La casa sfitta di Charles Dickens – ed. Jo March

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Non di un autore poco noto si parla ed è un’opera minore quella pubblicata in terza battuta dalle Edizioni Jo March: “La casa sfittadi Charles Dickens non è certo il suo romanzo più conosciuto ma forse quello più moderno. Scritto a quattro mani insieme a tre suoi stimati collaboratori (Elizabeth Gaskell, Wilkie Collins, Adelaide Anne Procter), La casa sfitta ha un taglio fortemente giornalistico nel modo in cui ciascuno dei quattro ha cercato di dare a suo modo e con gli strumenti della propria arte padroneggiata una declinazione del tema lanciato loro dall’editor Charles Dickens: comporre un racconto attorno al vero o presunto mistero della House to let per il numero natalizio della sua rivista “Household Words” del 1858.

Come Dickens commissiona ai suoi fidati colleghi un lavoro corale e concentrico (tre racconti e un poema), così la ricca ma non più giovane signora Sophonisba incarica il fedele servitore Trottle e l’antico spasimante Jarber di svolgere le indagini atte a svelare il mistero che avvolge l’antistante casa rimasta da sempre sfitta. Si collegano così, uniti dall’unico filo conduttore, Il matrimonio di Manchester, L’ingresso in società, Tre sere nella casa, Il rapporto di Trottle, scritti rispettivamente, nell’ordine, dalla Gaskell, lo stesso Dickens, la Procter in forma di poema, e infine Wilkie Collins, tutti autori pubblicati dal giornale da lui diretto.

L’esperimento andrà talmente bene da essere ripetuto l’anno successivo, sempre in occasione dell’uscita di Natale, con un altro collage “The Haunted House” (La casa stregata) di storie di fantasmi.

Siamo lontani dalle ampie atmosfere di Grandi Speranze, la cifra stilistica è quella dei racconti a puntate, conditi con ingredienti tipici del codice giornalistico: suspense e mistero per catturare e tenere desta l’attenzione del pubblico lettore. Il tema di fondo è però sempre la storia commovente di un’infanzia negata, di adulti senza scrupoli e malvagi che con la denuncia comporta la riflessione. E’ il lavoro in cui si coglie meglio la vena giornalistica di Dickens, le sue qualità di editore e caporedattore, capace di indirizzare e convogliare l’energia creativa degli scrittori in prodotti riusciti, risultati sinfonici. E questa intuizione esprime risvolti inaspettatamente moderni fruibili sia da un pubblico giovane amante del giallo, sia di quello appassionato di letteratura al quale era sfuggito questo piccolo gioiello, nascosto dagli splendori delle opere più famose del grande scrittore.

Wilkie Collins (1824 – 1889) è considerato il padre del romanzo poliziesco inventore della formula di intrattenimento programmatico per la classe media: “make’em laugh, make’em cry; make’em wait” (falli ridere, falli piangere, falli aspettare). Amico e collaboratore di Dickens, scrive per lui nella rivista Household Words per dieci anni e dopo aver pubblicato alcuni romanzi si dedica ai racconti del mistero che hanno trovato trasposizione cinematografica. “La pietra di luna” è uno di questi cui si aggiungono gli altri romanzi gialli La donna in bianco, La legge e la signora, La follia dei Monkton.

Elizabeth Gaskell (1810 – 1865), nota soprattutto per aver scritto la biografia della sua amica Charlotte Bronte (The life of Charlotte Bronte di prossima -per ora solo preannunciata- (ri)pubblicazione, in italiano dalla Casa Editrice Baldini & Castoldi) è stata di recente rivalutata per il quadro dettagliato e realistico che fornisce dei primordi della città industriale e della condizione femminile; moglie di un ministro di culto unitario, impegnata in attività umanistiche e filantropiche, conosce molto bene la vita grama di una classe lavoratrice povera e sfruttata fedelmente trasposta nei suoi romanzi, che invoca giustizia e umana comprensione. Mary Barton, North and South sono ambientati a Manchester, la città industriale del Nord dove la scrittrice vive e può osservare da vicino le terribili condizioni degli operai. In Ruth narra la storia di una donna caduta che riesce a riscattarsi con la penitenza e l’annullamento mentre il delicato affresco di Cranford, un piccolo villaggio dove il tempo sembra essersi fermato, apre lo sguardo su uno sparuto gruppetto di comari ridicole e tenere che si oppone in tutti i modi a qualsiasi cambiamento. Anche Wives and Daughters (Mogli e Figlie) riproduce la vita di provincia, fatta di pettegolezzi e distinzioni di classe, con i quali devono misurarsi due sorellastre frutto di un infelice secondo matrimonio.

 

Adelaide Anne Procter (1825 – 1864) iniziò presto la sua carriera letteraria come poetessa vedendo i suoi versi pubblicati da Dickens sulla sua rivista Household Words con lo pseudonimo Mary Berwick. In seguito fu impegnata attivamente in gruppi femministi e dopo la conversione al cattolicesimo, in attività filantropiche a favore dei poveri senzatetto e donne disoccupate. Morì di tubercolosi i a 38 an senza essere mai stata sposata. Proveniente da una famiglia con stretti legami letterari (lo stesso Dickens, Gaskell, Charles Lambe, Wordsworth, Thackeray), dopo una preparazione da autodidatta si iscrisse al Queen’s College in Harley Street nel 1850. Editore a sua volta di una rivista vittoriana di stampo espressamente femminista “Victoria Regia” e successivamente nel 1858 ha contribuito a fondare la English Women Journal e nel 1859 la Società per la promozione del lavoro delle donne. I primi due volumi di poesie furono intitolati Legends and Lyrics e il terzo Una coroncina di versi pubblicato a beneficio di un ospizio cattolico per donne e bambini.

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