Archivio | maggio 2019

La Dama in Verde di Antonia Romagnoli

La Dama in Verde (Ghost Ladies Vol. 3) di [Romagnoli, Antonia]

Con la proprietà di linguaggio e le ormai consolidate doti narrative che la contraddistinguono, Antonia Romagnoli ci porta questa volta in Scozia, affascinante terra da cui proviene la sfortunata Elspeth, con le sue magnifiche imprecazioni incomprensibili in lingua gaelica.

Rimasta orfana di entrambi i genitori viene affidata a una zia crudele che ne soffoca e frustra tutte le aspirazioni, ricordandole e imponendole una dipendenza materiale e psicologica.

Inaugura un genere, il Regency Ghost Romance, Antonia Romagnoli che introduce nelle sue storie presunte incursioni paranormali, misteri da risolvere, ombre provenienti dal passato che gravano come macigni sulle coscienze. Non i morti bisogna temere ma i vivi, si ripete spesso Elspeth prima di riuscire a vedere chiaro tra le tante suggestioni che aleggiano su Hemsworth Manor e sul Barone Nero.

Come non registrare le vivide descrizioni degli ambienti e le notazioni dei particolari di pregio in cui nessun dettaglio d’epoca sfugge alla giusta connotazione e collocazione temporale? Sia che si tratti di un capo di abbigliamento che di un oggetto di arredo Antonia Romagnoli conosce perfettamente l’epoca e che cosa si utilizzava.

Risultano pertanto certosinamente documentate le scene che si svolgono nei quadretti d’interni ma anche la contestualizzazione dei luoghi e dell’epoca temporale. Le immagini che ritraggono manieri avvolti da una nebbia baluginosa e la morsa di ghiaccio, mai ricordata prima, che ghermì l’Inghilterra nel 1816 in un inverno senza fine, sono degne di una sapiente resa pittorica, che è oltretutto un tema ricorrente in tutto il romanzo dato che Elspeth era figlia del pittore scozzese Mckay e ha ereditato dal padre questo talento artistico che vuole ritrovare, partendo proprio dalla ricerca dei quadri dell’amato genitore.

Apprezzo il fatto che pur essendo uniti da un ideale filo conduttore del ciclo della Dama, i romanzi di questa serie sono anche autonomi e leggibili separatamente, senza condizionare la loro comprensione e godibilità alla conoscenza dei precedenti, anche se è un piacere incontrare di nuovo tra le pagine del libro vecchie conoscenze, che abbiamo già imparato ad amare.

Quando poi la storia entra nel vivo, la carica drammatica dei personaggi si fa estremamente avvincente come si conviene a un’opera strutturata e complessa, né scritta né da leggersi con disimpegno ma accuratissima nell’intreccio, nell’approfondimento, nella caratterizzazione e nella ricostruzione storica, senza lasciare al caso nemmeno l’approfondimento psicologico di moventi e dei dissidi interiori dei protagonisti.

Un romanzo intenso e maturo, che affronta un tema delicato come quello della fragilità umana con la delicatezza e la profondità di una penna artisticamente formata.

 

Sinossi: Inghilterra, 1816
Dopo aver trascorso diversi anni sul Continente, Lord Hemsworth torna in patria per incontrare Honoria, sua promessa sposa. Ciò che il Barone non si aspetta, però, è di scoprire nell’amica di lei un volto che gli è ben noto: è lo stesso viso che, da tanto tempo, lo affascina in un dipinto che ha inseguito per mezza Europa. Il legame, sconvolgente e inspiegabile, avvincerà entrambi, e conciliare i desideri del cuore e il senso dell’onore diventerà ben presto una vera battaglia…
Sarà Elspeth la donna che gli permetterà di espiare i delitti di cui si è macchiato? Può il destino avere legato le loro anime fuori dal tempo?
Ma soprattutto, chi è la dama vestita di verde che tormenta i sogni e segue i passi di tutti loro, e che con i suoi sussurri reclama diritti sul Barone di Hemsworth e la sua stirpe?

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Scheda del libro:

Titolo: La Dama in Verde

Autore: Antonia Romagnoli

Editore: Self Publishing

Disponibile su Amazon ebook e cartaceo dal 22 maggio 2019

 

 

 

 

 

La Ragazza delle Storie di Lucy Maud Montgomery

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Affascinante la Ragazza delle Storie, con la sua voce suadente e le sue capacità affabulatorie.

Tiene in scacco un gruppo di ragazzini con le loro fantasie sempre pronte a sbrigliarsi nei prati verdi della gioventù, con il sole nel cuore. E non solo loro. Ha fatto sognare anche me la Ragazza delle Storie, di paesaggi sterminati e cieli immensi attraversati da grandi e soffici nuvole bianche.

Una magnifica finestra sul mondo dell’immaginazione, senza le regole degli adulti, dischiusa dalla potenti lusinghe delle illusioni e delle prime emozioni accarezzate.

È sempre l’Isola del Principe Edoardo a suggerire le splendide descrizioni inspirate come la magica atmosfera del frutteto carico di frutti propizi, luogo di ombrosa dolcezza fragrante del profumo delle mele in maturazione, pieno delle amare, dolci ombre (p. 134) e della luce azzurrina delle colline dintorno: cornice ideale alle storie di Sara Stanley che nell’avvicendarsi delle stagioni raffina sempre di più la sua arte, la sua capacità di interpretare le storie altrui riproponendole con la stessa carica emotiva con cui sono state vissute.

