Archivio | ottobre 2016

La storia della vecchia nutrice

Il simbolismo di Halloween, la festa mutuata dalla cultura angloamericana, rimanda a temi come l’occulto, il male, la morte, il soprannaturale. A motivi e atmosfere gotiche molti scrittori inglesi (Radcliffe, Walpole, E.A. Poe,) furono sensibili tanto da dedicare ad essi la loro produzione.

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In qualche misura lo fu anche Elizabeth Gaskell, nonostante sia più famosa per i suoi romanzi di costume e di critica sociale, basati su protagoniste femminili (Ruth, Mary Barton, Nord e Sud).
Già nel volume “Storie di bimbe, di donne e di streghe” sono raccolte quattro storie che parlano di donne alle prese con superstizione, maledizioni, fantasmi e accuse di stregoneria.

Temi e brividi simili attraversano La storia della vecchia nutrice che narra le vicende della piccola Rosamond che rimasta orfana, viene affidata alle cure di lontani e anziani parenti che nella freddezza della loro  vecchia dimora  si dicono disponibili a prendersi cura di lei.
In un momento di assenza della balia, la piccola viene insidiata dal fantasma di una bambina che la attira fuori casa nella neve facendole rischiare la morte per assideramento. In seguito a questo grave episodio Hester (la nutrice) riesce a farsi rivelare dalla servitù il segreto misterioso che riguarda la storia familiare all’origine delle spettrali incursioni notturne del piccolo spirito e del lugubre quanto minaccioso suono di un organo che riecheggia nell’ala est del nobile maniero nelle notti più tempestose. Esso riguarda una tragica vicenda familiare che si è consumata molti anni addietro.

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In gioventù le due figlie di Lord Furnivall erano state innamorate dello stesso uomo, un musicista che il padre aveva invitato in casa per coltivare la sua passione per il pianoforte. Questi riuscì a sedurre la maggiore che ebbe una bambina partorita di nascosto dal padre in attesa di ottenere da questi il consenso alle nozze. Quando l’altra sorella, che il musicista aveva continuato senza remore ad illudere, scoprì non solo che i due avevano una relazione, ma che da essa era nata una figlia, non si fece scrupoli di rivelare tutto al padre che in un accesso d’ira cacciò di casa la primogenita con la bambina condannandole a vagare tra le rupi senza riparo e decretandone così la morte. Ora il fantasma veniva a reclamare giustizia? Vendetta? Un’altra vittima sacrificale?
In una terribile notte la balia e Rosamond assistono alla resa dei conti cui è chiamata la signorina Furnivall; a comparirle davanti i fantasmi del passato: quello del padre nell’atto di scacciare la figlia disonorata e il proprio, di spietata e vendicativa sorella. Solo la morte interviene a sollevare quell’anima dal tormento inflittole dalla vita.
Un racconto breve, un thriller quasi a sfondo psicologico, dove i fantasmi hanno perso le loro rumorose catene per diventare ancora più inquietanti perché personificazione delle proprie colpe.

Romina Angelici

SUI PASSI DI ELIZABETH GASKELL

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Un pellegrinaggio in cui si intrecciano due voci narranti, due esperienze: quella autobiografica dell’autrice Mara Barbuni e quella della scrittrice Elizabeth Gaskell che risuona gentile e spontanea dalle lettere riportate.

Un emozionante e emozionato racconto reportage sui luoghi abitati e attraversati da una Gaskell irrequieta, rivisitati con poetica partecipazione.

Un viaggio che ha il potere di avvicinare a una scrittrice circondata dalla sua fama superlativa e che si svela con tutte le sue fragilità di donna, di moglie e di madre.

Una ricostruzione che ripercorre la cronologia e la genesi delle opere più famose di una prolifica quanto incostante scrittrice, insofferente alle scadenze, avida di viaggi e di nuove conoscenze, materna e sensibile verso tutti.

