L’eredità di Louisa May Alcott

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Più che un’eredità assomiglia ad un corredo di cui la Alcott si mostra equipaggiata per affrontare il suo primo esperimento letterario.

Essendo un racconto si legge d’un fiato, è una bella fiaba con tanto di principe azzurro che sorveglia mentre protegge la povera orfana. Il dissidio tra la nobiltà di natali e quella d’animo percorre tutta la storia; sia per tenere desta l’attenzione del lettore, sia per aumentare, dilatandone l’attesa, il piacere della sua risoluzione. Ovviamente qui è stata scelta la strada più facile, che purtroppo non corrisponde a quello che accade nella realtà, ma questa è un’altra questione.

Ne L’eredità risplendono tutti i buoni sentimenti idealistici e gli echi della letteratura d’oltreoceano su cui la Alcott si era formata. Inizia infatti a tratteggiare i personaggi secondo i suoi prototipi preferiti e si muove bene entro i salotti nella nobiltà inglese. Purtroppo balzano agli occhi sia l’ingenuità dei diciassette anni sia l’inesperienza della scrittrice che credono ancora in un lieto fine possibile ma che verranno presto “corrette” dalla vita.

L’introduzione stabilisce un unico filo conduttore tra la Alcott e le sue eroine: da Edith a Jo March, ravvedendo nella prima la solarità e la fideistica fiducia della giovinezza maturata dieci anni più tardi nella disincantata seconda,  e se si insiste su quest’ultima è perché rappresenta ormai l’alter-ego -assodato- della scrittrice. Non solo; si delinea molto bene il contesto, anche filosofico, in cui è stata cresciuta e nutrita la Alcott, che ha saputo interpretare i principi trascendalisti secondo il miglior spirito pratico americano.

L’episodio del rinvenimento del manoscritto in mezzo ad un carteggio familiare, nel 1990, finisce per diventare una storia nella storia, alimentando quell’ottimistica speranza che si aggiungano altre fortuite quanto pregiatissime scoperte.

Grazie intanto a chi ne ha permesso la traversata dall’Atlantico.

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