 

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Non mi stupisce che Lucy Maud Montgomery, nella sua autobiografia,  lo considerasse il suo romanzo preferito, le sue pagine si aprono in una successione di piccole storie a incastro, l’una dentro all’altra.

 

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Le frasi poetiche riservate dalla scrittrice alla giovinezza, ritenuto scrigno dei sentimenti più buoni e di purezza incontaminata, fanno percepire lo sguardo sognante e nostalgico con cui ella guarda a codesta età fiorita che, in una visione tutt’altro che pessimista, sembra possedere solo incanti.

Vi è un posto simile al mondo delle fate – ma solamente i bambini sono in grado di trovare la via per raggiungerlo. Un giorno triste, quando loro cercheranno la strada e non riusciranno a trovarla, capiranno cos’hanno perso; e questo rappresenta la tragedia della vita. In quel giorno i cancelli del Paradiso si chiudono dietro di loro e l’età dell’oro ha termine. D’ora in poi dovranno vivere nella luce ordinaria di giorni ordinari. Solo i pochi che conservano un cuore innocente come quello dei bambini potranno avere la possibilità di ritrovare il sentiero che conduce a quel mondo fatato (p. 146).

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Penso che di questo Lucy Maud fosse fermamente convinta e se ne può trovare continua conferma in questi incantevoli ritratti di giovani fanciulle straordinarie, Sara come Anne o anche Marigold, Jane e Valancy, che ci ha regalato.

Immagini come il pungente sentore di abete, gli scintillanti nastri nebbiosi, la magnificenza di colori autunnali, una giovane luna che dondolava,  sembrano brillare davanti ai miei occhi grazie al potere evocativo delle sue parole, dimentica di qualche refuso di troppo e rapita solo da così tanta bellezza.

La Ragazza delle Storie sospirò nuovamente. Amava le parole espressive e ne faceva tesoro allo stesso modo in cui altre ragazze facevano tesoro dei gioielli. Per lei, esse erano come perle lucenti, infilate nella cordicella rossa di una vivace fantasia (p. 193).

 

 

Sinossi:

Una mattina di maggio, Beverley e Felix lasciano Toronto per raggiungere l’Isola del Principe Edoardo e trascorrere alcuni mesi ospiti dello zio Alec e della zia Janet. Nel corso del lungo viaggio in treno, l’emozione dei due giovani fratelli è accresciuta dall’impazienza di arrivare finalmente in quella terra ricca di fascino che il padre ha descritto loro accuratamente e alla quale sentono di appartenere pur non avendola mai vista. Ad attenderli ci sono la vecchia fattoria immersa nella natura rigogliosa, il frutteto dei King e gli abeti rossi, i compagni di giochi e la cugina Sara Stanley. Nota a tutti come la Ragazza delle storie, Sara si rivelerà un’abile e irresistibile narratrice e i suoi mirabili racconti accompagneranno le avventure del giovane gruppo. L’esperienza di quei mesi sarà meravigliosa. I ragazzi conosceranno la dolcezza delle gioie semplici, la bellezza dell’alba, il sogno del mezzogiorno, la pace delle notti spensierate. Ascolteranno la pioggia d’argento sui campi verdeggianti, le tempeste tra gli alberi, le foglie sussurranti. Sperimenteranno la fratellanza con il vento e le stelle in gioiosa compagnia. La Ragazza delle storie, come rivelato nell’autobiografia Il sentiero alpino. La storia della mia carriera (flower-ed 2017), era il romanzo più amato da Lucy Maud Montgomery.

 

 

 

Scheda libro:

Titolo: La Ragazza delle Storie

Autrice: Lucy Maud Montgomery

Traduttore: Riccardo Mainetti

Editore: Flower-ed

 

 

La Dama in Verde – Cover Reveal

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Il nuovo romanzo di Antonia Romagnoli. Un’emozionante avventura, un romance, una ghost-story ambientata in epoca Regency: ci sono tutti gli ingredienti vincenti e convincenti!

Inghilterra, 1816
Dopo aver trascorso diversi anni sul Continente, Lord Hemsworth torna in patria per incontrare Honoria, sua promessa sposa. Ciò che il Barone non si aspetta, però, è di scoprire nell’amica di lei un volto che gli è ben noto: è lo stesso viso che, da tanto tempo, lo affascina in un dipinto che ha inseguito per mezza Europa. Il legame, sconvolgente e inspiegabile, avvincerà entrambi, e conciliare i desideri del cuore e il senso dell’onore diventerà ben presto una vera battaglia…
Sarà Elspeth la donna che gli permetterà di espiare i delitti di cui si è macchiato? Può il destino avere legato le loro anime fuori dal tempo?
Ma soprattutto, chi è la dama vestita di verde che tormenta i sogni e segue i passi di tutti loro, e che con i suoi sussurri reclama diritti sul Barone di Hemsworth e la sua stirpe?

Amore e fantasmi nell’Inghilterra dell’Epoca Regency.

 

Le tristi vicende del Reverendo Amos Barton

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Racconto breve sulle disavventure di un parroco a metà tra il Vicario di Wakefield e i placidi curati di campagna ritratti da Trollope.

Primo esperimento letterario in assoluto di George Eliot, pubblicato nel 1857, dal Blackwood’s Magazine. 