Il rapporto con Charlotte Brontë ne è una testimonianza perché la sua stima verso l’anima pura di Haworth fu totale, sia dal punto di vista umano che letterario.

Interessanti i particolari meno noti relativi alle circostanze che hanno accompagnato la raccolta del materiale e poi la pubblicazione de La vita di C. B.

La compenetrazione e l’influenza dei luoghi nella vita, negli stessi umori e nelle opere della Gaskell fanno trasferire su di loro l’attaccamento e l’apprezzamento per lei, e viceversa. E’ questa, credo, l’operazione che Mara Barbuni abbia tentato con un rispetto e una partecipazione reverenziale ancorché incondizionati.

Delicato omaggio, discreto e intenso come un’emozione che, raccontata per immagini, sgorghi da sola.

 

Romina Angelici

Le Marche

13-marche-moroderLe Marche hanno il campionario completo di bellezze naturali e realizzazioni artistiche. Il mare orla di onde azzurre le coste; colline verdi tintinnanti di ulivi digradano morbide verso valle, la catena rocciosa degli Appennini le delimita a ponente. I secoli di storia hanno impresso la loro veste architettonica alle munite città picene, le borgate e i templi romani, le rocche medievali, i castelli turriti e le regge del rinascimento , le città chiuse e i raffinati palazzi, le chiese sontuose e i santuari romanici, i romitori francescani e le abbazie.

L’Arte trovò in questa regione la perfezione in tutte le sue espressioni. Poeti e artisti la immortalarono a cominciare da Dante che, a prescindere dal fatto -accertato o meno- che fosse passato per Ancona, sintetizzò il suo giudizio sulle Marche definendole “il bel paese/Che siede tra Romagna e quel di Carlo” (cioè l’Abruzzo dove iniziava il Regno di Napoli).

Più dettagliata la descrizione dei luoghi del suo soggiorno al monastero di Fonte Avellana: Tra due liti d’Italia surgon sassi… /tanto che i toni assai suonan più bassi/ e fanno un gibbo che si chiama Catria/di sotto al quale è consacrato un ermo.

Cecco d’Ascoli  già esprimeva il proprio rammarico per la scarsa considerazione riservata a questa regione così bella: O bel paese con li dolci colli/perché no’l conoscete, o genti acerbe/con gli occhi avari ed invidiosi o folli?/Io se pur piango dolce mio paese/che non so chi del mondo  ti conserba/facendo contro Dio cotante offese.

Da parte di Leopardi, nonostante le invettive al natio borgo selvaggio, ci fu più amore che indifferenza e perfino il Carducci frenò il suo fiero impeto verso questa “terra così benedetta da Dio, di varietà, di ubertà/tra il digradare dei monti che difendono;/tra il distendersi dei mari che abbracciano/tra il sorgere dei colli che salutano/tra l’apertura delle valli che arridono… “

Designata da Massimo D’Azeglio come “la più pittoresca regione d’Italia” la nostra, agli occhi di Giovanni Bucci, docente e scrittore, appariva una “Regione lineare, dunque, e sottile come l’Italia e come lei multanime ed immortale”.  Secondo Ernest Renan, filosofo francese, “Vi è nell’anima picena una certa dose di misticismo e di superstizione; naturale in una terra le cui città si gloriano di tanti santi”. La bontà d’animo dei marchigiani è elogiata dalla poetessa Maria Alinda Brunacci Buonamonti: “Si nota nell’anima picena la negligenza del dolore per l’amore; un’armonia intima che, riflettendosi in armonia esterna, diventa grazia, un fondo di bontà indulgente, di fede in ogni cosa, proprio degli uomini giovani e buoni”.

