Intervista a Mara Barbuni, autrice di Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana

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Mara Barbuni cofondatrice di JASIT e direttrice della rivista Due pollici d’avorio, ma anche scrittrice. In possesso di un dottorato di ricerca in letteratura inglese, si occupa di scrittura femminile del primo Ottocento e di età vittoriana, è autrice del saggio appena uscito per Flower-ed: Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana.

Dopo aver tradotto Gli innamorati di Sylvia e Mogli e figlie per la casa editrice Jo March e gestendo il sito (www.elizabethgaskell.jimdo.it) e la pagina Facebook (Leggere Elizabeth Gaskell) dedicati alla scrittrice Elizabeth Gaskell, si può affermare indiscutibilmente l’autorevolezza del tuo punto di vista nello studio di questa autrice le cui opere sono rimaste a lungo sconosciute al pubblico italiano non ferrato in lingua inglese. Nel lavoro messo a servizio di questa scrittrice, nel caso specifico, traspare la tua vocazione all’insegnamento nell’originario significato di educare. Che cosa ha ispirato la composizione di questo collage costruito attorno al motivo tematico della casa?

Cara Romina, grazie per questo invito e per le parole molto lusinghiere. La ragione che mi ha indotta a tracciare un percorso di lettura delle opere di Elizabeth Gaskell dal punto di vista particolare della domesticità è duplice.

In primo luogo, io ho da sempre un forte interesse per la “visualità” in letteratura, ovvero per la riflessione su come i testi rappresentano visivamente la scenografia che fa da sfondo alle vicende narrate: è il motivo per cui amo tanto la grande letteratura angloamericana di viaggio (Henry James su tutti) e per cui Gaskell mi ha sempre affascinata – le sue opere contengono attenti ritratti degli spazi domestici e dei paesaggi esterni, che non sono mai accessori, ma hanno la funzione fondamentale di specchiare o di contrastare le emozioni dei personaggi. In secondo luogo, di recente mi sono avvicinata molto alla letteratura “miniaturista”, che si dedica allo studio visuale ma anche emotivo degli oggetti, ritrovando nelle piccole cose di tutti i giorni straordinarie valenze di tipo economico, sociale e storico, nonché la dimensione del ricordo e dell’affermazione dell’identità personale. Trovo che sotto questo aspetto la narrativa di Gaskell sia impareggiabile.

Ho pensato insomma che un saggio concentrato sulla casa e sulla sfera domestica, affrontata da tutte le sue prospettive – il giardino, l’architettura, i mobili, la decorazione della casa, la cucina, la servitù, gli oggetti e il fuoco del camino – mi consentisse di studiare la vasta letteratura gaskelliana da un’angolazione che potesse incuriosire sia il pubblico che non la conosce ancora sia i lettori già affezionati a questa scrittrice. 

Posso dirti che è stato un autentico piacere sia apprendere da te, sia legger-ti, Mara, leggere le tue osservazioni e i tuoi collegamenti, frutto di una approfondita conoscenza del panorama letterario inglese. Non solo crei interesse ma lo diffondi nella misura in cui insegni e fornisci gli strumenti per coltivare i semi gettati. Il tuo saggio non ha solo il pregio di far ripercorrere tutta la produzione di Elizabeth Gaskell cercando di svelarne il disegno poetico e la parabola di crescita e maturazione artistica, ma detiene un primato importante che è quello di andare dritto al cuore di lei, di farci avvicinare il più possibile ai suoi sentimenti e alla sua vita, come donna prima ancora che come scrittrice. In questo riesci non solo con alcune descrizioni toccanti che riguardano gli aspetti più intimi della quotidianità, ma instaurando con il lettore un dialogo basato sulla familiarità e su, se posso dirlo, una speciale complicità data dal comune sentire. Quella tua frase in cui inviti: “Scegliamoci allora un divano una poltrona accanto al caminetto o una ruvida cassapanca di legno: mettiamo a scaldare l’acqua per il tè, accomodiamoci, e guardiamoci un po’ attorno” (p.48) è un distillato di amore per la scrittura e la letteratura. Come sei riuscita a conciliare la tua preparazione universitaria e professionale con gli aspetti più soggettivi e personali riguardanti il gusto, le emozioni, la passione nutriti in prima persona?

