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La notte

Ogni notte preannuncia la morte

Ogni sonno prelude a quello eterno

L’oscurità avvolge ogni pensieroE lo precipita in quell’abisso

Di solida certezza

Di un destino senza scampo

Sognando Mr Darcy

«Nessuna di noi si aspetta di passare tutti i suoi giorni in placida calma[1]» fu la risposta immaginaria, che faceva riferimento a tutte le protagoniste dei romanzi di Jane Austen. «Dovresti aver imparato la lezione, dopo averci lette e rilette tante volte.»

Nessuna eroina austeniana però aveva ceduto a colpi di testa come il suo, tutte loro avevano sempre ponderato bene ogni passo. Nessuna era fuggita di fronte alle difficoltà. D’altra parte, anche gli obiettivi di ciascuna erano stati ben diversi da quelli di Katy: per tutte l’obiettivo da perseguire erano una condotta ineccepibile, la crescita personale e una coerenza morale ferrea. Il risultato che ottenevano da questa combinazione era sempre un matrimonio di cuore e di testa, magari non sempre fortunato dal punto di vista economico, ma mai, mai imprudente.

Se le protagoniste dei romanzi di Jane Austen potessero parlare circolando liberamente per casa come circolano nella nostra testa avrebbero un consiglio da dispensarci per tutte le occasioni. Ecco perché Jane Austen è sempre attuale.

E il sogno di ogni ragazza che ami Jane Austen non può che riguardare anche i libri.

Katy non solo ha deciso di lasciare tutto per trasferirsi a Bathford e aprire una libreria, ma con le eroine dei suoi romanzi preferiti addirittura ci parla, si confronta e ne accetta, anche suo malgrado, i consigli.

Sognando Mr Darcy è una commedia romantica moderna in cui Antonia Romagnoli dimostra ancora una volta, se ve ne fosse bisogno, la sua padronanza linguistica e competenza narrativa oltre alla sua versatilità in un genere completamente nuovo.

Un omaggio personalissimo a Jane Austen da parte dell’autrice che come ogni brava Janeite vive in simbiosi con i romanzi della scrittrice inglese, ne conosce a memoria le battute e si interfaccia con le eroine come se fossero sue amiche di vecchia data.  

Le citazioni che aprono i capitoli sono molto suggestive e introducono facilmente all’atmosfera che si respirerà tra le pagine quando non stanno a indicare invece un preciso e netto cambio di registro.

Sognando Mr Darcy non è Colin Firth che esce dal laghetto con la camicia bagnata che gli aderisce al petto ma una storia ben ancorata alla realtà con una protagonista che deve tenere i piedi per terra se vuole ricostruire la sua vita. E possiamo solo immaginare quanto ciò possa essere difficile!

Katy aveva sognato Bath e il mondo di Jane Austen. Aveva sognato i raduni Regency, i balli, le sfilate in costume, le conferenze a tema su Orgoglio e Pregiudizio, e invece di Bath, aveva avuto Bathford, la periferia più triste che potesse immaginare. Invece della libreria nel pulsante cuore georgiano, eccola alle prese con un bugigattolo fallito vent’anni prima, e capire come non era poi difficile.

Il sogno era diventato un incubo blu, verde mela, rosso e senape. E dall’odore di muffa.

La storia non è banale né scontata e la commedia romantica si approfondisce per scandagliare la complessità dei sentimenti interiori diventando anche molto coinvolgente nella trama.

Lo scenario di Bathford, nei pressi di Bath, dove Katy apre una libreria che deve ricostruire da zero e sui cui scaffali troveranno posto per primi i romanzi di zia Jane da leggere mentre si sorseggia una tazza di tè, è una cornice ideale, ricostruita con una precisa ricognizione negli angoli, ambienti e personaggi.

Se le frequenti apparizioni delle eroine austeniane servono a sottolineare passaggi cruciali, scelte difficili o momenti di scoramento, è divertente poi anche scoprire come alcune situazioni sono riadattate in chiave moderna per applicare i loro principi o gli insegnamenti di Jane Austen. La madre imbarazzante di Katy ne può essere un esempio! O il pastore Mr Collins in versione veramente inedita!

Si sente l’amore per quei luoghi, si sente la nostalgia e la presenza permeante di Jane Austen in ogni cosa che la riguardi anche solo lontanamente. Si sente che Antonia Romagnoli sta scrivendo di ciò che conosce bene e ama altrettanto.

Si sente che ha lasciato il cuore a Bath e dintorni e che nei luoghi di Jane Austen si è sentita come a casa, perfettamente a suo agio come quando decide di mettersi a scrivere per raccontarci una storia profondamente ispirata.

La copertina è deliziosa e solo a guardarla fa venire voglia di tuffarsi nel libro sognando Mr Darcy!

Sinossi:

Cambiare vita partendo da Jane Austen.
Katrine Bell, dopo una delusione d’amore, lascia casa e famiglia per realizzare il sogno di sempre, aprire una libreria a Bath, nei luoghi che ha amato attraverso i romanzi della sua Autrice preferita.
Il suo nuovo inizio la conduce così a Bathford, un villaggio a poche miglia dal cuore Regency di Bath, dove però non tutto va come lo aveva immaginato…
Katy diventerà protagonista di avventure e disavventure, accompagnata dalle voci delle più famose eroine uscite dalla penna di Jane Austen, e di una storia d’amore che si dipana fra libri, manieri e tazze di tè.
Dall’autrice de “La dama in grigio” una nuova avventura dal sapore austeniano, ambientata nel mondo di oggi

[1]Persuasione, Volume primo, capitolo 8, trad. Giuseppe Ierolli. La frase è pronunciata da Mrs. Croft, personaggio minore nel romanzo.