 

Al giornalista e scrittore Alighiero Castelli che rimproverava le Marche di non sapersi “fare réclame” per aver dato i natali a geni come il BramanteRossiniRaffaello, Leopardi, risponde Arturo Vecchini, oratore marchigiano che formula una splendida sintesi della multiforme varietà delle risorse di essa, un vero e proprio manifesto promozionale: “Muovano da ogni parte  gli Italiani a conoscere da presso le Marche, nella loro singolarità e varietà, in quel che alla cara terra materna l’arte e la natura hanno più dato di bellezza luminosa e feconda – nelle spiagge tra le cui limpide acque è dolce cercar bagni di luce e di salsedine, dalle cui sponde salutano gli agili palmizi e i rossi oleandri – nelle rupi gigantesche, come San Leo, in cui par che si aggrondi la fronte di un guerriero ferrato; nelle grotte profonde come Frasassi, in cui l’aquila forma il volo e giacciono i fossili millenari; negli archi romani come quelle che Traiano eresse al suo trionfo; nei trafori di granito scalpellato come il Furlo dalla mano dell’uomo in cui Cesare Augusto Vespasiano incise la maestà eterna dell’Urbe; negli eremi memori della povertà francescana e di leggiadria semplice, più preziosa dell’oro; nei templi pagani spiranti ancora la grazia e nelle basiliche sontuose…; nelle rocche malatestiane e nei palazzi del Rinascimento; negli arditi greppi, per le cui arie diafane vide il Sanzio le sue Madonne; nelle raccolte città, tra le cui mura squillarono le musiche nuove; nei campi di battaglia che udirono il cozzo delle armi …nei pianori e nelle boscaglie, nei verzieri e negli orti, nelle pergole e negli aranceti, nel cielo e nel mare, nelle calme e nelle tempeste, dove è l’eco ed il trillo, dove qualche cosa piange accoratamente e sorride con diffusa letizia, dove è la natura e la storia, la memoria e il presagio, l’intelletto e l’anima marchigiana”.

Romina Angelici

Vissi d’arte, vissi d’amore!

 

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Con un’offerta narrativa come quella odierna, che erompe dagli scaffali delle librerie e ancora di più in formato liquido dal web, non è facile poter dire ancora di aver imparato da un libro.

Il più delle volte esso si rivela strumento di intrattenimento, una compagnia assieme alla quale trascorrere qualche ora, raramente è un’esperienza che arricchisce di emozioni e conoscenze, come in questo caso.

La collezionista di libri proibiti non solo dimostra che si può apprendere da un libro, ma anche che esso è un mezzo privilegiato per trasmettere e comunicare una passione.

Fin dalle prime pagine si avverte il chiaro intento dell’autrice, Cinzia Giorgio, di far conoscere il suo mondo lasciando piccoli indizi di sé, sparsi qua e là , che raccolti in una immaginaria caccia al tesoro, insieme contribuiscono a formarne l’identikit e il suo biglietto da visita. La menzione di Jane Austen, Virginia Woolf, il riferimento a Cime tempestose, sia pure alla versione musicata, il rossetto rosso Chanel, l’amore per i libri antichi, la citazione del suo professore, l’ispirazione ad alcune persone care per delineare certi personaggi, l’indicazione precisa di gruppi musicali e canzoni degli anni Ottanta, compongono un manifesto poetico che l’autrice ha stilato per presentare se stessa e la sua dichiarazione d’amore per i libri e l’arte.

La storia di Olimpia si avvia timidamente come la ragazzina quindicenne che è lei, con una personalità ben delineata e un cuore appassionato. Tra le calli di Venezia (che scelta come sfondo della storia, almeno nella prima parte, è la cornice ideale in quanto patria per antonomasia della bellezza e dell’arte così come Parigi, in un secondo tempo) sbocceranno il suo amore per i libri antichi ai cui misteri la inizierà Anselmo, l’anziano antiquario, e l’amore per Davide, il nipote di quest’ultimo.  C’è una straordinaria familiarità di luoghi e stradari che la scrittura riproduce plasticamente riuscendo a comunicare l’immediata percezione che potrebbe dare solo la presenza fisica, insieme ai profumi e alle luci.

