Archivio | agosto 2015

Mogli e figlie di Elizabeth Gaskell, trad. Mara Barbuni, ed. Jo March

mogli e figlie

Appena chiudo il libro di Mogli e figlie, una farfalla bianca attraversa furtiva il mio giardino e la associo immediatamente a Molly Gibson che immagino girovagare tra i fiori di Hamley Hall.

Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questo romanzo ho sentito subito che era così nelle mie corde da farmi istintivamente trattenere dal divorarlo assumendone invece a piccole dosi come fosse un prezioso elisir, un elisir di bellezza e piacere.

Nonostante la mole immensa (penso all’altrettanto lavoro che ha comportato sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo), sorseggiando giorno dopo giorno ho centellinato le pagine perché non finissero troppo presto.

Sin dal primo istante mi sono piaciuti Molly e il dr. Gibson, che dopo un po’ ho cominciato a capire, ho preso a frequentare gli Hamley e passo dopo passo sono entrata nella vita di società della piccola cittadina di Hollingford che mi riporta tanto all’atmosfera di Cranford. Proseguendo la lettura ho incontrato poi gli altri personaggi che il più delle volte si sono fatti conoscere presentandosi da sé, con le loro chiacchiere e i loro comportamenti. A parte la diretta riproposizione della coppia di sorelle nubili, le signorine Browning, anche in questo contesto c’è il contorno di comari pronte a farsi percorrere da qualsiasi ansia o falso sgomento e a spettegolare di qualunque avvenimento, passatempo che non risparmia nemmeno i Lord.

Non avverto affatto la difficoltà dell’inglese che mi dicono possedeva la Gaskell perché la resa linguistica è scorrevole, lineare, fluida in modo ammaliante. Tutto merito di Mara Barbuni, la traduttrice. La scelta lessicale è quanto mai riuscita, non risulta mai inopportuna o stonata, adoro il linguaggio forbito e allo stesso tempo comprensibile, pieno di citazioni e riferimenti ma anche preservato intatto così come è stata mantenuta la vocazione narrativa che sgorga con naturalezza.

Quello che si percepisce con chiarezza è il modo suadente di raccontare la storia di queste mogli e figlie e nel vuoto lasciato dall’accostamento tra i due ruoli, si inserisce perfettamente il tono materno della Gaskell. E’ con tenerezza che la vediamo accompagnare Molly nelle sue difficili prove e con condiscendenza guardare alla vanesia Mrs. Kirkpatrick, alla pettegola Mrs. Goodenough, glissando sugli avventati scrupoli del dr. Gibson e sull’orgoglio di Squire Hamley. Sembra aver accettato in pieno il consiglio suggerito da Jane Austen alla nipote: “prendi tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” e costituiranno il materiale perfetto per imbastire una bella storia. E la Gaskell non solo si è sempre attenuta a scrivere di ciò che meglio conosceva ma qui è tornata alle origini, in quell’ambientazione quasi arcadica di un villaggio collocato in un tempo e in uno spazio in-definito che fungesse da scenario ideale a “Una storia di tutti i giorni”, come recita il sottotitolo, e proprio per questo destinata a rimanere eterna.

Alcuni temi trattati, come quelli del corteggiamento, del fidanzamento segreto pregresso, della preparazione delle nozze, la preoccupazione per gli abiti e la modisteria nonché scene intere quali quelle del ballo di beneficenza o anche i soggiorni di Molly presso i conoscenti più ricchi, mi hanno fatto sentire a casa di Jane Austen così come dalla sua penna sembrano usciti l’ironia mascherata dai luoghi comuni e certi modi di tratteggiare i personaggi solo lasciandoli parlare liberamente. Ottenendo così di definirli a tutto tondo e di dotarli di vita propria: ho adorato per questo anche i personaggi minori come l’anticonformista Lady Harriet (non me ne voglia per il “minore”!).  Poche parole infatti sono state dedicate a descrivere la nuova Mrs. Gibson perché è stata lei stessa che ha proclamato in ogni occasione la sua generosità, il suo amore disinteressato, il suo affetto materno. E anche quando la scena cambia o si svolge altrove, è facile immaginare il seguito della sua conversazione-monologo o indovinarne i commenti.