Domanda interessante… questa conciliazione è sicuramente un’operazione difficile. A me non piacciono le espressioni di cieco fanatismo legate alle opere o agli autori (molto diffuse per Jane Austen, ad esempio), perché la letteratura è una materia che cerco sempre di trattare “scientificamente”, ovvero come fenomeno socio-culturale da osservare con metodo empirico e da interpretare solo ed esclusivamente sulla base dei fatti (cioè le fonti testuali). Mi interessano le manifestazioni formali del testo, l’uso del linguaggio, il modo in cui la letteratura rappresenta i contesti sociali, storici, geografici e culturali. Cionondimeno, per la grande scrittura ho un grande trasporto anche emotivo: la passione e la motivazione sono ingredienti importanti per affrontare un universo così complesso e sempre cangiante. Il bello di fare divulgazione letteraria è la possibilità di passare costantemente di qua e di là da quella linea sottile che è il limite dell’emozione: è possibile insomma studiare un testo letterario in profondità e con estrema serietà senza dover sempre reprimere la meraviglia suscitata da quello stesso studio. Dopotutto, come diceva un mio professore all’università, è il senso della meraviglia che genera la poesia.

Elizabeth Gaskell è un’autrice che “aiuta” molto da questo punto di vista, perché fu una narratrice eccellente, non solo sotto l’aspetto delle trame e della creazione dei personaggi ma anche dello stile. La prima parte di Gli innamorati di Sylvia, Mia cugina Phillis e Mogli e figlie sono secondo me tra le opere più alte della letteratura occidentale (benché, misteriosamente, piuttosto sottovalutate) sotto l’aspetto della pura scrittura; qui il lavoro dell’autrice sui dialoghi e sulla rappresentazione delle emozioni è inoltre una delicatissima operazione di cesello che non sfocia mai nel patetismo ma, nella perfezione della unobtrusiveness (caratteristica precipua di Gaskell, secondo molti critici), riesce a commuovere profondamente.

Essere introdotti ed iniziati al mistero Gaskell con siffatti soavi incitamenti, è un invito che non si può rifiutare. Perciò vorrei rivolgerti alcune domande di approfondimento che la tua analisi ha stimolato. Sono rimasta molto affascinata dalla varietà di generi letterari in cui si è cimentata la Gaskell. Possono essere stati gli anni come critico letterario trascorsi vicino a personaggi del calibro di Dickens e Collins a formare una scrittrice poliedrica, sensibile verso gli strati più emarginati della società e curiosa di sperimentare generi diversi tra loro?

Elizabeth Gaskell ebbe sempre, fin da quando era bambina, la passione per la scrittura. Anche se iniziò a pubblicare tardi, il bagaglio dei suoi esperimenti letterari precedenti è molto ben fornito di racconti, scrittura diaristica e poetica. Dickens la contattò dopo aver letto e ammirato il suo Mary Barton (1848); di certo la celebre cerchia di letterati e pensatori che Gaskell poté frequentare dopo essere diventata una scrittrice affermata le offrì spunti di ispirazione e di riflessione che approfondirono la sua visione del mondo, ma l’istinto per la scrittura e per la narrazione era parte della sua persona. Molte delle persone che la conobbero riportano del suo talento per il raccontare storie – magari intorno al focolare – e le sue stesse lettere a volte appaiono come brani narrativi vivacissimi e perfettamente strutturati.

 

Quando dici che nel Romanticismo l’idea del paesaggio addomesticato era centrale nel processo di affermazione del ruolo femminile nello spazio pubblico (cfr. p. 13), e affermi che la Gaskell amava tantissimo occuparsi del suo giardino e questo spazio ha rivestito un ruolo preponderante in alcuni suoi romanzi, questo autorizza a definire Elizabeth Gaskell una scrittrice o una donna romantica?

La tendenza femminile a occuparsi del giardino anche come soggetto letterario si ritrova in molta poesia romantica femminile, si estende al vittorianesimo e va anche oltre (pensiamo a Virginia Woolf). Se dobbiamo categorizzare, per comodità o convenzione, le forme della scrittura, non direi che Elizabeth Gaskell possa essere “assegnata” al Romanticismo – anche perché il genere in cui eccelse, la fiction, non è il genere più rappresentativo di quel movimento. Mi sento di affermare che Gaskell è un’autrice precipuamente vittoriana, soprattutto per la sua capacità di cogliere l’ineluttabile innestarsi del progresso tecnico e scientifico nel pensiero e nella società rurale inglese. Di certo nelle sue opere è impossibile non ritrovare alcune delle categorie che informano il Romanticismo… è un tema su cui sto lavorando proprio in questo periodo; potrò rispondere meglio alla domanda quando avrò terminato le mie ricerche e messo un po’ d’ordine fra le mie idee!   

 

Non ho mai amato le categorie o le etichette anche se ad esse dobbiamo ricorrere per esigenze di semplificazione, ma mi sono sempre chiesta se sia l’autore a decidere di utilizzare temi e tecniche narrative tipiche di una corrente letteraria per iscriversi in essa o la sua appartenenza venga classificata successivamente e in base alle opere?

