopraniSusy TomasielloSerena VisMatteo Zanini.
Curatrice: Antonia Romagnoli
Editing: Simona Friio e Antonia Romagnoli
Grafica di copertina: Greenleaf Studio di Solange Mela (Scarlett Douglas Scott)

Natale a Parigi di Mandy Baggot

Cosa ci può essere di più romantico di Parigi? Può esserci solo Un Natale a Parigi!

Parigi, la capitale degli innamorati, la patria dell’amore, lo sfondo ideale su cui ambientare una storia romantica in un caldo e confortevole clima natalizio.

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Mandy Paggot ci porta nei quartieri di Parigi addobbati a festa e abbelliti di mercatini natalizi caratteristici a tema. Ci fa respirare i profumi e l’aria natalizia che avvolgono Parigi e ne fotografa gli angoli più suggestivi un po’ come Julien coglie con i suoi scatti la bellezza disarmante di Ava: i due protagonisti di questa storia d’amore e molto altro.

Diversi i temi che si intrecciano nella vicenda che parte dall’Inghilterra, dove da sempre si coltiva il sogno parigino, con Ava e Debs, due ragazze che vogliono mettere ordine nella propria vita e cercano lo stimolo giusto tra le mille luci e fascinazioni della Ville Lumière.

Julien ha perso…

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Monteriano di E. M. Forster

Liberamente ispirato a S. Gimignano come la cinta di torri lascia chiaramente intendere.

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Eccoli nuovamente fra gli ulivi: il bosco era finito, con la sua selvaggia attrattiva. Ma via via che salivano, il paesaggio andava aprendosi, ed ecco comparire, in alto, a destra su una collina, Monteriano. Il verde sfumato degli ulivi che si inerpicava verso l’alto, fino alle mura, e lei sembrava galleggiare isolata fra cielo e alberi, come una fantasiosa città-nave di un sogno. Era interamente di colore bruno, non mostrava una sola casa, nulla, tranne la stretta cerchia delle mura, e dietro, diciassette torri -tutto quanto era rimasto delle cinquantadue che avevano riempito la città all’epoca del suo splendore. Alcune erano solo tronchi, altre pendevano tutte d’un pezzo verso una probabile caduta, altre ancora erano erette, e simili ad alberi maestri svettavano nell’azzurro. Non si poteva definire bella, ma neppure brutta per via della sua stranezza.

(Ed…

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Un lungo, fatale inseguimento d’amore – Louisa May Alcott

In questo romanzo che raccoglie un po’ tutti i clichè della narrativa gotica (la bella, il bruto, la fuga) troviamo la caratterizzazione tipica degli europei in base alle loro peculiarità nazionali e una considerazione forse troppo semplicistica di distanze ed estensioni del Vecchio Continente. Intatto rimane il fascino esercitato dai paesaggi europei, in questo caso rappresentati da una cittadina della Costa Azzurra.

La cittadina cui la Alcott fa riferimento in questo passo è Valrose, o meglio Chateau de Valrose, sita vicino Nizza che all’epoca in cui fu scritto il romanzo, era annessa al territorio dello Stato italiano.

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A un miglio di distanza le azzurre acque del Mediterraneo venivano a lambire l’arco della costa, lungo cui sorgeva la città delle mura bianche con le sue cupole dorate, le sue palme piumose e le belle ville. Valrosa era la più bella di tutte; un vero “nido di rose”, che fiorivano rigogliose anche in…

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Pisa vista con gli occhi di Virginia Woolf

Da Diario di una Lettrice:

“Non riesco a pensare stasera, in una stanza altissima al Nettuno di Pisa, popolatissimo di turisti francesi.

L’Arno scorre via, con la solita spuma color caffè.

Passeggiavo nei chiostri: questa è la vera Italia, con l’antico odore di polvere, la gente che brulica nelle strade, sotto la -come si chiama?- credo che le strade coi portici si chiamano gallerie […]

Tutti i colori, qui, sono marmo bianco-azzurrastro contro un cielo molto luminoso e purissimo. La torre pende, prodigiosa.”

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Napoli vista con gli occhi di Ashenden, l’inglese di W. S. Maugham

Là, nel Sud, la primavera era già inoltrata e nelle strade animate il sole ardeva. Ashenden conosceva bene Napoli. La piazza San Ferdinando, col suo trambusto, la piazza Plebiscito, con la sua bella chiesa, destavano nel suo cuore piacevoli ricordi. Via Chiaia era rumorosa come sempre. Sostò agli angoli e guardò su per gli stretti vicoli che scalavano ripidi la collina, quei vicoli di case alte con la biancheria stesa ad asciugare sui fili che attraversavano la strada come bandiere al vento in un giorno  di festa; e passeggiò lungo la spiaggia, guardando il mare lucente con Capri che si stagliava vagamente contro luce, finché arrivò a Posillipo, dove c’era un vecchio, malconcio, sconnesso palazzo nel quale, in gioventù, aveva trascorso parecchie ore romantiche. … Poi prese una carrozza tirata da un piccolo e scheletrico ronzino e tornò, sussultando sul selciato, alla Galleria dove sedette al fresco e bevve un…