La Principessa del Grano di Jean Webster

La storia de La Principessa del Grano, edita per la prima volta in italiano da Flower-ed, si svolge proprio in Italia dove la bellissima figlia di un milionario americano, è giunta per trascorrere la primavera insieme agli zii, Howard e Katherine Copley, in un’antica dimora situata nei pressi di Palestrina. Tra le romantiche colline della Sabina, le visite turistiche a Roma e le feste in compagnia di un’esclusiva cerchia di amici, la giovane Marcia viene subito conquistata dalla magia dell’Italia, terra incantevole e sfondo ideale per una grande storia d’amore. Due uomini dal temperamento molto diverso si fanno infatti strada nei suoi pensieri: Paul Dessart, un aspirante pittore, immaturo e spensierato, e Laurence Sybert, affascinante e tormentato segretario dell’ambasciatore americano. Ma dietro le vite agiate dei protagonisti e i paesaggi idilliaci si celano la fatica e la miseria dei poveri contadini di una nazione che, alla fine dell’Ottocento, è ancora giovane e politicamente instabile. In un gioco fatto di attese, scoperte e fraintendimenti, Marcia dovrà imparare a guardare oltre le apparenze e fare le sue scelte.

Il contesto storico-sociale segnato dalla grave crisi economica e politica che sta attraversando l’Italia è ben presto segnato. Sulla china drammatica degli eventi le vite di alcuni americani rischiano di essere travolte. Sottotraccia al romanzo, che assume quasi l’aspetto di un affresco sociale, si consuma una storia d’amore molto particolare. Un uomo e una donna che non potrebbero essere più distanti, si scoprono ineffabilmente attratti anche a dispetto delle loro stesse convinzioni. Come già segnalato dalla traduttrice e curatrice del libro, Sara Staffolani, ci sono diversi pregiudizi che fanno pensare alla celebre coppia di Orgoglio e Pregiudizio, e che dovranno essere sconfitti, dall’una e dall’altra parte.  

La giovane ereditiera si trova a dover riconoscere l’Amore e operare una scelta. Attorno a Marcia ruotano due figure maschili che non potrebbero essere più diverse: l’artista sognatore Paul Dessart e il concreto e affidabile Mr Sybert.

Le sembrava di essere tirata in due direzioni. Il meraviglioso mondo radioso dei sogni la stava chiamando. E Paul si trovava nel bivio – il ridente, prudente, felice Paul- che le tendeva la mano con un sorriso vincente… Ma nel profondo del suo cuore sentiva il peso del mondo reale – il mondo che significava sofferenza per così tante persone – trascinandole giù il morale e trattenendola indietro. E sullo sfondo vedeva Sybert che la osservava a braccia conserte e un sorriso mezzo canzonatorio…

L’Italia con il suo paesaggio incantevole e i suoi personaggi pittoreschi rischia di fare molto male.

“L’Italia è bella, non è vero?” chiese Marcia semplicemente.

Sì”, concordò lui. “L’Italia è maledettamente bella”.

Conosciamo Jean Webster in una versione matura, la scrittrice ha lasciato le confortevoli mura dell’ambiente studentesco dei college di casa sua per avventurarsi nel mondo. Dotata di versatilità e sensibilità non comuni diventa scrittrice internazionale e cittadina del mondo. Le frequenti citazioni di Henry James immettono la sua opera nel tema internazionale per poi distinguersene per delicatezza e minuzia proprie.

Una lettura davvero sorprendente e avvincente.

Un’intricata matassa di Lucy Maud Montgomery.

Foto mia

Siamo solo agli inizi e attorno al capezzale della terribile e temibile zia Becky si sono riuniti tutti i componenti dei clan dei Dark e dei Penhallow. Bastano pochi tocchi essenziali a descriverceli con le loro idiosincrasie e le loro storie precedenti.

Ma zia Becky possiede un oggetto che fa gola a tutti ed è questo il pretesto e il motore del libro.

La brocca si è fatta attendere a lungo; nel frattempo abbiamo cercato di districare la matassa di nomi, relazioni, unioni, matrimoni, esistenti tra gli appartenenti ai due clan con un po’ di impegno e molto divertimento, grazie alle frecciate ironiche dispensate da Lucy Maud Montgomery.

Come spesso accade, dietro all’ironia c’è una profonda malinconia per il tempo andato, le occasioni perse, l’amore sprecato….

Eccoci di nuovo al punto. Amore che andava sprecato tutt’intorno a te, mentre tu morivi per il desiderio di riceverne soltanto un po’.

La maggior parte dei personaggi sono avanti con gli anni e hanno qualcosa da rimpiangere o da recriminare.

Quelli giovani cominciano a sperimentare le prime gioie e le prime delusioni. La rete di parentela intrecciata a doppio filo, attraversata da dicerie, pettegolezzi, chiacchiere continue, è anche una garanzia e una protezione per i suoi componenti, una garanzia di appartenenza e di sicurezza.

Dopo una panoramica dei due clan, l’attenzione si sofferma in particolare sulle vicende di quattro donne e sul loro modo di cogliere l’occasione della vita. Ciascuna di loro lo farà secondo il proprio carattere e comportamento ma non senza incappare in passi falsi, effimere illusioni, grossi abbagli, fortunatamente poi corretti in un rassicurante lieto fine.

Le esistenze dei Dark e dei Penhallow aggrovigliate attorno ad assurde prese di posizione o manie, dimostrano tutta la loro relatività se rapportate al senso ultimo di questo passaggio terreno e a ciò che ne rimane.

Se, come avverte Cristiano Ragni, non sappiamo co certezza che Lucy Maud Montgomery avesse in mente questi versi dell’amato Walter Scott, essi si addicono a questo romanzo perfettamente:  

Oh! Che intricata matassa tessiamo

Quando per la prima volta proviamo a fingere

L’esempio di zia Becky pare servito a ben poco, qualcuno saprà trarne una sonora lezione?

Quella brocca non ce la racconta giusta? Essa diventa il simbolo dell’unione del clan o di assurde posizioni di principio destinate a essere smentite o scontate?

