Archivio | agosto 2017

Il libro dell’estate di Michelle Gable

Pink Magazine Italia

L’estate è la stagione della spensieratezza che nell’immaginario collettivo è sinonimo di vacanza e nel bagaglio personale di ognuno diventa collezione di ricordi legati a un luogo particolare e all’infanzia.

E allora a chi non piacerebbe ritrovare gli stralci e i brani delle esperienze di tanti anni passati, fissati in un libro, Il Libro dell’estate?

L’idea su cui nasce questo romanzo è molto bella ed evocativa: sollecita tenerezza e nostalgia allo stesso tempo. Al di là della cover ammiccante, salvare una casa che crolla da una scogliera è uno scenario tutt’altro che rasserenante, ma il registro linguistico energico usato impedisce vacui sentimentalismi.

Una grande casa costruita sulla scogliera di Sconset, ritrovo della famiglia Young, voluta e preservata fortemente dalle donne della famiglia: è lei, Cliff House, lo scrigno di tutti i ricordi delle vacanze, di tutti i brandelli di felicità che sembravano eterni e immutabili, e che ora deve…

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Primavera senza sole di Maria Messina

Il piccolo grande incanto di Maria Messina

Pink Magazine Italia

Il piccolo grande incanto che opera Maria Messina è presto tracciato, con pochi, semplici e sapienti tocchi: la femminilità impregna questa storia a partire dal getto gentile di una penna leggera e immalinconita, che induce all’identificazione solleticando corde remote dell’animo.

Se questo è il tratto distintivo della scrittrice, che proprio qui palesa il suo debito con Verga, non può non colpire la rivendicazione d’appartenenza alla terra siciliana fatta rivivere attraverso ricordi d’infanzia.

Un racconto che, introdotto e racchiuso da un titolo in cui nonostante due termini di accezione positiva, l’attenzione è polarizzata sulla preposizione privativa centrale del “senza”, si avvia lento e inesorabile verso il compimento di un destino già segnato. L’idea evocata dal titolo non è solo quella di un grigiore logico e consequenziale -suggerito dalla circonlocuzione di una “primavera senza sole”-, ma rimanda all’innaturale scenario della mancanza di un elemento vitale, indispensabile alla fioritura, se non addirittura alla…

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Un castello nella campagna romana. Leggenda del settimo secolo. Felice Calvi Flower-ed

Un castello nella campagna romana. Leggenda del settimo secoloSe girando i dintorni della campagna romana capitasse di imbattersi in un rudere abbandonato, niente ci stupirebbe di meno per quanto essa ne è disseminata.

E se voi, girando di là gli sguardi per gli spazi incirconscritti l’anima non vi si ritrae sgominata per fremito impercettibile, non siete nati a comprendere il linguaggio del creato e a respirare il soffio armonioso delle aure sue 

Più fortuna avremmo nel trovare un venerando custode di quelle antiche vestigia desideroso di tramandarne ancora una volta la memoria con la sua nenia instancabile che va ripetendo ai muschi e ai rovi. E almeno nel volgere di quel breve e tristemente consistente racconto verremmo a conoscere le vicende di cui quei resti di un castello diroccato sono stati teatro: Un castello nella campagna romana. Leggenda del settimo secolo.

Felice Calvi scrive a metà dell’Ottocento mettendo a frutto, in questo primo esperimento, le sue conoscenze di studioso di Storia iniziando da quella antica, quella immediatamente successiva alla caduta del Sacro Impero Romano, tra barbarie e degenerazioni.

Questa drammatica leggenda, ambientata nel 610 dopo Cristo, seppure sullo sfondo di passioni, crimini e nefandezze varie, ritaglia un piccolo antro in cui riecheggiano i teneri accenti di una storia d’amore tra Silvio, il poscritto di Amalfi di oscuri natali, e la bella Graziana. Nessuna storia d’amore che si rispetti non è tale se non è contrastata e secondo quello che sarà un modulo invalso fino a Renzo e Lucia, a distruggere la felicità dei due giovani promessi è in questo caso il dissoluto Senatore, Quinto Giordano, altro esemplare del campionario infinito dei più o meno Innominati della storia.