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Mary: a Fiction

Una prosa disadorna e uno stile asciutto raccontano la storia di una fanciulla desiderosa di affetto e di compiacere gli altri. Mary Wollstonecraft dà il suo nome alla protagonista del suo romanzo, una giovane donna che paga lo scotto di un’educazione familiare sbagliata e piena di pregiudizi, condotta al matrimonio sulla base di un ricatto morale esercitato sulla sua natura emotiva e legata per sempre e suo malgrado a un uomo che non conosce e non ama.

Una storia scarna, che non indugia morbosamente nell’analisi dei sentimenti ma non disdegna l’impiego dei tipici topoi sentimentali (la malattia, l’amore sfortunato, l’amicizia come legame alternativo, il viaggio catartico) e a volte strizza l’occhio a qualche considerazione etica dell’autrice.

Tale è la natura umana, le cui leggi non possono certamente essere invertite per compiacere la nostra eroina, e arrestare lo svolgimento dei suoi pensieri: la felicità fiorisce soltanto in paradiso, non possiamo goderne…

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Nel tunnel di Sarajevo di Giano Sirov Libromania

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Questo libro ti fa toccare con mano l’orrore della guerra di Sarajevo e constatare quanta ignoranza non scusabile aleggi intorno alla questione dei Balcani, nostri dirimpettai.

Come è nata l’idea di questo libro?

Da un viaggio a Sarajevo di una delle due teste del Giano. In particolare dall’incontro con un ragazzo dell’ufficio turistico, che organizzava una visita a piedi della città. Durante il giro, che fu straniante, commovente e duro, si andò formando una specie di legame con il giovane che conduceva la visita, forse per le domande che gli facemmo, forse perché notò i nostri sguardi sciogliersi nell’osservare i muri della città feriti, il cimitero a perdita d’occhio, le macchie di vernice rossa a simboleggiare le stragi nei punti in cui scoppiarono le bombe più sanguinose (le chiamano “rose di Sarajevo”). Quando andammo a ringraziarlo per l’eccellente guida, ci interruppe e disse: “Non ringraziatemi. Piuttosto, raccontate ai vostri amici della nostra città, di ciò che ha subito, di come sia sopravvissuta. E di quanto è bella”.

Questo iniziale proposito, di trasformare la gratitudine in narrazione, si è poi concretizzato in varie fasi (fra cui una piattaforma di letteratura creativa) e alla fine ha trovato compimento nella nascita del romanzo, e di Giano.

Chi si nasconde dietro l’autore, Giano Sirov?

Il nome è uno pseudonimo che vuole rendere giustizia alla natura bifronte  delle quattro mani che hanno dato vita al romanzo. Il cognome è una parola croata, che significa “crudo” e si riferisce alla stile essenziale utilizzato in questo romanzo e ai fatti stessi che vi sono raccontati, senza pietismi, senza abbellimenti. Ma in realtà non ci nascondiamo affatto: solo, volevamo che emergesse unicamente il cuore della narrazione: Sarajevo e la sua storia, senza spostamenti di attenzione sugli autori. Perché siamo convinti che i fatti siano più importanti di chi li racconta, e anche  per mantenere quella promessa fatta a Sarajevo.

Quali fonti sono state usate per documentarsi su una guerra di cui non si parla nei libri di storia?

La fonte principale sulla vita quotidiana a Sarajevo è stata la Survival Guide, un testo che comprammo a Sarajevo e che è una vera chicca, per la sua rarità. Riesce raccontare con amara e tagliente ironia – in perfetta aderenza allo spirito balcanico – il dramma vissuto durante l’assedio. E poi i soliti: internet (ad esempio il materiale dell’Osservatorio Balcani-Caucaso), quei pochi libri di storia in lingua italiana, i testi di Paolo Rumiz, il romanzo di Clara Usòn.

È scritto benissimo, dosando bene ogni registro nel modo e nel contesto appropriati; come è stato impostato il metodo di lavoro a quattro mani?

Senza impostarlo. Abbiamo scoperto di essere complementari, che lavorare insieme correggendosi, sovrapponendosi, rifinendosi reciprocamente, riusciva molto facile e naturale, divertente anche. E soprattutto, quello che ci interessava non era far emergere i nostri ego (entrambi alquanto ingombranti), ma solo raccontare Sarajevo. Credo che questo abbia aiutato molto.

Qual è il messaggio che questo libro vuole trasmettere?

Di tenere gli occhi aperti, e il cervello. Maturare la consapevolezza di ciò che accade, lontano o vicino che sia, essere informati e conoscere, sono formidabili armi contro i signori della guerra.

