L’umorismo secondo Oscar Wilde e Jane Austen

 

ernest-movie-2002In una commedia come L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, che debuttò a Londra nel 1895, si ritrovano per effetto dell’assoluta pervasività dello spirito british, alcune inconfondibili caratteristiche di humor inglese, anche di derivazione austeniana.

Si utilizzano le battute ironiche e argute, i dialoghi serrati, una serie di equivoci già sperimentati da Miss Jane Austen, dei cui romanzi tante volte si è colta la versatilità drammaturgica e, attraverso le minuziose descrizioni e nel ritmo dei dialoghi, la sostenibilità teatrale delle rappresentazioni.

Amante e conoscitrice delle piéce teatrali, tanto da cimentarvisi lei stessa in casa con arrangiamenti improvvisati di opere in voga a Londra, autoctone o importate da Francia e Germania, Jane Austen ha saputo trasfondere nella sua prosa un linguaggio e uno stile che risente di molte contaminazioni drammaturgiche, tanto che oggi è relativamente facile per gli sceneggiatori moderni approntare i suoi testi per le versioni cinematografiche che sembrano moltiplicarsi senza sosta a tutte le latitudini.

Come solitamente succede in tutte le commedie degli equivoci, gli ingredienti alla base di questa pièce di Oscar Wilde sono lo scambio di nomi, nascita, persone, matrimoni ostacolati, fidanzamenti segreti, che potrebbero assumere connotazione tragica se drammaticamente orchestrati ma che invece diventano fonte di fraintendimenti esilaranti e situazioni comiche (l’agnizione o il mancato consenso alle nozze) che potrebbero essere causa di disperazione e tragedia ma in questo contesto acquistano invece leggerezza e spensieratezza grazie alla certezza del lieto fine.

il_fullxfull-892469643_g5wwEbbene, questi temi sono quelli già usati da Jane Austen per intessere le trame sottili e apparentemente vacue dei suoi romanzi “rosa”[1] e costruire attorno al nucleo dell’equivoco, del male interpretato, del pregiudizio inteso come ingannevole first impression, la struttura portante dei suoi intrecci[2].

Se alla apparentemente tranquilla Jane Austen erano ignote le critiche alla cura per l’apparenza e l’eccessivo formalismo della società vittoriana proprie di Wilde, il gioco di parole, intraducibile in italiano, fra l’aggettivoearnest” (serio, affidabile od onesto) ed il nome proprioErnest” che in inglese hanno la stessa pronuncia, chiama in causa direttamente Shakespeare, per ribaltare la famosa affermazione di Giulietta sul nome di Romeo:

“Che cos’è un nome? La rosa avrebbe lo stesso profumo anche se la chiamassimo in un altro modo. Dunque cambia il nome, Romeo, e amiamoci tranquillamente”[3].

Ma come testimonia la frivola Guendalina di Wilde, nell’alta società britannica non è la persona a contare, non è l'”essere”, ma l’apparire, lo sforzo d’esser racchiuso in un nome che può rivelarsi quanto mai ingannevole, come testimonia l’epilogo finale.

importanza_ernest3Leggendo questa commedia, pare di ascoltare qualche battuta caustica di Miss Austen sui matrimoni di interesse, per esempio quando Wilde fa dire a Lady Bracknell:

A dire il vero a me non piacciono i fidanzamenti lunghi. Danno ai fidanzati la possibilità di conoscere il carattere l’uno dell’altro prima di essere sposati, e questo non è mai prudente[4].

Poco prima invece, durante l’incontro tra Guendalina e Cecilia – che ancor prima di vedersi sentono di essere grandi amiche, ma che sul punto di scoprire di essere fidanzate allo stesso uomo si guardano in cagnesco tutto il tempo accusandosi di averlo rubato l’una all’altra e poi si cingono vicendevolmente la vita contro i rispettivi amanti da cui si sentono ingannate –, sembrava di assistere a quelle scene sentimentali e svenevoli tra amiche che in Love and Freindship la giovane Jane prendeva sfacciatamente in giro.

Mai avevo visto una Scena così affettuosa come quella dell’incontro tra Edward e Augustus.

“Vita mia! Anima mia!” (esclamò il primo). “Angelo mio adorato!” (replicò il secondo) mentre si slanciavano l’uno nelle braccia dell’altro. – Era troppo commovente per i sentimenti miei e di Sophia – Svenimmo a Turno sul Sofà[5]

L’impressione che si ricava, leggendo le opere di autori inglesi, è di essere a casa, di trovarsi a proprio agio in un rapporto di familiare confidenza instaurata dall’ammiccamento e dal commento casuale e che sembra esclusivamente destinato solo al lettore, in quel momento unico interlocutore dello scrittore, suo complice nel cogliere e riservare la stessa bonaria ironia rivolta ai personaggi messi in scena per il suo diletto.

 

.  Romina Angelici

[1] Per l’estraneità a tale etichettatura la critica moderna si batte con Maria Pia Pozzato, “Jane Austen: come non si scrive un romanzo rosa”, in Il romanzo rosa, Espresso strumenti, Milano, 1982.

[2] Loretta Innocenti, “La commedia degli equivoci, Emma di Jane Austen”; Textus: English Study in Italian, (6), 1991, pp. 69-95.

[3] William Shakespeare, Romeo e Giulietta.

[4] Oscar Wilde, L’importanza di chiamarsi Ernesto, N&C, Roma, 2004, Atto III, p. 74.

[5] Jane Austen, Love and Freindship, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, sez. “juvenilia”, vol. The second

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