Il talento manifestato subito da Olimpia segnerà il suo destino e la vita di lei ne sarà fatalmente indirizzata. I libri che ha imparato a conoscere, valutare, sentire persino respirare, saranno i suoi preziosi amici, i suoi fedeli compagni, da maneggiare con cura come i sentimenti segreti che suscitano o nascondono.

Nella bottega di Anselmo, Olimpia scopre l’esistenza di un mondo letterario parallelo, messo all’indice dall’opera censoria della Chiesa del passato: opere considerati pericolose perché provenienti da paesi stranieri o di contenuto politico sovversivo o molto più semplicemente perché scritte da donne che rivendicavano la propria libertà di esprimersi e di amare. È a questo mondo che Olimpia lega la sua libertà e la sua dignità, di cui è simbolo Veronica Franco, la spregiudicata e intelligente cortigiana della Venezia del Cinquecento.

la-poetessa-veneziana-veronica-franco1Si profila quindi una linea matriarcale di figure di riferimento femminili che, a partire da Veronica Franco, con i suoi appassionati versi d’amore indirizzati a Marco Venier, delimitano gli argini entro cui la vicenda di Olimpia si può snodare: a fianco della madre Letizia, della coetanea Diana, dell’affascinante amica di famiglia Peggie, molto più grande di lei ma a cui Olimpia si sente ineffabilmente legata.

E’ la stessa cosa che avviene con il libro di Cinzia Giorgio: anche al lettore viene insegnato l’incommensurabile valore dei libri antichi come opere d’arte, anch’egli è rapito dallo slancio amoroso tradotto in versi di Veronica Franco e insieme dalla sua dignità rivendicata di donna.

Eri e sei l’unico a considerarmi non donna ma essere pensante. Perché noi donne se siamo armate e addestrate siamo in grado di convincere voi uomini che anche noi abbiamo mani, piedi e un cuore come il vostro.

Intanto i teneri sentimenti di Olimpia maturano in quelli di una donna, attraverso dure prove.

La storia cresce di situazioni e d’intensità. L’azione procede per cambi di scena temporali -mentre compone una sceneggiatura già pronta-, e cresce l’attaccamento per Olimpia, la trepidazione per come diventa artefice del suo destino perché piano piano si impara a conoscerla, con le debolezze e la fragilità che ogni donna può cogliere e capire. La stessa femminile complicità che Olimpia riserva ai versi e alle lettere di Veronica Franco che la accompagnano anno per anno.

tc117_h_tel_des_ventes_rue_drouot1C’è un mistero che si infittisce sempre di più e che accompagna discretamente lo scorrere delle pagine, talvolta inframezzandosi in esse. C’è una ragazza di talento che si afferma, non proprio facilmente, come donna di successo, amministratrice di una casa d’aste, ed è circondata da una collezione di libri proibiti che simboleggiano l’amore a cui anela e di cui ha bisogno.

Un’opera piena, un romanzo maturo, una protagonista delineata a tutto tondo, un intreccio importante, magistralmente costruito e gestito, un finale davvero insospettato. Non basta un aggettivo a definirlo, perché è un romanzo dalle mille sfaccettature, in cui è davvero difficile scorgere parti secondarie.

Sono tutti meritati i complimenti che hanno accompagnato l’uscita di questo romanzo perché seppure Cinzia Giorgio non sia assolutamente alle prime esperienze letterarie, questo suo esordio è senza dubbio completo.

La sua scrittura, che si è sempre mostrata accattivante e attenta, rivela il pregio straordinario di detenere mille registri, sfoggiati tutti per l’occasione adatta. È perfettamente a suo agio sia in una descrizione romantica di un’alba azzurrina sulla Laguna che negli sfavillanti boulevard di Parigi, sia nella evocativa bottega dell’antiquario che nei lussuosi atelier francesi. Riesce a strappare un sorriso con uno scambio di battute divertenti e anche a far piangere nei momenti più drammatici.