Come è stato misurarsi con un tema così crudo e crudele?

Duro. Interessante. Difficile. Appassionante. Commovente. Le stesse emozioni che vorremmo provassero i lettori. Ci siamo riusciti?

Direi proprio di sì; può essere svelato il criterio con cui sono stati intitolati i capitoli?

Certo! Il racconto si snoda su due piani temporali: il presente dell’avvocato Fabio Boksic, alle prese con un caso giudiziario che lo vede attore non solo come legale, ma anche come sospettato, e il passato del giovane Fabio durante l’assedio. Il primo – un po’ giallo, un po’ thriller e un po’ noir – ha l’andatura di una partita a scacchi e dunque i titoli richiamano la nomenclatura delle mosse scacchistiche; il secondo piano, quello dell’assedio, è la sinfonia di una città che respinge l’assedio e ha dunque il ritmo e i movimenti di una romanza: di qui i titoli che si rifanno al lessico musicale, sinfonico e operistico.

L’ironia del capitolo “Andante Mosso” è agghiacciante:

che tu lo voglia o meno, lettore- verrai con me a fare un giro di giostra nella Sarajevo assediata.

Vedi di non costringermi a tirarti per la manica come un marmocchio riottoso: i cecchini

potrebbero notare i nostri armeggi e fare fuoco su di noi. Proprio come in quegli sparatutto con cui forse ti sollazzavi nell’adolescenza. Occhio, però, che qui la scritta game over ha il sapore metallico del sangue. Il tuo.

Un thriller originato da un caso giudiziario che scopre una spirale di dolore e vendetta e realtà inimmaginabili; a cosa è dovuta la scelta di questo genere?

Solo alla volontà – anzi la necessità – di raccontare una storia ingiustamente dimenticata dalla Storia. E invogliare chi la leggerà ad approfondire quella storia, anche senza l’aiuto della Storia.

Nel XX secolo ha senso parlare ancora di ideali?

Ha senso conoscere. Essere consapevoli. Prendere posizioni sulla base del proprio senso critico. L’ignoranza è l’alleata più fidata dei profittatori e dei potenti; non a caso viene costantemente e premurosamente alimentata.

Gli ideali sono una deriva delle idee. Una deriva ispiratrice, positiva, che spinge a gesti grandi e audaci in nome di un bene più grande o una deriva negativa che porta al fanatismo e all’intolleranza. La differenza fra le due cose è la consapevolezza con cui sono state abbracciate, assimilate, elaborate le idee di base.

Il dramma umano acquista dimensioni universali:

Esiste una parola per chi ha perduto un coniuge. Una per chi ha perduto i genitori. Ma non esiste una parola per una madre a cui muore il figlio. Rimane una madre.

La forza dei legami di sangue è il vero credo di questo popolo?

Sì, come di tutti i popoli, del genere umano in generale. Ma il popolo sarajevese ha dimostrato anche qualcosa di più: che prima e oltre la famiglia, e non troppo distante da essa, vi è la comunità, la Città, la Polis. E mai parola greca fu usata più a proposito dato che l’assedio fu di tipo omerico, completamente anacronistico rispetto al ventesimo secolo. E’ la Polis quella che i sarajevesi hanno difeso, in definitiva. Hanno difeso i principi di cultura, tolleranza e convivenza che da secoli univano Sarajevo e la sua multiforme (oggi si direbbe multietnica e multireligiosa, ma noi preferiamo in questo caso un termine più ampio) cittadinanza.

Alla fine del libro viene da chiedersi: come può l’essere umano perseguire le più atroci nefandezze e i più alti principi?

E a questa domanda deve rispondere chi legge. Se un libro induce alla riflessione e fa porre delle domande a chi lo legge ha già raggiunto un grande obiettivo.

 

Grazie per averci indotto a riflettere.

 

Ferrara e la letteratura

È famosa per essere la patria di Ludovico Ariosto, poeta dell’Orlando furioso, che concepì alla corte degli Estensi nel 1516. La città è lastricata di luoghi legati e dedicati al letterato come Piazza Ariosto, la Biblioteca Ariostea o la casa che lo ospitò e che reca la famosa iscrizione: “parva, sed apta mihi” (piccola, ma adatta a me).

MARATONA-ARIOSTO

Ariosto descrive e celebra la sua Ferrara nel canto XXXV, VI ottava, dell’Orlando

Del re de’ fiumi tra l’altiere corna | or siede umile (diceagli) e piccol borgo: | dinanzi il Po, di dietro gli soggiorna | d’alta palude un nebuloso gorgo; | che, volgendosi gli anni, la più adorna | di tutte le città d’Italia scorgo, | non pur di mura e d’ampli tetti regi, | ma di bei studi e di costumi egregi.

Potreste girare invece tutta Ferrara alla ricerca del Giardino dei Finzi – Contini che…

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