Racconti straordinari di Katherine Mansfield

Katherine Mansfield era sia una donna che una scrittrice fuori dall’ordinario: me lo rivela il breve ritratto tracciato da Pietro Citati abbozzato attingendo a piene mani a quanto da lei narrato nei Racconti. Non si può infatti sostenere che essi non siano autobiografici, anzi penso che siano la proiezione onirica di tutte le visioni inerenti il mondo terreno e quello soprannaturale che affollavano la sua mente allucinata. Inoltre risulta evidente che la sua percezione di Sé è stata frantumata nei personaggi –le protagoniste per lo più- femminili delle sue storie (ma non escludo che l’abbia fatto anche con alcuni di quelli maschili).

Se però ella si immedesima spesso in figure eteree, evanescenti, che si perdono in fantasticherie, allo stesso tempo riproduce con precisione quasi maniacale i dettagli di un ambiente o di una situazione come se potesse coglierli nell’attimo in cui essi stanno prendendo vita, con la prontezza di una macchina fotografica alla quale applica filtri di colore diverso. Il più delle volte piccole scene di vita quotidiana sono catturate nella loro immediatezza e precarietà e rivisitate con i toni rievocativi dei ricordi di una memoria idealizzante.

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E’ l’incontro-scontro tra la materia e l’evanescenza: la sua passione per le nature morte, la frutta, i fiori, i colori, e quel mondo invisibile di sensazioni, profumi e visioni che la circondava.

La stessa sensazione espressa dai suoi racconti febbricitanti, che iniziano ex abrupto e terminano altrettanto bruscamente, l’ho ritrovata nel ripercorrere le tappe della sua vita fondamentalmente segnate dal decorso peggiorativo della malattia. Sconvolge considerare come a tanta brevità d’esistenza corrisponda tanta brama e voglia di vivere, così divoranti da consumare la sua stessa vita.

Quando si affronta uno dei suoi racconti, si è catapultati in uno stralcio di esistenze comuni che vengono colte nell’attimo del loro fluire senza pretese di eccezionalità; nel loro banale susseguirsi eventi e dialoghi non si distinguono per profondità o particolare arguzia, tutt’altro. Si percepisce di essere davanti allo spettacolo della vita che più spesso che mai offre solo brutture e battute infelici all’ignaro passante.

Eppure forse potrebbe concludersi che tanto ardore non si è tramutato in alcunché di concreto ma anzi, ha alimentato quello stato di sospensione continua in una tensione emotiva fra la vita e l’arte, la realtà e il simbolo, la quotidianità e il senso mistico delle cose che costituisce la malia particolare esercitata da Katherine Mansfield.

Per quanto possa apparire incongruente, ne danno la misura i racconti incompiuti che dovrebbero fungere da discriminante con gli altri portati a termine, nel senso convenzionale, ma che invece esprimono la cifra stilistica dell’autrice e cioè la sua voluta astensione dal dare senso compiuto alla vita, al tempo, a ciò che accade…

Lo stesso procedere per immagini accostate, puntini di sospensione, spesso solo interrogativi in un presunto dialogo che diventa monologo, esprimono un modo espositivo sfuggente, visionario, acritico e asettico ma allo stesso tempo eclettico e subliminale, fatto di rimandi a qualcos’altro, di non detto, di indicibile. L’allusione, il sospetto, l’ammiccamento, si ingigantiscono come brutti sogni che disturbano la quiete notturna.

Forse è stato quel muro invalicabile tra l’Io e il crudo mondo a determinare indelebilmente il destino di questa donna che è sempre voluta rimanere una bambina dagli occhi limpidi.

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