Il libro è ironico e malinconico insieme, tenero e divertente, coinvolgente al punto da sembrare accoglierti in famiglia. Le descrizioni dei chiari di luna sullo sfondo del mare e il fruscio delle betulle in lontananza appena scosse dalla brezza, hanno il sapore della poesia scritta, dello stile inconfondibile di Lucy Maud Montgomery che è tutto questo.

Considerato il più autobiografico delle opere di Montgomery, scritto quando aveva ben 57 anni, può essere considerato il suo testamento o il suo bilancio?

Gli errori e il dolore sono inevitabili. Meglio che vengano da scelte nostre che non da imposizioni altrui.

Questo libro sale decisamente in testa alla mia classifica ideale, sicuramente tra i preferiti.

Scheda libro:

Autore: Lucy Maud Montgomery
Titolo: Un’intricata matassa (1931)

Casa Editrice: Edizioni Jo March

Traduzione di Elisabetta Parri
Introduzione di Cristiano Ragni
A cura di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci

Titolo originale: A Tangled Web
Lingua originale: Inglese (Letteratura americana)

Isbn: 9788894142877
Pagine: 332
Collana: Atlantide

Prezzo: € 15,00

Sinossi:

«Una dozzina di storie è stata narrata sulla vecchia brocca dei Dark. Questa è quella vera…». Così inizia l’ingarbugliata vicenda delle famiglie Dark e Penhallow, un vero e proprio “clan”, costituitosi nel corso di tre generazioni e retto dalla temibile zia Becky. Proprio zia Becky, prossima alla morte, indice una riunione per dare lettura del proprio testamento. Gli eccentrici membri delle famiglie accorrono alla chiamata, per sapere cosa spetterà loro in eredità e soprattutto per conoscere il destino del cimelio più ambito, la vecchia brocca dei Dark, oggetto-simbolo del clan. Eppure la zia, che non ha mai perso occasione per essere mordace, ha in serbo un ultimo colpo di scena… le sue volontà sulla brocca resteranno sigillate in una busta che dovrà essere aperta soltanto dopo un anno: potrebbe aver già scritto il nome dell’erede, oppure potrebbe avere semplicemente indicato una serie di qualità imprescindibili per designare un degno legatario, da qui l’ammonimento a rivedere i propri comportamenti rivolto a tutti i presenti. Un ultimo acido capriccio? O, forse, la vecchia Becky ha usato la propria autorità, e la sua ultima possibilità, per dare una scossa ai membri del clan e indirizzare ciascuno verso la ricerca della felicità? Saranno in particolare quattro giovani donne, quattro eroine che non potrebbero essere più diverse fra loro, a raccogliere il monito: per raggiungere la felicità ognuna dovrà superare le proprie paure, sfidare le regole di una società ottusa, compiere delle scelte difficili. Lucy Maud Montgomery torna a stupirci e a farci ridere, e torna, soprattutto, a farci riflettere sul profondo significato delle nostre esistenze.


Informazioni sull’autore
Lucy Maud Montgomery (1874-1942), straordinaria e prolifica scrittrice canadese, originaria di Prince Edward Island, nota principalmente in Italia per la celebre saga di Anne of Green Gables (“Anna dai capelli rossi”), ha pubblicato in vita oltre venti libri, più di cinquecento racconti e cinquecento poesie e completato dieci volumi dei suoi diari (tra le opere più celebri, ricordiamo la trilogia di Emily of New Moon, la saga di Pat of Silver Bush, i romanzi Magic for Marigold e Kilmeny of the Orchard). Tradotta e letta in tutto il mondo, nessun altro scrittore canadese ha più raggiunto un tale successo e notorietà internazionali. Nel 1943 è stata designata come “Persona di significato storico nazionale” dal Governo canadese.

Louisa May Alcott ai Colli Albani

Louisa May Alcott ai Colli Albani. Fatti, enigmi e curiosità di un breve  soggiorno nella primavera del 1871: Amazon.it: Paolucci, Stefano: Libri

 Questo breve saggio documenta e testimonia l’importante passaggio della scrittrice americana nella zona di Albano, in occasione del suo secondo viaggio in Europa, il primo in Italia.

La ricostruzione dell’itinerario percorso da Louisa May Alcott in compagnia della sorella May e della loro amica Alice Bartlett si affida ad alcuni disparati e preziosi riferimenti che la Alcott ci ha lasciato nel racconto che ne ha tratto (Shawl-Straps o come tradotto in italiano: Lontano!) e nel diario.

La villa dei discendenti di Bonaparte, la Tomba degli Orazi e Curiazi ribattezzata la Tomba dei Quattro enormi Ditali (da cucito!) e la grande fiera con gli artisti venuti da Roma e le decorazioni di fiori di carta e stelle filanti consentono al microstorico Stefano Paoloucci di rintracciare le orme di Louisa ad Ariccia e a Grottaferrata, nonostante queste due località non vengano da lei menzionate.

La villa, il cui giardino nel racconto, un giovane gentiluomo ospitale si offre di far loro visitare proponendo la nobile dimora in affitto (offerta poi declinata dalla più saggia Lavinia, alias Louisa) e il sepolcro  si trovano ad Ariccia, la fiera che secondo quanto scritto da Louisa si sarebbe tenuta ad Alabno, -ravvivata da una comitiva di pittori romani, abbigliati in vari costumi che si recano quassù per inscenare un piccolo carnevale- farebbe pensare alla tradizionale fiera di Grottaferrata che si tiene in marzo in coincidenza con una festa religiosa, il cui segno distintivo dei partecipanti era di adornarsi di fiori di carta proprio come annotato dalla scrittrice.