Indiscutibilmente è riuscita a far amare la sua Olimpia che incarna magnificamente la toccante intensità dell’aria della Tosca: Vissi d’arte, vissi d’amore. 

Romina Angelici

 

L’umorismo secondo Oscar Wilde e Jane Austen

 

ernest-movie-2002In una commedia come L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, che debuttò a Londra nel 1895, si ritrovano per effetto dell’assoluta pervasività dello spirito british, alcune inconfondibili caratteristiche di humor inglese, anche di derivazione austeniana.

Si utilizzano le battute ironiche e argute, i dialoghi serrati, una serie di equivoci già sperimentati da Miss Jane Austen, dei cui romanzi tante volte si è colta la versatilità drammaturgica e, attraverso le minuziose descrizioni e nel ritmo dei dialoghi, la sostenibilità teatrale delle rappresentazioni.

Amante e conoscitrice delle piéce teatrali, tanto da cimentarvisi lei stessa in casa con arrangiamenti improvvisati di opere in voga a Londra, autoctone o importate da Francia e Germania, Jane Austen ha saputo trasfondere nella sua prosa un linguaggio e uno stile che risente di molte contaminazioni drammaturgiche, tanto che oggi è relativamente facile per gli sceneggiatori moderni approntare i suoi testi per le versioni cinematografiche che sembrano moltiplicarsi senza sosta a tutte le latitudini.

Come solitamente succede in tutte le commedie degli equivoci, gli ingredienti alla base di questa pièce di Oscar Wilde sono lo scambio di nomi, nascita, persone, matrimoni ostacolati, fidanzamenti segreti, che potrebbero assumere connotazione tragica se drammaticamente orchestrati ma che invece diventano fonte di fraintendimenti esilaranti e situazioni comiche (l’agnizione o il mancato consenso alle nozze) che potrebbero essere causa di disperazione e tragedia ma in questo contesto acquistano invece leggerezza e spensieratezza grazie alla certezza del lieto fine.

il_fullxfull-892469643_g5wwEbbene, questi temi sono quelli già usati da Jane Austen per intessere le trame sottili e apparentemente vacue dei suoi romanzi “rosa”[1] e costruire attorno al nucleo dell’equivoco, del male interpretato, del pregiudizio inteso come ingannevole first impression, la struttura portante dei suoi intrecci[2].

Se alla apparentemente tranquilla Jane Austen erano ignote le critiche alla cura per l’apparenza e l’eccessivo formalismo della società vittoriana proprie di Wilde, il gioco di parole, intraducibile in italiano, fra l’aggettivoearnest” (serio, affidabile od onesto) ed il nome proprioErnest” che in inglese hanno la stessa pronuncia, chiama in causa direttamente Shakespeare, per ribaltare la famosa affermazione di Giulietta sul nome di Romeo:

“Che cos’è un nome? La rosa avrebbe lo stesso profumo anche se la chiamassimo in un altro modo. Dunque cambia il nome, Romeo, e amiamoci tranquillamente”[3].

Ma come testimonia la frivola Guendalina di Wilde, nell’alta società britannica non è la persona a contare, non è l'”essere”, ma l’apparire, lo sforzo d’esser racchiuso in un nome che può rivelarsi quanto mai ingannevole, come testimonia l’epilogo finale.

importanza_ernest3Leggendo questa commedia, pare di ascoltare qualche battuta caustica di Miss Austen sui matrimoni di interesse, per esempio quando Wilde fa dire a Lady Bracknell:

A dire il vero a me non piacciono i fidanzamenti lunghi. Danno ai fidanzati la possibilità di conoscere il carattere l’uno dell’altro prima di essere sposati, e questo non è mai prudente[4].

