Il vicario di Wakefield di O. Goldsmith

Il vicario di Wakefield di Goldsmith pecca di presunzione e di bontà nella stessa misura.

Se esistesse una pagella potrei dargli un 10 per i sermoni edificanti, la reattività di perdono, l’irriducibilità allo sconforto anche nella miseria più nera (quando tutto gli è stato tolto: la figlia, la casa, gli averi, la libertà), eppure alla voce “umanità” gli assegnerei  nemmeno la sufficienza.

Orbene mi spiego: egli è tanto perfetto quanto affettato, tanto giusto quanto onesto, da non sembrare reale e rimane talmente impresso nelle pagine del libro, da confondersi nella loro piattezza.

I suoi colleghi in carne e ossa che ogni giorno incontriamo sulla nostra strada hanno purtroppo qualche difettuccio in più ma risaltano in tutta la loro rotondità di personaggi reali tanto da  rendersi più simpatici e più vicini a noi. Non vanno esenti dalle antipatie comuni, favoriscono chi possono e sono pronti a rimangiarsi quanto hanno appena detto se il contrario torna a loro di maggior favore.

Don Abbondio è solo uno sbiadito esempio rispetto ai confratelli moderni di come, per non fare male, non si faccia niente e di come per consolare ci sia sempre tempo.

Ed è proprio questa somiglianza a renderceli più cari; vederli soggetti alle nostre stesse passioni, gelosie e parzialità che ce li fa considerare meno astratti e più in basso del pulpito domenicale, consapevoli del significato delle loro prediche correttive proprio perché ne sperimentano essi stessi le conseguenze.

Quando poi il loro Pastore li richiama al proprio dovere si disperdono come gli alunni alla ricreazione, sordi alla voce del maestro, gioiosi per non aver fatto i compiti.

C’è qualcheduno in realtà che smentisce un po’ la categoria, offusca lo splendore dei costumi con una  condotta morigerata, mostrando di perseguire solo il bene delle anime e dispensando anche sorrisi oltre a perle di saggezza. 

Perciò accontentiamoci di preti più umani purché sinceri, piuttosto che di ritratti della perfezione e siamo più indulgenti con loro, così sensibili agli appetiti piuttosto che ai sentimenti abituandoci a scusarli.

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