La presenza di Louisa May Alcott ai Colli Albani, con gli annessi episodi che abbiamo in parte ricostruito, non fa che confermare quanto la nostra storia locale sia non solo ricca e affascinante, ma di indubbio interesse internazionale e ben lungi dall’essere esaurita nella sua investigazione. Particolarmente degno di nota è il fatto che Louisa abbia scritto una parte di Piccoli uomini durante il suo soggiorno ad Albano, come peraltro ha segnalato la biografia di Madeleine B. Stern: “Vicino all’incantevole lago e alle sue rive boscose, Louisa aggiunse un tocco finale ai suoi Piccoli uomini, descrivendo la messe dorata di Plumfield mentre i ciclamini e gli anemoni portavano la primavera ad Albano[1].

L’amore per la propria terra e per la scrittrice americana mi rendono ancora più caro questo piccolo, purtroppo, studio.

Sinossi:

Dopo il travolgente successo di “Piccole donne”, Louisa May Alcott si trova a passare un periodo tutt’altro che sereno. Provata dagli anni di duro sgobbo letterario e afflitta da un recidivo affaticamento nervoso, nella primavera del 1870 decide che è tempo di concedersi una vacanza. Accettando l’invito della sorella minore di accompagnare lei e una sua amica in Europa, Louisa si imbarca in un Grand Tour che durerà oltre un anno e che la porta per la prima volta anche a Roma, dove trascorre tutto l’inverno. Al primo sbocciare della primavera, le tre donne lasciano la città per trasferirsi ad Albano, sui vicini Colli Albani, dove Louisa, tra una passeggiata e una gita a dorso d’asino, continua la stesura di un nuovo romanzo che ha iniziato proprio a Roma: “Piccoli uomini”. Quelle due settimane passate ad Albano e dintorni sono ora al centro di questa avvincente indagine microstorica. Seguendo le poche, vaghe e talvolta enigmatiche notizie che la Alcott ci ha tramandato – specie sotto forma narrativa nel libro di viaggio “Shawl-Straps”, inedito in Italia – l’autore ricostruisce il breve soggiorno della scrittrice americana fino a svelare luoghi, episodi e personaggi locali che mai prima d’ora erano stati individuati o anche solo presi in esame.


[1] Stefano Paolucci, Louisa May Alcott ai Colli Albani, cit., p. 27.

La famiglia inglese nell’Ottocento.

Victorian Family Portrait Painting - FamilyScopes

La principale differenza esistente tra la famiglia odierna e la famiglia inglese dell’Ottocento a cui posso pensare, è la prolificità.

Il nucleo familiare all’epoca era molto numeroso e non era costituito solamente dalla coppia di coniugi e 1-2 figli come accade nella situazione media moderna. Sappiamo benissimo che all’interno ciascuno aveva un ruolo predefinito e con esso un destino e una certa importanza, e anche se oggi può apparire crudele, se si era inabili -e presumibilmente non si era capaci di contribuire al sostentamento della famiglia- si veniva allontanati. Questo caso si verificò nella famiglia Austen che allontanò un figlio con handicap affidandolo ad altri, senza che qualcuno in particolare ne abbia avuto a soffrire in seguito, essendo una pratica piuttosto diffusa all’epoca.

Per le altre caratteristiche invece credo che il divario si va assottigliando dato che anche oggi il concetto di famiglia si riferisce anche a quella allargata e comprende anche figure unite da rapporti di sangue ma anche di parentela e affinità che entrano nell’orbita familiare a vario titolo. In passato poteva capitare che ne fossero ospiti fisse, vecchie zie o parenti alla lontana che venivano ad aiutare o ad essere aiutate oppure studenti presi a pensione per contribuire al ménage domestico.

La presenza di estranei ha sicuramente influito sulla maggiore formalità dei modi inglesi e sul loro rigido codice comportamentale che difficilmente anche tra consanguinei lasciava spazio a manifestazioni d’affetto anche verbali, o anche solo manifestazioni colloquiali.

British Paintings: Thomas Faed - The Leisham Family of Tillicoultry,  Clackmannanshire

Purtroppo, si dava spesso il caso che le famiglie non fossero complete: non erano cioè così fortunate da contare tutti i membri, dovendo rassegnarsi alla perdita di chi era cagionevole di salute, sia che si trattasse di un figlio gracile sia di un genitore. Per citare un esempio, ho sempre guardato a casa Bronte, dove la tisi aveva fatto una strage tra metà dei componenti,  come a un’ammirevole macchina organizzata, una volta superate le perdite, in cui ognuno aveva il suo compito e le sue mansioni da portare avanti e le tre sorelle sentivano in modo molto speciale il loro legame verso la famiglia, in cui erano compresi la zia severa, il padre austero e l’incostante Branwell, e verso quella casa, seppure fredda, scomoda, faticosa da mandare avanti. La famiglia, nonostante tutto.

Forte era lo spirito di unione che legava i diversi componenti tanto da mantenere comunque inalterati rapporti con il nucleo d’origine anche dopo il matrimonio.

Ovviamente questo accadeva necessariamente nel caso degli uomini per questioni di eredità ma anche nel caso delle donne, esse non dimenticavano la propria famiglia di provenienza a cui comunque continuavano a fare riferimento, a meno che non vi fosse stata una dichiarata ostilità alle nozze contratte. In quel caso cessava ogni tipo di rapporto o frequentazione.

Victorian Family | Victorian Family Life | DK Find Out

Per Jane Austen la famiglia era importante in quanto fonte di stabilità; la morte del padre aveva causato allo stesso tempo sia la mancanza di una dimora fissa sia la disgregazione del nucleo familiare perché spesso le sorelle e la madre si dovevano dividere per andare ospiti da diversi parenti. In questo senso credo che, da un lato per Jane Austen la famiglia fosse rappresentata da quella rete di fratelli e sorella da cui si sentiva contorniata e protetta, dall’altro che la famiglia fosse sinonimo di casa e l’essersi definitivamente stabilite a Chawton, grazie all’aiuto del fratello maggiore più fortunato, abbia definitivamente placato ogni sua insicurezza facendola sentire finalmente in pace con se stessa e con il mondo. La famiglia del resto ha rappresentato per lei sempre una fonte di ispirazione, un appoggio, un rifugio, un punto di riferimento continuo. Le sue lettere pullulano di discorsi, preoccupazioni, progetti, avvenimenti, eventi familiari perché quella era la materia principale delle conversazioni e dei pensieri che occupavano le sue giornate perché la sua vita era organizzata su e in base a quelli.