Amos Barton è un curato di campagna con moglie e sei figli; Shepperton, la parrocchia in cui vive non è sufficiente al mantenimento della famiglia che può tirare avanti soltanto per la caritatevole assistenza di qualche parrocchiano e per l’instancabile prodigarsi di Milly, la moglie, tutta tesa al bene del marito e dei figli. L'immagine può contenere: spazio all'aperto

Venticinque anni fa la chiesa di Shapperton era un edificio ben diverso da ora. Certo la sua massiccia torre di pietra vi guarda ancor oggi con il suo occhio intelligente e l’orologio con la stessa espressione cordiale dei giorni passati. Ma che mutamento in tutto il resto! Adesso, un’ampia distesa di tetto, ricoperta d’ardesia, fiancheggia il vecchio campanile. Le finestre sono alte e simmetriche, le porte esterne, di quercia polita splendono; quelle interne, riverentemente silenziose, sono imbottite di sargia rossa, e sui muri non si arrampicherà mai più il lichene, state pur tranquilli. Essi sono lisci e sterili come la sommità del capo del reverendo Amos Barton dopo dieci anni di calvizie e di eccessivo uso di sapone.

Lo sprovveduto curato, raccogliendo in casa una contessa che non gode di buona fama, che però gli ha promesso mediante la sua influenza, un rapido avanzamento in una parrocchia più redditizia, s’inimica i parrocchiani che cominciano a sospettare una relazione tra i due. Ma quando finalmente riescono a liberarsi della scomoda contessa, grazie allo sfogo della domestica Nanny che non può più vedere la sua padrona logorarsi per chi non lo merita, la situazione precipita: Milly, già sfinita dalle fatiche e dalle gravidanze, dà alla luce un bambino prematuramente e muore; Amos inconsolabile ritrova la simpatia dei parrocchiani che si prodigano per aiutare lui e i bambini rimasti orfani, anche se per poco tempo perché purtroppo viene allontanato dalla parrocchia e dalla tomba della moglie.

 

Diversamente da ciò che potrebbe desumersi dal titolo, all’autrice non interessa dibattere questioni dottrinarie inerenti la religione ma dipingere l’esistenza di ecclesiastici in sperdute cittadine di provincia, in modo analogo a Trollope nel suo ciclo del Barsetshire. Nella lettera che George H. Lewes aveva scritto a Blackwood nell’inviargli il manoscritto, gli intenti erano stati messi a punto. Si trattava dell’inizio di una serie di storie e bozzetti, tendenti a narrare le vicende di parroci di campagna negli aspetti umani e non teologici.

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Difatti, qualche guizzo ironico traspare qua e là, attraverso la trama un po’ melodrammatica a stemperare le cadute in quel genere. Amos Barton è agli antipodi del prototipo di eroe sensazionale che il pubblico dell’epoca si aspetta di vedere protagonista di gesta importanti e l’autrice, scegliendo invece un povero e malandato parroco di campagna a cui intitolare la sua storia, comincia a mettere in chiaro subito che i suoi intenti nella scrittura sono diversi:

“È veramente un personaggio privo di qualsiasi interesse!”, mi pare di udire esclamare una delle mie lettrici, la signora Farthingale, per esempio, la quale preferisce sempre l’ideale nell’invenzione romanzesca, a cui la tragedia richiama alla mente manti di ermellino, adulteri, assassini, e la parola commedia le avventure di qualche personaggio che sia veramente un carattere.

Ma, mia cara signora, la grande maggioranza dei vostri connazionali è proprio di questo stampo insignificante, almeno l’ottanta per cento dei Britanni adulti di sesso maschile, elencati nell’ultimo censimento, non sono né eccessivamente sciocchi, né eccessivamente malvagi, né eccessivamente saggi. … Eppure fra questa gente comune, molti hanno una coscienza e hanno sentito la sublime necessità di agire secondo una giustizia, che può essere dolorosa. Hanno i loro dolori inespressi e le loro gioie sacre, e i loro cuori si sono stemprati di tenerezza per il loro primo nato e hanno pianto i morti, che non tornano. Non esiste forse un pathos proprio in questa loro stessa nullità, nel paragone cioè tra la loro esistenza oscura e meschina e le splendide possibilità della natura umana di cui fanno parte?

Credetemi, sarebbe per voi più utile di quanto possiate immaginare, se voleste imparare con me un poco della poesia e del pathos, del tragico e del comico che si celano in fondo a queste anime umane, che lasciano appena scorgere i loro grigi occhi opachi e che vi parlano con un tono di voce comune. In questo caso non avrei alcun timore che voi non vi curaste di apprendere ciò che occorse in seguito al reverendo Amos Barton, che poteste trovare indegni della vostra attenzione i particolari domestici dei quali vorrei intrattenervi. Così come stanno le cose potete benissimo, se vi piace, tralasciare di leggere il mio racconto e facilmente troverete una lettura più confacente al vostro gusto, visto che sfogliando i giornali vi si leggono recensioni di numerosi romanzi pieni di situazioni eccezionali, di fatti emozionanti e di stile eloquente, apparsi proprio in questi ultimi tempi.

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Perciò, lasciamoci stupire dal rev. Amos Barton e dalle sue disavventure, facendoci guidare dal comprensivo giudizio di questo narratore onnisciente e alle prime armi.

 

 

 

Jane Austen e le madri

Jane Austen. Donna e scrittrice

Verso la propria madre Jane Austen usa un tono di bonaria ironia; come non rivedere nella sua ipocondriaca predisposizione a soffrire di tutti i mali, la querula e petulante Mrs. Bennet? Una compagnia sopportata ma non ricercata, mai quanto quella dell’amata Cassandra la cui presenza in alcune lettere reclamava a casa.

