Vecchie botteghe di paese

downloadI centri storici di paese di una volta poco divergevano dalle cittadelle medievali, roccaforti inespugnabili, autosufficienti, dotate di botteghe e attività artigianali bastanti a se stesse.  Tolte di mezzo le autorità -che erano tre: il sindaco, il curato e il medico-,  a ogni esercizio attendeva un personaggio, una caricatura, un pilastro imprescindibile come un vicolo, un monumento o un luogo simbolico.

C’erano sarti, barbieri, il macello (con vista), il portalettere, la lavanderia, il singolare binomio del “Sale e Tabacchi”, diversi falegnami, parrucchiere, un negozio di elettrodomestici, gli alimentari, un emporio, la ferramenta, il forno (l’unico sopravvissuto alla furia distruttrice dell’economia moderna). Qualcuno più simpatico qualcuno meno, chi temuto chi benvoluto. Guai ad andare a prendere la bombola per la cucina a gas –che puntualmente finiva all’ora di pranzo- senza scatenare l’ira funesta del fuligginoso Alfredo che s’era appena seduto a tavola; il mite Mindì piallava ascoltando silenzioso il dirimpettaio  Tarcì fischiettare e far correre il pedale sulla macchina da cucire. La improbabile coppia di fratelli single gestori del Sale e Tabacchi, saldamente ancorati alla scomoda sedia di legno, tra la vendita di un pacchetto di sigarette e l’altro contava le monetine e risparmiava anche l’aria respirata.

A Pasqua e a Natale era tempo oltre che di confessione, di passare da Margherita a rinnovare il guardaroba, in particolare la toletta per la festa, da sfoggiare in Chiesa dove, immancabilmente, tra i banchi, si sarebbero ritrovati i duplicati del modello indossato.

Per i bambini poi il negozietto di Lucia era come  la casa della strega nella fiaba di Hansel e Gretel: ripieno di dolciumi, barattoli di caramelle e gomme, rivenditore esclusivo delle chewingum americane, fornitore ufficiale  dei palloni Super Tele (per chi non lo sapesse quelli coi pentagoni neri)  che duravano il tempo di un lancio perché puntualmente, dopo una rovinosa caduta fra i rovi,  si sgonfiavano miseramente.

Né avevano paura di arrivare in fondo al caseggiato, i ragazzini, per trovare Orlando, un altro falegname,  considerato un beniamino perché se loro si affacciavano timorosi all’uscio della sua bottega in cerca di truciolato o scarti di legname, lui li invitava a farsi avanti proponendosi di realizzare fucili e fionde per i loro giochi.

Meno rassicurante era Fiore il barbiere che, con le forbici in mano, si lasciava prendere dall’entusiasmo realizzando sculture geometriche e scalette graduate.

Con poche monete si acquistava il gelato da Delina, altra figura storica,  che avanzava lentamente verso il frigo e cronometrando il tempo, per limitare al massimo la fuoriuscita del freddo, pena ghigliottina del braccio, permetteva solo ai più fidati di pescare quello scelto.

All’imbrunire si chiudeva la bottega e ci si ritirava in casa, attardandosi un po’ di più nell’afosa estate; ci si sarebbe ritrovati l’indomani, ciascuno ad accordare il proprio strumento e pronti ad orchestrare il concerto del giorno.

Romina Angelici

 

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