(Silvio) La adolescenza travolta così come burchiello sobbalzato perdutamente dai cavalloni dell’oceano, senza trovare un’isola che lo raccolga, né uno scoglio in cui fracassandosi si sperda per sempre. Parco di speranze che temeva lontane troppo, indomabile nel combattimento, tenace nel disinganno, mesto nelle gioie. A venzette anni, nella pienezza della gioventù, si sentiva già vecchio.

Ma non è tutto, a muoversi e intorbidire le acque, facendo il lavoro sporco entro questo strano triangolo, è il bravo scellerato Genserico, insaziabile mercenario, che come una pedina impazzita perpetra crimini, rapimenti, tradimenti e atrocità di ogni sorta.

Una lingua italiana aulica e volgare allo stesso tempo, che nella sintassi e nei costrutti cerca di rispecchiare la storicità della sua fonte, anche nelle aspre sonorità, pare essersi preservata intatta per narrare lo spaccato di un mondo, di un’epoca dimenticati da Dio, dove l’unica legge che impera sui rapporti umani è quella del più prepotente, sprezzante di ogni diritto altrui, dalla libertà alla vita.

L’infimo Senatore, fa rapire dalle mura possenti del palazzo del padre la vergine Graziana di cui si è incapricciato, tanto più che il coraggioso Silvio ha già sventato i suoi loschi programmi una volta, sottraendola alla protezione e all’affetto dei suoi genitori e gettando su di lei l’ombra della rovina perpetua.

Non tutto va però secondo i piani dell’empio senatore che non ha fatto i conti con la sprezzante resistenza della fanciulla e con l’infido voltafaccia di Genserico che per salvare la propria pelle non esita a buttarsi dalla parte di Silvio. Sarà poi Genserico, campione di tante malefatte, a suggellare la tragedia svelando i segreti di cui la sua mano è stata artefice e complice iniqua.

Il clangore delle armi, le scorribande nelle foreste e nei luoghi più impervi, gli assalti temerari al castello, tanta efferatezza di scenari e di contorno, sono smussati da quelle brevi e fuggevoli parentesi dell’incontro d’amore tra Silvio e Graziana, destinate a ingentilire i toni del racconto e a permearlo della stessa malinconia che avvolge i ruderi de Il castello nella campagna romana.

Graziana non rispose, ma singhiozzava dolorosamente; asciugate le lagrime sollevò le larghe pupille al firmamento: miriade di astri nuotanti nel ciel bruno ora sfavillavano, or sembrano togliersi allo sguardo indagatore degli uomini. Una fulgida stella cadde dall’alto, strisciò rapidissima sull’orizzonte e disparve nello spazio dell’immagine -viva immagine delle illusioni della vita! Forse per questo risveglia nei riguardanti una amaritudine segreta -e vuole un sospiro.

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Un po’ meno che angeli, di Barbara Pym, edizioni Astoria

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Stavolta lasciamo il rassicurante mondo delle canoniche e delle donne eccellenti per incontrare gli antropologi che sono lo stesso pettegoli e impiccioni ma anche un po’ meno che angeli!
Dopo un inizio faticoso tra i nomi e i corridoi delle aule universitarie, ritroviamo quella narrazione sorniona e distaccata, che sembra distratta e casuale e invece diventa insinuante e ironica.
Anche in questo caso, la Pym non resiste a citare Jane Austen, e in particolare la rivendicazione sulla costanza dei sentimenti femminili da parte di Anne Elliot in Persuasione in questa che è la storia forse più cinica e meno romantica di tutte.
Tra amori che vanno e vengono nell’erudito e opportunista mondo degli antropologi alla caccia di fondi, trova il modo di inserire, per intero, il famosissimo sfogo di Anne: “Noi non vi dimentichiamo così presto, come voi dimenticate noi. E’ forse il nostro destino, più che il nostro merito…”