Poco prima invece, durante l’incontro tra Guendalina e Cecilia – che ancor prima di vedersi sentono di essere grandi amiche, ma che sul punto di scoprire di essere fidanzate allo stesso uomo si guardano in cagnesco tutto il tempo accusandosi di averlo rubato l’una all’altra e poi si cingono vicendevolmente la vita contro i rispettivi amanti da cui si sentono ingannate –, sembrava di assistere a quelle scene sentimentali e svenevoli tra amiche che in Love and Freindship la giovane Jane prendeva sfacciatamente in giro.

Mai avevo visto una Scena così affettuosa come quella dell’incontro tra Edward e Augustus.

“Vita mia! Anima mia!” (esclamò il primo). “Angelo mio adorato!” (replicò il secondo) mentre si slanciavano l’uno nelle braccia dell’altro. – Era troppo commovente per i sentimenti miei e di Sophia – Svenimmo a Turno sul Sofà[5]

L’impressione che si ricava, leggendo le opere di autori inglesi, è di essere a casa, di trovarsi a proprio agio in un rapporto di familiare confidenza instaurata dall’ammiccamento e dal commento casuale e che sembra esclusivamente destinato solo al lettore, in quel momento unico interlocutore dello scrittore, suo complice nel cogliere e riservare la stessa bonaria ironia rivolta ai personaggi messi in scena per il suo diletto.

 

.  Romina Angelici

[1] Per l’estraneità a tale etichettatura la critica moderna si batte con Maria Pia Pozzato, “Jane Austen: come non si scrive un romanzo rosa”, in Il romanzo rosa, Espresso strumenti, Milano, 1982.

[2] Loretta Innocenti, “La commedia degli equivoci, Emma di Jane Austen”; Textus: English Study in Italian, (6), 1991, pp. 69-95.

[3] William Shakespeare, Romeo e Giulietta.

[4] Oscar Wilde, L’importanza di chiamarsi Ernesto, N&C, Roma, 2004, Atto III, p. 74.

[5] Jane Austen, Love and Freindship, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, sez. “juvenilia”, vol. The second

Le sorelle Bronte, tre anime luminose

e6031-710-8knpbclConquistata dalla squisita gentilezza con cui viene ripercorsa la vita di queste singolari figlie della brughiera del nord d’Inghilterra, mi stupisco della data della prima edizione di questa speciale biografia: anno 1903.

Non mi turba affatto in questo caso la scelta, mantenuta dalle curatrici dell’opera, Michela e Giorgia Alessandroni, di italianizzare i nomi di battesimo presenti nel testo, scelta che risponde, oltre che ad un rispettoso disegno editoriale nei riguardi dell’originale, alla iniziale e precisa premura dell’autrice di avvicinare il più possibile alla conoscenza e alla comprensione delle tre sorelle Brontë nella loro dimensione umana, prima ancora che letteraria, annullando qualsiasi barriera di estraniamento. I loro caratteri vengono tratteggiati con tatto e una delicatezza particolari, come solo un sentimento reverenziale può ispirare.

Nella realtà delle loro esistenze, così come in quest’opera che si ripropone di esserne lo specchio fedele, la figura centrale è quella di Charlotte, la più minuta eppure la più carismatica rispetto alle sorelle destinate ad un passaggio meno significativo sulla Terra.

Questo ritratto è forse il modo più discreto ed elegante per renderle omaggio proprio oggi che ricorre il 169^ anniversario della pubblicazione di Jane Eyre, il suo romanzo più famoso.

Una ricostruzione biografica, e anche delle opere, attraverso la citazione di pagine di diario e lettere appartenute alle stesse protagoniste, con il piacere di una prosa elegante e suadente che anche per la materia delle vicende narrate, diventa essa stessa romanzo.

Sullo sfondo incombe l’ombra greve della pieve accerchiata dalle grigie pietre tombali del cimitero e più di un brivido percorre le pagine come il vento implacabile della brughiera.