Penso che uno scrittore sia innanzitutto un lettore ed è quindi normale che i suoi scritti risentano delle espressioni letterarie che lo hanno immediatamente preceduto o che gli sono contemporanee. Detto questo, le categorizzazioni sono caselle convenzionali nelle quali ci fa comodo inserire autori e movimenti per tentare di comprenderli meglio. Tali schemi, però, non vanno considerati rigidamente, perché anche in un solo libro (figuriamoci in un autore) possiamo ritrovare appartenenze molteplici. Se pensiamo a Jane Austen, ad esempio, riscontriamo espressioni di stile e di pensiero che andrebbero inserite in più di una “casella” – neoclassicismo, Età della Sensibilità, Romanticismo…. Una definizione univoca è impossibile.

Naturalmente questo tipo di studio ha solleticato tanti parallelismi con l’opera di Jane Austen, dove il paesaggio selvaggio, allo stato spontaneo, almeno nei primi romanzi fa da specchio riflettore agli stati d’animo delle eroine mentre – correggimi se sbaglio – nei successivi, e mi riferisco a Mansfield Park e Emma, lo spazio si restringe e viene “addomesticato” entro giardini curati e architettonicamente definiti. La visita ai giardini di Mr. Rushworth e il picnic a Box Hill non sono manifestazioni spontanee del sé che sfuggono alle regole delle buone maniere e del decoro? In questo caso che uso fa Jane Austen dell’ambientazione all’aperto di certe scene prevalentemente corali?

 

Se penso a un paesaggio “selvaggio”, come lo definisci tu, in Jane Austen, a me viene in mente in particolare Persuasione (i capitoli a Lyme Regis). Trovo che sia l’episodio di Sotherton in Mansfield Park sia quello a Box Hill in Emma siano strutturalmente delle messe in scena che determinano una chiave di volta degli eventi come avviene in un’opera teatrale. A parte in Persuasione e, per certi versi, in Ragione e sentimento, non ho l’impressione che i paesaggi austeniani servano a completare una rappresentazione intima o psicologica, bensì a dare un ritratto sociale e culturale: pensiamo alla descrizione che ci viene offerta di Pemberley, che serve a descriverci la potenza economica di Darcy, oppure all’episodio della raccolta delle fragole a Donwell Abbey, espressione suprema della Englishness.

A proposito della connotazione morale e sociale di certe pietanze piuttosto di altre, il formaggio considerato poco elegante da Mrs Gibson, e le arance disdicevoli da Miss Jenkyns, mi ha fatto sempre sorridere ritrovare proprio quest’ultimo argomento citato in Una ragazza fuori moda da L. M. Alcott la quale, quando durante un piccolo pranzo tra amiche Polly si mette a succhiare un’arancia, commenta: “con una disinvoltura che avrebbe fatto fremere le signore di Cranford”[1]. Il tono con cui la Gaskell descrive l’episodio e quello con cui la scrittrice americana lo riporta a paragone sono però molto diversi. La Gaskell è una scrittrice moralista? Quanto ironica?

L’ironia è un tratto importante della narrativa di Gaskell, soprattutto in opere come Cranford e Mogli e figlie, dove viene dosata sapientemente con la percezione del tempo che passa e delle fatiche di tutte le fasi di crescita dell’essere umano (dall’infanzia alla vecchiaia). È un aspetto pervasivo, ancorché enigmatico, del racconto Curious, if True e ritorna in vari personaggi sparsi fra le sue opere (Dixon in Nord e sud, per esempio, o Kester in Gli innamorati di Sylvia). 

Per quanto riguarda il discorso morale, non si può dimenticare il fatto che Gaskell è una donna vittoriana, e come tale, per lei certi principi sono ferrei: lo dimostra quando, in una lettera, esprime apertamente la propria disapprovazione per il ménage di George Eliot (che viveva con un uomo senza averlo sposato) o in certe affermazioni poco lusinghiere sul passato “frivolo” di Effie Grey (la moglie di Ruskin). Bisogna dire, tuttavia, che nelle sue opere la scrittrice affronta la moralità dominante con approccio decisamente trasgressivo: pensiamo a quanti suoi splendidi personaggi femminili stridano con i più sacri principi morali vittoriani: le sue “fallen women” (per esempio Esther in Mary Barton, Lizzie Leigh o Ruth); Sylvia, che non legge la Bibbia e non sa perdonare; Cynthia Kirkpatrick in Mogli e figlie – tutte donne che Gaskell ci invita a non giudicare, ma a comprendere in profondità, in nome della solidarietà e del rispetto per la persona. 