Al contempo l’ultimo romanzo di Elizabeth Gaskell si discosta dai novel di Jane Austen per dimensioni, arco temporale e soggetti coinvolti risultando maggiormente orchestrato e complesso. Non mancano nemmeno quelle note stonate venate di malinconia, dal retrogusto amaro, e comunque addolcite, secondo una superiore ottica di reductio ad unum, in un’armonia generale che coincide con uno stato d’animo nella scrittrice evidentemente pacificato in una quasi utopistica visione per cui la bontà d’animo viene alfine premiata.

Mancando un ultimo capitolo non dubito che la stessa volesse calare pudicamente il sipario su tutte le speranze che si stanno compiendo per Molly, magari tergiversando su aspetti secondari come la scappata di Cinthya su Roger Hamley “il famoso scienziato”. Se infatti il finale non solo era facilmente intuibile ma era stato anche quasi completamente preannunciato, la sua assenza ci priva comunque di quel piacere naturale che deriva dal coronamento di una bella storia e ci ha privato purtroppo anche della preziosa possibilità di beneficiare di altre ancora.

Ripongo il volume sulla mia libreria sperando di poter ripetere il gesto e l’esperienza edificante grazie alle oculate scelte e alle validissime collaborazioni dell’Agenzia Letteraria Jo March.

13-24 agosto 2015

Romina Angelici

 

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Concerto notturno

lucciole

Saltellano le lucciole

tra i cespugli addormentati

crepitano i grilli

come strumenti scordati

acrobati insetti si lanciano

in capriole radenti

immoti spettatori sbirciano

tra il fogliame silenti.

Che sia un concerto stonato

o una falsa piroetta

poco importa

al firmamento stellato

già dispiegato.

L’eredità di Louisa May Alcott

l'ereditàu

Più che un’eredità assomiglia ad un corredo di cui la Alcott si mostra equipaggiata per affrontare il suo primo esperimento letterario.

Essendo un racconto si legge d’un fiato, è una bella fiaba con tanto di principe azzurro che sorveglia mentre protegge la povera orfana. Il dissidio tra la nobiltà di natali e quella d’animo percorre tutta la storia; sia per tenere desta l’attenzione del lettore, sia per aumentare, dilatandone l’attesa, il piacere della sua risoluzione. Ovviamente qui è stata scelta la strada più facile, che purtroppo non corrisponde a quello che accade nella realtà, ma questa è un’altra questione.

Ne L’eredità risplendono tutti i buoni sentimenti idealistici e gli echi della letteratura d’oltreoceano su cui la Alcott si era formata. Inizia infatti a tratteggiare i personaggi secondo i suoi prototipi preferiti e si muove bene entro i salotti nella nobiltà inglese. Purtroppo balzano agli occhi sia l’ingenuità dei diciassette anni sia l’inesperienza della scrittrice che credono ancora in un lieto fine possibile ma che verranno presto “corrette” dalla vita.

L’introduzione stabilisce un unico filo conduttore tra la Alcott e le sue eroine: da Edith a Jo March, ravvedendo nella prima la solarità e la fideistica fiducia della giovinezza maturata dieci anni più tardi nella disincantata seconda,  e se si insiste su quest’ultima è perché rappresenta ormai l’alter-ego -assodato- della scrittrice. Non solo; si delinea molto bene il contesto, anche filosofico, in cui è stata cresciuta e nutrita la Alcott, che ha saputo interpretare i principi trascendalisti secondo il miglior spirito pratico americano.

L’episodio del rinvenimento del manoscritto in mezzo ad un carteggio familiare, nel 1990, finisce per diventare una storia nella storia, alimentando quell’ottimistica speranza che si aggiungano altre fortuite quanto pregiatissime scoperte.

Grazie intanto a chi ne ha permesso la traversata dall’Atlantico.