Un castello nella campagna romana. Leggenda del settimo secolo. Felice Calvi Flower-ed

Un castello nella campagna romana. Leggenda del settimo secoloSe girando i dintorni della campagna romana capitasse di imbattersi in un rudere abbandonato, niente ci stupirebbe di meno per quanto essa ne è disseminata.

E se voi, girando di là gli sguardi per gli spazi incirconscritti l’anima non vi si ritrae sgominata per fremito impercettibile, non siete nati a comprendere il linguaggio del creato e a respirare il soffio armonioso delle aure sue 

Più fortuna avremmo nel trovare un venerando custode di quelle antiche vestigia desideroso di tramandarne ancora una volta la memoria con la sua nenia instancabile che va ripetendo ai muschi e ai rovi. E almeno nel volgere di quel breve e tristemente consistente racconto verremmo a conoscere le vicende di cui quei resti di un castello diroccato sono stati teatro: Un castello nella campagna romana. Leggenda del settimo secolo.

Felice Calvi scrive a metà dell’Ottocento mettendo a frutto, in questo primo esperimento, le sue conoscenze di studioso di Storia iniziando da quella antica, quella immediatamente successiva alla caduta del Sacro Impero Romano, tra barbarie e degenerazioni.

Questa drammatica leggenda, ambientata nel 610 dopo Cristo, seppure sullo sfondo di passioni, crimini e nefandezze varie, ritaglia un piccolo antro in cui riecheggiano i teneri accenti di una storia d’amore tra Silvio, il poscritto di Amalfi di oscuri natali, e la bella Graziana. Nessuna storia d’amore che si rispetti non è tale se non è contrastata e secondo quello che sarà un modulo invalso fino a Renzo e Lucia, a distruggere la felicità dei due giovani promessi è in questo caso il dissoluto Senatore, Quinto Giordano, altro esemplare del campionario infinito dei più o meno Innominati della storia.

(Silvio) La adolescenza travolta così come burchiello sobbalzato perdutamente dai cavalloni dell’oceano, senza trovare un’isola che lo raccolga, né uno scoglio in cui fracassandosi si sperda per sempre. Parco di speranze che temeva lontane troppo, indomabile nel combattimento, tenace nel disinganno, mesto nelle gioie. A venzette anni, nella pienezza della gioventù, si sentiva già vecchio.

Ma non è tutto, a muoversi e intorbidire le acque, facendo il lavoro sporco entro questo strano triangolo, è il bravo scellerato Genserico, insaziabile mercenario, che come una pedina impazzita perpetra crimini, rapimenti, tradimenti e atrocità di ogni sorta.

Una lingua italiana aulica e volgare allo stesso tempo, che nella sintassi e nei costrutti cerca di rispecchiare la storicità della sua fonte, anche nelle aspre sonorità, pare essersi preservata intatta per narrare lo spaccato di un mondo, di un’epoca dimenticati da Dio, dove l’unica legge che impera sui rapporti umani è quella del più prepotente, sprezzante di ogni diritto altrui, dalla libertà alla vita.

L’infimo Senatore, fa rapire dalle mura possenti del palazzo del padre la vergine Graziana di cui si è incapricciato, tanto più che il coraggioso Silvio ha già sventato i suoi loschi programmi una volta, sottraendola alla protezione e all’affetto dei suoi genitori e gettando su di lei l’ombra della rovina perpetua.

Non tutto va però secondo i piani dell’empio senatore che non ha fatto i conti con la sprezzante resistenza della fanciulla e con l’infido voltafaccia di Genserico che per salvare la propria pelle non esita a buttarsi dalla parte di Silvio. Sarà poi Genserico, campione di tante malefatte, a suggellare la tragedia svelando i segreti di cui la sua mano è stata artefice e complice iniqua.

Il clangore delle armi, le scorribande nelle foreste e nei luoghi più impervi, gli assalti temerari al castello, tanta efferatezza di scenari e di contorno, sono smussati da quelle brevi e fuggevoli parentesi dell’incontro d’amore tra Silvio e Graziana, destinate a ingentilire i toni del racconto e a permearlo della stessa malinconia che avvolge i ruderi de Il castello nella campagna romana.

Graziana non rispose, ma singhiozzava dolorosamente; asciugate le lagrime sollevò le larghe pupille al firmamento: miriade di astri nuotanti nel ciel bruno ora sfavillavano, or sembrano togliersi allo sguardo indagatore degli uomini. Una fulgida stella cadde dall’alto, strisciò rapidissima sull’orizzonte e disparve nello spazio dell’immagine -viva immagine delle illusioni della vita! Forse per questo risveglia nei riguardanti una amaritudine segreta -e vuole un sospiro.

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