Alla madre non sono risparmiate critiche (per come legge svelta Orgoglio e pregiudizio, per come pettegola o apre le lettere degli altri); le due non si trovano sempre d’accordo su abiti, senso pratico, clima: “L’abito mi piace moltissimo e la mamma lo trova bruttissimo”[1] e i suoi malanni compaiono ripetutamente, anche troppo: “benché sia domenica, la Mamma la inizia senza nessun malanno” [2].

Nel modo in cui descrive a Cassandra il ristabilirsi delle condizioni di salute della madre:

 

Ieri pomeriggio la mamma ha fatto la sua entrèe nel soggiorno tra folle di spettatori adoranti e abbiamo bevuto il tè tutti insieme per la prima volta dopo cinque settimane[3],

 

ho creduto di rivedere la signora Bennet riprendere trionfante il suo posto a capotavola dopo aver saputo delle nozze riparatrici di Lydia mettendosi a sedere “oppressivamente lieta”[4].

Un dato è certo: la concomitanza dell’argomento “malanni” con la menzione della madre. Sempre nell’intento di tranquillizzare la sorella lontana, Jane declina tutta una serie di malesseri di cui soffre Mrs. Austen, a casa come anche in viaggio: accessi di bile e infreddature.

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Costantemente nominata per questioni pratiche (vestiario-alimentari), la mamma, forse perché detentrice dei cordoni della borsa, è associata spesso a qualche conto da saldare, e riconosciuta indiscussa moderatrice degli affari di famiglia:

 

Spero che il conto della Mamma della settimana prossima lo dimostrerà. Ho ricevuto una lettera molto soddisfacente da lei , uno di quei foglioni pieni zeppi di notiziole familiari. Anna era stata lì per la prima di due giornate. Una Anna mandata via e una Anna andata a prendere sono cose diverse. – Per Ben è un’ottima occasione per fare una visita – ora che noi, le terribili, siamo assenti[5].

 

Una presenza fissa, verso la quale nessuna espressione che tradisca anche la minima mancanza di rispetto, semmai un discreto riguardo:

 

Da come scrive Frank sembra di buon umore, ma dice che in futuro la nostra corrispondenza non potrà proseguire facilmente come adesso… Tu e la mamma quindi non dovete allarmarvi per i lunghi intervalli tra le sue lettere. Rivolgo a voi questo consiglio in quanto voi due siete le persone più emotive della famiglia[6].

 

Verso di lei, nemmeno un accenno tenero nelle ultime lettere durante la malattia, solo riferimenti sporadici e sparsi dovuti alla quotidiana convivenza ma la considerazione della madre come qualcuno da preservare e proteggere da ansie e preoccupazioni e alla fine di fatto tagliata fuori dal sodalizio intimo e totale tra le due sorelle.

Nei romanzi le figure femminili sono ininfluenti dal punto di vista educativo: come già visto la superficiale Mrs. Bennet, ma anche l’indolente Lady Bertram, oppure Mrs. Morland impegnata con i bambini più piccoli, Mrs. Allen interessata solo alla moda, Mrs. Price preoccupata solo per i figli maschi, Mrs. Norris troppo indulgente[7]. Essendo sicuramente molto diversa dalla figura materna con cui era cresciuta, per il personaggio di Lady Bertram (Mansfield Park), placida e abulica, Jane Austen deve essersi ispirata a qualche nobildonna del parentado (Lady Bridges?), ma più che di madri i romanzi tratteggiano figure femminili in altri ruoli e le protagoniste spesso ne sono orfane (Emma, Anne) o sono lontane e indipendenti (Elizabeth, Fanny, anche Catherine).Risultati immagini per lady bertram

Lo scrittore irlandese Colm Toibin[8] ha fatto notare la scelta narrativa di eliminare le madri, lasciando semmai qualche zia o amica di famiglia, per far risaltare ancora di più la solitudine dell’eroina contro il mondo – sebbene anche quest’ultimo fosse un cliché ormai consunto nella letteratura dell’epoca (Evelina, Pamela) che rende difficile stabilirne il grado di adesione da parte dell’autrice. Espediente o meno, l’assenza di una figura materna rafforza la connotazione della protagonista: Emma proprio perché orfana di madre può essere regina incontrastata di Hartfield e Anne Elliot appare ancora più vessata e maltrattata da Sir Walter perché priva della protezione materna. Fanny Price ha rinnegato la propria per essere ancora più sola a Mansfield Park e Catherine la lascia a casa (e anche Charlotte Heywood) per andare alla conquista di Bath.

Austen non contesta l’idea che la donna debba prepararsi ai doveri del matrimonio e della maternità: le ragazze ricevevano un’educazione domestica sotto il diretto controllo di genitori e di fidate governanti con l’unico scopo di prepararle adeguatamente ai futuri compiti di mogli e di madri[9]. L’essere cresciuta senza la guida di una governante e non essere apprezzata dalla madre rende Elizabeth ancora più sola e fa risaltare la sua individualità: la madre è una donna intellettualmente limitata che non può fornirle alcuna guida morale né consigli pratici e di fatto rimane estranea nel bene e nel male, sia ai travagli della figlia sia alla felice soluzione data dal matrimonio con Darcy[10].

