L’immenso Henry James

henryjames

 

Nasce nel 1843 in America e muore il 28 febbraio 1916 cittadino inglese. La sua vita sarà ambientata come i suoi romanzi ora in America ora in Europa snodandosi in numerosi viaggi tra il Nuovo e il Vecchio Continente, a cominciare dal primo viaggio formativo in Europa voluto dal padre perché venisse educato a Ginevra, Londra, Parigi. Secondogenito di cinque figli, nessun matrimonio ma solo grandi amicizie maschili e femminili (vedi fra tutte quella con Edith Wharton), la sua biografia non offre eventi salienti se non la numerosa produzione letteraria che va dagli oltre cento racconti ai romanzi (una ventina), ai volumi autobiografici e saggi critici. Ad essere trattati ricorrentemente i temi della malattia (come precarietà della vita), del denaro (e dell’implicato interesse), dell’incontro-scontro tra America e Europa (il cd. tema internazionale) in una titanica contrapposizione tra l’ingenuità e la purezza degli americani e la consumata scaltrezza e l’avida corruzione degli europei. James, dopo aver viaggiato a lungo in Italia e in Francia, traendo ispirazione e spunto anche dalla frequentazione di ambienti letterari importanti (a Parigi conosce Flaubert Zola), si stabilirà a Londra pur non mancando di fare ritorno in patria in occasione della morte dei genitori prima, della sorella Alice poi. Come uno spettatore attento ma distaccato, James riesca a scrivere solo dopo che si è allontanato dall’oggetto di osservazione. Così accade per Le Bostoniane, ultimato nel 1888 dopo il rientro dall’America, che si propone ufficialmente come un romanzo sociale per aver affrontato la questione femminista, ma finisce per diventare la storia di un’amicizia profonda tra Olive Chancellor e la sua protetta Verena Tarrant, tradita dall’amore scoppiato tra quest’ultima e un giovane avvocato maschilista. Anche in altri romanzi l’argomento denunciato non è che un pretesto, un luogo figurativo: in Washington Square (dove lo scrittore è nato e vissuto i primi anni) si consuma il dramma di Catherine Sloper, figlia non bella di un ricco medico e per questo corteggiata dall’affascinante ma squattrinato Morris Townsend, mentre La coppa dorata rappresenta l’immagine simbolica di un’apparente unione tra le due coppie di innamorati destinata ad infrangersi come i suoi pezzi tenuti insieme da un equilibrio esteriore e illusorio.

Ne Le ali della colomba rivive il ricordo per la giovane cugina Minnie Temple, morta per un male incurabile e fatta assurgere a prototipo dell’innocenza americana contro l’orribile inganno ordito dall’amica Kate Croy e dal di lei fidanzato per impossessarsi delle sue ricchezze (ne è stato tratto il film “Le ali dell’amore” di Ian Softley con Helena Bonham Carter). Anche il romanzo più famoso di James, Ritratto di Signora, sembra ispirarsi, per volerla riscattare forse, la memoria della cugina: Isabel (il cui ruolo nell’omonimo film è affidato da Jane Campion ad una intensissima Nicol Kidman), sopravvive al cugino malaticcio e ne eredita le ricchezze che però ne pregiudicheranno la felicità procurandole un matrimonio di segregazione fisica e psicologica.

Non esistono lieti fine in Henry James ed il lettore viene puntualmente avvertito che ciò che può sembrare un accomodamento o una sistemazione, lo è solo in apparenza perché la verità è difficilmente distinguibile dalla finzione e la realtà oltre ad essere relativa e soggettiva rimane comunque un enigma da sciogliere. Lo scrittore prende le distanze dall’io-narrante per non far trapelare il suo giudizio e la narrazione assume sempre da un punto di vista obliquo rispetto al protagonista per non emettere giudizi né certezze di sorta.

Quando si legge un romanzo di James, nulla è scontato nemmeno il titolo più banale: ne L’americano, questo gentiluomo idealista e puro, alla scoperta della Parigi della seconda metà dell’Ottocento, è davvero così ingenuo o è avidamente desideroso di appropriarsi con le sue ricchezze di quanto la nobiltà europea sta svendendo?

La scelta di avere protagoniste femminili in alcuni dei suoi romanzi ne ha messo in luce la squisita sensibilità e la profonda conoscenza dell’animo femminile, caratteristiche che lo hanno fatto paragonare a Jane Austen.  James non la cita spesso e quando lo fa, sempre di sfuggita -sembra- ma la tiene ben presente come punto di riferimento.  Non è solo una questione di affinità di sentire ma anche di tecnica. Ne Il nuovo romanzo (1914) scrive:

Quindi, per dirla in breve, la possibilità di abbracciare la riva del reale come mai, in mezzo a noi, era stato fatto prima […] chi potrebbe mai dire che Jane Austen non ci sia andata vicina … Chi potrebbe far finta che Jane Austen non abbia lasciato molte più cose non dette circa gli aspetti e modi della cerchia confinata che fu la sua ispirazione, piuttosto che rivelarle? Perché non accusarla del fatto che il nostro appetito di conoscenza comincia esattamente dove finisce la sua testimonianza?