Gli Austen ebbero i loro guai ma mai quanti ne attraversarono gli Alcott e non so poi quanto tutto questo incise sulla decisione delle rispettive figlie di non formare alcuna famiglia propria.

Per molto tempo la famiglia Alcott ha dovuto navigare a vista prima che Louisa potesse considerarsi a casa come in un porto sicuro, ma quanto ella credesse fermamente in questo valore ce lo dimostra Piccole Donne, che è la storia ideale della famiglia, e ce lo dice anche il tipo di esistenza condotta da lei stessa perché, per quanto si spezzasse la schiena a fare mille lavori, lasciasse casa tante e tante volte in cerca di fortuna, Louisa sempre a Concord ritornava e in funzione del benessere della sua famiglia lavorava e faceva sacrifici. Con figure genitoriali così ingombranti credo che Louisa non sia mai riuscita ad affrancarsi e si sia sempre considerata una figlia, e se non ha sposato il suo Laurie, forse è perché non è riuscita mai a tagliare il cordone ombelicale che la legava alla sua famiglia d’origine e a fare quel salto in direzione della propria indipendenza e autonomia psicologica.

Non è detto che se si fossero sposate Jane Austen o Louisa May Alcott per esempio, non avrebbero scritto i capolavori che ci hanno lasciato. Posso smentirlo con il caso di Mrs Gaskell che ne ha prodotti più d’uno, fortunatamente per noi. Bisogna ammettere però che i tempi erano diversi, rispetto a Jane Austen, e i contesti, rispetto a Louisa.

Proprio la stessa Elizabeth ci dimostra quanto l’esperienza matrimoniale e familiare fosse difficile e totalizzante per una donna e che la scrittura le è venuta in soccorso per mantenere saldamente il suo posto in seno alla sua famiglia martoriata dalla tragica scomparsa dell’ unico figlioletto maschio.

È forse troppo scontato pensare che poiché aveva perso da piccola la madre, allora ella abbia voluto creare una famiglia sua in cui trovare ed esprimere il calore materno che le era mancato?

Di certo la prima caratteristica che associo a Mrs Gaskell è proprio il tono materno e comprensivo che trasuda dal suo modo di narrare e mi piace pensare a lei contorniata dal marito, dalle figlie, dai generi mentre racconta loro una delle sue belle storie.

Ho sempre pensato a una famiglia matriarcale avendole attribuito un carattere più forte rispetto a quello del marito e un potere decisionale, almeno nei riguardi delle figlie, maggiore. Nei suoi romanzi ha raccontato delle tipologie più disparate di famiglie, sia dal punto di vista sociale che morfologico.

In Mogli e figlie gli Hamley sono la tipica famiglia nobile che si aspetta che il primogenito compia una splendida carriera universitaria dando lustro al nome del casato mentre il cadetto è relegato alla ricerca scientifica in campo pratico ma nei fatti sarà lui a riscuotere più successo. Il dottor Gibson è vedovo e pensa bene di risposarsi per dare una nuova madre alla figlioletta Molly che ormai si va facendo grande e attira gli sguardi dei giovanotti, senza immaginare che rovinerà per sempre il loro rapporto speciale, complicando la vita ad entrambi oltretutto.

Da osservatrice esperta e realista qual è Mrs Gaskell non fa sconti a nessuno e non nasconde che anche nelle migliori famiglie, non è tutt’oro quello che luccica.

Per questo nei suoi romanzi si ha sempre la sensazione di essere accolti e di sentirsi a casa.

Delitto di una notte buia di Elizabeth Gaskell

Delitto_di_una_notte-buia-Croce

 

Un libro firmato da Elizabeth Gaskell si riconosce subito da quell’accento di affettuoso interesse con cui l’autrice guarda ai personaggi e l’umana comprensione verso le loro debolezze che dimostra nel narrare le loro vicende, anche le più drammatiche.

 

Il suo amore – così soffocato in uno spazio ristretto- finalmente ruppe gli argini e si riversò su suo padre.

 

Nell’ottima introduzione ci vengono spiegate le vicende dell’individuazione del titolo che per ragioni e politiche editoriali molto crude, Dickens volle e ottenne che fosse un titolo sensazionalistico.

Ben avrei visto, invece, campeggiare in piena copertina, il nome della sua protagonista principale, che fa di tutto per non essere un’eroina ma finisce per esserlo, tanta è la centralità che ella ha nello sviluppo dell’intero libro.

Ellinor non ha alcuna caratteristica volitiva né compie atti straordinari, ammesso che non sia considerato del tutto fuori dalla norma assistere a un delitto in casa propria, ma dimostra una tenacia e una fermezza incrollabili che nonostante i continui malesseri e il progressivo sfiorire della sua giovinezza, alla fine riusciranno ad avere la meglio sul degenerare degli eventi.

Ella incarna “la figura di donna incorniciata da una finestra che ne fissa la soglia psicologica e la dimensione sociale”, scrive Francesco Marroni: subisce le azioni poste in essere dagli uomini che la circondano, dal padre, al promesso sposo, al domestico, in uno stato di perpetua inquietudine, ora dovuta ai rimorsi di coscienza ora al dolore vero e proprio per il suo amore tradito, finché non troverà la sua giusta collocazione.