 

[1] Jane Austen, Lettere, cit., L. 23 di sabato 25-lunedì 27 ottobre 1800, p. 88.
[2] Jane Austen, Lettere, cit., L. 56 di sabato 1-domenica 2 ottobre 1808, p. 213.
[3] Jane Austen, Lettere, cit., L. 13 di sabato 1-domenica 2 dicembre 1798, p. 52.
[4] Jane Austen, Orgoglio e Pregiudizio, cit., p. 284.
[5] Jane Austen, Lettere, cit., L. 95 di mercoledì 3 novembre 1813, p. 364.
[6] Jane Austen, Lettere, cit., L. 13 di sabato 1-domenica 2 dicembre 1798, p. 52.
[7] Anna Enrichetta Soccio, “Personaggi femminili e modelli educativi nella narrativa di Jane Austen”, Merope, Anno XVII, n. 45, Maggio 2005, pp. 58-59.
[8] Citato da Mariarosa Mancuso in un articolo del 2 Febbraio 2013 su IO Donna, dal titolo: “Care ragazze, è ora di uccidere Jane Austen”.
[9] Anna Enrichetta Soccio, “Personaggi femminili e modelli educativi nella narrativa di Jane Austen”, cit., pp. 50-54.
[10] Anna Paschetto, “No lei disse no non voglio No”, cit., pp. 30-33.

BLOGTOUR – Recensione: “La debuttante dell’Essex” di Romina Angelici – Literary Romance

ROMANCE E ALTRI RIMEDI

Buongiorno! Oggi partecipo al blogtour dedicato al romanzo La debuttante dell’Essex di Romina Angelici. Pronte a immergervi in un bel Regency?

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Miss Gray è nata e cresciuta nell’Essex dove adora scorrazzare all’aria aperta con i suoi amati cavalli. Così come i passatempi, anche i suoi modi sono molto simili a quelli di un ragazzo tant’è che preferisce essere chiamata Alex, piuttosto che Alexandra. Quale rimedio migliore se non quello di portarla in città per la stagione, facendola debuttare, per frenarne l’indomito carattere?

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Un tè con Agatha

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Sinossi

La giovane insegnante Lucy Stewart è un’assidua lettrice nonché fan di Agatha Christie. È suo desiderio conoscerla e fa di tutto per incontrarla. E così, visto che sognare non costa nulla e che talvolta ciò che si vuole si realizza, si addentra nella campagna inglese alla ricerca della dimora dell’autrice. Quando, finalmente, trova la casa, Agatha le offre il tè, bevanda tanto cara agli inglesi. Ed è proprio di fronte a una confortante tazza calda che entrambe si confidano e conversano amichevolmente.

Il tè è mediatore e ponte in tutto il romanzo. Crea un’atmosfera invitante, magica. Come pure l’amicizia. I ricordi di Agatha sono affascinanti, toccanti, divertenti: la vita in Inghilterra e in Iraq, i viaggi tra l’Occidente e l’Oriente sull’Orient Express fino ad Istanbul, gli incontri, le amicizie sincere, i soggiorni all’Hotel Pera Galata Palas con vista sul Corno d’Oro, stimolano la curiosità e toccano l’animo di Lucy che, anni dopo la scomparsa dell’amata scrittrice, visita Istanbul e la stanza 411 dell’Hotel dove era di casa e dove il tempo pare essersi fermato.

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Un ricordo tenero e struggente, un ritratto rispettoso unito a inserti immaginari che svelano il lato umano, delicato e speciale della scrittrice di gialli più nota al mondo, Agatha Christie.

La stessa autrice rivela le sue intenzioni:

 

In questo testo immaginario si racconta l’amicizia tra donne. Si apre il sipario su un universo femminile abbastanza noto. Il tema coinvolge i personaggi femminili qui presenti: l’insegnante Lucy Stewart desiderosa di conoscere la sua scrittrice preferita, Agatha Christie. Con lei stringe un rapporto amichevole e sincero fin da subito. Le straordinarie esperienze narrate dall’autrice la incantano. … Le conversazioni delle donne vengono accompagnate dalla bevanda più affascinante al mondo e preferita dagli inglesi: il tè.  Durante una di queste merende riaffiorano alla memoria sentimenti, passioni, amori, dolori mai sopiti.

 

Risulta un modo originale di fare biografia, un modo accattivante e coinvolgente perché arriva dritto al cuore del lettore e all’essenza del personaggio famoso.

L’idea di coniugare il tè con la figura della scrittrice inglese fonde due icone del Regno Unito, che insieme e singolarmente esprimono la quintessenza dello spirito British.  Il tè poi rappresenta il linguaggio universale dove anche il non detto viene in superficie e qualsiasi barriera di comunicazione o di spazio e di tempo si annulla.

L’atmosfera ricreata attorno al tavolino da tè per il tramite dell’affascinante rito del tè, servizi di porcellana finissima e le regole prescritte da Orwell, appare fortemente suggestiva ed evocativa. Miscela cinese, teiera riscaldata in anticipo, nessuna ebollizione, forma della tazza, fino a undici sono le prescrizioni da seguire per osservare il culto  del tè a regola d’arte.

Pur con qualche ingenuità, apprezzo la sincerità delle intenzioni e dell’omaggio che non posso non capire. Un tè con Jane non sarebbe altrettanto originale come trovata, ma molto molto vicino ai miei sogni.

La peculiarità della sua personalità, l’amore per il secondo marito, i viaggi fonte continua di esperienze, le conoscenze pregresse, l’attrazione per il mondo orientale, i gusti personali e una natura fondamentalmente schiva, sono solo alcuni dei tanti aspetti raccontati che ci fanno conoscere e amare Agatha Christie, anche senza aver letto un suo romanzo.

