Charlotte Brontë e Jane Austen

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Mai due scrittrici sono state più contrapposte di Jane Austen e Charlotte Brontë; tanto che la seconda non arrivava a capire per cosa si potesse ammirare l’altra, e confessava che molto le sarebbe costato “vivere con le sue dame e i suoi gentiluomini, nelle loro eleganti ma chiuse abitazioni”[1].

Entrambe resistettero con fierezza a ogni interferenza nel proprio lavoro. Riporta infatti il nipote biografo di Jane Austen che Miss Brontë, rispondendo ad un amichevole critico (G. Lewes) che l’aveva ammonita a non essere troppo melodrammatica,  azzardandosi a proporle di studiare le opere di Miss Austen, scriveva così:

“Se mai dovessi scrivere un altro libro, penso che non avrà nulla di ciò che lei chiama melodramma. Penso ma sicura non sono. Penso anche che mi sforzerò di seguire il suggerimento che irraggia dal “mite sguardo” di miss Austen, di rifinire di più, di essere più pacata; ma neanche di questo sono sicura. Quando gli autori scrivono al loro meglio, o almeno quando scrivono più agevolmente, sembra risvegliarsi in loro una forza che li domina […]” La giocosa ironia con cui l’una si difende dall’attentato alla sua libertà e la veemente eloquenza dell’altra che combatte per la stessa causa e difende l’indipendenza dell’ispirazione, sono molto significative del carattere di queste due intelligenze[2].

La diatriba quindi è antica e risale proprio all’epoca vittoriana se lo stesso Edward ne prese nota esimendosi dallo schierarsi. Ad iniziarla sembra siano state proprio le esternazioni della più impulsiva delle due interessate. In una lettera del 12 gennaio 1848 indirizzata da Charlotte Brontë a George Henry Lewes la scrittrice infatti domanda:

Perché Miss Austen vi piace così tanto? Non riesco a comprenderne il motivo. Cosa vi ha indotto a dire che avreste preferito scrivere “Orgoglio e pregiudizio” o “Tom Jones” piuttosto che uno qualsiasi dei romanzi di Waverley? Non conoscevo “Orgoglio e pregiudizio” fino a quando non ho letto quella vostra frase, e dunque mi sono procurata il libro e l’ho studiato. E cosa vi ho trovato? Un accurato e minuzioso ritratto di un volto ordinario; un giardino molto ben curato, meticolosamente recintato con i confini ben delimitati e fiori delicati; ma nessun accenno a una fisionomia vivida e brillante; nessuna descrizione del paesaggio; dell’aria aperta; delle azzurre colline; di un bel torrente impetuoso[3].

La passionale e indomita Charlotte non condivideva affatto lo stile misurato dell’altra, la sua brughiera desolata non conosceva ritratti d’interni delle grandi tenute signorili; non poteva stimare la sua collega, semplicemente perché troppo diversa, altro da lei.

Forse la confonde un poco con i moralisti vittoriani, il cui perbenismo ipocrita lei stessa contrastava per mezzo delle sue eroine così lontane dall’ideale della donna subalterna e ossequiosa, paladine della libera espressione di emozioni e sentimenti a dispetto di ogni conseguenza. Se avesse letto meglio, tra le righe, avrebbe scorto da parte della collega la stessa critica a quel ruolo femminile statico, sottomesso, solo condotta con più tatto, con ironia velata, ma con le stesse rivendicazioni in termini di dignità.

Jane Austen d’altronde non era né arrendevole né sottomessa; è più giusto dire che ciascuna combattesse la propria battaglia su fronti antitetici: l’una mostra il rovescio della medaglia dell’altra. Lo scopo dei personaggi femminili di emanciparsi da padri, mariti e fratelli è comune, ma le strategie adottate sono differenti: in Ragione e sentimento l’eccessiva sensibilità di Marianne viene corretta e riportata entro i canoni  della ragionevolezza; in Jane Eyre tutto è eccessivo: la crudeltà del collegio, il personaggio di Rochester, la segregazione della moglie pazza, la violenza dei sentimenti. Si enfatizza il romanticismo, si inseriscono elementi del gotico accentuandone la valenza in termini di cupezza e mistero, si parla di sessualità abbastanza esplicitamente, si arriva a scontri frontali con effetti meno discreti, ma comunque con lo stesso obiettivo: quello di emancipare l’eroina[4].

Entrambe rimasero entro i protettivi confini del proprio nido, vestali dell’intera cerchia familiare, portate irresistibilmente a scrivere senza venir meno ai principali doveri domestici.

Sia per Charlotte Brontë sia per Jane Austen la sola scena della scrittura, quando alla scrivania siede una donna, è già di per sé atto di grande ribellione. Tutte le loro eroine hanno detto qualcosa a proposito del ruolo della donna nella società. La differenza è che Jane Austen riconosce la propria diversità rispetto al modello femminile di ispirazione patriarcale per il fatto stesso che è lei ad iniziare a scrivere, rivendicando così il ruolo di creatrice sulla pagina: non di se stessa vuole narrare la storia ma semplicemente scrivendo come scrive una donna e come avrebbe voluto leggere nei romanzi scritti fino ad allora da soli uomini. Charlotte invece identifica scrittura e vita, confonde i propri sentimenti con quelli delle donne dei suoi romanzi, proietta in loro le sue aspirazioni e trova nel destino che si sono scelte (accettando di sottomettersi all’uomo che le ama) il riscatto del proprio.