Nomi, legami familiari, situazioni, richiamano alla mente i contesti che già Mrs Gaskell ci ha abituato a conoscere e a frequentare, senza alcun alone di serenità nostalgica. In questo racconto i suoi continui avvertimenti trattengono il lettore all’erta con un senso di incombente tragedia e di tranquillità definitivamente spezzata.

La marginale parte riservata alla parentesi romana, che Ellinor verso la fine del romanzo si concede accettando l’invito di una vicina di casa per ristabilirsi, coincide con il viaggio fatto dalla stessa Gaskell in compagnia delle figlie nel 1857, nello stesso periodo del Carnevale peraltro.

Roma, come giustamente sottolineato dal prof. Francesco Marroni, che ha curato e tradotto il romanzo, si innesta nella trama generale “come un breve interludio, una nostalgia dell’essere, un segmento di felicità” di cui Gaskell si fa meravigliosa interprete calzandolo indosso alla situazione di Ellinor e provando a donarle un po’ di ristoro dal punto di vista fisico e psichico.

Ma i riferimenti autobiografici non finiscono qui perché nella descrizione delle sofferenze della ragazza, Ellinor, lasciata di punto in bianco dal fidanzato, Mr Ralph Corbet, preoccupato solo di fare carriera, Mrs Gaskell prese in prestito la sorte accaduta a sua figlia Meta, che sempre durante il viaggio in Italia, aveva conosciuto il capitano Hill per poi essere da questi inopinatamente lasciata all’improvviso dopo solo un anno, a un passo dalle nozze.

Fedele alla sua concezione ideologica di un passato che ritorna e ristabilisce l’ordine delle cose in un presente disarmonico,  religiosamente fiduciosa in un senso di giustizia superiore, Mrs Gaskell ha preparato un altro dei suoi affreschi della società inglese di metà Ottocento, presentandolo con tutta la perizia realistica  di cui è capace per analizzare sia la veste pubblica che il foro interno dei suoi personaggi.

Ribadisco che l’introduzione è magistrale e accompagna e guida la lettura in modo egregio. Suggerisco di leggerla dopo il libro.

Segnalo anche la pregevole traduzione di Mara Barbuni.

Scheda del libro:

 

Delitto di una notte buia appare a puntate per la prima volta tra il gennaio e il marzo del 1863 tra le pagine del periodico «All the year round» grazie all’entusiasta approvazione di Charles Dickens.

Ford Bank è una cittadina nella quale Edward Wilkins esercita la professione di avvocato come il padre prima di lui. La capacità affabulatoria e l’acuta intelligenza gli permettono di avvalersi della simpatia dei nobili locali benché questi ultimi non considereranno mai l’avvocato un loro pari. Sconvolto per la morte della moglie e della secondogenita, Mr. Wilkins riversa ogni attenzione nei confronti della figlia maggiore, Ellinor. La vita della ragazza sembra perfetta: è innamorata del giovane Mr. Corbet, uno studente di Giurisprudenza brillante e ambizioso; tutto le sorride, al punto da non accorgersi dell’evidente stato di decadenza del padre, il quale, sentendo il peso dell’inadeguatezza sociale e del proprio fallimento, riversa i suoi malumori in vizi, lussi e alcolici. Tutto si ferma una notte, una notte buia durante la quale Ellinor assiste a un delitto. E sarà proprio questo evento a sconvolgere drasticamente la sua vita ribaltando l’ordine di ogni cosa.

Con un ritmo dolce ed elegante Elizabeth Gaskell accompagna il lettore in un racconto appassionante con una protagonista femminile in cui si concentra una forte carica emozionale.

 

 

 

Una verità universalmente riconosciuta – Scrittrici per Jane Austen, a cura di Liliana Rampello

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“Non è difficile immaginare quanto si sarebbe divertita Jane Austen all’idea che tutto il mondo, in questo 2017, avrebbe festeggiato il bicentenario della sua morte.
Sembra di sentire il suono allegro della sua risata, deliziata dallo scoprire che la sua dipartita, il 18 luglio del 1817, a Winchester, nella cui cattedrale ora è sepolta, avrebbe segnato sì la fine della sua esistenza mortale, ma l’inizio, decisamente sorprendente anche per lei, di una fama che l’ha resa immortale. Fama non immediata, è vero, un avvio lento e poi, in questi due secoli, una fortuna alter­na, ma, ormai da moltissimi anni, un crescendo apparentemente inarrestabile. (…)
Con questo piccolo libro, noi tutte, editrice, autrici e curatrice, abbiamo scelto di immetterci nel grande fiume degli omaggi alla magnifica Jane, da tutte letta con somma ammirazione, dandole qualcosa in cambio, che la trasportasse, in un lampo, dal suo secolo al nostro.”
dall’Introduzione di Liliana Rampello

Sei le scrittrici coinvolte nel progetto,  sei gli omaggi a Jane Austen: Le citazioni incorniciate dai romanzi di Jane Austen sono tratte da: “L’abbazia di Northanger”, “Emma”, “Ragione e sentimento”, “Orgoglio e pregiudizio”, “Mansfield Park”, “Persuasione”.

I titoli sono i seguenti:

Capitolo 22, di Stefania Bertola

Zitelle, di Ginevra Bompiani

Mimosa, di Beatrice Masini

Minuteria, di Rossella Milone

Figlie d’anima, di Bianca Pitzorno

Un fatto nuovo, di Lidia Ravera

Ciascuna scrittrice ha rielaborato Jane Austen e lo spunto assegnato, qualcuna discostandosene parecchio, qualcuna rimanendo fedele al testo originale. Innegabile è che Jane Austen faccia parte del DNA delle autrici coinvolte ma alcuni esperimenti si sono avventurati su sentieri alquanto impervi, secondo me.

Ne è risultata un’antologia eterogenea di racconti il cui fil rouge è l’affettività al femminile di cui Jane Austen è stata eletta unanime interprete, pur essendo una verità universalmente riconosciuta che è la meno sentimentale.