Un tè con Agatha è sicuramente un modulo narrativo alternativo ed efficace per suscitare curiosità verso una scrittrice spesso oscurata dalla sua stessa fama e restituita nella sua dimensione più intima.

Lettura gradevolissima, emozionante e soffusa di aromi come una bella e profumata tazza di tè fumante.

 

L’autrice

Seconda Carta: insegnante e autrice sarda, si distingue per alcuni componimenti poetici con cui vince anche prestigiosi premi, ma si cimenta in opere di vario genere: dal saggio antropologico al romanzo giallo passando per una  short-comedy.

 

Scheda del libro

Titolo: Un tè con Agatha

Autrice: Seconda Carta

Edizioni: Literary Romance

 

 

 

 

 

 

Regina di Cuori

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La Regina di cuori di Stefania Cantoni è assolutamente irresistibile, simpatica e vivace come poche, brillante ragazza, un vero e proprio “personaggio”.

Mia nonna diceva sempre: “Quando hai un problema, spazzola i capelli, se ne andrà via con i nodi”. Cara nonna, vorrei dirle, dubito che funzionerà! Non dopo aver sorpreso quello che credevo essere il mio fidanzato con un’altra… 

Un incipit così mi ha già conquistato.

Una scrittura molto fresca, colloquiale nel senso buono del termine, fluida ed empatica, con uno stile diretto, senza fronzoli ma di impatto ed effetto immediato. Lo stile frizzante non fa che rispecchiare pienamente il carattere effervescente della protagonista.

Trasuda dinamismo e voglia di fare la simpatica Ludovica che è anche un po’ pasticciona e si allontana da quei modelli di eroine perfettine quel tanto che basta a renderla credibile e accattivante, un’amica di vecchia data per cui fare il tifo.

***

 

Sinossi

Ludovica ha trent’anni, un lavoro che adora e ahimè una storia finita male alle spalle per colpa del tradimento del suo fidanzato. A causa di questa rottura, un po’ depressa e con un profondo senso di sfiducia verso il genere maschile, decide di passare le serate in casa con il suo gatto, Brugola, a guardare serie TV e fare scorpacciate di gelato. Fino a quando l’improvvisa morte del suo datore di lavoro, lascia la Fondazione per cui lavoro nell’incertezza. A capo della dirigenza sarà chiamato il nipote del cavalier Nardi, Alessandro, un uomo affascinante, sulla quarantina, dai modi delicati, con la passione per i tulipani.

Ludovica ne resta ammaliata. Potrebbe innamorarsene e riprendere a stimare il genere in questione. Se non fosse che corrono voci… Voci che avrebbe volentieri fatto a meno di sentire.

No! Esclama, ogni volta che lo incontra, quel tocco di manzo non può essere gay…

***

Il Leitmotiv della favola di Alice nel paese delle meraviglie che scorre sotterraneo alla narrazione di questa storia romantica moderna, ci soccorre nei momenti critici o nelle situazioni banali e crea un controcanto per una lettura alternativa e parallela.

Ludovica vorrebbe vivere la sua avventura ma come Alice si ritrova a non avere più punti di riferimento e nessun senso dell’orientamento a guidarla: tutto può essere messo in discussione e nessuna certezza le giunge in aiuto per districarsi dalle situazioni in cui si è cacciata con il bel Alex.

Non posso guardarmi allo specchio o, come Alice, mi verrebbe voglia di oltrepassarlo. Ma non posso dirglielo, non capirebbe.

Decisamente una commedia romantica, anche un poco sensuale, delicata e spassosa.

 

Scheda del libro

Titolo: Regina di Cuori

Autore: Stefania Cantoni

Editore: Self

 

Una casa quasi perfetta

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Questo romanzo letto dopo Una coppia quasi perfetta, già pubblicato dalla Elliot, parte lento, la storia sembra avere all’inizio meno mordente.

Lady Blanche Chester, neosposa bella e piena di vita, si trasferisce in una villetta bifamiliare nelle campagne inglesi. Aspetta un bambino, e per questo non ha potuto seguire il marito negli incarichi governativi che lo impegnano all’estero. La sorte le riserva dei vicini distanti per classe sociale –gli Hopkinson appartengono alla middle class– ma molto affini per inclinazioni e carattere, con cui Blanche, talvolta capricciosa ma di buon cuore, instaura una solida amicizia. L’arrivo dei baroni Sampson, snob e millantatori, crea scompiglio in più modi ma con conseguenze non serie.

Tre sono quindi nuclei familiari che devono entrare in scena e di cui dobbiamo fare la conoscenza prima di cominciare a interessarci a loro.

In ciò siamo aiutati dalla caratterizzazione, a volte caricaturale, che di essi viene fatta all’atto di esserci presentati: il vedovo inconsolabile Mr Willis strappa più di un sorriso e la tronfia baronessa diverse smorfie di antipatia.

Con il proseguire della lettura, veniamo attirati dal carosello divertente di situazioni concatenate che esauriscono tutto l’intreccio e con naturale fluidità si combinano in modo perfetto e con soddisfazione di tutti.