1af4a-tre2banime2bluminose2bfra2ble2bnebbie2bnordiche2b-2bgiorgia2bsonninoLa straordinaria intensità che Carlotta  Brontë ha saputo imprimere alle scarse ma significative esperienze che hanno segnato la sua giovinezza, viene illustrata e spiegata dalla sua genesi alla maturazione in forma letteraria. La caratteristica che la contraddistingue e la rende unica rispetto alle altre scrittrici inglesi è la sua estrema sensibilità, oltre alla forza morale:

Ella entrava quasi nell’anima di ciò che percepiva e si accorgeva delle più tenui ed impercettibili variazioni.. Quella impressione complessa e multipla che riceveva dalle più grandi come dalle più piccole cose e le faceva sentire il piacere e il dolore così intensamente, come pochi forse potrebbero sentire.

E il dono del presente ricordo è proprio rendercela cara anche per questo.

Romina Angelici

Il Barone dell’Alba, visionario

 

 

cpj_BaroneAlba-500x500.pngUn Grand Tour può diventare un’odissea? Ebbene sì, alla fine del Settecento, al figlio di un Barone un po’ svagato, più impegnato in riforme e codicilli che nell’educazione del figlio, demandata peraltro ad una madre che ha coniato un simpatico nuovo idioma ispano-napoletano, in Italia poteva capitare anche questo. Ecco dunque che Francesco Antonio di Santamaria di Caloria, del Regno di Napoli, si mette in cammino, armato di lettere commendatizie e di belle speranze, in compagnia del suo fedele servitore. Non sa ancora che il suo viaggio sarà tutt’altro che un viaggio di piacere, le cui vicende trovano la loro ideale definizione nel termine di “peripezie”, perché tale è la somma di eventi imprevisti e sovvertimenti di sorte non solo imprevisti, ma anche imprevedibili, in cui incorre suo malgrado. Un filo sottilissimo tra la vita e la morte, un continuo stato di bilico sull’orlo del precipizio della mente.

In quello che in definitiva diventa un vero e proprio percorso di iniziazione, Francesco Antonio si trova a dover affrontare una serie di esperienze, e nel narrarcele in prima persona, recuperandole dalla sua memoria, sembra che egli le riviva direttamente, e noi con lui. Le alterne vicende cui fa riferimento il sottotitolo dell’opera, non sono altro che difficoltà ed ostacoli che mettono alla prova il coraggio e le conoscenze del ragazzo per restituirlo fortificato e maturato.

Romanzo di avventure e di formazione nel senso più concreto del termine, per nulla romantico, fa della crudezza e della pericolosità, lo specchio smaliziato dei tempi. È anche una somma di generi: si va da un inizio picaresco, indotto anche da contaminazioni spagnole, all’influsso orientaleggiante. Tra il sogno, le visioni allucinatorie, il forte fascino esercitato da sempre dalle antiche civiltà, affiorano netti e precisi i riferimenti all’inquietante periodo storico della Santa Inquisizione spadroneggiante in Italia.

Veramente imponente l’impalcatura approntata a fare da sfondo, l’estensione spaziale delle vicende, le realtà e gli scenari che si succedono continuamente e che dimostrano una grande versatilità e conoscenza delle peculiarità di quel periodo storico: si passa dalle scorrerie corsare nei mari del Mediterraneo al brigantaggio così frequente nelle regioni dell’Italia meridionale, da scampoli di civiltà egizia sopravvissuta nel deserto africano a  incursioni nelle mercantili città dei Balcani fin giù alla penisola ellenica.