Trattandosi di un omaggio nato per il bicentenario della morte, in alcune rielaborazioni i duecento anni si fanno sentire o piuttosto si traducono in una maggiore personalizzazione del verbo austeniano di cui preferisco in ogni caso l’aderenza.

Molto simpatico il pezzo di Stefania Bertola che cavalca la fervida immaginazione di Catherine Morland spingendosi anche più oltre, visti i tempi attuali. Il più interessante è stato per me lo spunto di Ginevra Bompiani che ha esaminato il testo, lavorando sull’originale per mostrare il rapporto tra Jane Austen e le sue eroine. Contributo che ho senza dubbio preferito.

In Emma, erroneamente considerato il più leggero dei romanzi di Jane Austen, la condizione femminile viene presentata in modo molto realistico stabilendo sin da subito una grande e fondamentale distinzione tra coloro che godono di un’indipendenza economica che costituisce la loro salvezza e tutte le altre che rimangono in bilico:

Il precipizio in cui rischiano di cadere è quello di restare zitelle (non è un caso che i personaggi ricchi del romanzo continuino a ricordarsi a vicenda di non trascurare Miss Bates, che la loro benevolenza mantiene sull’orlo dell’abisso. Questo pericolo è il perno intorno a cui ruotano il destino dei personaggi femminili e la trama del romanzo se non di tutti i romanzi di Jane Austen. La quale, come si sa, rimase zitella.

E’ stato spesso osservato che c’è un po’ di Jane Austen in ciascuna delle sue eroine. Più nel dettaglio, sarebbe interessante vedere come il giudizio e quindi il buonsenso dell’autrice rimane sotto controllo attraverso le eroine più virtuose mentre il suo temperamento le sfugge di mano trovando espressione nei personaggi femminili più interessanti e più vivi.

Nel corso di ciascuno dei suoi romanzi giudizio e temperamento trovano modo di giocare insieme, recitando ciascuno la sua parte e affrontando ognuno il suo destino.

O meglio evitando, per quanto è possibile, il destino che toccò all’autrice, il destino di una donna libera e dipendente: una zitella.

 

 

 

Miss Austen di Gill Hornby

Neri Pozza Editore | Miss Austen

 

Una baldanzosa Cassandra, ormai alle soglie dei settant’anni, parte alla ricerca delle lettere inviate da sua sorella Jane alla famiglia Fowle, legata agli Austen per diversi motivi.

Il titolo avrebbe dovuto farmi pensare subito che non di una biografia seppure romanzata di Jane Austen si trattava, bensì della sua sorella maggiore, colei che del resto aveva diritto a tale appellativo.

I tentativi maldestri di recuperare quello che per Cassandra è un bottino prelevandolo da cassapanche altrui ci dicono poco in realtà su Jane Austen, o almeno inizialmente. Poi la storia entra nel vivo, o meglio, attraverso una serie continua di flash back, inizia la spola tra gli anni della giovinezza delle due sorelle Austen e il presente (1840). Il legame tra Cassandra e Jane viene mostrato nella sua indissolubilità e riservatezza e come tale assolutamente da preservare.

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La loro giovinezza non è stata delle più spensierate sia per gli eventi che l’hanno segnata sia per il continuo senso di minaccia incombente sul loro futuro: Cassandra ritorna spesso sulla fase più critica della loro vita insieme, quella delle speranze appena nate e subito deluse, delle incertezze, della precarietà e dei momenti più bui, ma ciò nonostante, le brevi incursioni che compie Jane con il suo spirito e la sua brillantezza regalano una boccata d’aria fresca al racconto. Le lettere recuperate, ricostruite dall’autrice, sono molto verosimili e sembrano proprio avere il suo stile.

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La fotografia della famiglia Austen naturalmente perde appena quella patina di perfezione che i pronipoti vittoriani le avevano voluto conferire ma la stessa Jane non avrebbe gradito simili ritratti, poco credibili. Cassandra da parte sua esce un poco dall’ombra ingombrante della sorella famosa e reclama sentimenti, emozioni, desideri repressi, una vocazione al sacrificio e al dovere a lungo repressi.

Tutto sommato, una biografia romanzata ben scritta.

 

Sinossi:

Nel marzo del 1840, Cassandra Austen decide di recarsi nel vicariato di Kintbury, nel Berkshire, in visita a Isabella Fowle figlia del reverendo Fulwar Craven Fowle e di Eliza Lloyd, amica di vecchia data di lei e di sua sorella Jane. Il viaggio in carrozza dalla sua casa di Chawton a Kintbury è scomodo e alquanto dispendioso, ma è quanto mai opportuno. Isabella Fowle si trova nella triste condizione, già nota a Cassandra, di dover abbandonare la casa in cui è vissuta fin dall’infanzia. Con la morte del vicario padre, la donna è rimasta infatti orfana di entrambi i genitori e, dal momento che non si è maritata, priva com’è di eredi maschi, dovrà lasciare il vicariato nelle mani di un certo Mr Dundas. Recare una parola di conforto in simili circostanze è, per Cassandra, doveroso. Non è, tuttavia, la sola ragione che la spinge a Kintbury. Vi è un altro, fondamentale compito che la sorella di Jane Austen deve assolvere. Un tempo, lei e Jane avevano inviato diverse missive personali a Eliza, lettere che ora possono trovarsi ancora in qualche dimenticato cassetto a Kintbury, col rischio di cadere in mani sbagliate. Cassandra è l’esecutrice letteraria della sorella, la protettrice del suo lascito. Nel tempo che le rimane, farà tutto quanto in suo potere per cercare e distruggere qualsiasi prova possa compromettere la reputazione di Jane. Quello che, tuttavia, Miss Austen non ha previsto giungendo a Kintbury, è l’ondata di nostalgia che la travolge non appena varca la soglia della canonica. La prima volta che vi ha messo piede era infatti una giovane gentildonna con indosso il suo abito più bello. Promessa sposa di Tom Fowle, fratello di Fulwar, era stata accolta dalla famiglia al completo e dall’intera servitù schierata in solenne ammirazione… Basato sulla corrispondenza privata tra Jane e Cassandra Austen, Miss Austen non soltanto rivela il rapporto di profondo affetto che ha legato la più amata delle scrittrici inglesi alla sorella maggiore, ma, attraverso lo sguardo inedito di Cassandra, getta una luce nuova sulla vita dell’autrice di Orgoglio e pregiudizio.