 

Emily Eden (1797-1869) scrive qualche anno più tardi rispetto a Jane Austen (o meglio, vive più a lungo), e non è solo per questa coincidenza che viene spontaneo accostarle. Anche lei riunisce tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna e insieme alle gioie coniugali, signorine in età da marito, scapoli bendisposti a dichiararsi al momento opportuno, e dipinge così un idilliaco quadretto che compone latenti conflitti di classe, mostrando di condividere la stessa tecnica narrativa della scrittrice di Chawton. Perciò l’esclamazione incipitaria di Lady Chester: “L’unico difetto della villa è che è bifamiliare”, è l’unico fatto a subire un ribaltamento in quel luogo ameno e placido che è Pleasante.

A differenza di Jane Austen, la Eden appare più buonista e desiderosa di pervenire a un lieto fine che metta d’accordo tutti e la sua ironia rimane circoscritta a quelle annotazioni simpatiche che ci fanno apprezzare i suoi protagonisti. Persino ai loro difetti ci affezioniamo: agli attacchi isterici dell’apprensiva mogliettina, Lady Chester (con un debole per combinare i matrimoni che ci ricorda una certa Emma) ricondotti a ragione dai saggi consigli della zia Sarah e al disfattismo pessimista di Mr Willis curato a cucchiaiate di buonsenso dal suocero, il capitano Hopkinson.

A chi si ostina a considerarle rivali, bisognerebbe opporre che Emily Eden considerava Jane Austen la sua scrittrice preferita e non facciamo fatica a crederlo a giudicare quante volte la cita, o meglio cita i suoi personaggi (Lydia Bennet, Mr Collins) indirettamente e con disinvolta familiarità nelle sue lettere. Come Jane Austen, anche Emily Eden usava molto l’ironia (che aveva ereditato dalla propria madre) e non si sposò mai (potrebbe esserci un collegamento?) e invece di mettere nei romanzi i racconti dei fratelli arruolati in Marina e delle loro spedizioni nelle Indie Occidentali, Emily viaggiò in prima persona e con sua sorella Fanny si recò in India dove il fratello era stato nominato governatore guadagnandosi l’appellativo di “Jane Austen post-coloniale”.

I fratelli Eden salparono da Calcutta per tornare in patria con una nave che ospitava 80000 scarafaggi, come raccontato dalla stessa Emily che registrava l’assenza di navi della Regina a loro disposizione nelle vicinanze.  Al loro ritorno in Inghilterra, Emily, Fanny e George si stabilirono a Eden Lodge, a Kensington Gore, e nel 1844 Emily pubblicò un portfolio di 24 litografie intitolato Portraits of the People and Princes of India.

Altrettanto esperta divenne della vita mondana di Londra che frequentò per diversi anni e le valse la “candidatura” a possibile sposa di Lord Melbourne in seconde nozze. Infatti, quando nel 1828, Lady Caroline Lamb morì, la trentunenne Emily fu vista come una sua potenziale seconda moglie. Emily aveva soggiornato di tanto in tanto a Panshanger, la casa della sua amica Lady Emily Cowper, sorella di Melbourne che vedeva di buon occhio questa unione: lei con tutta l’esperienza maturata frequentando gli ambienti Whig, sarebbe stata la moglie perfetta per una personalità  politica. Ma la prima impressione di Emily riguardo a Melbourne fu tutt’altro che positiva:

“Mi sconcerta e mi spaventa e giura troppo.” Anche Melbourne, che pure ne apprezzava la compagnia, non era molto entusiasta dell’idea del matrimonio con Emily preferendo le attenzioni di Caroline Norton, sposata con il magistrato di polizia che collaborava con Melbourne. Ma questa è un’altra storia.

Il 1849 fu un anno terribile per Emily perché morirono a tre mesi di distanza l’uno dall’altra prima il fratello George e poi la sorella Fanny. Da lì in poi Emily divise il suo tempo tra Eden Lodge e un piccolo cottage a Broadstairs dove viveva, in compagnia della nipote, scrivendo i suoi libri e vedendo i suoi amici. Una sua grande amica fu Lady Theresa Lewis che le rimase sempre vicina, non solo per il fatto di abitare a pochi passi da Eden Lodge.

Nel 1859 fu pubblicata Una casa quasi perfetta[1] (anche se letteralmente sarebbe “La casa semi-indipendente”); uscì anonimamente essendo stata l’edizione curata da Lady Theresa che negoziò per lei il compenso di 300 sterline.

Emily fu molto soddisfatta del successo del suo romanzo:

” Semi” (così ne abbreviava il nome) ha avuto più successo di quello di cui ho bisogno e molto più di quanto mi aspettassi.”

 

In seguito al successo di Una casa quasi perfetta, l’anno successivo fu pubblicata Una coppia quasi perfetta, sottoposta a diverse riscritture:

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Quando l’ho scritto pensavo a una rappresentazione abbastanza fedele della società moderna; ma alcuni giovani amici ……… che lo hanno letto con l’indulgenza della felice giovinezza, mi hanno con molta condiscendenza detto che è divertente, in quanto è un quadro curioso della società antiquata

 

Entrambi i libri furono acclamati per “il loro spirito vivace e la loro acuta osservazione”; la somiglianza con i romanzi di Jane Austen fu subito notata. Dopo un periodo di oscurità, i due romanzi furono ristampati nel 1927 da Elkin Matthews, con una presentazione di Anthony Eden.

Le lettere di Emily dall’India furono pubblicate nel 1867 in seguito al successo dei romanzi, nella raccolta intitolata “Up The Country”. Altre lettere furono pubblicate nel 1869, tre anni dopo la morte di Emily e infine, nel 1919, Violet Dickinson, amica di Virginia Woolf, curò  un epistolario dal titolo “Miss Eden’s Letters”.