Non a caso erano figlie della stessa epoca (sebbene le distanziassero alcuni decenni), entrambe non firmarono le proprie opere (con uno pseudonimo maschile Charlotte Brontë, la siglia “by a Lady” appose Jane Austen) e le prime offerte di pubblicazione da parte loro furono cortesemente rispedite al mittente: nel caso di Jane le trattative furono intentate inizialmente dal padre senza successo, Charlotte ricevette da Southey, in risposta, un aperto invito ad occuparsi dei doveri femminili. Tutte e due esigenti e perfezioniste, di natura riservata, non del tutto consapevoli delle proprie doti né consce del successo che si profilava davanti alla loro carriera (di entrambe prematuramente recisa, proprio sul nascere), attente e interessate alle critiche – soprattutto quelle negative – verso i propri lavori, umili ma tenaci con la stessa intensità.

Virginia Woolf nel prediligere Jane Austen, che così descriveva:

Ecco una donna che intorno al 1800, scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza predicare. Era così che scriveva Shakespeare […] Jane Austen pervade ogni parola da lei scritta,

rimproverava a Charlotte Brontë di scrivere con rabbia, di scrivere di se stessa invece che dei suoi personaggi e di tradire le sue insoddisfazioni in “libri deformati e contorti” che risentono del fatto che è “in guerra con il proprio destino”[5].

Considerate le tragedie di cui è stata costellata la sua vita, come pensare che una natura così sensibile non ne fosse indelebilmente colpita e segnata? Il mite sguardo che irraggia da Miss Austen non può che risultare più rassicurante.

Ma solo apparentemente Charlotte Brontë può sembrare l’antitetico dell’altra: erano semplicemente due caratteri diversi, due donne cresciute in climi, ambienti, famiglie diversi, che avevano ricevuto una differente educazione – ascetica e privativa è stata tutta la giovinezza di Charlotte, più gaudente quella di Jane, comunque circondata e protetta da tanto affetto familiare – che si ispiravano a principi dell’arte diversi: per Jane Austen l’Arte deve riprodurre la natura mentre per Charlotte il sentimento deve innalzare il reale per diventare poesia. Quest’ultima non rifugge il consiglio dettatole da Mr. Lewes “di rifinire di più e di essere più controllata”, né contesta la definizione della Austen come uno dei più grandi pittori dell’umana natura (definizione sempre di G. Lewes), ma molto sinceramente confessa di pensare e sentire in un altro modo. Come osserva Francesco Marroni[6] non era contro la Austen che si scagliava ma contro la tradizione e il maschilismo che le parole di Lewes tradivano.

Ciò nonostante, pur riuscendole incomprensibile l’elogio di Orgoglio e Pregiudizio (e del Tom Jones) da parte del suo corrispondente, si procura tutti i romanzi della sua collega per poter giudicare correttamente. Che li lesse tutti è sicuro, sia per la lealtà della sua parola, sia per il racconto fatto al suo editor, Mr. Williams, in cui non nasconde la sua soddisfazione:

L’altro giorno ho ricevuto una lettera che mi annunciava come una nobile signorina che aveva sempre dichiarato che se si fosse sposata suo marito avrebbe dovuto essere l’esatto duplicato di Mr. Knightly di Emma di Miss Austen, ha ora cambiato parere e ha fatto voto che o incontrerà l’esatto duplicato del Professor Emanuel o rimarrà nubile![7].

Ho l’impressione che fosse troppo orgogliosa, Charlotte Brontë, per ammettere di avere torto in qualcosa, ma la veemenza delle prime invettive a difesa del proprio stile letterario fu stemperata dalla somma di anni, dolori e malattie sperimentati.

Il suo inciso concessivo per cui “Miss Austen è solamente accorta e osservatrice” oggi costituisce il riconoscimento indiscusso di una delle pregevoli qualità della scrittrice di Chawton.

Romina Angelici

[1] Elizabeth Gaskell, La vita di Charlotte Brontë, cit., Lettera a G.H. Lewes, p. 313.

[2] Come riporta James Edward Austen Leigh, Ricordo di Jane Austen, cit., pp. 117-118.

[3] Elizabeth Gaskell, La vita di Charlotte Brontë, cit., p. 312.

[4] Roberto Bertinetti, “Femminucce da sbarco”, in Ilsole24ore del 9.10.2011.

[5] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, cit., pp. 64-67.

[6] Francesco Marroni, Come leggere Jane Eyre, Solfanelli, Chieti, 2013, pp. 57-63.

[7] Elizabeth Gaskell, La vita di Charlotte Brontë, cit., p. 489.

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