 

Dal tono dei suoi romanzi ci si può fare l’idea di una Gaskell materna, accogliente e premurosa; abbiamo poi anche imparato a conoscere una Gaskell ospitale e amante della buona tavola. Nella biografia romanzata Casa Brontë di Pier Francesco Gasparetto, a proposito del periodo in cui la piccola e schiva Charlotte venne invitata e ospitata dalla Gaskell, viene descritta la casa grandissima, pensata e progettata per l’ospitalità e per coltivare  la vita conviviale e le relazioni sociali con gente di diversa estrazione: “Sette camere da letto, due saloni, cinque domestici, un cocchiere, un parco immenso… porcellane e argenti, camini in marmo, vetrate drappeggiate di velluti e su ogni mensola, tavolo o tavolino, base d’appoggio ninnoli, curiosità, ricordi di viaggio, suoi, del marito”. Quella casa, che agli occhi della modesta Charlotte doveva apparire ancor più mastodontica delle sue dimensioni reali, è stata acquistata dalla Gaskell con i proventi dei suoi romanzi?

No, la casa di Plymouth Grove, dove Charlotte Brontë soggiornò in qualità di ospite, era in affitto (e non aveva un parco immenso…!). Con i proventi dei romanzi Gaskell acquistò Holybourne, la casa nello Hampshire, nei pressi di Alton, che intendeva regalare al marito perché vi trascorresse gli anni della pensione. È la casa in cui la scrittrice morì e nella quale i Gaskell non abitarono mai.

Queste caratteristiche di anfitrione e perfetta padrona di casa mi fanno pensare – compiendo questa volta un piccolo balzo in avanti –, ad un’altra signora inglese, spesso impegnata in ricevimenti domestici e disimpegnati, amante della buona cucina ma legata con rapporti spesso conflittuali, di amore-odio, alle cuoche che si sono succedute dietro ai suoi fornelli, Virginia Woolf. Pensi di poter trovare qualche analogia o l’accostamento è troppo azzardato?

       Anche Gaskell ebbe diversi problemi con la servitù, soprattutto con le cuoche….

Nella raccolta intitolata Non solo porridge: letterati inglesi a tavola curata da Francesca Orestano, alcuni scrittori sono associati ad un tipo specifico di cibo; un esempio ovvio che posso citare è il tè per Jane Austen che lo nomina ben 58 volte nei suoi sei romanzi, o l’omelette per Arnold Bennett, ma anche lo streetfood per Dickens. Quale pietanza legheresti al nome e al palato di Elizabeth Gaskell?

Nei suoi scritti – racconti, romanzi, saggi e lettere – i riferimenti al cibo sono numerosissimi e molto variegati. Mi colpisce però la presenza ricorrente della panna. Uno degli episodi più divertenti che mi viene in mente si trova in una scena nella residenza dei Cumnor, in Mogli e figlie:

Era abitudine di Lady Cumnor trattare sprezzantemente coloro che più amava. Il marito subiva costantemente questo suo sdegno, ma ella sentiva la sua mancanza, ora che lui era in ritardo, e dichiarava di non volere il tè; ma tutti sapevano che questo dipendeva solo dal fatto che non c’era lui a porgerglielo, e a farsi rimproverare per la sua incorreggibile stupidità nel dimenticare che alla moglie piaceva versare lo zucchero prima di aggiungere la panna. Finalmente l’uomo fece il suo ingresso.

«Vi chiedo perdono, mia signora – sono in ritardo, lo so. Ma come, non avete ancora preso il tè?» esclamò, muovendosi scompostamente per prendere la tazza della moglie.

«Sapete che non aggiungo mai la panna prima di averlo zuccherato» disse lei, con maggior enfasi del solito su quel “mai”.

«Ma certo! Come sono sciocco! Direi che ormai dovrei ricordarmene. Vedete, ho incontrato il vecchio Sheepshanks, ecco la ragione.»

«La ragione per cui mi avete passato la panna prima dello zucchero?» chiese la moglie. Era una delle sue spietate battute.

«No, no! Ah, ah! State meglio stasera, mia cara!»

(Mogli e figlie, Jo March 2015, pp. 554-5).

 

Cara Mara, che cosa posso dirti a chiusura di questa bella chiacchierata? È stato un onore e un vero piacere. Spero solo che per te e per noi questo sia solo l’inizio.

 

Romina Angelici

[1] Louisa M. Alcott, Una ragazza fuori moda, ed. Polaris, 1994, La Spezia, 1994, p. 180.

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