Emily morì nel 1869, vivendo a Richmond; aveva settantasei anni, essendo sopravvissuta a quelli che amava da più di 20 anni (Fanny e George l’avevano lasciata nel 1849); è sepolta a Beckenham.

 

 

Informazioni sul libro:

Titolo: Una casa quasi perfetta
Autore: Emily Eden
Editore: Elliot Edizioni

 

 

 

 

 

 

[1] Interessante notare come cinque anni dopo la pubblicazione di questo romanzo, Anthony Trollope, nel suo libro The Way We Live Now  attribuiva al suo personaggio principale, il banchiere ebreo Augustus Melmotte, alcune caratteristiche che lo rendono molto somigliante al barone Sampson di Emily, anche se sul finale il barone fa sparire in modo indolore le sue tracce mentre il banchiere di Trollope subisce una fine più violenta.

Anne di Avonlea

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Oh, Anne di Avonlea!

Beata la mente che ti ha concepita e la penna che ti ha disegnata. La delizia che procuri alla prima conoscenza non è nulla al confronto di quella che spargi al secondo incontro! Non ci dovrebbe essere molto da aggiungere quando la stessa Lucy Maud Montgomery, come spiega Enrico De Luca nell’introduzione al libro che ha curato e tradotto fedelmente dall’originale, così da non disperdere nessuna delle sue inestimabili perle, afferma che Anne di Tetti Verdi “è stato un atto d’amore” e “Lei è il libro”.

Anne di Avonlea, non esiste creatura più poetica e romantica di te, che vivi del maggio odoroso e del profumo del ciliegio in fiore e brilli nei riflessi dorati dei tramonti ottobrini.

Le citazioni shakespeariane, finalmente riconoscibili grazie a questa edizione, che impreziosiscono il secondo volume della saga di Anne, non fanno che confermare che si tratta proprio di un gioiellino. Siamo fatti della stessa materia dei sogni: Anne incarna questa definizione poetica del genere umano. E i versi di poeti come Tennyson, Wordswoth, Longfellow, incidentalmente fatti cadere come petali di rosa sul suo cammino, sono le stelle che lo illuminano.

Con un inizio scoppiettante ed esilarante che riporta alle atmosfere del gaskelliano Cranford, grazie all’incursioni di una mucca Jersey nel campo del vicino, altri personaggi sono destinati a stupirci e a conquistarci, con la loro irresistibile simpatia: i gemelli che Marilla decide di prendere con sé aprono la stura a una sequela di situazioni e scambi di battute che solo adulti contegnosi e bambini irriverenti possono creare. E forse la Alcott di Otto cugini non è stata richiamata a caso per la sua esperienza in fatto di ragazzi monelli e indisciplinati, dentro e fuori Plumfield.

“Tutti i personaggi stanno vivendo nella mia mente, tutti gli avvenimenti, tutti i dialoghi sono stati detti. Adesso devo solo scriverli”. Con la stessa nitidezza essi vivono ora nelle pagine di Anne di Avonlea con una caratterizzazione approfondita e accattivante, che ne riproduce addirittura le espressioni gergali, il linguaggio infantile o quello semplicistico, e orchestrati da uno stile ora ironico ora indulgente che arriva dritto al cuore del lettore.

Anche se Anne è cresciuta e vuole insegnare nella scuola di Avonlea per rimanere accanto a Marilla, è sempre la stessa creatura sognante e combina-guai che spesso e volentieri si perde nelle sue fantasticherie; animata da nobili ideali, raramente riesce a metterli in pratica convogliando in risultati concreti tutta la portata del suo entusiasmo, ma poi quando i suoi sforzi vengono premiati, allora sì che la vediamo ergersi a paladina di iniziative encomiabili, non solo socialmente utili come diremmo noi, ma di una nobiltà intrinseca difficilmente eguagliabile, oggi.

… in questo preciso istante sono ben felice di essere Anne Shirley, maestra di scuola ad Avonlea, che guida su una strada come questa in una così dolce e amabile giornata.

 

Memorabili i suoi pic-nic, invitanti i suoi pranzi, incantevoli le passeggiate a Rifugio dell’Eco, eroiche le spedizioni come membro dell’Associazione dei Miglioratori di Avonlea. Sullo sfondo le meravigliose descrizioni dei boschi, dei giardini, della luce perlacea dell’alba e dei tardivi bagliori della sera filtrati tra le pareti del suo regno incantato, di cui solo lei e pochi altri spiriti affini detengono le chiavi, lassù, in quella stanzetta nella mansarda a est di Tetti Verdi.

Questa è una cosa buona a questo mondo… ci saranno sempre di certo altre primavere

Il libro non è solo spassoso, ma intriso di fascino romantico e melanconico, gettato su di esso dai riferimenti alla storia d’amore di Stephen Irving e della signorina Lavender; non dimentica nemmeno la sua dimensione sociale rappresentando come in qualsiasi comunità le gioie e i dolori da condividere siano continui e necessari a ribadire il senso civile e lo spirito d’appartenenza oltre che l’importanza di un sistema pedagogico efficace.

Entusiastico è ancora il messaggio veicolato di un’ottimistica concezione di vita:

“Il futuro è ancora un sentiero non battuto pieno di meravigliose possibilità”.

E leggerlo è stato un vero e autentico piacere.

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Informazioni sul libro:

Titolo: Anne di Avonlea

Autore: Lucy Maud Montgomery

Curatore e traduttore: Enrico De Luca

Edizioni: Lettere animate

Anno: 2019