Angelica Catalani, soprano marchigiano al Covent Garden!

Una vita di applausi e di tormenti per la diva Angelica Catalani

 

Le rappresentazioni teatrali nelle loro varie forme sono state per tutto il ’700, ’800 ed inizi del ’900 quello che successivamente avrebbero chiamato “spettacoli di massa”, intrattenimenti cioè per il grande pubblico.

Il teatro, sia come attività sia come edificio, è divenuto un bene percepito come appartenente alla comunità soprattutto nell’800, quando non era più limitato alla frequentazione di una élite culturale e sociale, ma sede di intrattenimento anche per le classi della media e piccola borghesia.

 

Angelica Catalani (Senigallia, 10 Maggio 1780 – Parigi, 12 Giugno 1849) divenne una famosa cantante lirica italiana, nella specie un soprano, tra le più rinomate del XIX secolo.

Nata a Senigallia nel 1780, in una famiglia di umili origini, il padre era un orefice, Angelica Catalani mostra, sin dalla tenera età, un interesse e una passione per la musica e per il canto e successivamente inizia i suoi studi presso il Convento di Santa Lucia di Gubbio, dove riceve una prima educazione musicale, per poi proseguire a Firenze sotto la guida del celebre sopranista Luigi Marchesi.

Rientrata a Senigallia, nel 1795 viene scoperta e ingaggiata dall’impresario veneziano Alberto Cavos, che la fa esordire al teatro La Fenice di Venezia. Da questo momento inizia la sua carriera operistica esibendosi nei maggiori teatri italiani (tra i quali Livorno, la Pergola di Firenze, la Scala di Milano, Trieste, il Teatro Argentina di Roma, Napoli) ed europei come l‘Opera Italiana di Lisbona, il Drury Lane, il King’s Theatre e il Covent Garden di Londra, Madrid, Parigi, e diverse tournées in Germania, Danimarca, Svezia, Polonia, Belgio e Olanda, divenendo la principale interprete dei melodrammi dei più celebri operisti dell’Ottocento.

Angelica Catalani - Cantante d'opera lirica

 

Napoleone in persona le promise lauti compensi se fosse rimasta in Francia. Lei, però, a Lisbona si era già legata con un altro contratto ancor più vantaggioso tramite l’ambasciatore di Inghilterra, paese che raggiunse dopo aver lasciato di nascosto e avventurosamente la Francia.

In Inghilterra i suoi successi furono enormi quanto i compensi ricevuti, che le consentirono una vita principesca e permisero a suo marito di perdere grandi somme al gioco. Dopo l’abdicazione di Napoleone nel 1814 la Catalani rientrò a Parigi; se ne allontanò per un tour nell’Europa del nord durante i 100 giorni napoleonici.

Angelica Catalani - Wikipedia

Una delle più agguerrite manifestazioni concernenti il teatro ebbe luogo a Londra nel 1809 con la cosiddetta “rivolta per i vecchi prezzi”. L’anno prima il Covent Garden era stato distrutto da un incendio; il piano di ricostruzione prevedeva un maggior numero di palchi privati ed un aumento generale del costo dei biglietti. Si scatenò una sollevazione contro la decisione presa in maniera autocratica e contro gli eccessivi costi di ingaggio della Catalani, che per di più (siamo in pieno anti-bonapartismo) era sposata ad un francese. E questo nonostante che la cantante fosse ammirata anche in Inghilterra, dove cantava da tre anni e dove la stampa non le lesinava complimenti: “la sua voce lanciata al massimo ha un volume e una forza sorprendenti”, ha “un intero nido di rondini in gola”, la regina Carolina, moglie di Giorgio IV, agli acuti del soprano “deve mettersi i tappi di cotone alle orecchie”.

Madame Angelica Catalani (1779–1849)

Nel 1804 Angelica Catalani aveva sposato un ufficiale francese, Paul Valabrègue, conosciuto a Lisbona, che diviene anche il suo amministratore ed agente e con il quale si trasferisce a Parigi, dove nel 1814 le viene affidata direzione del Théâtre Italien. Ma le scelte del marito si rivelano sbagliate e la gestione del teatro fallisce in breve tempo.

 

Angelica Catalani - Wikiwand

 

Nel 1832 Angelica Catalani si esibisce per l’ultima volta al  teatro alla Scala di Milano e successivamente si ritira dalle scene. Trascorre gli ultimi anni della sua vita presso la sua villa a Firenze dove si dedica all’insegnamento. Muore a Parigi (dove si era rifugiata per sfuggire al colera) il 12 Giugno del 1849. Nel 1850 i tre figli chiesero di seppellirne la salma nel Camposanto Monumentale di Pisa, dove le fecero erigere un complesso scultoreo.

La vera storia di mr Darcy - Prime impressioni: Primo volume eBook ...

Curiosità: L’ho conosciuta grazie a Georgia Faldo, nel suo La vera storia di Mr. Darcy (Darcy Edizioni): pare infatti che anche Mr Darcy desiderasse fare la sua conoscenza e Bingley per sdebitarsi delle continue gentilezze dell’amico, gliene procurasse l’occasione.

http://www.ecomarchenews.com/una-vita-di-applausi-e-di-tormenti-per-angelica-catalani/

 

Angelica Catalani