Si sofferma sulla scrittrice inglese più diffusamente in Lezioni su Balzac[1]:

Lasciatemi aggiungere, inoltre, che Jane Austen, con la sua felicità leggera, non desta più curiosità di un tordo che racconti la sua storia dal ramo del giardino, per quanto riguarda la sua narrazione o l’esperienza che ha portato ad essa, e questo nonostante lei sia, lo dico apertamente, per sempre una di quelle da riporre al sicuro sullo scaffale, e di cui avrei dovuto parlare anzi prima. I suoi meriti non sono stati riconosciuti per lungo tempo, ed ella è in effetti la prova che il merito agisce, alla fine, infallibilmente, nonostante alcuni errori. L’opinione pubblica le inflisse subito un colpo basso e tagliente, uno dei più bassi e taglienti mai elargiti in questo campo. Ignorata per circa trenta o quarant’anni dopo la sua morte, ella è l’esempio più efficace di come un mezzo secolo possa portare a una rettifica delle valutazioni spazzando via i giudizi più stupidi. La marea si è quindi alzata sulla sponda opposta, quella dell’apprezzamento, talmente tanto da superare il livello di piena nonché il merito intrinseco di lei e l’interesse che poteva destare. Comunque ammetto che, e bisogna precisarlo, abbiamo a che fare qui con una marea alzatasi così liberamente, oltre logica, spinta dal vento deciso delle dinamiche commerciali, in altre parole da uno speciale spirito di vendita: una forza insaziabile, attiva, e invadente, che fa troppe volte confusione sul valore apparente e deve rispondere di troppe valutazioni libere e altalenanti. Uno spirito critico non potrebbe mai basarsi, nemmeno al minimo della sua severità, su ragioni strettamente meccaniche ed eccessive come queste. Piuttosto, è l’insieme di editori, illustratori, case editrici o produttori di riviste a esserne responsabile. Questi hanno trovato nella loro cara Jane, anzi la nostra cara, anzi la cara Jane di tutti, materiale infinito per i loro scopi, così incline alla riproduzione sotto ogni forma che possa essere considerata piacevole, oltre che vendibile. Naturalmente è ovvio che ella sia vendibile perché ha anche rubato i nostri cuori, chi più chi meno – a partire da Macaulay, suo primo e leggermente pesante ammiratore – ma non posso fare a meno di vederla come un grande affare, fonte di fortune al pari delle sorelle Brontë; soprattutto per queste ultime si tratta di casi di popolarità, di infatuazione ingannevole, di una visione romanticizzata, prodotti largamente da eventi e circostanze che sì, originariamente coincidevano con la manifestazione del genio, ma i cui veri motivi sono rimasti inascoltati. La chiave della fortuna di Jane Austen con i posteri è in parte dovuta alla straordinaria grazia della sua abilità, della sua inconsapevolezza[2].

Ma nel romanzo breve Un pellegrino appassionato[3] la citazione arriva ad essere addirittura esplicita:

Andammo a piedi fino a Worcester, in mezzo a una tale ricchezza di color locale che mi sentii come uno degli eroi girovaghi di Smollett, che vagano di taverna in taverna alla ricerca di una notte d’avventure. Mentre ci avvicinavamo al capoluogo, scorgemmo la grande guglia della cattedrale che si slanciava alta verso l’azzurro punteggiato di nuvole. E quando fummo più vicini, sostammo sul ponte per vedere la cattedrale compatta riflettersi nelle acque gialle della Severn. Infine entrammo in città, dove certamente le eroine della Austen, in carrozza e calessi, dovevano venire spesso a comprare scarpette di piume di cigno e lunghe manopole di merletto.

La principale differenza tra i due che salta agli occhi è nelle dimensioni: lei lavorava su 3 o 4 famiglie in un villaggio e cesellando un pezzettino d’avorio mentre lui su grande scala cercava di colmare le enormi distanze al di là dell’oceano tormentato da un’insondabile attrazione fatale verso il piccolo vecchio mondo e quello nascosto negli abissi dell’essere. Entrambi alieni da qualsiasi avventura che non riguardasse l’animo umano impervio a qualsiasi etichettatura, erano consapevoli della relatività ideologica e intellettuale dell’esperienza umana che hanno tentato di rappresentare attraverso una plurima espressione semiotica che riproducesse la molteplicità del reale. Eleganti, discreti, maestri di stile.

[1] https://archive.org/stream/questionourspee01jamegoog#page/n12/mode/2up.

[2] Traduzione di Eleonora Angelici.

[3] Henry James, Romanzi brevi, vol. I, I Meridiani Mondadori, 1997.

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