Estremi rimedi, Thomas Hardy, Fazi

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Si tratta del primo romanzo pubblicato da Hardy (dopo essersi visto rifiutare il primo che aveva composto) e contiene elementi autobiografici molto evidenti. Gli uomini di questa storia svolgono tutti, chi più chi meno, la professione di architetto, studio a cui si avviò Hardy per i primi anni della sua carriera e le cui conoscenze tradisce quando si sofferma ad analizzare in modo particolareggiato e tecnico la struttura e la conformazione degli edifici.

La trama della storia è costruita con una precisione degna di tutti gli strumenti di calcolo dell’architetto e raccontata giorno per giorno, ora per ora -e frazioni-, come se fosse stata registrata su un taccuino di appunti.

L’impalcatura che la sostiene è un meccanismo a incastro molto avvincente, una specie di thriller psicologico che, sebbene obbedisca alle leggi di mercato che all’epoca richiedevano storie sensazionalistiche o noir, contiene descrizioni paesaggistiche e caratterizzazioni dei personaggi tipiche di Hardy.

Da buon architetto, ha dotato il suo racconto di una buona struttura portante, con meticolosa misurazione ha dosato gli ingredienti tipici del romanzo gotico fregiandolo di citazioni dotte, e ha abbellito il tutto con una facciata molto suggestiva.

Sebbene aleggi un senso di mistero e di dramma imminente, questo romanzo è molto lontano dai successivi più cupi, -il narratore si fa vivo talvolta, anche con ironia- e più disponibile ad ammettere un lieto fine.

Piacevolmente disteso davanti a lei a sud c’era il canale della Manica che rifletteva un azzurro molti gradi più intenso di quello del cielo sovrastante punteggiato in primo piano da una mezza dozzina di piccole imbarcazioni di varia attrezzatura con le vele che avevano sfumature che variavano dall’estremo biancore al marrone rossiccio; e i colori reali e variabili erano doppiamente mutevoli per i raggi del sole calante (cap. 2, Vol. I).

Forse durante l’amore, l’unica gioia che può veramente essere definita simile al paradiso è quella che trionfa immediatamente dopo la fine del dubbio e prima della riflessione, all’alba del sentimento (cap. 3, Vol. I). 

Come la natura ai tropici, con gli uragani e la susseguente vegetazione lussureggiante che cancella le devastazioni, Miss Aldclyffe risarciva poi le sue esplosioni con eccessi di generosità (cap. 8, Vol. I)

La Three Tranters Inn, un edificio medievale dai molti frontoni, costruito quasi interamente in legno, gesso e paglia, si ergeva sul ciglio della strada, quasi di fronte al sagrato della chiesa, ed era collegato a una serie di cottage sulla sinistra da fabbricati dal tetto di paglia. Era un esempio insolitamente caratteristico e bello della genuina taverna sulla strada dei giorni passati… (cap. 8, vol I). 

Perlustrò la casa dal tetto alla cantina alla ricerca di un’altra traccia… Rientrando vide una cuffia, vi balzò sopra piena di zelo e scoprì che era la sua… (cap. 1, vol II). 

 

 

Due occhi azzurri

 

due occhi azzurri

Al di là, c’erano simili pendii ed erba simile, e poi il sereno mare impassibile, visibile fino a un’ampiezza di metà dell’orizzonte, che incontrava lo sguardo con l’effetto di una vasta superficie concava, come l’interno di un vascello azzurro. In lontananza si ergevano rocce isolate, ghermite alla base da un collare di schiuma, che ripeteva nel suo biancore il piumaggio di un’infinita moltitudine di gabbiani, volteggianti con inquietudine all’intorno

(Due occhi azzurri, Thomas Hardy, Fazi editore, p. 40).

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