Nel tunnel di Sarajevo di Giano Sirov Libromania

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Questo libro ti fa toccare con mano l’orrore della guerra di Sarajevo e constatare quanta ignoranza non scusabile aleggi intorno alla questione dei Balcani, nostri dirimpettai.

Come è nata l’idea di questo libro?

Da un viaggio a Sarajevo di una delle due teste del Giano. In particolare dall’incontro con un ragazzo dell’ufficio turistico, che organizzava una visita a piedi della città. Durante il giro, che fu straniante, commovente e duro, si andò formando una specie di legame con il giovane che conduceva la visita, forse per le domande che gli facemmo, forse perché notò i nostri sguardi sciogliersi nell’osservare i muri della città feriti, il cimitero a perdita d’occhio, le macchie di vernice rossa a simboleggiare le stragi nei punti in cui scoppiarono le bombe più sanguinose (le chiamano “rose di Sarajevo”). Quando andammo a ringraziarlo per l’eccellente guida, ci interruppe e disse: “Non ringraziatemi. Piuttosto, raccontate ai vostri amici della nostra città, di ciò che ha subito, di come sia sopravvissuta. E di quanto è bella”.

Questo iniziale proposito, di trasformare la gratitudine in narrazione, si è poi concretizzato in varie fasi (fra cui una piattaforma di letteratura creativa) e alla fine ha trovato compimento nella nascita del romanzo, e di Giano.

Chi si nasconde dietro l’autore, Giano Sirov?

Il nome è uno pseudonimo che vuole rendere giustizia alla natura bifronte  delle quattro mani che hanno dato vita al romanzo. Il cognome è una parola croata, che significa “crudo” e si riferisce alla stile essenziale utilizzato in questo romanzo e ai fatti stessi che vi sono raccontati, senza pietismi, senza abbellimenti. Ma in realtà non ci nascondiamo affatto: solo, volevamo che emergesse unicamente il cuore della narrazione: Sarajevo e la sua storia, senza spostamenti di attenzione sugli autori. Perché siamo convinti che i fatti siano più importanti di chi li racconta, e anche  per mantenere quella promessa fatta a Sarajevo.

Quali fonti sono state usate per documentarsi su una guerra di cui non si parla nei libri di storia?

La fonte principale sulla vita quotidiana a Sarajevo è stata la Survival Guide, un testo che comprammo a Sarajevo e che è una vera chicca, per la sua rarità. Riesce raccontare con amara e tagliente ironia – in perfetta aderenza allo spirito balcanico – il dramma vissuto durante l’assedio. E poi i soliti: internet (ad esempio il materiale dell’Osservatorio Balcani-Caucaso), quei pochi libri di storia in lingua italiana, i testi di Paolo Rumiz, il romanzo di Clara Usòn.

È scritto benissimo, dosando bene ogni registro nel modo e nel contesto appropriati; come è stato impostato il metodo di lavoro a quattro mani?

Senza impostarlo. Abbiamo scoperto di essere complementari, che lavorare insieme correggendosi, sovrapponendosi, rifinendosi reciprocamente, riusciva molto facile e naturale, divertente anche. E soprattutto, quello che ci interessava non era far emergere i nostri ego (entrambi alquanto ingombranti), ma solo raccontare Sarajevo. Credo che questo abbia aiutato molto.

Qual è il messaggio che questo libro vuole trasmettere?

Di tenere gli occhi aperti, e il cervello. Maturare la consapevolezza di ciò che accade, lontano o vicino che sia, essere informati e conoscere, sono formidabili armi contro i signori della guerra.

Come è stato misurarsi con un tema così crudo e crudele?

Duro. Interessante. Difficile. Appassionante. Commovente. Le stesse emozioni che vorremmo provassero i lettori. Ci siamo riusciti?

Direi proprio di sì; può essere svelato il criterio con cui sono stati intitolati i capitoli?

Certo! Il racconto si snoda su due piani temporali: il presente dell’avvocato Fabio Boksic, alle prese con un caso giudiziario che lo vede attore non solo come legale, ma anche come sospettato, e il passato del giovane Fabio durante l’assedio. Il primo – un po’ giallo, un po’ thriller e un po’ noir – ha l’andatura di una partita a scacchi e dunque i titoli richiamano la nomenclatura delle mosse scacchistiche; il secondo piano, quello dell’assedio, è la sinfonia di una città che respinge l’assedio e ha dunque il ritmo e i movimenti di una romanza: di qui i titoli che si rifanno al lessico musicale, sinfonico e operistico.

L’ironia del capitolo “Andante Mosso” è agghiacciante:

che tu lo voglia o meno, lettore- verrai con me a fare un giro di giostra nella Sarajevo assediata.

Vedi di non costringermi a tirarti per la manica come un marmocchio riottoso: i cecchini

potrebbero notare i nostri armeggi e fare fuoco su di noi. Proprio come in quegli sparatutto con cui forse ti sollazzavi nell’adolescenza. Occhio, però, che qui la scritta game over ha il sapore metallico del sangue. Il tuo.

Un thriller originato da un caso giudiziario che scopre una spirale di dolore e vendetta e realtà inimmaginabili; a cosa è dovuta la scelta di questo genere?

Solo alla volontà – anzi la necessità – di raccontare una storia ingiustamente dimenticata dalla Storia. E invogliare chi la leggerà ad approfondire quella storia, anche senza l’aiuto della Storia.

Nel XX secolo ha senso parlare ancora di ideali?

Ha senso conoscere. Essere consapevoli. Prendere posizioni sulla base del proprio senso critico. L’ignoranza è l’alleata più fidata dei profittatori e dei potenti; non a caso viene costantemente e premurosamente alimentata.

Gli ideali sono una deriva delle idee. Una deriva ispiratrice, positiva, che spinge a gesti grandi e audaci in nome di un bene più grande o una deriva negativa che porta al fanatismo e all’intolleranza. La differenza fra le due cose è la consapevolezza con cui sono state abbracciate, assimilate, elaborate le idee di base.

Il dramma umano acquista dimensioni universali:

Esiste una parola per chi ha perduto un coniuge. Una per chi ha perduto i genitori. Ma non esiste una parola per una madre a cui muore il figlio. Rimane una madre.

La forza dei legami di sangue è il vero credo di questo popolo?

Sì, come di tutti i popoli, del genere umano in generale. Ma il popolo sarajevese ha dimostrato anche qualcosa di più: che prima e oltre la famiglia, e non troppo distante da essa, vi è la comunità, la Città, la Polis. E mai parola greca fu usata più a proposito dato che l’assedio fu di tipo omerico, completamente anacronistico rispetto al ventesimo secolo. E’ la Polis quella che i sarajevesi hanno difeso, in definitiva. Hanno difeso i principi di cultura, tolleranza e convivenza che da secoli univano Sarajevo e la sua multiforme (oggi si direbbe multietnica e multireligiosa, ma noi preferiamo in questo caso un termine più ampio) cittadinanza.

Alla fine del libro viene da chiedersi: come può l’essere umano perseguire le più atroci nefandezze e i più alti principi?

E a questa domanda deve rispondere chi legge. Se un libro induce alla riflessione e fa porre delle domande a chi lo legge ha già raggiunto un grande obiettivo.

 

Grazie per averci indotto a riflettere.

 

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