Nomen est omen

 

Oggi, 3 aprile, è San Riccardo sia per il calendario dei santi della Chiesa Cattolica che di quella Anglicana[1]. Del resto si tratta di Riccardo di Chichester, vescovo, o anche detto di Winch, sua città natale. Riccardo infatti nacque nel 1177 da una famiglia nobile decaduta; coltivò i suoi studi ad Oxford e li proseguì poi a Parigi e a Bologna. Qui rimase sette anni completando la sua formazione in diritto canonico e sempre qui a Bologna gli si presentò l’occasione della vita: restare all’Università come docente e sposare la bella figlia di un suo professore. Ma Riccardo aveva ben altri piani e tornò in patria dove divenne prima docente universitario e poi segretario dell’arcivescovo di Canterbury. Dopo che ebbe preso i voti nel 1240 iniziò il suo ministero come parroco e poi due anni più tardi, nominato vescovo, cadde subito in disgrazia presso il re Enrico III che lo privò di tutti i suoi possedimenti tanto da dover tornare a lavorare la terra per il proprio sostentamento. Questo non lo spaventò ma gli permise di mostrare tutta la sua umanità e comprensione verso i poveri e i malati che visitava in giro per la sua diocesi, anche a piedi, pur di portare loro una parola di conforto. Dopo tre anni fu riabilitato ma non per questo smise le sue attività pastorali e anzi introdusse importanti novità nell’organizzazione del clero (come l’introduzione del celibato), nell’amministrazione dei sacramenti e nella recita delle preghiere. Morì a Dover nel 1253, fu canonizzato 9 anni più tardi.  Viene ricordato come patrono dei carrettieri e dei cocchieri, lavori che svolse da ragazzo presso la fattoria del padre.

Perché questo preambolo? Perché questo nome, la convergenza agiografica, alcune citazioni hanno stabilito un collegamento diretto quanto involontario con Jane Austen. Non penso sia casuale che il nome Riccardo riconduca l’errante memoria a lei per il fatto che verso questo nome proprio la scrittrice non mostrava una particolare predilezione.

In un universo preciso e ordinato quale quello austeniano, nulla era casuale e l’onomastica reclamava uno spazio significativo nella conversazione o poteva diventare soggetto e spunto di componimenti, oltre che esigere notevole rispetto: il corretto appellativo costituiva una questione seriamente importante.

Sarà per questo che la odierna ricorrenza mi ha fatto subito pensare al valletto di Godmersham Park, Richard appunto (ma anche Henry aveva un servitore omonimo), immortalato da un’entusiasta Jane, felice per le nozze di Francis e Mary, mentre siede a cassetta nel calesse che accompagna i genitori della sposa:

Ecco che arrivano, il postale corre da Thanet/L’incantevole coppia, fianco a fianco;/Hanno lasciato indietro Richard Kennet/Con i genitori della sposa[2].

In un’altra poesia di Jane Richard è un salvifico inventore di pillole miracolose:

È vostro dovere Mr. Best/stare attento alla vostra salute/Altrimenti saranno vane le pillole di Richard/e le cure della vostra Consorte[3].

Sentimenti poco cordiali accompagnano la personificazione della neve  con questo nome:

“Mr. Richard Snow si è tremendamente affezionato a noi”[4].

Il nome Richard quindi ritorna spesso sia nelle Lettere che nelle Opere, a volte lasciato cadere accidentalmente in un passo di Orgoglio e Pregiudizio, all’interno di un discorso svampito di Lydia:

“Lo sa, mamma, che lo zio Philips parla di mandar via Riccardo?”[5],

e sempre con accenni di scarso gradimento. Questo ha fatto ipotizzare che nella famiglia Austen circolasse proprio questa sorta di scherzo a riguardo. Lo autorizzerebbero sia un riferimento esplicito in una delle tante lettere a Cassandra:

Le nozze di Mr. Richard Harvey sono rimandate, fin quando non avrà un nome di Battesimo Migliore, cosa su cui fonda grandi Speranze[6],

sia l’affondo parodico rivolto all’eroico padre dell’ancor meno eroina Catherine, appena alla sesta riga del primo capitolo di Northanger Abbey, contro questo sfortunato nome:

Il padre[7] era un pastore né disprezzato né povero, anzi era un uomo assai rispettabile e nonostante il suo nome fosse Richard non era mai stato bello[8].

Stabilire un legame ontologico tra nome e persona doveva essere un’idiosincrasia diffusa, o almeno si può credere che Jane Austen l’avesse assimilata dalla mentalità dell’epoca. Nel Tristram Shandy, essa fornisce spunto al logorroico padre del protagonista che dà il titolo al libro, per una delle sue cervellotiche teorie sull’influsso positivo di un nome importante nella vita di una persona, e viceversa nel caso specifico del figlio. Una teoria non certo priva di fondamento, se è vero che sul capo del tristissimo Tristram, il cui nome è stato apposto per sbaglio, si scatenano incidenti e sfortune di tutti i tipi: dall’incidente con il forcipe alla nascita a quello con la finestra a ghigliottina, tutti aventi lo stesso oggetto martoriato, cui si allude di continuo ma che mai viene nominato.

Casuale non è stata sicuramente per Jane Austen la scelta del nome da assegnare a Mr. Knightley che incarna l’immagine ideale del gentleman inglese e chissà quali altri felici o meno collegamenti dovevano nascondersi dietro ad altri nomi. Perché -si sa- come diceva il saggio Plauto, nomen est omen.

Romina Angelici

 

[1] http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/4/3/SAN-RICCARDO-Santo-del-giorno-il-3-aprile-si-celebra-san-Riccardo/692465/

[2] Jane Austen, “Ecco che arrivano”, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, sez. “altre opere: poems”.

[3] Jane Austen, “Oh, Mr. Best”, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, sez. “altre opere: poems”.

[4] Jane Austen, Lettere, cit., L. 98 di sabato 5-martedì 8 marzo 1814, p. 379.

[5] Jane Austen, Orgoglio e Pregiudizio, cit., p. 72.

[6] Jane Austen, Lettere, cit., L. 6 di giovedì 15-venerdì 16 settembre 1796, p. 34.

[7] Di Catherine, che già di suo aveva tutto contro per essere un’eroina.

[8] Jane Austen, L’Abbazia di Northanger, Newton & Compton, Roma, 1994, p. 22.

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