E’ singolare come, accanto ad un contesto così attentamente e precisamente documentato e specificatamente datato (era l’autunno del 1770), il centro di storia venga posto in un’immaginaria città Dorantia, La luminosa, dove Francesco Antonio incontra subito la corruzione, soprattutto in quelle personalità ecclesiastiche che avrebbero dovuto garantire sul suo soggiorno, e inoltre viene ricattato dal comandante delle guardie del Santo Uffizio e costretto da questi, se vuole liberare il suo servitore che lo accompagnava nel viaggio e tradotto nelle prigioni a condizioni disumane, a rincorrere un misterioso mercante d’arte che ha sottratto un dipinto che nasconde importanti segreti. Gli viene però affiancato uno sbirro che Francesco Antonio scoprirà suo compagno inseparabile. Hanno così inizio le peregrinazioni rocambolesche e cruente, che metteranno a dura prova la salute fisica e mentale del giovane barone.

pages39and40Importante, e quasi incredibile, il lavoro di ricerca filologica fatto con la ricostruzione di uno stile perfettamente settecentesco, che conferisce all’opera valore di documento storico. Ammirevole risultato di godibile e insieme del tutto comprensibile lettura. Inizialmente non capacitandomi pensavo che un qualche documento storico reale avesse fatto da canovaccio all’imbastitura dell’opera (anche stilistica). Non so quanto tempo ho passato a scovare tra i nomi antichi delle città la famosa Dorantia, la luminosa…

Ma quando ho saputo che l’espediente del manoscritto era di manzoniana memoria e finzione narrativa per avvalorare la storia, lo stupore è divenuto ammirazione per il risultato ottimamente conseguito dall’autore con le sue sole forze. Lavoro poi curato fino all’ultimo perché le osservazioni demandate al Pisani, sono la voce fuori campo cui l’autore affida il compito di commentare e dare legittimità alla storia contenuta nel materiale rinvenuto.

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Sono due i titoli di romanzi a cui mi hanno ricondotto le avventure del Barone dell’Alba. Anche se con un punto di vista rovesciato e una versione molto più brutale, le lettere di Lord Chesterfield al figlio si basano comunque sul presupposto che la formazione di un giovane passa attraverso esperienze forti in tutti i campi che ne dovrebbero temprare il fisico oltre che il carattere. Almeno Lord Chesterfield proprio in occasione della partenza del figlio per il Grand Tour, elenca uno strepitoso catalogo di ammonimenti sulle compagnie da evitare (i locali equivoci, il gioco, le donne di facili costumi), istruzioni precise da seguire (per esempio sulla valutazione e l’acquisto di importanti opere d’arte del passato), ma soprattutto esortazioni a imitare e far propri gli attributi precipui e irrinunciabili della bienséance. Un’educazione mondana raffinatissima e insieme spregiudicata  – non esclusa l’arte della seduzione e della galanteria – che non mancò di scandalizzare i puritani e i pedanti.

L'ƒducation sentimentale 1re ŽditionD’altro canto, la ricerca di quello sguardo catalizzante e raffigurato nel dipinto rievoca la ricerca di quel volto luminoso che innesca L’educazione sentimentale di Flaubert: Frédéric Moreau, uno studente liceale di 18 anni, scorge, sul battello che lo riconduce alla sua città natale di Nogent sur Marne, la signora Arnoux,  moglie di Jacques Arnoux, uno speculatore dilettante. Scambia con lei alcune parole e basta uno sguardo, ed è subito colpo di fulmine. Questo momento lo segnerà per sempre. La passione per questa donna, amore vero ma di testa, non troverà mai il suo esito naturale.

Fu come un’apparizione. Lei  sedeva, in mezzo alla panchina, sola; o così gli parve, abbacinato com’era dalla forte luminosità dello sguardo di lei. Nel mentre passava lei alzò la testa, lui inclinò involontariamente le spalle, e, quando si fu messo più lontano, dallo stesso lato, la guardò”.

Credo che il visionario Barone dell’Alba abbia tutte le caratteristiche adatte per stare in mezzo ad una compagnia del genere.

Romina Angelici

 

 

 

 

Si ringrazia il blog: http://lafrusta.homestead.com/rec_flaubert2.html